LA PROTESTA NEGLI STATI UNITI DOPO I BOMBARDAMENTI: “GIÙ LE MANI DALLA SIRIA”

usa protesta contro raid siriaquando le proteste contro Trump sono organizzate da Soros il regime mediatico è martellante, se gli amerikani protestano contro i raid sulla Siria CENSURA

LA PROTESTA NEGLI STATI UNITI DOPO I BOMBARDAMENTI: “GIÙ LE MANI DALLA SIRIA”

Centinaia di statunitensi sono scesi in strada nelle città di tutto il paese per esprimere la loro forte opposizione al bombardamento della base aerea siriana Shayrat nella provincia di Homs, effettuato ieri.
Nonostante la natura in gran parte pacifica delle manifestazioni, sono stati segnalati arresti.
Le proteste, avviate già ieri, per la maggior parte sono stati organizzati dalla Coalizione ANSWER, un’organizzazione contro la guerra e il razzismo.
 
L’organizzazione chiede una  mobilitazione nazionale ed esige “di  porre fine alla guerra degli Stati Uniti contro la Siria” e la nuova epidemia di “aggressione” in Medio Oriente.
Le dimostrazioni sono state convocate a New York, Los Angeles, Washington D.C., Jacksonville, Boston, Chicago, Dallas, San Francisco e altre città.
New York
A Manhattan, i manifestanti si sono riuniti nei pressi della Trump Tower e nella storica Union Square.
 
Pubblicato da RT en Español
“No alla guerra in Siria”, “Giù le mani dalla Siria!” e “Ci rifiutiamo di accettare USA fascisti” in alcuni striscioni che sventolano tra la folla.
 
Gli Stati Uniti hanno lanciato 59 missili da crociera Tomahawk contro la base aerea Shayrat.
Los Angeles
“Il bombardamento della Siria non protegge le persone.
Le uccide”, si legge nei cartelli indirizzati al Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Los Angeles.
Jacksonville
Nella città di Jacksonville, Florida, 6 persone sono state arrestate dopo scontri tra coloro che manifestavano contro e a favore del recente attacco aereo degli Stati Uniti, hanno riferito i media locali.
Boston
A Boston, Massachusetts, la gente è scesa in strada portando cartelli con scritte come: “No agli attacchi USA contro la Siria”, “Pace in Siria”, “Accoglienza, no missili” e “Solidarietà ai siriani”, tra gli altri.

La logica dei media mainstream

saudi war on yemenMamma mia..quanto “tortura ” i dissidenti.
Il “capo dell’opposizione” (l’opposizione in Russia è rappresentata dai comunisti ,secondo partito, non da un blogger stile Aranzulla che vìola un divieto e COME IN TUTTI I PAESI viene fermato, idem Luxuria a Sochi all’epoca, vìola un divieto di manifestazione durante una cerimonia, divieto per motivi di sicurezza, viene fermat* ,sbraita e si parla di repressione) viene arrestato portato in centrale e TWEETTA,Rilascia Interviste audio dove incita i ragazzini, si fa selfie …
Cosa che io in Italia non ho mai visto fare ad uno che ha subito un fermo e viene portato in carcere…
Le balle di chi vuole portare “nuove primavere” all’est vengono smentite dai fatti… Peccato avere dei media totalmente funzionali a chi è incapace di governare bene i suoi paesi e gioca una gara a ribasso…
La Russia ha subito sanzioni
Crollo del rublo
Crolli doloso del prezzo del petrolio
E molte altre aggressioni..
Non ha avuto rivolte di piazza..
Oggi delegano un mezzo blogger che con 4ragazzini vìola un divieto
..
E la spacciano ad occidente come Rivoluzione Francese..
Pietà…#buongiorno (un amico su FB)
La logica dei media mainstream
A Mosca 500 persone sfilano contro Putin: tutti i giornali occidentali ne parlano.
A Sana’a centinaia di migliaia di persone manifestano per fermare i disumani bombardamenti Sauditi contro lo Yemen: nessuna menzione da parte di TV o giornali europei o americani. Giornalisti ed editori dei grandi gruppi editoriali e televisivi non hanno come missione di informare i cittadini, bensì di modellare l’opinione pubblica nella direzione più confacente agli interessi dei proprietari di TV e giornali.
Per questo motivo e per tanti altri, l’editore del corriere o l’inviato della CNN che coscientemente omettono le notizie su Sana’a sono complici del massacro Saudita in Yemen. Nell’era dell’informazione, un giornalista, editore, direttore di Rete/Testata hanno la stessa colpa e responsabilità del pilota di F-15 Saudita che giornalmente trucida i civili Yemeniti.
Cari giornalisti mainstream o come diavolo volete definirivi (#fakenews) le vostre mani sono sporche di sangue e la vostra coscienza è macchiata per sempre.
Chi, consapevolmente, decide di comportarsi in questa maniera delinquenziale ha molto da spartire con al qaeda e al nusra.
Curiosamente, invece di inseguire i propri fratelli ideologici di daesh che in un battibaleno li decapiterebbero, questi autoproclamati giornalisti preferiscono puntare ad un premio pulitzer per sentirsi meno in colpa e forse meno insanguinati.
Logica da servi aguzzini inconsapevoli(?).
Notizia del: 27/03/2017 di Federico Pieraccini

Duterte contro la droga? Il “nuovo Hitler” è servito!

Duterte droga
toh han riciclato il colore viola per sta rivoluzione, la versione italiana ha portato “fortuna”? Ah si certo, chi protesta però non è a favore anche della droga….poi ci ficcano i cartelli contro lo stupro come se il presidente Duterte lo avesse legalizzato.. Da quando ha detto NO ALLE BASI NATO  è diventato cattivo cattivo.. Disse anche ad Obama di non impicciarsi su come lui ha intrapreso la lotta contro la droga…..Parliamo della DEA?
 

