Macron eletto dalle banche. Ecco chi lo ha finanziato

Dopo il comunicato stampa della commissione nazionale elettorale francese che ha vietato espressamente di pubblicare il contenuto dei Macronleaks, la mole di file e documenti contenuta nelle email dello staff di Emmanuel Macron, la possibilità di vedere il contenuto di quei file sembrava definitivamente preclusa.
Quello che più ha stupito in questa vicenda, è l’espresso rifiuto dei media di pubblicare dei documenti che l’opinione pubblica francese e internazionale aveva il diritto di conoscere prima del voto, e non dopo. Le Monde ha rilasciato un comunicato stampa nel quale afferma espressamente di non aver voluto rivelare il contenuto dei file, per i timori di «influenzare il ballottaggio». Ma non è forse questo il compito dei mezzi di comunicazione, ovvero quello di portare a conoscenza l’opinione pubblica di fatti o informazioni rilevanti politicamente su un candidato alle elezioni presidenziali francesi? In questo modo, la stampa e i media mainstream dichiarano espressamente di mettere al primo posto gli interessi di Macron, e non quelli del pubblico francese. Libero ha recuperato parte di quei file, superiori a 9gb di memoria, e ha deciso di condividerli pubblicamente.
 
SOLDI DA BANCA BRED1-a3bp4gg6rs6fajhoxblxnq
Uno dei documenti che spicca particolarmente tra quelli recuperati, è il prestito di 8 milioni di euro contratto dall’AFCPEM, l’associazione del candidato di En Marche! per il finanziamento della sua campagna elettorale, incaricata per la raccolta dei fondi elettorali. In questa circostanza l’AFCPEM ha chiesto alla Banca Bred Populaire un prestito di 8 milioni di euro nel marzo di quest’anno. Il comitato elettorale di Macron ha sottoscritto un prestito con la banca in questione da restituire entro il marzo del 2019, come previsto dall’art.5 del contratto. La banca si è impegnata a versare i fondi messi a disposizione sul conto intestato dall’AFCPEM presso la banca francese del Credit Agricole.
Il contratto di prestito di Macron con la banca Bred
 
Tra le pieghe del contratto spunta all’art.16 un’interessante clausola che fa riferimento al codice civile francese, in particolare all’art. 1415, con il quale si esclude il consorte della persona che contrae il prestito dal partecipare con i propri fondi o beni alla restituzione del debito. Con questa clausola – accettata dalla banca – Macron ha di fatto esonerato sua moglie Brigitte dall’essere chiamata in causa con il suo patrimonio personale qualora dovessero sorgere complicazioni nel pagare il prestito da 8 milioni di euro.
Macron dunque non ha incontrato difficoltà di nessun tipo ad ottenere finanziamenti da parte della banche francesi, mentre lo stesso non può dirsi per la sua rivale, Marine Le Pen, costretta a ricorrere al finanziamento di banche straniere perché nessuna banca francese è stata disposta a finanziare la sua campagna.
Non sono mancate in questo senso le polemiche contro la leader del Front National, accusata di prendere fondi dalla Russia. Ma a differenza di Le Pen, Macron non ha rivelato queste informazioni. La banca Bred Populaire, tra l’altro, era già finita nel 2012 sotto il mirino della autorità investigative francesi per aver violato le norme anti-riciclaggio ed era stata condannata per questo a versare 200.000 euro dalla Banque de France.
ASSE CON ROTHSCHILD
Uno dei gruppi che più ha dimostrato supporto e sostegno nei confronti di Emmanuel Macron è il Boston Consulting Group. 1-4a9jgzup69horh00f1wpeqA dare conto della provata amicizia tra il BCG e il partito di Macron, En Marche, è Christian Dargnat – presidente dell’AFCPEM e già amministratore delegato di BNP Paribas – che in una email si rivolge a Guillaume Charlin, direttore della sede del BCG a Parigi, per invitarlo ad un party il 13 giugno del 2016.
 
