Banche venete, passa con la fiducia il regalo a Intesa

85 mld bancheanche il “movimento” fondato da Bersani vota a favore, Bersani che proprio oggi parlava di generazioni umiliate e che vorrebbe un nuovo ’68...certo han votato l’ennesimo furto di tasse dei contribuenti per salvare i posti di lavoro ed i risparmiatori mica per salvare le banche. Ci sono ancora dubbi sul motivo per il quale si debba pagare le tasse? Per le pensioni? Per i 5 MILIONI di italiani SOTTO la soglia di povertà?


Credit crack. A Montecitorio il primo via libera al provvedimento, con Si contraria e Mdp-Articolo Uno favorevole. Ostruzionismo del M5S, mentre Rifondazione osserva: “Con un fiume di risorse pubbliche Intesa ristrutturerà anche se stessa e aumenterà i propri utili”.
Il “decreto regalo” (a Intesa) sulle due banche venete passa a Montecitorio con il voto di fiducia: 318 voti a favore, 178 contrari e un astenuto.

L’aula passa il resto della giornata affrontando i 142 ordini del giorno, di cui 83 presentati da M5S e tutti illustrati, nell’ottica ostruzionistica annunciata alla conferenza dei capigruppo. Nel voto di fiducia, come rileva velenosamente il piddino Roberto Giachetti, alla sinistra del Pd si registrano i 13 voti contrari di Sinistra italiana, i 17 voti favorevoli di Mdp-Articolo Uno, e sempre nelle schiere dei bersanian-dalemiani altri 22 deputati non votanti.

A cercare di chiarire la posizione di Mdp-Articolo Uno è Davide Zoggia: in conferenza stampa spiega che Articolo Uno vota la fiducia solo perché si tratta di “una pistola puntata alla tempia dei dipendenti e dell’intero sistema bancario italiano”; mentre, per quanto riguarda il provvedimento in generale, secondo Zoggia si poteva intervenire per migliorare il testo, che è “la prerogativa principale del Parlamento rispetto ai decreti”.
Il problema è che il “decreto regalo” è stato blindato, venendo proposto così come uscito dal consiglio dei ministri del 25 giugno scorso. Questo perché Intesa ha detto a chiare lettere che il provvedimento, con tutti i desiderata della stessa Intesa, non doveva cambiare di una virgola. Ma anche perché fra alcuni emendamenti, che pure erano stati concordati con il governo, ce n’era uno (evidenziato dal Fatto Quotidiano) a firma di Pierluigi Bersani che in sostanza avrebbe fatto chiudere la carriera di banchiere a Pier Luigi Boschi, già peraltro miracolato dal Tribunale di Arezzo nelle pieghe della bancarotta di Banca Etruria.

Fra i contrari il gruppo parlamentare di Sinistra italiana-Possibile ha spiegato la situazione con Giulio Marcon: “Un decreto sbagliato e immodificabile per il ricatto di Banca Intesa che mette soldi pubblici per licenziare un terzo dei lavoratori delle due banche, 4.000 su 12.000. Un doppio costo per lo Stato: la bad bank più gli ammortizzatori sociali”. Quelli necessari per i prepensionamenti dei lavoratori.

A seguire un’analisi più dettagliata: “La nostra contrarietà è inversamente proporzionale all’entusiasmo dell’Abi (l’associazione dei banchieri, ndr.) per questo provvedimento, che sana una situazione già nota da tempo e su cui prima o poi si dovranno accertare le responsabilità. Perché quanto successo in questi anni dovrebbe interrogarci sul ruolo di Bankitalia e sulla prevenzione delle crisi. Le cose sono due: o Bankitalia non ha fatto bene suo lavoro, o il governo non ha raccolto le indicazioni della nostra banca centrale”.
Anche se fuori dal Parlamento, ha fatto sentire la sua voce Rifondazione:

“L’esito era scontato ma resta scandaloso – osservano Maurizio Acerbo e Roberta Fantozzi – visto che il decreto del governo ha fatto chiedere al Wall Street Journal, non proprio un giornale bolscevico, perché Intesa San Paolo si sia aggiudicata un accordo così buono sugli asset delle due banche. Un accordo per cui a Intesa San Paolo vanno subito 5,2 miliardi di risorse pubbliche per la ‘riorganizzazione’ dei due istituti di credito. E con lo Stato, cioè la collettività, che si accolla invece, oltre ai 5,2 miliardi, i crediti deteriorati, mettendo a disposizione risorse fino a 17 miliardi di euro complessivi. Insomma un enorme regalo a Intesa San Paolo, che con il fiume di risorse pubbliche ristrutturerà se stessa e aumenterà i propri utili (secondo le stime di Mediobanca Securities con un aumento del 6% dell’utile atteso per azione), a carico della collettività.