Premesso che “migliaia in piazza” a Manila non sono poi tutta questa “notizia”, la cosa più impressionante nella posizione assunta dai vescovi delle Filippine nei confronti del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte è l’ipocrisia celata dietro la parola d’ordine “No alla pena di morte”.
 
Si capisce che con uno slogan simile, Amnesty e compagnia cantante (cioè i “media globali” e l’umanitarismo a geometria variabile) ci vanno a nozze, ma qui il punto decisivo per valutare l’operato di Duterte è un altro: fino a dove si può spingere l’ingerenza straniera in casa d’altri?
Perché se qualcuno ancora non lo sapesse, il traffico della droga e tutti i disastri che conseguono al suo consumo sono parte integrante, oserei dire consustanziale, della politica estera prima anglo-americana, fin dai tempi delle cosiddette “Guerre dell’oppio” sulle quali, nei primi anni Novanta, Gianfranco Peroncini (autore dell’ottimo Il bianco e il nero. Colonialismo, neocolonialismo, razzismo, Il Cerchio, Rimini 1993) scrisse un illuminante articolo su “Historia” (a richiesta fornirò gli estremi del numero, che adesso non ho sotto mano).

Ma che cosa ha mai fatto di tanto atroce il nuovo “Hitler” di turno? Semplice: ha messo

sostenitori DUterte

sostenitori del Presidente Duterte

in pratica l’unico sistema che funziona e che anni or sono avevo sinteticamente spiegato in un articolo (L’Italia, una nazione… spacciata? Una semplice e realistica proposta sulla “lotta alla droga”) pubblicato su “Luci sulla Città”, un mensile che esce ancora gratuitamente nelle edicole pisane. Onde non ripetere le stesse cose, rimando il lettore a questo collegamento del mensile in rete, oggi cessato, “Opposta Direzione”.

Ebbene sì, per fare piazza pulita del problema droga bisogna partire dal basso, pescando a strascico, per poi risalire ai pesci più grossi quando quelli non sapranno più come contrabbandare la loro morte usando i pesci piccoli.
A mali estremi, estremi rimedi, e guai a chi s’impietosisce a comando perché non tiene in alcun conto le tragedie incalcolabili del “normale” andazzo fatto di tolleranza e, peggio che mai, “antiproibizionismo”.  E se a ciò si aggiunge una verità solare, ovvero che il traffico della droga è un’arma vera e propria utilizzata a fini di controllo politico e sociale (oltre che finanziario: anche qui la valuta di riferimento è il dollaro), si comprende come l’unica via percorribile, turandosi il naso, sia quella del presidente filippino.
Che forse sul proprio conto deve avere anche la grave colpa di guardare più alla Cina che agli Stati Uniti, i quali mentre coccolano i loro dittatori sanguinari scatenano campagne d’odio e di discredito verso tutti quelli che in un modo o nell’altro gli si mettono di traverso e che – particolare di poco conto per i “democratici” – sta riscuotendo un “preoccupante” consenso plebiscitario nel suo Paese.
 
Che anche la Chiesa Cattolica stia a questo gioco non sorprende. Posto che anche il tossicodipendente (a differenza dello spacciatore che fa solo quello) è anche una vittima di un sistema perverso, e che dunque avrebbe diritto anche ad una possibilità di “recupero”, è chiaro come il sole (perché sono nato che stiamo a parlare sempre delle stesse cose) che con le sole “comunità” ed i preti di strada, più il rituale e conformistico atteggiamento delle istituzioni attente a “sensibilizzare” ma a non ingrippare l’enorme business dell’Alleato, non si va da nessuna parte e, anzi, il numero dei drogati aumenta, così come l’insicurezza sociale, a partire dalle famiglie colpite da questo flagello.
di Enrico Galoppini – 26/02/2017 Fonte: Il Discrimine

Napoli, corteo contro Salvini: manifestanti lanciano sassi e molotov. Scontri con la polizia

salvini napoli2queste sono le lotte che “contano”, in piazza a far cortei si va solo contro i nemici del Pd, in difesa di mafia capitale. I suicidi? Nemmeno dopo il suicidio di Michele si è scatenato l’inferno. Il precariato? Il salario minimo? Contro l’APE? Contro i tagli allo stato sociale? No, si mette a soqquadro una città per togliere il diritto di parola ad un esponente politico. Democrazia singolare..Peccato che chiunque vada in piazza NON A COMANDO dei politically correct moralmente superiori sono “fascisti”, vedi tassisti, pescatori, allevatori etc La ciurma dei Soros’s rebels:


Dopo il via libera “forzato” del prefetto al comizio del leader del Carroccio, la manifestazione dei centri sociali sfocia in pesanti scontri. Sampietrini contro le forze dell’ordine che risponde con gli idranti. Tre fermi, altrettanti denunciati, e 27 agenti feriti. Salvini: “Vorrei che i conigli dei centri sociali fossero scesi in piazza contro la camorra”

Un corteo organizzato contro Matteo Salvini, atteso al Palacongressi di Napoli dopo le proteste di venerdì e il via libera finale della prefettura alla sua convention. Oltre duemila persone scendono in strada e sfilano pacificamente contro il leader del Carroccio fino a quando intorno alle 17 un gruppo di incappucciati si stacca dal corteo e accerchia la polizia. Lì inizia il lancio di sassi, petardi e bombe carta. Modalità di guerriglia urbana alle quali la polizia reagisce con cariche e idranti. Prima è stata un’operazione di contenimento, poi gli agenti sono avanzati per rispondere agli assalti di “circa 200 persone”, come riferisce SkyTg24. Tre persone sono state fermate, altrettante denunciate, mentre sono 27 gli agenti feriti.
 
