Umbertide, un imprenditore si suicida in azienda: non poteva pagare gli stipendi

bartolinicomboma non c’era la ripresa? A qualcuno dei tanto solidali interessa la sorte dei 130 dipendenti? Qualcuno paga loro vitto alloggio e corsi di formazione per altri lavori? Le banche in democrazia, quella da proteggere dai brutti e cattivi, DEVE ESSERE SALVATA. Le vite umane italiane NO.

Un imprenditore di 61 anni si è suicidato nella sua azienda metalmeccanica a Umbertide, in provincia di Perugia. Poco prima l’uomo aveva lasciato un biglietto con il quale spiegava di volersi togliere la vita perché non riusciva a pagare gli stipendi ai suoi 130 operai. L’imprenditore si è tolto la vita nel sottoscala dello stabilimento, dove è stato ritrovato senza vita da un collaboratore. Nella lettera l’uomo ha raccontato che secondo lui non aveva più alternative dopo che la banca gli aveva negato altro credito. Il giorno prima nell’azienda era stato proclamato uno sciopero, organizzato proprio per protesta sul ritardo del pagamento degli stipendi. Questa mattina l’imprenditore avrebbe dovuto firmare un accordo con i sindacati.
4 Agosto 2017

Ferrara, uccide moglie e figlio e si toglie vita in strada: aspettava sfratto

ferrara omicidio suicidionon capiscono il disagio. Eh già, gli amministratori ed i cosiddetti uffici per i servizi sociali che fanno, dormono? Non hanno idea chi nel loro comune è sotto sfratto? Tanto che fanno? Case per loro NON CI SONO. Per loro l’italiano è ricco ed evasore. Le vite da salvare? Certo non degli italiani che pagano lo stipendio DEI LORO ASSASSINI


Ferrara, uccide moglie e figlio e si toglie vita in strada: aspettava sfratto
A Ferrara, un 77enne ha sparato e moglie e figlio prima di dare fuoco alla casa e poi, in strada, togliersi la vita

Ha sparato alla moglie 73enne Mariella Mangolini e al figlio Giovanni, 48 anni, uccidendoli. Poi ha dato fuoco all’abitazione, in pieno centro a Ferrara, quindi è sceso in strada e si è tolto la vita con un colpo di pistola. Un dramma familiare che ha come protagonista un antiquario di 77 anni, Galeazzo Bartolucci. Il suo corpo è stato trovato intorno alle 7.30 sotto i portici dell’Oca Giuliva, in via Boccacanale di Santo Stefano, di fronte al civico 32: un commerciante in zona ha sentito l’esplosione dei colpi di pistola e ha avvertito le forze dell’ordine. Per terra, accanto al corpo, c’era una pistola a tamburo calibro 38 con al quale l’uomo si era appena sparato. Trovati anche i corpi senza vita di due gatti.

Lo sfratto
Sono ancora da chiarire le ragioni, ma per gli investigatori si tratterebbe di un omicidio suicidio. Ma l’origine dela tragedia familiare è forse da cercare nelle condizioni economiche dell’ex antiquario, molto noto in città. L’uomo attendeva lo sfratto esecutivo dall’abitazione in piazzetta privata Fratelli Bartolucci: a mezzogiorno, l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto dare corso al provvedimento. Un mese fa era avvenuto il primo accesso di sfratto non eseguito perché la casa era piena di mobili e da svuotare.

L’assessore, «amarezza per non aver capito il disagio»
«La famiglia Bartolucci non si è mai rivolta all’ufficio abitazioni» del Comune di Ferrara «per richiedere un’eventuale assistenza dovuta ad emergenza abitativa, come non risultano contatti negli ultimi anni con l’Asp per problematiche sociali». Lo chiarisce l’assessore comunale al Welfare di Ferrara Chiara Sapigni, intervenendo con una nota sulla tragedia avvenuta nel centro storico. «Resta pertanto – prosegue l’assessore – una grande amarezza e il rammarico di non aver potuto capire il grande disagio che la famiglia stava vivendo ma che, forse, per dignità ed orgoglio non si è avvicinata ai servizi comunali preposti».
4 agosto 2017 (modifica il 4 agosto 2017 | 16:39)
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_04/ferrara-uccide-moglie-figlio-si-toglie-vita-strada-34f1eb3a-78f2-11e7-9267-909ddec0f3dc.shtml

 

“Noi costretti in tribunale gratis”. Salta il rimborso dei praticanti Previsti solo 400 euro al mese. Per 1300 tirocinanti saltano pure quelli

gratis picchia testaitaliani, PROPRIO CHOOSY VERO? Sarà colpa di Casa Pound se i diritti qualcuno li ha venduti. La democrazia che va preservata dai “populisti” eccola qua
“Noi costretti in tribunale gratis”. Salta il rimborso dei praticanti Previsti solo 400 euro al mese. Per 1300 tirocinanti saltano pure quelli
 