Un esempio scandaloso di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili. Invece la strada doveva essere tutt’altra, quella della nazionalizzazione, anche aprendo un contenzioso con la Ue. Una strada ineccepibile a fronte delle risorse ingentissime messe a disposizione. Quelle che non si trovano mai se c’è da finanziare la sanità o la scuola pubblica o il reddito minimo per disoccupati”. Proprio per questo, se può servire di minima consolazione, i sondaggi hanno rilevato che il 97% degli italiani – di quelli che studiano un minimo e si informano – è contro il “decreto regalo” a Intesa. Ora la parola passerà al Senato.

https://ilmanifesto.it/banche-venete-passa-con-la-fiducia-il-regalo-a-intesa/

 

Alessandro Di Battista (M5S) Regalare soldi nostri alle banche private mentre l’Italia brucia

 

Pubblicato il 12 lug 2017
Loro sono politicamente corretti, non si indignano, non si scaldano, non perdono mai le staffe piuttosto (da destra a sinistra) attaccano me. Attaccano chi si oppone al “regime delle banche”. Attaccano chi fa nomi e cognomi dei responsabili. “Moderi il linguaggio deputato Di Battista” diceva la Presidente. Non ce l’ho fatta…moderati si muore! Alessandro Di Battista (M5S)

85 miliardi di euro regalati alle banche

di Giorgio Sorial

Il Governo ha messo la fiducia alla Camera sul decreto che regala 5 miliardi a Banca Intesa.
Altri 12 miliardi, poi, sono a rischio sui crediti deteriorati e i contenziosi degli istituti veneti. Un provvedimento che potenzialmente costerà alle casse dello Stato, e quindi ai cittadini, 17 miliardi di euro, accettando il ricatto di Banca Intesa che si è presa solo le parti buone di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che di fatto verranno cancellate dalla faccia della terra lasciando a casa circa 4mila lavoratori e con centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori sul lastrico.
Ma l’operazione di oggi è solo l’ultimo di una serie di regali, composta da prestiti, garanzie, risparmi e dividendi garantiti al settore bancario, veri e propri aiuti di Stato. Il tutto, ovviamente, finanziato con i soldi degli Italiani.

Parliamo, a spanne, di almeno 85 miliardi di euro.
Questa è la cifra spaventosa che lo Stato italiano ha garantito alle banche negli ultimi sei anni.
Si comincia nel 2011, con il Governo Monti, che “presta” 4,1 miliardi di euro a MPS. Soldi pubblici spesi e il risultato finale è davanti agli occhi di tutti.

Sempre nel 2011, poi, arriva il Decreto Salva-banche, che comprendeva le garanzie dello Stato sulle obbligazioni tossiche degli istituti, per un valore di 160 miliardi. Il risultato, per il settore bancario, è di 25 miliardi di euro prodotti tra il 2011 e il 2015.
Passiamo al Governo Letta, che nella Legge di Stabilità del 2013 prevede la revisione del trattamento fiscale delle perdite sui crediti, producendo un risparmio per le banche, secondo una valutazione di Mediobanca, di 19,8 miliardi di Euro.

Nel gennaio del 2014, poi, arriva il decreto che rivaluta le quote di Bankitalia. Si passa dal valore 156mila euro a 7,5 miliardi di euro e le banche socie incassano dividendi per 1.060 miliardi, pari a circa 380 milioni all’anno.

Arriva il momento del Governo Renzi, che nel novembre del 2015 approva un altro Decreto “Salva-Banche”, che azzera quattro istituti del centro Italia, tra cui, guarda caso, Banca Etruria. L’esborso è di almeno 4 miliardi a carico del sistema bancario. Non sono fondi pubblici, ma è sempre un regalo ai banchieri. Mentre decine di migliaia di risparmiatori piangono lacrime amare.
Ad aprile 2016, poi, la riforma dell’articolo 120 del Testo unico bancario genera ricavi per il settore bancario pari a 2 miliardi di euro all’anno.

Infine, il Governo Gentiloni e i salvataggi degli ultimi giorni.
Prima i 5,4 miliardi per Mps, poi una cifra simile per le banche venete. E considerando i costi totali delle due operazioni (l’ipotesi peggiore di perdita sulle garanzie), l’esborso complessivo dello Stato potrebbe arrivare a 23 miliardi.
Il totale parla di oltre 85 miliardi regalati in varie forme alle banche.

Adesso sappiamo perché non ci sono mai soldi per i cittadini: vengono regalati alle banche.
Gli Italiani, grazie agli ultimi governi, pagano le tasse per salvare le banche.
Se però proviamo per un attimo a ignorare gli enormi guadagni garantiti al settore bancario e consideriamo solo i soldi pubblici effettivamente già usciti dalle casse dello Stato, e quindi dalle tasche dei cittadini, abbiamo una spesa di circa 20 miliardi.
Cosa si sarebbe potuto fare con una cifra del genere?
Cosa avremmo potuto realizzare, se il primo interesse dello Stato non fosse stato quello di favorire le banche, ma di investire per i propri cittadini?

Facciamo alcuni esempi:
– in un momento di grande crisi del mondo del lavoro, si sarebbe sicuramente potuto investire per garantire occupazione. Secondo il rapporto Cresme per ogni miliardo investito nella riqualificazione edilizia si generano 14.927 occupati.
Se quindi avessimo usato questi 20 miliardi come investimento nel settore avremmo generato ben 298.540 occupati;
– se si pensa inoltre che quotidianamente il nostro territorio è soggetto a elevate criticità idrogeologiche queste risorse si sarebbero potute investire per la riduzione del rischio idrogeologico, salvaguardando la vita dei nostri cittadini e generando ulteriori opportunità occupazionali. Si stima che per ogni miliardo investito nel settore attiverebbe 6 mila posti di lavoro. Investire 20 miliardi in tale settore avrebbe permesso di avere 120 mila occupati.
Tutto questo, però, resta solo un sogno. Quando si parla di sicurezza della vita dei cittadini italiani, di lavoro, e di tutti gli altri problemi che attanagliano gli italiani, noi siamo sempre in prima linea con proposte serie e dalla parte dei cittadini. La risposta che ci viene data, però, è sempre la stessa: non ci sono i soldi.
Quando saremo noi a governare il Paese, però, i fondi pubblici verranno usati per i cittadini, per il lavoro, per la sicurezza e per il benessere del popolo italiano.
Per dare una risposta ai nostri veri problemi.
Perché si può fare. Basta volerlo.