A pochi minuti dall’inizio della manifestazione erano spuntati caschi, sciarpe e passamontagna dietro i quali si erano nascoste decine di giovani incappucciati. Una volta che il corteo è arrivato nei pressi del Palacongressi, è iniziato il lancio di oggettipietre e molotov. Poi si sono dispersi, lasciandosi alle spalle decine di cassonetti dati alle fiamme per sbarrare la strada alla polizia. Sullo sfondo segnali stradali divelti, muri imbrattati e auto bruciate e intorno una coltre di fumo che rendeva l’aria irrespirabile. E mentre proseguiva la guerriglia urbana una molotov ha colpito un cellulare dei carabinieri e provocato un principio di incendio subito estinto. Terrorizzati i passanti, che cercavano rifugio nei palazzi circostanti. Il risultato sono Piazzale Tecchio, via Diocleziano e via Giulio Cesare ridotti a un campo di battaglia, con i commercianti che hanno abbassato le saracinesche. E la polizia arriva anche alla fermata dei Campi Flegrei, dove continuava il lancio di petardi e alcuni passeggeri sono rimasti bloccati.
“Solidarietà ai 400 agenti impegnati contro degli animali – ha detto Salvini aprendo il convegno -. Vuol dire che la prossima volta faremo la manifestazione a piazza Plebiscito, quando andremo al governo. E dopo aver sgomberato i campi rom elimineremo anche i centri sociali. Complimenti a de Magistris sta tirando su una bella gioventù”, è il commento a caldo del Leader del Carroccio. Che aggiunge: “Vorrei che i conigli dei centri sociali fossero scesi in piazza contro la camorra ma forse hanno paura perché qualche mamma o papà con la camorra ci campa”.
 
Il corteo contro Salvini – La manifestazione era partita nel pomeriggio da piazza Sannazaro senza il sindaco Luigi De Magistris, anche se sua moglie, l’avvocato Maria Teresa Dolce, era tra i partecipanti. E nel corteo organizzato dalla rete di movimenti napoletani era spuntata anche una ruspa con sopra un simbolico foglio di via da consegnare a Salvini. Per le strade di Napoli c’erano studenti, migranti e attivisti che tra bandiere, fumogeni e striscioni intonavano cori contro le politiche “razziste e xenofobe” del leader della Lega Nord. Presenti anche i consiglieri comunali di maggioranza Pietro Rinaldi ed Eleonora De Majo, l’assessore ai giovani con delega alla Polizia municipale del Comune di Napoli Alessandra Clemente e il presidente della III Municipalità Ivo Poggiani.
Nonostante il via libera al convegno, però, la polemica politica è proseguita. Pur sapendo che il sindaco non era alla manifestazione contro di lui, Salvini ha continuato ad attaccare De Magistris, che nei giorni scorsi aveva dichiarato di “non volere chi sparge odio”. “É scandaloso – ha detto il leader della Lega al suo arrivo al Palacongressi – che un ex magistrato sfortunatamente sindaco, spero ancora per poco, si permetta di decidere chi può e chi non può venire a Napoli”. E “quello che ha dichiarato in questi giorni – continua – verrà portato in qualche tribunale dove, magari, qualche magistrato più equilibrato di lui deciderà se può insultare o no”.
  
Presenti alla Mostra d’Oltremare anche sostenitori leghisti da CalabriaPuglia e Basilicata. Muniti di pass nominativi, per evitare infiltrazioni dei centri sociali, in tanti hanno spiegato perché sostengono la Lega che, in passato, al Sud ha rivolto non poche critiche. “Stiamo qui e siamo contenti di esserci perché crediamo in Salvini – ha detto Domenico Furgiuele, coordinatore regionale di Noi con Salvini in Calabria – Renzi, gli altri, hanno tradito il Sud, ecco perché noi vediamo in Salvini la vera alternativa. Lui ha capito che senza il Sud l’Italia non può ripartire e noi siamo con lui”. E, a chi gli chiede delle protesta che i napoletani hanno riservato a Salvini, i leghisti del Sud rispondono: “Siamo convinti che non tutti i napoletani la pensano così. Chi protesta è ancora legato alle vecchie logiche, quelle dei centri sociali e dello sfacelo“.
(ha collaborato Giovanna Trinchella)
 
di F. Q. | 11 marzo 2017

 

La stretta di Trump sull’immigrazione? Chiedete a Obama

Usaimm 2I sette paesi elencati nell’ordine esecutivo del presidente sono esattamente quelli usciti da una selezione fatta in due tempi dall’amministrazione precedente

Espulsioni immigrati USA

Il muro di Trump? Ask Obama. In preda alle convulsioni, i leoni e le pantere da tastiera ieri chiedevano con un tono da caccia alle streghe: come mai Trump ha scelto quei sette paesi?  Come mai eh? Perché non c’è l’Arabia Saudita? E chi ha deciso quella lista? Nel frastuono degli scolapasta che crollavano miseramente dalla testa degli intelligenti a prescindere, s’è levata una risposta: “Ask Obama”.

I sette paesi elencati nell’ordine esecutivo del presidente Trump sono esattamente quelli usciti da una selezione fatta in due tempi dall’amministrazione Obama durante l’attuazione del Terrorist Travel Prevention Act nel 2015 e nel 2016. So, boys, ask Obama.