L’email di Dargnat a Guillaume Charlin
 
Nell’email Dargnat si rivolge a Charlin e al BCG come i «maggiori sostenitori» di En Marche! e desidera metterlo al corrente «dell’evoluzione del movimento e per scambiare pareri sulle prospettive delle sue azioni». Charlin fa sapere a Dargnat che non potrà partecipare all’incontro per la sua assenza da Parigi in quei giorni. Il BCG si interessa alle attività di Macron frequentemente e in qualche occasione si rivolge ad altre parti per arrivare direttamente al presidente di En Marche. È quello che accade in una email quando Guillaume de Montchalin, responsabile della sezione marketing del BCG, scrive a Stephane Charbit, direttore della banca Rothschild a Parigi, per chiedergli di «essere messo in contatto con la persona per organizzare un incontro». La presenza dei gruppo Rothschild durante la campagna elettorale di Macron è costante, e in altre email i responsabili della sua campagna elettorale fanno riferimento a diversi collaboratori del colosso bancario che hanno partecipato ai meeting di En Marche! Le rivelazioni sui Macronleaks sono appena iniziate, nei prossimi giorni arriveranno nuovi file.
di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti – 08/05/2017
Fonte: Paolo Becchi

Il trucco per cui i francesi voteranno di nuovo un socialista. Dei Rotschild

macron guevaraSembrava impossibile, dopo l’esperienza tristissima di Hollande, ormai al 4% dei sondaggi tanto che non s’è  ripresentato, e la gauche spaccata fra quattro  candidati. Era uscito il libro “Gli ultimi 100 giorni del Partito Socialista”; dove l’umorista Bruno Gaccio riferiva che la morte imminente era dovuta alle malattie che lo rodevano da 35 anni: Liberoencefalite degenerativa, Bordelloplastia, Debussolite Retrattile, Sindrome di Valls-sette, Sordità profonda, Cecità totale”. La sepoltura era prossima.
 
Il ritorno al potere del centro-destra sembrava ormai certo. Il vincitore a mani basse era dato Francois Fillon: scelto alle primarie, centro-destra, abbastanza a destra per raccattare al ballottaggio i voti di Marine Le Pen, pro-Ue è vero, ma anche filo-Putin. I sondaggi lo favorivano.
 