http://www.beppegrillo.it/m/2017/07/85_miliardi_di_euro_regalati_alle_banche.html

 

Biella, suicidio di coppia per due ambulanti sessantenni: “Perdonateci, siamo sul lastrico”

copertina-300x300GRAZIE ITALIA. GRAZIE PER L’INDIFFERENZA MOSTRATA loro non sbarcano non meritano solidarietà, ed i tanti come loro che sono in difficoltà economica

E’ stata la polizia a scoprire i corpi dei coniugi
 
Tragedia nel quartiere Chiavazza. Marito e moglie hanno lasciato messaggi in cui spiegano i motivi del gesto: non riuscivano più a vivere del lavoro al mercato
 
Si sono tolti la vita perché non riuscivano più a vivere con il loro guadagno. E lo hanno fatto insieme. Doppio suicidio a Chiavazza, nel biellese: marito e moglie sessantenni sono stati trovati morti impiccati nel garage della loro casa in via Coda. Erano entrambi venditori ambulanti al mercato ma da qualche tempo con ogni probabilità non riuscivano più, con il loro lavoro, a sopravvivere.
 
A dare l’allarme è stato il proprietario dell’autorimessa dove i coniugi parcheggiavano il camion. Il fatto che da alcuni giorni nessuno lo avesse spostati ha destato dei sospetti. I cadaveri
 
sono stati scoperti oggi dalla polizia, entrata nella villetta. La coppia ha lasciato alcuni messaggi (“Perdonateci, siamo sul lastrico”) per spiegare il doppio suicidio, che sarebbe dovuto a motivi economici. La loro casa era in vendita da due anni, e sembra che marito e moglie sognassero di trasferirsi in Toscana per godersi la pensione: due anni fa, raccontano i vicini, la coppia aveva subito un furto in casa, fatto che aveva lasciato un segno profondo soprattutto nella donna.
di FLORIANA RULLO – 17 marzo 2017

I numeri che hanno innescato la protesta dei pescatori

protesta pescatoriUna decina di bombe carta, lacrimogeni e tafferugli hanno movimentato il clima davanti Montecitorio, dove il 28 febbraio si sono riuniti i pescatori di tutta Italia per protestare contro il governo.  Al centro delle proteste il timore delle sanzioni eccessive introdotte dalla nuova legge.
I motivi della protesta
  • L’applicazione dell’art. 39 della recente legge sulla pesca 154/2016 che introduce rilevanti modifiche al sistema delle sanzioni.
  • Il pagamento del fermo biologico 2015 e 2016.
  • Il mancato snellimento e la semplificazione degli adempimenti per le licenze di pesca
  • Una diversa gestione delle politiche relative al mercato nel contesto della nuova Politica Comunitaria per la pesca.
  • Le Regioni sono in grave ritardo per l’ attuazione del Feamp (Fondo Europeo per Affari Marittimi e la Pesca). Entro il 2018 dovrebbero essere spese oltre il 60% delle disponibilità finanziarie dell’intero periodo.
 
La nuova disciplina, con multe fino a 75mila euro
Tra le novità più importanti, c’è la depenalizzazione della pesca, della detenzione e della vendita di pescato sottomisura. Una condotta che viene punita con una multa compresa tra 1.000 e 75.000 euro e con la sospensione dell’esercizio commerciale da 5 a 10 giorni. Misure inasprite se riguardano il tonno rosso e il pesce spada: oltre al raddoppio della multa, viene sospesa la licenza di pesca per un periodo da tre a sei mesi.
Stangati anche gli amanti della pesca sportiva: chi cattura in un giorno più di 5 kg viene multato con un minimo di 500 euro fino a un massimo di 50.000 euro. Anche in questo caso è previsto un raddoppio della sanzione qualora la violazione riguardi tonno rosso o pesce spada.
Novità anche in materia di violazioni alle norme sulla tracciabilità ed etichettatura del pescato messo in commercio, con sanzioni che vanno da 750 a 4.500 Euro. Il compito di vigilare è affidato alla Capitaneria di Porto ed è stato introdotto l’obbligo di confisca per tutte le partite di prodotti ittici sprovviste di documenti (fatture, trasporto, etichette, ecc).
Le multe saranno in proporzione alla gravità dell’infrazione. Per semplificare, in base al peso del pescato. Le nuove norme colpiscono anche i commercianti che acquistano prodotti della pesca sportiva: sospensione dell’esercizio commerciale da 5 a 10 giorni lavorativi.
 
La pesca in numeri
  • 180mila tonnellate di pesce all’anno vengono pescate nei mari italiani.
  • 13mila imbarcazioni
  • Negli ultimi 30 anni la marineria italiana ha perso il 35 per cento dei pescherecci e 18mila posti di lavoro.
  • In Europa si consumano 23 chili di pesce per persona all’anno. (56 chili in Portogallo, 25 in Italia e solo 5 in Ungheria).
  • Le importazioni di pesci e crostacei, molluschi e altri invertebrati acquatici sono aumentate in quantita’ del 3% nei primi undici mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
  • Nel 2015 le importazioni sono state di 769 milioni di chili, dei quali ben il 40% viene da paesi extracomunitari.
(Fonte Coldiretti)
Il rischio di truffe
Sulle nostre tavole arriva il pangasio del Mekong venduto come se fosse una cernia e il filetto di brosme come un baccalà. Ma anche l’halibut o la lenguata senegalese sono commercializzati al posto della sogliola. La frode è dietro la’ngolo anche perché in Italia più di due pesci su tre provengono dall’estero e i ristoranti non sono obbligati a indicare la provenienza.
Per approfondire:
01 marzo 2017 ©