Ma i fatti sono del tutto irrilevanti in questa storia, l’isteria liberal domina la scena, i giornali fanno la ola, le televisioni ci inzuppano il biscotto e via così in uno show dove i fatti sono del tutto secondari. Fu lo stesso Obama nel 2011 a fermare gli ingressi di rifugiati dall’Iraq in attesa di una revisione delle misure di sicurezza. Dettagli. E d’altronde il numero di rifugiati siriani accolto dall’amministrazione Obama dice tutto sulla lungimiranza con cui fu affrontato il problema dalla Casa Bianca. Ecco l’accoglienza riservata ai siriani dal 2011 al 2016 da parte del governo guidato dal premio nobel per la pace:

Obama dal 2011 al 2015 ha accolto in totale 1.883 profughi siriani, una stratosferica media di 305 all’anno.

Nel 2016, dopo aver fallito la guerra in Siria e spostato la proxy war clintoniana in archivio, preso dai sensi di colpa, dopo 5 anni di guerra, 400 mila morti, 4 milioni di rifugiati, Obama alza il tetto per i siriani alla stellare cifra di 13 mila unità, il totale fa circa 15 mila.

Di fronte a un impegno umanitario di così grande portata, con quel retroterra, i democratici oggi fanno piangere la statua della libertà per le decisioni dell’amministrazione Trump. Il premio faccia di bronzo è vinto a tavolino. I numeri, i fatti, le cifre, la realtà sono un incidente di percorso sulla via dello storytelling e dello spin sulle masse prive di neuroni.

E’ la solita storia, quella della mostrificazione dell’avversario: durante la campagna presidenziale, quando Trump disse di voler espellere 3 milioni di clandestini dagli Stati Uniti, si sollevò la voce vibrante d’indignazione del Coro del Progresso per dire che no, non si doveva fare, e The Donald era un pericolo per l’umanità.

Anche in quel caso nessuno si prese cura di dare un’occhiata alle espulsioni dell’era Obama. Le pubblicammo su List, rieccole, la fonte è la Homeland Security:

Calcolatrice: 359,795+391,438+381,962+386,423+417,268+435,498+414,481 = 2.786.865

Obama ha espulso quasi tre milioni di clandestini e manca ancora il conteggio del biennio 2015-2016 che farà schizzare il dato ben oltre le dichiarazioni roboanti dell’allora candidato repubblicano. Il programma sull’immigrazione di Trump era (è) inadeguato rispetto agli standard democratici.

Trump dovrebbe mandare a casa il suo capo della comunicazione e una serie di funzionari che non hanno dato istruzioni chiare per attuare il suo provvedimento sull’immigrazione. Il suo sbarramento di ordini esecutivi è legale, coerente con il suo programma elettorale, ma l’esecuzione mostra i limiti dettati dalla fretta di plasmare da subito la sua amministrazione nei primi cento giorni di governo. Rallentare

Giornali italiani. Il coro replica l’esibizione sui quotidiani. Un mondo a una dimensione, o quasi. Il primo caffè della giornata va giù con la lettura del Corriere della Sera: “Rivolta contro il bando di Trump”.

Repubblica sbriga la pratica così: “Trump solo contro tutti”. La Stampa non ci casca, punta saggiamente l’apertura sulle primarie dei socialisti in Francia (ha vinto la sinistra radicale, ragazzi), ma il titolo è sempre quello: “Immigrazione, rivolta contro Trump”.

Il caffè ar vetro e Il Messaggero non portano nulla di nuovo: “Migranti, un muro anti-Trump”. Il Giornale esce dal coro, ma sempre di mattoni si parla: “Muro buonista contro Trump”. Il Mattino fa lo stesso titolo del Messaggero: “Immigrati, rivolta anti-Trump”. Il Gazzettino imita il Mattino: “Stop ai migranti, rivolta anti-Trump”. Il Secolo XIX fa un titolo da assemblea sindacale: “Immigrati, mobilitazione contro Trump”. Carlino-Nazione-Giorno entrano nella fase generale Custer a Little Big Horn: “Rifugiati, Trump assediato”. Hanno impaginato e titolato il cuore grande dell’uomo europeo, quello che oggi protesta contro Trump e ieri ha staccato un assegno da tre miliardi di euro in favore di quel sincero democratico di Erdogan per fare il lavoro sporco alla frontiera con la Siria. Dettagli.