Poi, il trappolone. Le Canard Enchainé (“da lustri strofinaccio della Cia”, per Nicolas Bonnal) tira fuori lo scandalo:  Fillon ha pagato alla moglie Penelope uno stipendio come assistente parlamentare (500 mila euro lordi  in 8 anni), e  la signora ha preso 5 mila euro mensili alla Révue des Deux Mondes, a cui ha collaborato dal 2012 al 2013. I 500 mila in 8 anni fanno colpo; ma sono, in realtà, la dotazione che Fillon ha ricevuto come parlamentare per le spese connesse, poteva non impiegare un assistente e tenerseli tutti per sé senza commettere alcun reato. Altra cosa è  l’impiego ben pagato della signora alla Révue. I media cominciano a dire che prendeva 5 mila euro mensili, per la redazione “di due o tre note di lettura”.
Il giorno stesso della rivelazione del Canard, la magistratura “apre un fascicolo”. E il giorno dopo, fulminea, già manda con fanfare e sirene spiegate la polizia a fare una perquisizione alla Révue des Deux Mondes, per sospetto di “impiego fittizio”. La strana fulminea rapidità della magistratura, la grancassa mediatica assordante, hanno avuto l’effetto: Fillon è crollato nei sondaggi, lui ha chiesto scusa e si presenta comunque, ma non sarà lui a sfidare Marine per vincerla al secondo turno.
Perché nessuno si illuda, la Le Pen non andrà mai all’Eliseo. Anche  se oggi è al primo posto nelle preferenze degli elettori (26%, tutti gli altri candidati la seguono a distanza) al secondo turno tutto l’elettorato “antifacho” concentra i voti sull’avversario di Marine, chiunque sia. E’ così ed è sempre stato così.
Il punto è che a sfidare la Le Pen non sarà un esponente del centro-destra, Fillon. E chi sarà dunque? Uno della “sinistra”, diciamo così: Emmanuel Macron. Uno che oggi ha fondato il suo movimento  (“En  Marche”, come le sue iniziali) ma che è stato ministro di Valls e di Hollande fino all’agosto scorso, quando si è staccato dai PS per fingersi indipendente. Un PS  che s’è messo una nuova maschera appena in tempo.
Immediatamente esaltato e promosso dai media come colui che incarna “il rinnovamento e la modernità”, ultra-europeista, liberista (come Hollande), “Superare destra e sinistra, la folla lancia l’anti-Le Pen al grido Europa! Europa!”,  ha scritto il Fatto Quotidiano.
Insomma si è capito: stessa zuppa di prima. E’ bastato che Marine Le Pen presentasse il suo programma politico perché le Borse europee crollassero, i “mercati” si terrorizzassero, e lo spread dei titoli nostri, ma anche francesi, si allargasse: ed è tutta una manfrina, perché non esiste nessuna possibilità che la signora entri all’Eliseo per attuare quel programma. Fa’ parte della messinscena del drammone “Il Fascismo alle Porte”, la recita della paura che  susciterà nell’elettorato il riflesso pavloviano di andare a votare chiunque per fermare il Front National. Già adesso, i sondaggi dicono che al ballottaggio Macron prenderà il 65 % contro Marine al 35.
Vediamo dunque che tipo di socialista è Macron, che la Francia si terrà all’Eliseo per un mandato o due. Anzitutto: è un banchiere d’affari della Rotschild. C’è entrato  nel 2008  come analista – per i buoni uffici di Jacques Attali (j) ministro di Mitterrand e maitre à penser, ed è salito in carriera fino a diventare “partner”, socio di David de Rotschild, che è un intimo di Sarkozy (j) e di Alain Minc (j).
E’ un ragazzo svelto a imparare. Si occupa di fusioni ed acquisizioni: sostanzialmente vende aziende francesi a multinazionali, americane o no. Nel 2012, affianca e consiglia la Nestlé nell’accaparramento del settore “latti per l’infanzia” della Pfizer, soffiando il lucroso settore alla Danone che lo voleva. E’ un affare valutato a 9 miliardi di euro.
Le  commissioni lucrate allora dal giovanotto sono tali che, si dice,Macron è al riparo dal bisogni fino alla fine dei suoi giorni”. Un super-milionario. In quell’attività, ovviamente si è fatto una quantità di complicità e amicizie nel salotti buoni che contano, conosce tutti i segreti, i misteri, i progetti  nel mondo dei veri grandi ricchi; tanto più che spesso nelle fusioni ha operato come “consulente acquirente”, mettendoci il suo capitale insieme a quello del cliente.
La Banca Rotschild presta volentieri i suoi giovani più brillanti al governo, ministri, segretari generali dell’Eliseo, aggiunti, capi di gabinetto…”Ad ogni cambiamento di governo – ha scritto il Nouvel Osbservateur – Rotschild riesce a piazzare qualche collaboratore fra gli incartamenti del potere. Chiama ciò “mettersi al servizio”. Macron perpetua la tradizione”,  divenendo ministro dell’Economia dell’Industria e del Digitale  dal 2014. Nell’agosto scorso, come detto, si dimette per fondare il suo movimento: forte il sospetto che sia stata una dimissione concordata nel quadro del vasto progetto  – in cui è entrato anche il trappolone per Fillon – per mantenere il potere agli stessi circoli.  Siamo, molto al disopra della Gauche-Caviar. Molto prossimi alla Squadra e al Compasso, ma sopra ancora. Siamo, se così si può dire, alla Gauche-Rotschild.
Quindi la liberazione della Francia è ancora una volta rimandata. Macron è un superliberista e promotore del mercato unico mondiale.
Articoli dedicati a Macron in confronto a quelli dedicati ai tre candidati della sinistra (Jean-Luc Mélenchon, Arnaud Montebourg e Benoît Hamon) messi insieme.
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I media mainstream, che a volte sono profeti,  hanno subito capito di quante virtù è pieno il candidato, e l’hanno elevato a forza di servizi speciali, sempre più in alto nei sondaggi: l’ottobre 2014, solo l’11 per cento degli interpellati desiderava che Macron avesse un ruolo più importante nella politica; il 6% degli operai, il 4% degli artigiani. Oggi i sondaggi lo dicono la personalità politica preferita dai francesi.
 
A  meno che…
Il  6 febbraio, Sputnik e Russia Today hanno cominciato a dire che Julian Assange ha trovato dei particolari compromettenti su Macron. Cose che avrebbero a che fare con i circoli intimi della Clinton, e il capo della campagna di Hillary John Podesta, se capite cosa intendo:
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Il deputato Nicolas Dhuicq (Les Républicains) ha  cominciato a spifferare quello che sembra un segreto di Pulcinella: “Macron è il coccolino dei media francesi, che sono proprietà di certe persone, come sappiamo tutti”. No, quali persone? Non sappiamo, noi. “Fra gli uomini che lo sostengono, si trova il celebre uomo d’affari Pierre Bergé, compagno di lunga data di Yves Saint-Laurent, apertamente omosessuale e promotore delle nozze omosessuali. C’è una ricchissima lobby gay dietro di lui. Non dico altro”.
 