Un contribuente su due dichiara al Fisco meno di 15 mila euro l’anno

ma come sarà mai possibile? Italiani, tutti ricchi ed evasori. Chi scrive i titoli di sti giornalacci a forza di scrivere le stronzate di regime è convinto che in Italia si percepiscano lauti stipendi, tra voucher e precariato, che vi sia un boom economico che ovviamente caccia via i choosy dal paese perché non vogliono lavorare……banda bassotti

Se abbiamo un tasso di occupazione del 57% (calcolando anche chi lavora un giorno solo con il voucher, chi è in cig etc) va da se che c’è un 43% della forza lavoro che non ha lavoro (ossia niente reddito) o lavora in nero almeno una parte non stimata. Che pensano che gli italiani a 600 euro al mese, a termine o che vengono retribuiti con voucher abbiano tesoretti alle Bahamas?

Il titolo del corriere: Fisco, reddito medio è di 20.690 euro. Non versano l’Irpef più di 12 milioni

Titolo inorridito della busiarda Un contribuente su due dichiara al Fisco meno di 15 mila euro l’anno. Solo il 5,2% supera i 50 mila euro all’anno

Non si possono pubblicare i nomi di quei riccastri che hanno fatto fallire MPS salvata con soldi di tutti i contribuenti ma si deve denigrare chi non dichiara più di 15mila euro l’anno? CHE FORSE NON CI SI ARRIVA A GUADAGNARLI a suon di contratti ad minchiam?

eh certo, che volete dare soldi ai poveri? Roba da schifosi populisti..guai

Dichiarazioni dei redditi, l’anno scorso 438mila italiani hanno dovuto restituire il bonus 80 euro perché troppo poveri
Il dato si ricava dalle tabelle del Tesoro relative ai redditi 2015. In tutto sono stati 1,7 milioni i contribuenti che si sono visti chiedere indietro lo sgravio. E hanno dovuto pagare in un’unica soluzione, visto che non è stata consentita la rateizzazione. Il 45% degli italiani ha dichiarato meno di 15mila euro. Solo 34mila persone hanno attestato di averne portati a casa oltre 300mila
Più di 438mila italiani con redditi molto bassi hanno dovuto restituire allo Stato il bonus di 80 euro ricevuto nel 2015. Perché al momento di compilare la dichiarazione hanno scoperto di aver guadagnato meno di 7.500 euro, troppo poco per averne diritto. E’ quello che emerge dalle tabelle del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e relative agli introiti dell’anno prima. Contando anche i contribuenti che hanno superato il tetto massimo dei 26mila euro, le persone a cui lo Stato ha chiesto indietro il bonus Irpef da 80 euro voluto dall’ex premier Matteo Renzi sono state 1,7 milioni. Di questi, 966mila lo hanno reso integralmente e 765mila in parte, facendo tornare nelle casse dell’erario 508 milioni complessivi a fronte dei 9 miliardi spesi.
Lo scorso anno, quando ilfattoquotidiano.it ha fatto emergere questo paradosso e raccontato molte storie di persone che si erano viste costrette a restituire i soldi, le cifre erano più basse perché relative al 2014, quando il bonus – concesso ai contribuenti che guadagnano tra gli 8mila e i 26mila euro – era stato in vigore solo per otto mesi. Avevano quindi dovuto ridarlo 1,4 milioni di persone tra cui 341mila incapienti, cioè appunto coloro che guadagnano talmente poco da non versare l’Irpef perché detrazioni e deduzioni superano l’ammontare dell’imposta che dovrebbero pagare. Va ricordato che i soldi vanno restituiti in un’unica soluzione, perché il governo non ha mai tenuto fede all’impegno di concedere almeno la rateizzazione. Questo nonostante il ministro Pier Carlo Padoan, al culmine delle polemiche sulla beffa del bonus prima versato e poi chiesto indietro, avesse promesso: “Cercheremo modalità per alleviare la restituzione”.
Il 45% dei contribuenti ha dichiarato meno di 15mila euro – Tornando ai dati delle dichiarazioni dei redditi, il 45% dei contribuenti italiani lo scorso anno ha dichiarato al fisco meno di 15mila euro e solo il 5,2% più di 50mila. I fortunati che hanno portato a casa oltre 300mila euro sono stati invece solo 34mila, un misero 0,08% sul totale. Questo, almeno, stando alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e relative agli introiti dell’anno prima. Dai dati diffusi martedì dal Tesoro emerge però che “rispetto all’anno precedente aumenta sia il numero dei soggetti che dichiarano più di 50.000 euro (+65.000) sia l’ammontare dell’Irpef dichiarata (+1,9 miliardi)”. Resta il fatto che i contribuenti nella fascia superiore ai 50mila euro versano ben il 38% dell’imposta totale.
12,2 milioni di italiani non hanno versato l’Irpef – Nel complesso sono stati circa 40,8 milioni i contribuenti che hanno assolto l’obbligo della dichiarazione Irpef nell’anno d’imposta 2015, in aumento dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Circa 10 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero, perché guadagnano poco e le detrazioni e deduzioni compensano quello che dovrebbero versare al fisco. Considerando anche i contribuenti la cui Irpef è interamente compensata dal bonus di 80 euro, nel 2015 a non versare l’imposta sono stati 12,2 milioni di italiani.
Metà dei contribuenti ha dichiarato meno di 16.600 euro – Il reddito complessivo totale dichiarato è ammontato a circa 833 miliardi di euro, per un valore medio di 20.690 euro, +1,3% sul 2014. Il reddito del contribuente mediano è stato però di 16.643 euro: vale a dire che la metà dei contribuenti non supera 16.643 euro di reddito complessivo dichiarato. La regione con reddito medio complessivo più elevato è ancora una volta la Lombardia (24.520 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (22.860), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (14.780 euro). Anche nel 2015 il reddito medio nelle regioni del Sud e del Centro è cresciuto meno rispetto alla media nazionale.
Lavoratori autonomi in testa con oltre 38mila euro medi. I dipendenti si fermano a 20mila – I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è pari a 20.660 euro, quello dei pensionati a 16.870 euro, in crescita dell’1%. I lavoratori autonomi hanno il reddito medio più elevato, pari a 38.290 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 19.990 euro. Il Tesoro ribadisce però che “non è possibile dai dati pubblicati comparare il reddito degli imprenditori con quello dei “propri dipendenti””, in quanto “tra gli imprenditori sono compresi coloro che non hanno personale alle loro dipendenze” e svolgono di fatto un’attività autonoma. Il reddito medio da partecipazione in società di persone e assimilate risulta di 17.020 euro. Risultano in crescita, oltre alle pensioni, anche i redditi medi d’impresa (+8,6%), da lavoro autonomo (+7,6%) e da partecipazione (+6,1%), mentre diminuiscono lievemente i redditi medi da lavoro dipendente (-0,2%).
di F. Q. | 28 febbraio 2017