 di Mario Sechi – 31/01/2017 – Fonte: Il Foglio

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58222

I legami tra l’anti-Trump George Soros e la Marcia delle donne

soros clintonSoros ha finanziato personalmente o ha legami finanziari con almeno 56 partner della Marcia delle Donne, alcuni dei quali sono nomi di peso
Non deve essere facile vestire i panni del miliardario George Soros, strenuo oppositore del presidente americano Donald Trump sin dal momento in cui quest’ultimo sembrava solo uno scherzo della democrazia americana.
Il filantropo americano in questi giorni ha dovuto assistere impotente (o quasi) al giuramento che ha portato il suo acerrimo nemico alla Casa Bianca.
Fedelissimo sostenitore della candidata democratica sconfitta Hillary Clinton, Soros ha perso quasi un miliardo di dollari come risultato del rally dei mercati che c’è stato dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane dello scorso 8 novembre, ma pur navigando ancora nell’oro, a 87 anni suonati, non ha raggiunto quella saggezza tale da consentirgli di accettare un risultato elettorale democratico e voltare pagina.
Prima ci sono stati gli attacchi dal forum di Davos, dove ha definito Donald Trump un “possibile dittatore”, ora si scopre un legame, anzi molti legami, con la Marcia delle Donne, considerata un vero e proprio attacco frontale al neopresidente.
A lanciare la bomba è il New York Times che in un lungo articolo, dopo una ricerca per la quale l’autore chiede anche un crowdfunding, ha scoperto come George Soros abbia molti legami con le organizzazioni definite sponsor o partner di una manifestazione che negli intenti si dichiarava apartitica e senza bandiere.
Soros ha finanziato personalmente o ha legami finanziari con almeno 56 partner della Marcia delle Donne, alcuni dei quali sono nomi di peso, come Planned Parenthood, che si oppone alla politica antiabortista di Trump e la National Resource Defense Council, che si oppone alle poliche ambientali del neopresidente.
Gli altri legami con le organizzazioni dietro la manifestazione a difesa dei diritti delle donne includono MoveOn.org (che è stata chiaramente a favore della Clinton durante la campagna elettorale), il National Action Network (il cui ultimo direttore esecutivo era stato lodato da Valerie Jarrett, consigliere di Obama, come “leader del domani”).
Altre associazioni “partner” della manifestazione e messe a libro paga da Soros sono l’American Civil Liberties Union, il Center for Constitutional Rights, Amnesty International e Human Rights Watch.
Poi ci sono anche i legami con le organizzazioni musulmane, come il Council on American-Islamic Relations e la Southern Poverty Law Center (SPLC), e quelli con le organizzazioni a tutela dei diritti degli afroamericani: almeno 33 delle 100 “donne di colore” che per prime hanno protestato dopo l’elezione di Trump, lavoravano in organizzazioni che hanno ricevuto finanziamenti da Sors.
Michele Ardengo – Lun, 23/01/2017

La Sinistra Mondialista non si rassegna alla nomina di Trump e organizza disordini e proteste

No-Trump-NYProteste contro Trump
Il discorso di investitura di Trump non è piaciuto ai commentatori e pseudo intellettuali dei grandi media, rimasti orfani di Obama e della Clinton.
Lo hanno giudicato grezzo, demagocico e troppo schierato a favore di un nuovo “protezionismo” americano. Personaggi che sono ogni sera in TV come Beppe Severgnini, hanno indicato come il linguaggio di Trump sia troppo povero, troppo semplicistico, non conforme a quello utilizzato dai globalisti che sono molto più forbiti e aristocratici nei loro discorsi.
In particolare quell’appellarsi al popolo di Trump non gli viene perdonato, si sa che il popolo non apprezza i  grandi temi che l’elite di potere sospinge come fondamentali: il mercato aperto, la globalizzazione, i diritti dei gay, l’immigrazione libera, ecc
Trump parla di ridare il potere al popolo e questo è un concetto totalmente estraneo alla sinistra mondialista.
D’altra parte lo aveva sostenuto scopertamente anche il vecchio Scalfari, uno dei grandi patron del globalismo: L’Oligarchia «è il governo dei pochi ma è la sola forma d’un governo democratico».
Non poteva mancare un intervento di George Soros, il grande magnate, longa manus della elite di potere, il quale, presente a Davos (il convegno dei potenti) ha dichiarato di considerare Trump come “un impostore, un truffatore ed un potenziale dittatore che farà tremare i mercati finanziari”.
Soros, che è stato uno dei grandi sponsor della campagna presidenziale della Clinton, ha manifestato fiducia che il Congresso e la Costituzione mettano un freno a Trump.
Nel frattempo Soros non si stanca di finanziare ed alimentare le manifestazioni di protesta violenta contro Trump nell’ambito di una campagna diretta a sfiduciare e screditare il nuovo presidente eletto, campagna a cui contribuiscono i grandi media che sponsorizzavano la Clinton, dalla CNN, al New York Times e Washingon Post. In Italia il Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa e la RAI della Botteri e soci.
Il problema è che la sinistra, quella che ha sempre predicato globalizzazione, mercati aperti e immigrazione senza freni, si trova oggi spiazzata non solo dal cambio di passo dei due principali paesi da cui l’ideologia globalista è partita, gli USA e la Gran Bretagna, ma anche dalla massiccia crescita dei movimenti nazionalisti ed indentitari in tutta Europa, dalla Francia dove la Le Pen è la favorita nelle prossime elezioni, all’Austria, alla Germania ed alla stessa Italia dove la classe politica di governo, aggrappata al posti di potere, cerca di ritardare le elezioni per blindarsi le poltrone.
L’oligarchia tecnocratica della UE è ormai del tutto screditata e sono in molti a ritenere che questo organismo abbia ormai i giorni contati, visto che ha perso anche l’appoggio del potente alleato nordamericano e si trova oggi in un vicolo cieco.
Significativo che gli oligarchi della Unione Europea, orfani di Obama e della Clinton, nelle scorse ore, riuniti a Davos – sentendosi tanto soli – si sono fatti confortare dal premier cinese Xi Jinpin ( che ha difeso la globalizzazione, ovvio) ed hanno applaudito Georges Soros e le sue invettive contro Trump.
Il cambio di passo degli USA, con la presidenza Trump, rende fragile la posizione dei paesi come la Germania che si sono passivamente accodati al tutte le iniziative e provocazioni di Obama contro al Russia, dalle sanzioni alla concentrazione di truppe e mezzi alle frontiere russe, tanto che uno scongelamento dei rapporti fra gli USA e la Russia lascerebbe l’Europa della Merkel, di Hollande e di Gentiloni, con “il cerino in mano”.
Sconfessati dal loro alleato, contestati dalle opinioni pubbliche nazionali, screditati per la loro acquiscenza a tutte le peggiori operazioni belliche fatte dall’Amministrazione Obama, i premier europei dovrebbero ritirarsi e magari anche andare sotto processo per i guasti che hanno contribuito a creare: destabilizzazione di paesi come Libia, Siria ed Iraq, ondata epocale di profughi, conflitto in Ucraina e nuova guerra fredda con la Russia.
Agli apologeti della globalizzazione e dei mercati aperti, rimane la speranza, grazie al loro controllo dei grandi media, di sollevare l’opinione pubblica contro i “populisti” e riuscire a rimanere a galla di fronte al Tsunami da cui saranno presto investiti.
Soprattutto loro sanno che i possenti interessi delle grandi corporations e dei potentati finanziari (Wall Street) remeranno contro ogni possibile cambiamento e di conseguenza ci si potrà aspettare di tutto, anche fatti nuovi e drammatici per influenzare gli eventi.
Non si preparano giorni tranquilli, le oligarchie non molleranno la loro presa così facilmente e predispongono le loro contromosse.
Gen 21, 2017 – di Luciano Lago