Chissà. Magari i siluri degli hacker russi che hanno affondato Hillary, sono già caricati per colare a picco Macron.

“Macron non è né un outsider né uno sfidante dello staus quo: è solo una pedina dell’establishment per bloccare la Le Pen”

Il candidato «centrista» Emmanuel Macron non era neanche stato proclamato vincitore del fillonmacronlepenprimo turno delle elezioni presidenziali francesi che l’establishment politico si è precipitato a serrare i ranghi contro la rivale Marine Le Pen del Fronte Nazionale, scrive Finian Cunningham sul giornale online della Strategic Culture Foundation, Macron ha vinto il primo turno con il 23,8 per cento dei voti. La Le Pen è arrivata seconda con il 21,5 per cento. I due si affronteranno nel secondo turno, che si terrà il 7 maggio.
 
Il leader del FN ha il diritto di chiamare il suo risultato elettorale un risultato «storico». E’ stato il miglior risultato per il partito nazionalista alle elezioni presidenziali francesi dalla sua fondazione nel 1972. Ma mentre i suoi sostenitori stavano celebrando una vittoria storica, l’establishment francese stava serrando le fila per assicurarsi che la le Le Pen non acceda mai alla sede del potere.
 
Le Pen, che ha preso la leadership del partito nel 2011 da suo padre Jean-Marie, ha portato il FN ad essere la principale forza politica francese e a concorrere per vincere la presidenza della Repubblica francese. Ma è improbabile che Marine Le Pen diventi Madame Presidente – almeno nel 2017. Il suo rivale Macron ha già ricevuto il sostegno dei due ex partiti principali, i repubblicani e i socialisti in carica. Entrambi i partiti hanno subìto dolorose sconfitte nel fine settimana, la prima volta in 60 anni che nessuno di loro avrà un candidato al secondo turno.
Il candidato repubblicano Francois Fillon, che ha ottenuto il 19,9 per cento dei voti, ha dato subito il suo appoggio a Macron, dicendo ai suoi sostenitori che la Le Pen sarebbe un «disastro» per il paese.
Il concorrente socialista, Benoit Hamon, la cui prestazione elettorale si è fermata al 6,5 per cento dei voti, è stato ancora più forte nel sostenere Macron. Nel suo discorso di sconfitta, Hamon ha invitato i suoi sostenitori a sostenere Macron perché la Le Pen era «un nemico dello Stato».
Jean-Luc Melénchon è arrivato al quarto posto con un  rispettoso del 19,6 per cento, subito dietro Fillon. Considerando che Melénchon ha fatto campagna su un manifesto socialista e che il suo partito è stato appena costituito, è stato un risultato lodevole per il cadidato di estrema sinistra. Egli può affermare di aver assicurato il mantello della «vera e propria sinistra» in Francia, e andare avanti con una base forte su cui costruire un nuovo partito socialista. Per questo motivo, Mélenchon ha rifiutato di appoggiare sia Macron che la Le Pen per il secondo turno. A suo merito, non sta vendendo i suoi principi politici.
 
L’elezione del capo dello stato francese potrebbe trasformarsi in una ripetizione dell’elezione presidenziale del 2002, quando il padre di Marine, Jean-Marie, ha causato uno shock politico quando è approdato al secondo turno . All’epoca, come ora, l’establishment si è unito per sostenere Jacques Chirac, dell’Ump di centro-destra (precursore dei Repubblicani attuali). Nel 2002, Jean-Marie Le Pen è stato sconfitto, ottenendo solo il 18 per cento dei voti, contro l’80 per cento di Chirac.
Come allora, è in corso la stessa manovra  contro Marine Le Pen. Macron consoliderà gli elettori dei repubblicani di Fillon e i socialisti di Hamon, e sarà proiettato a vincere con il 60 per cento contro Marine Le Pen.
In termini di voti, FN di Le Pen si è evoluto diventando una indubbia forza politica centrale nella politica francese. Durante il fine settimana, ha guadagnato circa 7,6 milioni, meno di un milione dietro Macron, e ben prima degli altri contendenti. La performance del suo partito ha superato quello del suo miglior risultato nelle elezioni comunali del 2015 quando il FN ha ottenuto 6,6 milioni di voti.
 