Manovra correttiva: ipotesi aumenti benzina, sigarette e IVA è solo un assaggio

che originali. Spillare soldi, anche quando la disoccupazione è alle stelle, quando i suicidi non si arrestano. Ce lo chiede l’Europa delle banche. E’ la democrazia, bellezza. Non si può essere populisti, il popolo c’è solo per pagare gli ordini dell’1%. Peccato che in Costituzione ci sia scritto che “Ogni cittadino è chiamato a contribuire alle spese dello stato secondo le sue possibilità”. Peccato che i difensori della costituzione sostengano che le tasse siano belle e sexy, soprattutto quelle indirette che violano questo principio. Se sei contrario sei sicuramente un evasore-eversore.

Manovra correttiva: ipotesi aumenti benzina, sigarette e IVA è solo un assaggio
Serve una manovra correttiva dei conti pubblici da 3,4 miliardi, niente rispetto ai quasi 20 da trovare entro ottobre con la legge di stabilità per l’anno prossimo. Tutto questo, mentre i mercati tornano a sfiduciarci e la politica è nel caos.
 
Manovra conti pubblici da 3,4 miliardi, entro oggi risposta a UE
Entro oggi dovrà giungere alla Commissione europea la risposta ufficiale dell’Italia alle richieste di Bruxelles di varare una manovra correttiva dei conti pubblici per 3,4 miliardi di euro, pari allo 0,2% del pil. La portavoce della Commissione, Annika Breidthardt, ha smentito che da Roma sia stata avanzata una proroga, per cui saranno note nelle prossime ore le misure che il governo Gentiloni intende adottare per colmare il gap tra gli impegni assunti dall’Italia sul deficit per l’anno in corso e le stime sul disavanzo effettivo atteso. Tra le ipotesi di cui si sarebbe discusso negli ultimissimi giorni, quella di aumentare le accise sul carburante, le sigarette e le aliquote IVA. Tra le poche certezze: dovrebbe slittare il taglio dell’IRES dal 27,5% al 24%, che il governo Renzi aveva voluto anticipare a quest’anno, a fronte di copertura più che traballanti e insufficienti.
Ieri, il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si sono incontrati per fare il punto della situazione, chiarendo di non avere in mente “manovre estemporanee”, ma che vorrebbero proseguire sulla strada percorsa sin dal 2014, ovvero costituita da riforme, sostegno alla crescita, lotta all’evasione fiscale e sostenibilità del debito pubblico. (Leggi anche: Conti pubblici e banche, l’eredità di Renzi)
A fine anno la patata bollente delle clausole di salvaguardia
La dichiarazione lascerebbe pensare che a Palazzo Chigi si vorrebbe tenere il punto, evitando di correggere i conti pubblici con ennesimi balzelli, quando potrebbero mancare pochissimi mesi alle elezioni anticipate. In questa direzione spinge apertamente anche l’ex premier e segretario del PD, Matteo Renzi, che non può rischiare di restare vittima di una manovra impopolare a ridosso del voto, per quanto i numeri in gioco siano, tutto sommato, contenuti.
Già, i numeri. I 3,4 miliardi di cui stiamo parlando da un paio di settimane saranno un ricordo quasi ridicolo, quando tra otto mesi, chiunque si trovi alla guida del governo, si ritroverà a varare una legge di stabilità per il 2018, che dovrà tenere conto dei quasi 20 miliardi di euro necessari per impedire che scattino le clausole di salvaguardia, ovvero la garanzia prestata dal governo Renzi tra il 2014 e il 2015 sullo stato dei conti pubblici e rinviate di un anno al 2018. Se tali clausole saranno fatte scattare, in quanto per allora non risulteranno reperite sufficienti voci di spesa da tagliare o maggiori entrate, l’aliquota IVA più alta potrebbe salire fino a un massimo del 25%, quella sui beni primari passerebbe dal 10% al 13%. (Leggi anche: Clausole di salvaguardia, se Gentiloni dovrà fare il lavoro sporco)
Sarà un 2017 difficile per l’Italia
Senza arrivare a tale ipotesi estrema, è del tutto evidente quanto deleterio sarebbe per la ripresa economica già fragile anche un minimo ritocco all’insù delle aliquote IVA. I consumi, che sono solo da pochi mesi tornati a crescere e a ritmi molto deboli, verrebbero soffocati e come dimostra il caso del 2013-2014, quando il governo Letta prima e Renzi dopo fecero lievitare l’IVA fino al 22%, le entrate fiscali non ne trarranno nemmeno giovamento, mentre il pil tenderà ad arretrare.
Scordiamoci, però, dure contestazioni di Roma all’indirizzo di Bruxelles, perché in questa fase così delicata equivarrebbe a soffiare sul fuoco delle tensioni già tornate sui mercati finanziari, che si stanno concentrando sui nostri titoli di stato, il cui differenziale di rendimento rispetto alla Germania è salito tra 180 e 185 punti base, allargandosi anche nei confronti della Spagna, segnalando una sorta di crisi circoscritta ai bond italiani e portoghesi.
Se trovate che sia difficile che un governo, consapevole che al più tardi si voterà tra un anno, vari una mini-manovra correttiva dello 0,2% del pil, cosa immaginate che accadrà, quando se ne ritroverà di fronte una di quasi sei volte maggiore? Che questa seconda arrivi subito dopo le elezioni o poco prima che si celebrino, poco cambia. In ogni caso, sarà poco sostenibile sul piano politico; nel primo caso, perché sarà già un miracolo se dal nuovo Parlamento scaturirà una maggioranza numerica in grado di governare assieme, nel secondo caso, perché è evidente che il PD non vorrà immolarsi sull’altare dell’Europa, a beneficio degli altri due fronti politici. Gli scaramantici dei numeri troveranno conferma dei loro timori: il 2017 sarà un anno tutt’altro che facile per l’Italia. (Leggi anche: Crisi spread tornata e Italia corre verso il caos)
Giuseppe Timpone
01 Febbraio 2017
Conti in rosso, la ricetta Ue: “Aumentate Iva, Imu e Tasi”
Per trovare i 3,4 miliardi richiesti dall’Europa Padoan vuole assecondare Bruxelles. Stangando consumi e casa
Avevano assicurato che questa sarebbe stata la Commissione europea più politica della storia.
 