Razzisti contro Trump

Già! Razzisti, ipocriti e menzogneri. Stampa fasulla e piazze pagate da chi ha preparato, con molto tempo a disposizione, un qualche migliaio di ridicoli cappellini rosa sciocco come le zucche in essi contenute. Crape vuote come un cesso abbandonato in discarica, che possono contare, però, nei tromboncini di certi giornalucci, cartacei e virtuali, che se la cantano e se la suonano fra di loro. Tutti contro il neoPresidente. Sono curioso di vedere quanti saranno a mantenere fede ai giuramenti di queste ore e a non correre a leccare il culo a Trump nei prossimi mesi.
Bergoglio compreso, ridicolo nelle sue esternazioni politiche delle ultime ore. Menzione d’onore, poi, per la nostra televisione di Stato, che utilizza per il suo tg ufficiale immagini di una manifestazione sportiva di un ventennio fa per “condire” un servizietto sulle donne che manifestano contro il 45° Presidente degli USA. Menzogna su menzogna. A imperitura vergogna del giornalista che l’ha confezionato e del direttore che l’ha autorizzato!!!
(Che mi tocca fare! Io, che non amo l’America, sono costretto a difenderne il Presidente. …  Fortunatamente, una delle cose migliori che le siano capitate negli ultimi mesi!)
E le “contestatrici”, dico loro, chi sono???donne anti trump
Mi rifiuto di credere che rappresentino anche solo lo 0,0000000001% del popolo femminile americano.
Si vede lontano un miglio che si tratti di quattro poveracce, stile punkabbestia, che avrebbero sfilato anche contro l’altezza della Statua della Libertà, contro la dentiera del Papa o la mutanda lenta di madonna… Disadattate prezzolate e galvanizzate, magari, da qualche regalino di polverine magiche.
Trump fa bene a fottersene. Come e quanto ce ne fottiamo noi, che lo aspettavamo!donne anti trump 2
(uno dei tanti post sui social)
L’America e il Mondo avevano bisogno di un controbilanciamento americano alla perfezione politica di Putin. Una sorta di nuovo asse Reagan Gorbaciov (quella bella accoppiata dei tempi d’oro del riavvicinamento e della pace), ma in tempo di guerra vera. Con la massomafia che la fa da grande, dopo la sciagura dell’ottennio del presidente di colore con signora finta ortolana al seguito. Smargiassa e gradassa sui mercati, la massoneria si è ingigantita con la nascita e il battesimo del terrorismo islamico, con le guerre sui territori del medio oriente e del nordafrica, con la destabilizzazione sociomorale dell’europa. Tutte partorite dalle menti malate di un establishment creato ad hoc nelle stanze del potere colorato di nero e biondo.
Però… Però! Obama e Clinton hanno perso. E, con loro, tutti quei potentati che ci hanno portati alla fame, all’umiliazione, alla schiavitù.
Talmente schiavi, che oggi ci impongono di andare a marciare e urlare contro Donald. Fortunatamente, a parte qualche demente e disadattato, qualche starletta invecchiata nel mito del pisello, qualche attore inguaiato con la salute e dedito, ormai, più alla pillola blu che all’amato alcool, qualche giornalista che venderebbe sua madre tumulata pur di apparire, tutti noi siamo lucidi e non ci caschiamo, nella rete delle provocazioni.
Restiamo rispettosi in attesa. Osserviamo. Per giudicare.
Cosa che consigliamo anche al frettoloso papampero, panzer senza pilota e che sta allontanando migliaia di veri Cristiani dalla sua chiesa razzista vera, ma non dalla Chiesa. #nonciriuscirà
Fra me e me.
23  gen 17