Tuttavia, il FN di Le Pen è ancora inquinato dalla sua associazione originale con il fascismo, il razzismo e l’antisemitismo. Le Pen afferma che l’etichettatura dei media mainstream del suo partito come di «estrema destra» è una calunnia. Preferisce chiamare il FN «nazionalista». In larga misura, l’avvocato di 48 anni è riuscita a «disintossicare» l’immagine del partito e lo ha posizionato come un movimento populista che si oppone al capitalismo globale e alla servilizzazione dell’Unione europea per la finanza aziendale.
 
Le Pen sta facendo campagna sulle politiche economiche di sinistra della “protezione sociale” e sul portare la Francia fuori dall’Unione europea, allo stesso modo della Brexit per la Gran Bretagna. Inoltre vuole abbandonare la NATO a guida Usa e chiede apertamente relazioni amichevoli con la Russia. Il FN punta a ripristinare il controllo nazionale sulle frontiere francesi e ad attuare grandi tagli nel numero degli immigrati. La sua denuncia   di «islamizzazione» della cultura francese le è valsa l’accusa di xenofobia.
Tuttavia, etichettare Le Pen e il FN come «un nemico dello stato» sembra essere una caricatura isterica. Il sospetto è che le politiche del suo partito che si oppongono al capitalismo globale, all’UE e alla NATO siano la vera fonte dell’animus dell’establishment, nascoste da accuse accuse di «razzismo, xenofobia e fascismo» e «nemico dello stato».
 
È notevole che i leader dell’UE si siano uniti a figure dell’stablishment francese  per sostenere Macron durante il fine settimana. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno risposto rapidamente per congratularsi con lui per aver vinto il primo turno presidenziale. A due settimane dal secondo e ultimo round, i commenti pubblici dei leader dell’Unione europea sembrano una flagrante interferenza nelle elezioni francesi. Tuttavia sottolineano l’urgenza per l’establishment politico in Francia e in tutta Europa di impedire a Le Pen di entrare all’Eliseo il 7 maggio.
Quanto a Macron, il branding del politico “centrista” ha l’aria inconfondibile di marketing slick dai poteri-that-be. Naturalmente, essendo proficuamente pro-UE, pro-NATO e gelido verso il leader russo Vladimir Putin, Macron è apprezzato agli occhi dello status quo.
Macron sostiene che, politicamente, non è “né di destra né di sinistra” e i media mainstream lo hanno brillantemente definito un “outsider” . Confronti sono stati fatti con John F Kennedy, Tony Blair e Barack Obama. Macron è presentato come il ragazzo d’oro della politica che porterà “speranza e cambiamento” per tutti.
 
Solo in un senso crudo e superficiale Macron potrebbe essere descritto come «un outsider» che sta forgiando una «nuova politica». È vero che non ha mai ricoperto una carica elettiva e che ha fondato il suo partito politico, En Marche!, solo un anno fa.
Ma Macron è espressione dell’establishment e dello status quo. Con un’educazione d’élite, ha lavorato come ex banchiere di   Rothschild  prima di essere nominato ministro dell’economia  da Francois Hollande, quattro anni fa. In quel posto è stato l’architetto delle «riforme»  «pro-business» ampiamente odiate, che il governo di Hollande è stato costretto ad adottare con decreto, nonostante le massicce proteste pubbliche.
 
Macron ha abbandonato abilmente il suo posto di ministro in anticipo per entrare nella corsa presidenziale e prendere le distanze dai socialisti al governo largamente invisi alla popolazione. Il governo di Hollande (2012-2017) ha servito come sostenitore ardente del capitalismo neoliberista al servizio della finanza globale. Questo è in parte il motivo per cui il  successore di Hollande, Benoit Hamon, ha vissuto un tracollo elettorale , mentre Jean-Luc Melénchon  è emerso con un sostegno rispettabile.
 
Quindi, Macron non è certamente «estraneo»  dello status quo. Questo è solo marketing per assicurare che impedisca la vittoria della le Le Pen.  Macron si rivelerà essere un servo del capitalismo globale, l’Unione europea e la NATO, e un colpevole economico nei confronti della classe operaia.
La lista dei sostenitori di Macron dice molto. Essa comprende: il presidente incaricato Francois Hollande e l’attuale primo ministro Bernard Cazeneuve, il ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault e il ministro della difesa Jean-Yves Le Drian. Oltre all’intera leadership repubblicana del centro-destra. Questi due partiti sono stati rigettati solidamente al primo turno delle elezioni presidenziali. Eppure ora appoggiano Macron, il supposto «outsider». Ciò significa che i politici francesi falliti hanno generato altri politici francesi falliti. Wow, che cambiamento!
Notizia del: 26/04/2017

Macron presidente? Non illudetevi, sarà un nuovo Hollande

macron-rothschildEmmanuel Macron è stato eletto e non è certo una sorpresa. La sua è una vittoria annunciata e, se gli exit polls saranno confermati, ben oltre le previsioni.
 