Per migliaia di giovani laureati a pieni voti, diciotto mesi negli uffici giudiziari italiani sono un’esperienza formativa straordinaria, ma a perdere .
Per i malanni della giustizia italiana, stretta tra carenza cronica di organico e lo smaltimento di circa tre milioni e mezzo di fascicoli di arretrato, i tirocinanti sono una risorsa preziosa. Peccato però non valga il contrario: per migliaia di giovani laureati a pieni voti, diciotto mesi negli uffici giudiziari italiani sono un’esperienza formativa straordinaria, ma a perdere. Di ricevere uno stipendio, neanche a parlarne. Ma c’è di peggio: a sorpresa è saltata pure la borsa di studio.
 
Il tirocinio in tribunale è una delle possibili strade, con la scuola di specializzazione e il titolo di avvocato, per sostenere il concorso di magistratura: si tratta di affiancare un giudice per 18 mesi, assistere alle udienze e aiutarlo nella stesura dei provvedimenti. Sulla carta, i tirocini previsti dal cosiddetto Decreto del Fare del 2013 hanno l’obiettivo di «migliorare l’efficienza del sistema giudiziario» e sono destinati ai laureati con meno di 30 anni e un voto di laurea superiore a 105. In pratica, da lunedì al venerdì e per un minimo di sei ore al giorno, il piccolo esercito di tirocinanti aiuta ad alleggerire la mole di lavoro dei giudici. Nel 2015 il ministero della Giustizia decise di prevedere un rimborso spese di 400 euro al mese, da distribuire sulla base del reddito delle famiglie, stanziando un fondo di 8 milioni di euro.
Anche se con grande ritardo, oltre 1500 volenterosi, cioè tutti i tirocinanti, sono stati rimborsati. Portare gli aspiranti magistrati nei tribunali italiani si è rivelato un’idea azzeccata, tanto che nel 2016 le richieste di tirocini da parte dei tribunali italiani sono più che raddoppiate. Ma le risorse per pagare le borse di studio sono rimaste le stesse.
Così la settimana scorsa 1300 dei 4mila volenterosi hanno scoperto che dal ministero non riceveranno nemmeno un euro, perché esclusi dalla graduatoria stilata sul reddito delle famiglie. «Ad aprile ho concluso i diciotto mesi, mi aspettavo circa 7mila euro, ma alla fine ne ho ricevuti solo 1200 per il 2015 – racconta Elena Cante, 27 anni, barese laureata a pieni voti alla Cattolica di Milano -. A luglio tenterò il concorso di magistratura, ho svolto il tirocinio in contemporanea con la scuola di specializzazione. Tutto a spese della mia famiglia, e ritengo sia una grave ingiustizia: siamo trattati come studenti, anche se non lo siamo più da un pezzo».
 
La graduatoria pubblicata la settimana scorsa ha escluso poco meno della metà dei partecipanti sulla base dell’Isee, calcolato per le prestazioni erogate per il diritto allo studio universitario. Nessuno di loro però è uno studente, tanto è vero che per il fisco la borsa è equiparata alle retribuzioni da lavoro dipendente.
Per protestare, i ragazzi hanno creato un gruppo su Facebook e scritto una lettera al ministro della Giustizia Andrea Orlando. «È assurdo che lo Stato, che impone ai liberi professionisti e alle aziende di retribuire i propri stagisti, anche solo sotto forma di rimborso spese, sia il primo a non rispettare i suoi obblighi – scrivono i giovani e beffati tirocinanti -. Le nostre proposte sono tre: un ulteriore stanziamento dei fondi, una redistribuzione delle risorse o l’accesso a numero chiuso, anche se andrebbe contro l’interesse di tutti. Lo chiediamo perché il lavoro è lavoro, e va pagato».
 
«Non si tratta di una sorprendente vicenda isolata – commenta Claudio Riccio, esponente del comitato nazionale di Sinistra italiana, che ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla vicenda -. Dai volontari dell’Expo agli scontrinisti della Biblioteca nazionale di Roma, c’e un’intera generazione a cui viene chiesto di lavorare grati in nome dell’esperienza, del sacrificio e di un rigo in più sul curriculum». «Non ci sono orari prestabiliti, non dobbiamo timbrare il cartellino, tanto per capirci – racconta Daniele Labianca, 25 anni, tra i tirocinanti senza rimborso del tribunale di Foggia -. Anche lavorando come praticante avvocato la storia è la stessa: la regola in Italia è il praticantato gratuito. Per chi cambia città, ci sono pure le spese di vitto e alloggio, sempre e solo a carico dei genitori. Anche se sei laureato bene e in tempo, preparato e disposto a sacrificarti, dopo la laurea in giurisprudenza soldi non se ne vedono mai». NADIA FERRIGO
TORINO