Quella impegnata a contrastare sia gli eccessi rigoristi sia gli umori antieuropei e invece, anche nel 2017, con i movimenti populisti che crescono in tutta l’Unione e varie le elezioni alle porte, la ricetta proposta da Bruxelles è sempre la stessa. Per l’Italia si può sintetizzare così: tassare i consumi e la rendita per fare tornare i conti.
 
È da leggere in questo senso l’ultima disputa sull’aumento dell’Iva nata all’interno del governo e della maggioranza. Con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che ha presentato nel menù di misure per la manovra da 3,4 miliardi anche un aumento dell’Iva, subito respinto dal segretario del Pd Matteo Renzi.
Non si tratta di un’idea di Padoan. È parte del menù di proposte avanzate dalla Ragioneria generale dello Stato quando gli è stato chiesto di trovare le risorse per cancellare l 0,2% di extra deficit fatto dal precedente esecutivo. Per un motivo molto semplice: è in linea con le richieste dell’Europa. Proposta ieri bollata come irricevibile anche dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina.
Impraticabile anche perché a legislazione invariata un aumento dell’Iva è già in programma per il 2018. Anticiparlo di qualche mese farebbe incassare poco quest’anno e avrebbe effetti negativi sui conti del prossimo (si veda il Giornale del 17 gennaio). Eppure era la carta che Padoan aveva deciso di giocare.
 
Il motivo è che è una soluzione particolarmente gradita alla Commissione europee e al Consiglio. L’Ue dà delle indicazioni precise nelle «Raccomandazioni specifiche per paese». Difficile sfuggire, soprattutto per un paese costantemente in mora a causa dell’elevato debito pubblico come l’Italia.
 
 
Nelle ultime è scritto chiaramente che dobbiamo «trasferire il carico fiscale dai fattori di produzione al consu e delle accise, anche perché il costo delle merci in un periodo di bassa inflazione è l’ultimo dei problemi.
Ma non c’è solo l’Iva nelle ricette che l’Europa vede di buon occhio. Nelle raccomandazioni del 2016 il Consiglio europeo (ma la Commissione è sulla stessa linea) critica la decisione di Renzi di abolire quella che nelle raccomandazioni, con uno slancio di onestà, viene definita «l’imposta patrimoniale sulla prima casa». Cioè Imu e Tasi, eliminate sull’abitazione principale.
 
Non è un caso che nel menù uscito dal ministero dell’Economia giorni fa ci fosse anche il ritorno della tasse sulla prima casa o una rimodulazione di quelle diverse dalla prima, magari seguendo qualche criterio di progressività. Una linea che l’Ue continua a perseguire con caparbietà, ma che potrebbe accelerarne la crisi di tutte le istituzioni europee.
Antonio Signorini – Dom, 29/01/2017 – 09:09

Stangata delle bollette in arrivo: 986 euro a famiglia.