E ora dobbiamo chiederci: che presidente sarà? So di andare controcorrente ma Macron non rappresenta, a mio giudizio, una vera novità politica ovvero non costituisce il cambiamento che  ha promesso in campagna elettorale. D’altronde, pensateci bene: come può un uomo che è stato consigliere dell’Eliseo e poi ministro dell’economia di un governo socialista incarnare un movimento politico se non rivoluzionario perlomeno molto innovativo, considerando che poco più di un anno fa “En marche!” non esisteva nemmeno?
Come può un ex banchiere rappresentare le istanze del socialismo e della sinistra?
I veri movimenti sorti dal nulla richiedono tempi di incubazione e di crescita più lunghi, vedi il lungo percorso della Lega Nord in Italia e, in tempi più recenti, del Movimento 5 Stelle  o di Podemos in Spagna.
In realtà Macron è, da sempre, un rappresentante dell’establishment e la sua ascesa è frutto di una brillante quanto spregiudicata operazione di marketing politico.
Ragioniamo. Sulla Francia incombeva un rischio: che  dopo la Brexit e  la vittoria di Trump, il vento del cambiamento si imponesse anche qui, spazzando via i due partiti tradizionali, sia quello socialista sia l’Ump, accomunati, agli occhi degli elettori, da lunghi anni di promesse tradite. Come scongiurarlo? Puntando sul nuovo, ma teleguidandolo. Dunque, più precisamente, presentando il vecchio vestito di nuovo.
Attenzione: non si tratta di congetture. Jacques Attali nell’aprile del 2016 pronosticava che uno sconosciuto avrebbe vinto le presidenziali del 2017 e indicava due possibili nomi: Emmanuel Macron a sinistra e Bruno  Le Maire. Vedi questo video in cui tra l’altro afferma che sarebbe stato lui a riempire di contenuti il programma di Macron.
Jacques Attali è uno dei personaggi più influenti in Francia sin dai tempi di Mitterrand, un francese globalista, convinto europeista, introdotto e stimato nell’establishment internazionale.  Era l’eminenza grigia di Mitterrand, poi è stato consigliere di Sarkozy ed era considerato da Hollande. Trasversale, come molti dei membri dell’élite che contano davvero in Francia e non.
Con queste premesse non è difficile scremare la retorica elettorale per decriptare le intenzioni  di Macron, il quale  non rappresenta il cambiamento ma la continuità. Sotto ogni punto di vista, anche riguardo la sua personalità. Con lui i francesi otterranno il proseguimento delle politiche di Hollande, che, paradossalmente, tanto hanno odiato.
 
Naturalmente il nuovo presidente non si scoprirà subito. Prima dovrà riuscire ad ottenere la maggioranza alle legislative di giugno e non sarà facile, poi beneficerà, come sempre, di un periodo di grazia ma nell’arco di qualche mese mostrerà il suo vero volto e le sue vere intenzioni. Temo che sarà una profonda delusione per molti dei suoi sostenitori, anche a sinistra.
L’uomo giusto per la Francia di oggi era Fillon, ma non era gradito a quell’establishment che infatti lo ha azzoppato.
 
E Marine Le Pen? Per portare a compimento la rimonta impossibile avrebbe dovuto vincere, anzi stravincere il confronto televisivo. E questo non è avvenuto per l’incapacità di mostrarsi presidenziale e propositiva nella seconda parte del dibattito di mercoledì sera. Anche la scelta di denunciare i presunti conti segreti alle Bahamas  di Macron è stata azzardata: queste cose le fai se ne sei sicurissimo altrimenti ti si ritorcono contro. Aggiungete la presunta gaffe con il Corriere della Sera  e gli echi del cosiddetto Macronleaks (le email trafugate), che, contrariamente a quanto scritto da molti giornali, hanno rafforzato il candidato di “En marche!”  permettendogli di presentarsi come vittima di una macchinazione.
 