La dichiarazione di guerra di Trump

trump_matadorDal suo blog, riportiamo il commento del famoso analista Paul Craig Roberts al discorso di insediamento di Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti: Trump ha chiaramente individuato il nemico interno, ma le sue aperture non impediranno che la lista dei suoi oppositori si allunghi – dal complesso militare e della sicurezza capeggiato dalla CIA, a Wall Street e alla Fed, alle multinazionali, ai politici statunitensi ed europei legati all’establishment euro-atlantico della NATO, ai leader dei gruppi per i diritti delle minoranze nere, ispaniche, omosessuali e transgender. Craig Roberts non esclude nemmeno che Trump possa essere il bersaglio di un assassinio.
Il breve discorso inaugurale del presidente Trump è stato una dichiarazione di guerra contro tutto l’establishment americano al potere. Tutto.
Trump ha reso abbondantemente chiaro che i nemici degli americani sono proprio qui in casa: globalisti, economisti neoliberisti, neoconservatori e altri unilateralisti abituati ad imporre gli Stati Uniti nel mondo, che ci coinvolgono in costose guerre senza fine, e politici che servono l’establishment al potere piuttosto che gli americani; a dirla tutta, l’intera cupola di interessi privati che ha portato l’America allo sfinimento mentre gli interessati si arricchivano.
Se si può dire la verità, il Presidente Trump ha dichiarato guerra a se stesso, una guerra per lui molto più pericolosa che se avesse dichiarato guerra alla Russia o alla Cina.
I gruppi di interesse designati da Trump come “Il Nemico” sono ben radicati e abituati a stare al potere. Le loro potenti reti di relazioni sono ancora al loro posto. Anche se ci sono maggioranze repubblicane sia alla Camera che al Senato, la maggior parte dei rappresentati del Congresso è tenuta a rispondere ai gruppi di interesse al potere che finanziano le loro campagne, e non al popolo americano e al Presidente. Il complesso militare/della sicurezza, le multinazionali che delocalizzano, Wall Street e le banche, non cederanno a Trump. Né lo faranno i media prezzolati, che sono di proprietà dei gruppi di interesse il cui potere viene sfidato da Trump.
Trump ha chiarito che sta dalla parte di ogni americano, nero, marrone e bianco. Pochi dubbi sul fatto che la sua dichiarazione di inclusività e apertura verrà ignorata dagli odiatori della sinistra, che continueranno a chiamarlo razzista, come già stanno facendo, mentre scrivo, i manifestanti pagati 50 dollari all’ora.
In effetti, la leadership nera, per esempio, è educata al ruolo della vittima, ruolo al quale le sarebbe difficile sfuggire. Come si fa a mettere insieme persone alle quali per tutta la vita è stato insegnato che i bianchi sono razzisti e che loro sono vittime dei razzisti?
Lo si può fare? Ho partecipato ad un breve programma su Press TV, nel quale avremmo dovuto commentare il discorso inaugurale di Trump. L’altro commentatore era un nero americano, da Washington, DC. Il carattere inclusivo del discorso di Trump non gli ha fatto nessuna impressione, e l’ospite della trasmissione era interessato solo a mostrare le proteste dei manifestanti al fine di screditare l’America. Così tante persone hanno un interesse economico a parlare in nome delle vittime e a dire che l’apertura di Trump toglie loro lavoro.
Quindi insieme ai globalisti, alla CIA, alle multinazionali che delocalizzano, alle industrie degli armamenti, all’establishment NATO in Europa, e ai politici stranieri abituati a essere pagati profumatamente per sostenere la politica estera interventista di Washington, si schiereranno contro Trump anche i leader dei gruppi vittimizzati, i neri, gli ispanici, le femministe, i clandestini, gli omosessuali e i transgender. Questa lunga lista ovviamente include anche i bianchi liberal, convinti che l’America da una costa all’altra sia abitata da bianchi razzisti , misogini, omofobi, e svitati amanti delle armi. Per quanto li riguarda, questo 84% della geografia degli Stati Uniti dovrebbe essere messo in quarantena o sepppellito.
In altre parole, rimane abbastanza buona volontà nella popolazione per consentire a un Presidente di riunire il 16% che odia l’America con l’84% che la ama?
Considerate le forze che Trump si trova contro:
I leader neri e ispanici hanno bisogno del vittimismo, perché è quello che conferisce loro reddito e potere. Guarderanno con sospetto all’apertura di Trump. La sua inclusività è un bene per i neri e gli ispanici, ma non per i loro leader.
I dirigenti e gli azionisti delle multinazionali sono arricchiti dalla delocalizzazione del lavoro che Trump dice che riporterà a casa. Se tornano i posti di lavoro, se ne andranno i loro profitti, i bonus e le plusvalenze. Ma tornerà la sicurezza economica della popolazione americana.
Il complesso militare/della sicurezza ha un bilancio annuale di 1.000 miliardi che dipende dalla “minaccia russa”, minaccia che Trump dice di voler sostituire con una normalizzazione dei rapporti.  L’assassinio di Trump non può essere escluso.
Molti europei devono il proprio prestigio, il proprio potere, e i propri redditi alla NATO, che Trump ha messo in discussione.
I profitti del settore finanziario derivano quasi interamente dalla schiavitù del debito cui sono sottoposti gli americani e dal saccheggio delle loro pensioni private e pubbliche. Il settore finanziario con il suo agente, la Federal Reserve, può distruggere Trump con una crisi finanziaria. La Federal Reserve di New York ha una sala operativa completa. Può mandare nel caos qualsiasi mercato. O sostenere qualsiasi mercato, perché non vi è alcun limite alla sua capacità di creare dollari.
L’intero edificio politico degli Stati Uniti si è completamente isolato dal volere, dai desideri e dalle esigenze del popolo. Ora Trump dice che i politici risponderanno al popolo. Questo, naturalmente, significherebbe un forte colpo alla continuità dei loro incarichi, al loro reddito e alla loro ricchezza.
C’è un gran numero di gruppi, finanziati da non-sappiamo-chi. Ad esempio, oggi RootsAction ha risposto al forte impegno di Trump di stare al fianco di tutto il popolo contro l’Establishment al Potere, con la richiesta al Congresso “di incaricare la Commissione Giustizia della Camera per un’iniziativa di impeachment” e di inviare denaro per l’impeachment di Trump.
Un altro gruppo di odio, human right first,  attacca la difesa di Trump dei nostri confini in quanto chiude “un rifugio di speranza per coloro che fuggono dalle persecuzioni“. Pensateci per un minuto.
Secondo le organizzazioni liberal-progressiste di sinistra e i gruppi di interesse razziali, gli Stati Uniti sono una società razzista e il presidente Trump è un razzista. Eppure, le persone soggette al razzismo americano fuggono dalle persecuzioni verso l’America, dove subiranno persecuzioni razziali? Non ha senso. I clandestini vengono qui per lavoro. Chiedete alle imprese di costruzione. Chiedete ai mattatoi. Chiedete ai servizi di pulizia nelle aree turistiche.
La lista di quelli a cui Trump ha dichiarato guerra è abbastanza lunga, anche se se ne potrebbero aggiungere degli altri.
Dovremmo chiederci perché un miliardario di 70 anni con imprese fiorenti, una bella moglie, e dei figli intelligenti, sia disposto a sottoporre i suoi ultimi anni alla straordinaria pressione di fare il Presidente con il difficile programma di riportare il governo nelle mani del popolo americano. Non c’è dubbio che Trump ha fatto di sé stesso un bersaglio. La CIA non ha intenzione di mollare il colpo e andare via. Perché una persona dovrebbe farsi carico dell’imponente ricostruzione dell’America che Trump ha dichiarato di voler fare, quando poteva invece trascorrere i suoi ultimi anni godendosela immensamente?
Qualunque sia la ragione, dovremmo essergli grati per questo, e se è sincero lo dobbiamo sostenere. Se viene assassinato, dobbiamo prendere le armi, radere al suolo Langley [sede centrale della CIA, ndt] e ucciderli tutti.
Se avrà successo, merita il titolo: Trump il Grande!
La Russia, la Cina, l’Iran, il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia, e qualsiasi altro paese sulla lista nera della CIA dovrebbe capire che l’ascesa di Trump non basta a proteggerlo. La CIA è una organizzazione a livello mondiale. I suoi redditizi affari forniscono delle entrate indipendenti dal bilancio degli Stati Uniti. L’organizzazione è in grado di intraprendere azioni indipendentemente dal Presidente o anche dal proprio Direttore.
La CIA ha avuto circa 70 anni per consolidarsi. Ed esiste ancora.
di Paul Craig Roberts – 22/01/2017 – Fonte: Voci dall’Estero