pd-incarica-pda chiamarli servizi ci vuol coraggio.
Non facciamo i populisti, c’è da trovare 20 miliardi per le povere banche
Stangata delle bollette in arrivo: 986 euro a famiglia.
 Ecco i rincari voce per voce
Il 2017 si presenta all’insegna della stangata delle tariffe. Torna a salire la bolletta dell’elettricità, più marcata l’impennata di quella del gas su cui pesa la stagionalità invernale. Secondo quanto stabilito dall’Autorità per l’Energia, nell’abituale decisione trimestrale, dal primo gennaio la bolletta elettrica registrerà un aumento dello 0,9% mentre per il gas l’aumento sarà del 4,7%.
Ma la stangata non finisce qui. Il bello (o il brutto) deve ancora arrivare. A gas e luce dobbiamo aggiungere -come si legge su Quotidiano.Net  – i pedaggi  autostradali, bollette di acqua e rifiuti. E, ancora, tariffe postali, carburanti, assicurazioni e banche. «Anche se l’economia italiana rallenta, con un’inflazione che viaggia pericolosamente vicino allo zero, i prezzi di quasi tutti i servizi nel 2017 tenderanno ad aumentare»
 
Il  Codacons, l’Osservatorio nazionale di Federconsumatori (Onf), hanno fatto i conti di tutti gli aumenti in arrivo e ne risultano cifre assai poco rassicuranti. Il Codacons ha stimato una stangata media per famiglia di 986 euro.  Di poco inferiore,  771 euro, la stima di Federconsumatori. Ma non c’è, anche in questo ipotesi più “ottimistica”, da stare molto allegri.
 
«Il pezzo fondamentale   di questo carico – si legge sempre su Quotidiano.Net –  arriverà dalle tariffe applicati ai servizi. Partiamo dai trasporti. Per aerei, treni, taxi, mezzi pubblici e traghetti una famiglia media spenderà tra 60 e 80 euro in più. A questi saranno sommati i costi extra per le autostrade, pari a poco meno di 40 euro. Dopo che molti incrementi non sono stati riconosciuti nel corso del 2016, i concessionari autostradali hanno già presentato al ministero delle Infrastrutture le loro richieste di aumento. E il fardello potrebbe crescere, visto che in molti casi sono stati presentati ricorsi per recuperare gli incrementi sospesi nel 2016. Sempre nell’ambito dei trasporti, torneranno a crescere anche le assicurazioni auto: la media in programma è, a seconda delle stime, compresa tra 10 e 20 euro».
di TITO FLAVI
giovedì 29 dicembre 2016

Ecco 8 cose da sapere sul salvataggio delle banche da 20 miliardi

GRAZIE UE, grazie PD. La stangata appena entrata in vigore sicuramente non c’entra niente con il salvataggio DELLE BANCHE. Poverine, soffrono tanto. Tutta colpa degli evasori, artigiani e piccoli imprenditori vero? 20 MILIARDI PER IL REDDITO DI CITTADINANZA DAVVERO NON SI TROVAVANO?????? Vedi anche:  Da De Benedetti a Marcegaglia: Mps prestava soldi ai ricchi che non li restituivano bettino-aiutare-poveri
Ecco 8 cose da sapere sul salvataggio delle banche da 20 miliardi
Roma – Queste sono ore cruciali per il futuro del Monte dei Paschi di Siena. Qualora l’aumento di capitale non dovesse bastare a raccogliere i 5 miliardi necessari al suo salvataggio, il Governo si dice pronto a intervenire per soccorrere il sistema bancario. Servono in sostanza circa 20 miliardi per ricapitalizzare diversi istituti di credito in difficoltà: non solo Mps, per la quale servono appunto 5 miliardi, ma anche le due popolari venete (Vicenza e Veneto Banca) nonché altri istituti, Carige in primis.
  1. Come interviene lo Stato. Con l’operazione gia’ ribattezzata ‘salva risparmio’. Insomma, qualora l’operazione Mps non dovesse andare a buon fine, per salvare il sistema bancario, il Governo deve quindi reperire fino a 20 miliardi per il prossimo anno. Per partecipare all’aumento di capitale, lo farà tramite operazioni di emissione di titoli del debito pubblico.
  2. Cosa è il debito pubblico. E’ il debito che il settore pubblico di un Paese contrae nei confronti di soggetti esterni (famiglie, imprese, istituzioni finanziarie). Lo stock di debito consiste in titoli a breve, medio e lungo termine: sono prestiti che lo Stato colloca sul mercato, su cui poi paga i tassi di interesse.
  3. Obiettivi debito. Emettendo più titoli di Stato, il debito pubblico aumenta rispetto a gli obiettivi indicati in precedenza (ad esempio nella risoluzione di approvazione della nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) e varia anche il saldo netto da finanziare programmatico del bilancio dello Stato: quest’ultimo è il risultato della differenza tra le entrate e le spese finali.
  4. Quando si può fare. Così come previsto dalla legge, e sentita Bruxelles, lo Stato può farlo “in presenza di eventi straordinari” quali gravi crisi finanziarie nonché gravi calamita’ naturali con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese.
  5. Come si fa. Il Governo presenta a questo punto al Parlamento una relazione, con cui aggiorna gli obiettivi programmatici di finanza pubblica indicando la durata e la misura dello scostamento rispetto all’obiettivo, le finalità alle quali destinare le risorse disponibili provenienti appunto dalle nuove emissioni di titoli e il relativo piano di rientro. Dovrà cioè indicare con quali misure perseguire l’obiettivo che si era prefissato per il debito. Le polemiche sono proprio scaturite dal fatto che, per rientrare negli obiettivi già prefissati e alzandosi il livello del debito con l’emissione di nuovi titoli, all’orizzonte possano delinearsi nuove misure nelle prossime leggi di bilancio che possano ad esempio innalzare le tasse.
  6. In che modo verranno impiegati i 20 miliardi. Obiettivo dell’eventuale decreto – che potrebbe essere approvato venerdì dal Consiglio dei MInistri – ha quello di assicurare un “adeguato livello di liquidita’” al sistema bancario. Il Tesoro starebbe pensando a concedere la garanzia dello Stato sulla passivita’ delle banche italiane e un loro “programma di rafforzamento patrimoniale” mediante interventi per la ricapitalizzazione che prevedano anche la sottoscrizione di nuove azioni.
  7. Burden Sharing. E’ un termine che significa letteralmente condivisione degli oneri. Lo Stato in pratica mette a disposizione soldi pubblici, a patto cioè che vengano, appunto, condivisi gli oneri. Ossia gli azionisti e coloro che posseggono obbligazioni subordinate partecipano al rischio di aumento del capitale, ad esempio convertendo i bond (ossia le obbligazioni) in azioni.
  8. Quali sono i rischi. I bond rispetto alle azioni sono una forma di investimetno a rischio finanziario inferiore perchè non sono quotati sul mercato, e hanno un tasso di interesse fisso e stipulato al momento della vendita. Le azioni di una società sono invece fluttuanti e legati all’andamento del mercato. Da tutto ciò, sono esclusi i correntisti. di Ivana Pisciotta
Salvataggio Mps piu’ caro del previsto: costera’ 8,8 miliardi
 