La campagna di Marine Le Pen è stata ben strutturata e, per nove decimi, riuscita: il suo scopo era di presentarsi come un candidato sempre più neogollista e sempre meno Front National ma ha sbagliato la volata finale, contraddicendosi. Per stanchezza o forse in seguito a una suggestione. E possibile che lei e il suo stratega Florian Philippot abbiano pensato di replicare le tattiche  di Trump,  alzando i toni e sparando ogni cartuccia (conti alle Bahamas) . Ma la Francia non è l’America. E le svolte improvvise sono sempre rischiose. Se ti ispiri a De Gaulle non puoi comportarti d’un tratto come Trump.  Negli ultimi tre giorni della campagna la Le Pen ha bruciato i progressi fatti negli ultimi dieci.
 
Il suo è comunque un risultato storico, mai un candidato del Fronte aveva ottenuto tanti consensi, praticamente raddoppiati rispetto al 17,8% di Jean-Marie Le Pen nel 2002.
Resta un dato di fondo: se sommate i voti ottenuti al primo turno a destra dalla Le Pen e da Dupont-Aignan e a sinistra da Mélenchon, risulta che quasi il 50% dei francesi ha votato per partiti in aperta rottura con l’establishment, quasi anti-sistema. Questo significa che il malessere francese è profondo ed è destinato ad aumentare se l’economia francese non ricomincerà a crescere davvero e se la società francese non troverà un  nuovo slancio. Quel che l’élite alla Jacques Attali è incapace di realizzare da oltre un decennio.
Come dire: risentiremo parlare della Le Pen e di Mélenchon.
di Marcello Foa – 07/05/2017 Fonte: Marcello Foa

Il predestinato del Club Bilderberg

Dico la mia (e poi mi taccio) sulle elezioni presidenziali francesi. Apprendo da Internet macron attali2delle trame di Jacques Attali, il banchiere gran suggeritore di strategie mondialiste e stratega impegnato nella distruzione di identità, diritti, garanzie sociali in nome del potere finanziario internazionale senza volto (ma con molto culo), quel progressismo liberal che tanto piace anche ai coglioncelli liberali nostrani.
Apprendo quindi che fu Attali nel 2014 a presentare alla riunio…ne di quelli che tramano nel Club Bilderberg, questa sua giovane creatura di plastica in grado di rimpiazzare la rovinosa caduta del piccione Hollande e dare la mazzata finale allo Stato sociale in versione francese.
 
Da subito il promettente Macron si mise all’opera nel governo del Presidente che i francesi avevano scelto in massa dimostrando già allora la forte propensione ad essere fregati alla grande.
Dalla penna di Macron – divenuto ministro del piccione – infatti è uscita la legge che ha distrutto le garanzie del lavoro, premessa antisociale ad una serie di altri provvedimenti “global” come la svendita dei gioielli di famiglia dell’industria francese.
Non ci resta che stare a vedere cosa combinerà su questa strada la marionetta locale del Bilderberg anche se non ci vuole molta fantasia per indovinarlo.
Certo è che le strategie mediatiche dei vampiri internazionali si vanno sempre più affinando e le tecniche di controllo (del pensiero) di chi ancora cerca di contrastarle stanno sempre più diventando poliziesche.
Un altro piccolo esempio ci viene dalle elezioni tedesche di ieri in un Land, lo Schleswig-Holstein, nel quale come avevo facilmente previsto tempo fa sulla mia bacheca fb, i votanti locali hanno potuto scegliere con cosa suicidarsi, se con il cappio o con una revolverata, ovvero tra la Merdel e quella faccia da Kapò (per dirla una volta tanto con una immagine azzeccata da quell’altro bel tipo del Berlusca) di Schulz.
 
Anche in questo caso, gli “alternativi” locali dell’AfD (Alternative für Deutschland) che volavano nei sondaggi poco tempo fa, hanno visto un travaso di elettori dal loro campo a quello della Merdel, tentativo estremo (montanellianamente turandosi il naso) di bloccare l’avanzata del più spinto globalizzatore locale, probabilmente peggiore della democristiana dell’Est.
 
Il risultato, ai fini delle strategie mondialiste non cambia ma anche qui i cosiddetti “antieuropeisti” (che probabilmente sono veri europeisti a leggere la loro stampa!) sono stati messi nell’angolo dal quale difficilmente – almeno per il momento – riusciranno a muoversi.
Quando verrà il tempo che gli infamati messi nei ghetti di destra e di sinistra dai loro nemici “centristi” la smetteranno di finire nella trappola degli schemi del passato e si uniranno per rovesciare il sistema che tutti vuol rendere schiavi senza volto e identità?
 