Trump: una minaccia alla società civile

Soros demo“i dirigenti delle Ong che, secondo il governo,” secondo il governo, certo, e chi organizza le proteste a 22 dollari l’ora a manifestante? Una lotta “sincera”, senza dubbio…
“Il governo ungherese ha avanzato una proposta per costringere i leader delle organizzazioni non governative a dichiarare i propri beni, così come sono già tenuti a fare i parlamentari e i pubblici ufficiali del Paese.” HANNO QUALCOSA DA NASCONDERE VISTO CHE PROTESTANO?

Il governo di estrema destra ungherese ha salutato come un successo l’inizio dell’era Trump che, per il primo ministro Orbán potrebbe rappresentare una solida sponda per smantellare la società civile del Paese
Conseguenze pesanti per le Ong che operano in Ungheria e che sono finanziate dalla filantropia internazionale. La neo-inaugurata era Trump si fa sentire anche in Europa, dove il primo ministro ungherese, Viktor Orbán ha affermato che la nuova amministrazione americana, rappresenta un nuovo inizio anche per l’Ungheria. Viktor Orbán è stato tra i pochi leader politici mondiali a supportare la candidatura del miliardario americano sin da subito.
Se infatti già da anni la società civile del Paese soffriva le conseguenze di una durissima repressione governativa, alcuni commenti del portavoce di Orbán, hanno annunciato ulteriori modifiche alla regolamentazione che disciplina le attività della società civile.
Nel mirino del governo di estrema destra, i dirigenti delle Ong che, secondo il governo, svolgono di fatto un’attività politica.
Il governo ungherese ha avanzato una proposta per costringere i leader delle organizzazioni non governative a dichiarare i propri beni, così come sono già tenuti a fare i parlamentari e i pubblici ufficiali del Paese. Una proposta che sarà presentata al parlamento in aprile e che è stata accolta dal mondo del non-profit come un nuovo tentativo di limitare ulteriormente l’azione della società civile nel Paese.
Diversi gruppi della società civile hanno espresso le proprie preoccupazioni in vista di un annunciato giro di vite per limitare le azioni della società civile. Tra le Ong più a rischio, quelle che si occupano di partecipazione civica e diritti umani e civili, continuano a resistere ad una campagna di diffamazione e repressione avviata dal governo già nel 2013, quando un giornale molto vicino alla maggioranza, aveva accusato il consorzio ungherese AI, responsabile della gestione e dell’erogazione dei fondi esteri per la promozione della partecipazione civica e della democrazia attiva, derivati dal Norway Fund e dalla Open Society Foundations (fondata dal miliardario e sostenitore del partito democratico americano, George Soros), di utilizzare i finanziamenti per fini politici (nello specifico l’accusa era di “sabotaggio” della maggioranza di governo e sostegno dell’opposizione).
“Come una conseguenza dell’elezione di Trump, Orbán pensa che uno dei due players internazionali – gli Stati Uniti e l’Unione Europea – interessati alla situazione delle Ong in Ungheria sia ora dalla sua parte, perché Trump è un oppositore di Soros,” ha dichiarato al Guardian Peter Kreko del Political Capital Institute thinktank, una delle 60 organizzazioni del Paese a ricevere finanziamenti dalla Open Society Foundations. “Orbán si aspetta che se quest’anno attaccherà le Ong finanziate da Soros, il governo americano e l’ambasciata ungherese a Budapest, non lo difenderanno nello stesso modo di prima.”
di Ottavia Spaggiari