NEW YORK (WSI) – Il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena potrebbe costare allo Stato e agli azionisti fino a 8,8 miliardi di euro, di cui 6,5 a carico delle casse pubbliche. E’ quanto riporta in un articolo il “Sole 24 Ore”, che fa riferimento a una lettera inviata dalla Vigilanza della Banca Centrale Europea al ministero del Tesoro e al vertice della banca senese, in cui l’istituto di Francoforte ha rivisto al rialzo il fabbisogno necessario alla banca.
 
In precedenza era stato quantificato in 5 miliardi di euro. Ma per la Bce, alla luce degli stress test di luglio e del trattamento riservato a suo tempo alla banche greche, oggi l’ammontare della ricapitalizzazione potrebbe arrivare tranquillamente fino a quota 8,8 miliardi.
Chi tirera’ fuori questa cifra? Secondo quanto si legge sul Sole 24 Ore:
“In larga parte lo Stato. L’ammontare esatto si calcolerà per sottrazione, dopo che saranno convertiti in azioni i bond in mano agli istituzionali al 75% del valore nominale e al 100% quelli in mano retail (che però potranno chiedere il riacquisto da parte dello Stato e lo scambio con titolo Senior). Risultato: il Tesoro dovrebbe spendere una cifra nell’ordine dei 6 miliardi, a seconda delle scelte dei bondholder retail (che potranno restare azionisti), e di eventuali nuove emissioni di subordinati”.
 
Si legge ancora nell’articolo:
 
Con queste cifre la banca sarà nei fatti nazionalizzata, visto che sarà in mano allo Stato una quota ben superiore al 67% necessario per le delibere dell’assemblea straordinaria. Con gli 8,8 miliardi freschi, che potranno essere rimborsati allo Stato con la reimmissione sul mercato e in parte prima con dividendi straordinari: fossero oggi in cassa, il Cet1 della banca salirebbe oltre il 22%, valore da primato, dunque il capitale necessario per gestire la cessione degli Npl sembra esserci tutto”.
 
Va ricordato, a questo proposito, che la posizione di liquidità della banca ha subito un rapido deterioramento tra il 30 novembre 2016 e il 21 dicembre 2016, come evidenziato dal calo significativo della counterbalancing capacity (da 14,6 miliardi di euro a 8,1 miliardi di euro) e della liquidità netta a 1 mese (da 12,1 miliardi di euro, pari al 7,6% del totale delle attività, a 7,7 miliardi di euro, pari al 4,78% del totale delle attività).
27 dicembre 2016, di Mariangela Tessa

Igea Marina: Si spara alla testa, “Non riesco a pagare i debiti”.

ssh CENSURARE, si sa che gli italiani sono ricchi e si inventano i suicidi SOLO PER NON PAGARE LE TASSE
 
Si è sparato in faccia con un fucile, poi si è trascinato fino nella piazza Falcone-Borsellino di Igea Marina. E’ lì che l’hanno trovato le forze dell’ordine che lo cercavano da ore. L’uomo, 74 anni, residente a Gatteo, ha parte del volto devastato dal colpo e i medici dell’Infermi stanno cercando di ricostruirglielo. Le sue condizioni sono gravi, ma non sembra in pericolo di vita. Nella sua auto, i carabinieri di Bellaria hanno trovato un biglietto destinato alla famiglia in cui annuncia il suicidio perchè non riesce più a pagare i debiti. L’allarme al 112 scatta nel primo pomeriggio, da parte della famiglia dell’anziano che, uscito di casa poco dopo le 10, non era rientrato, nè rispondeva al cellulare. Le ricerche partono subito, la prima ipotesi è che l’uomo abbia avuto un malore e non sia in condizioni di chiedere aiuto. L’ultima cosa che la famiglia sospetta è che l’anziano abbia deciso di togliersi la vita, ma via via che passano le ore la preoccupazione cresce sempre di più. Di lui sembra non esserci traccia da nessuna parte, e soltanto poco prima delle 22,30, i carabinieri della Stazione di Bellaria trovato la Opel Astra dell’uomo che stanno cercando. E’ parcheggiata nei pressi del Beky Bay, ma è quello che c’è dentro a far scattare una vera e propria mobilitazione. I militari trovano infatti un biglietto di poche righe, in cui l’anziano annuncia l’intenzione di farla finita a causa dei debiti che non riesce più a pagare.(…)gio, Dic 29th, 2016
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