Approvato l’accordo CETA UE-Canada: “A rischio denominazioni di origine e piccoli produttori”

CETA TTIPgrazie ai signori di più europa per tutti….Chi sono questi “tutti”? I popoli? I disoccupati, i lavoratori, i pensionati, gli incapienti? L’europa dei cittadini VERO??!! Ah, si è visto qualcuno in piazza per protestare?!?!
GUAI CONTESTARE L’AMATA EUROPA, l’armata dei servi in piazza ci va per combattere i populisti. Ora sta ai governi nazionali poter ancora impedire la ratifica, ma si sà, i governi nazionali (sarebbero uno strumento utile se non fossero in mano criminale) sono “mostri” per i signori pensatori politically correct.

Per Slow Food il Ceta è un trattato “che intende affermare gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei produttori di piccola scala”
In Europa ci sono 1.300 prodotti alimentari a indicazione geografica, 2.800 vini e 330 distillati. Di questi, il Ceta (il trattato che oggi incassa il voto favorevole del parlamento Europeo) ne tutelerebbe solamente 173. “Questo significa che alcune denominazioni di origine di prodotti legati al territorio e con una tecnica produttiva tradizionale potrebbero essere tranquillamente imitati oltreoceano, senza essere passibili di alcuna sanzione”, commenta Carlo Petrini, presidente di Slow Food. Non solo. Per Petrini “il Ceta aprirebbe il mercato canadese ai prodotti lattiero-caseari europei provocando una caduta dei prezzi oltreoceano e di conseguenza un peggioramento delle condizioni di vita degli allevatori.
Il discorso è lo stesso dunque: invece di migliorare le condizioni di chi sta peggio, si innesca una guerra al ribasso che porta al baratro chi produce bene. Queste misure fanno esclusivamente il gioco della grande industria e della speculazione finanziaria”.
Insomma, per Slow Food il Ceta è un trattato “che intende affermare gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei produttori di piccola scala”, aggiunge Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. La decisione ora è in mano ai singoli Stati Membri “ed è sufficiente che un solo Paese non lo ratifichi per fare in modo che il Ceta non passi. Chiediamo quindi al Governo italiano che rispetti l’opinione dei cittadini e si schieri finalmente a favore dei produttori locali e dell’ambiente -conclude Pascale – l’accordo, infatti, include moltissimi temi, dai lavori pubblici alla carne agli ormoni, dal glifosato agli Ogm, tema tra l’altro, su cui si deciderà in gran segreto”.
A cura di Filomena Fotia
15 febbraio 2017

IL PD HA RAGGIUNTO il 40%. SI, MA DI DISOCCUPAZIONE GIOVANILE…

senza lavorosenza certo sminuire il dramma, quando si è disoccupati è terribile a qualsiasi età, la vergogna è che non solo hanno creato questa piaga, che distrugge vite, ma non menzionano mai la disoccupazione over 40. Perché a leggere i titoli sulla disoccupazione giovanile pare che magicamente quando compi i 40 anni trovi lavoro. In realtà, quando già ci si avvicina ai 29, quando scadono i termini per gli sgravi fiscali sei fuori. Provate a rientrare nel mondo del lavoro a 40/50 anni, l’esperienza non conta nulla. Nel frattempo, si impegnano a distruggere tassisti e pescatori, quanti di loro saranno futuri disoccupati?

 L’unico 40% del Pd è quello della disoccupazione giovanile
La disoccupazione resta al 12% a dicembre. E quella giovanile si riaffaccia sopra quota 40%. E’ un tragico gioco dell’oca: si torna sempre al punto di partenza con questi governi. Gli occupati stabili diminuiscono con l’afflosciarsi del doping degli incentivi contributivi, i giovani continuano a emigrare o rimangono a marcire in casa, mentre aumenta il numero di quelli che hanno un lavoro solo tra gli over 50, imprigionati da una folle riforma delle pensioni targata Fornero.
Poletti appare l’unico che con il Jobs act ha trovato un posto stabile (da ministro), saltando dal governo del Bomba a quello dell’avatar del Bomba. E con queste norme sta realizzando il suo (nemmeno tanto segreto) sogno: cacciare via dall’Italia tutti i ragazzi che cercano di realizzarsi.
Ricordiamo che nel solo 2015 abbiamo perso 100 mila italiani, in gran parte proprio giovani.
31 gennaio 2017