[Nella foto, burattinaio e burattino: Attali e Macron]
di Amerino Griffini – 08/05/2017 Fonte: Amerino Griffini

Elezioni Francia, vincono Macron e gli euroinomani

macronC’era da aspettarselo, in fondo. In Francia hanno vinto il signor Macron, i globalisti, gli euroinomani e, in generale, quell’élite finanziaria che è classe dominante nel rapporto di forza oggi egemonico. L’antifascismo in assenza di fascismo s’è ancora una volta rivelato il fondamento ideologico dell’ultracapitalismo
a cui anche le sinistre hanno venduto cuore e cervello. Ha vinto – occorre dirlo – l’ultraliberismo de-eticizzato e sans frontières, il volto più indecoroso della mondializzazione classista capitalistica tutta a detrimento di masse popolari, lavoratrici e disoccupate.
Per opporsi a Marine Le Pen, si è votato direttamente il Capitale. Per lottare contro il manganello fascista ormai inesistente si è votato per mantenere il nuovo manganello – realmente esistente – del mercato assoluto, globalista e desovranizzato. Macron è esponente della classe dominante, di cui è un prodotto in vitro. Gli utili idioti che l’hanno supportato è come se avessero sostenuto un’immane repressione delle classe lavoratrici e delle masse nazionali-popolari odiate dall’aristocrazia finanziaria.
In merito alle elezioni francesi Il Manifesto – avanguardia del mondialismo e della lotta per il capitale – titolava: “Speriamo che non sia femmina”. E si rivelava per quello che è, il giornale di quelli che in nome dell’antifascismo accettano il capitale, ossia il nuovo manganello invisibile dello spread e dell’austerity,
dei tagli alla spesa pubblica e della spending review. Accettano esattamente ciò contro cui Marx e Gramsci lottarono per tutta la vita.
Gli sciocchi che hanno appoggiato Macron contro il cosiddetto nazismo della Le Pen farebbero bene ad aprire gli occhi e prendere coscienza del fatto che il solo nazismo oggi esistente è quello dell’Unione Europea e del fiscal compact, del “ce lo chiede il mercato” e dell’austerità depressiva. Hitler non torna con baffetto e svastica: è tornato parlando inglese e condannando tutti i crimini che non siano quelli del mercato, difendendo l’apertura globalista dei confini e la libera circolazione delle merci e delle persone mercificate.
Benvenuti nel tempo del nazismo economico, il nazismo 2.0.
di Diego Fusaro – 08/05/2017

Francia: la sinistra mondialista acclama il nuovo “enfant prodige” Macron, paladino della finanza cosmopolita.

epa05948994 Supporters of French presidential election candidate for the 'En Marche!' (Onwards!) political movement Emmanuel Macron (not pictured) gather at the Carrousel du Louvre to discover the results of the second round of the French presidential elections in Paris, France, 07 May 2017. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Tutto come previsto il risultato al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia: vincono i due candidati largamente favoriti, Emmanuel Macron e la Marine Le Pen.

Il primo, il giovane Macron, rappresenta largamente l’establishment della grande finanza e dell’elite politica dominante in Francia, quella collegata con la massoneria ed i circoli dei potentati finanziari sovranazionali.
Che sia di centro o che sia di destra o che appartenga alla sinistra social democratica (quella stessa sinistra squalificata del presidente uscente Francois Hollande), conta poco o nulla. Si tratta soltanto di distinzioni formali dei vecchi schemi del 900 ormai obsoleti.
Infatti non a caso tutti i partiti e gli altri candidati, da Fillon al candidato socialista Benoit Hammon, tutti sconfitti nella contesa elettorale, hanno già proclamato l’intenzione di creare un fronte comune contro la candidata Marine Le Pen, del Front National, considerata un “pericolo” per l’establishment visto il suo programma di uscita dall’euro, abbandono della NATO, difesa delle frontiere e riavvicinamemto alla Russia.
L’unica eccezione il candidato dell’estrema sinistra, Jean-Luc Mélenchon, quello che veniva considerato il Tsipras francese, non ha ancora dato al momento indicazioni precise su chi votare al ballottaggio del secondo turno. Lui è fuori dai giochi ma il suo elettorato non è detto che dia necessariamente i suoi voti al condidato della finanza ipercapitalista Macron. Esiste quindi un margine di rischio per una possibile vittoria di Macron.
In ogni caso, il fronte unito dei globalisti che si andrà a coalizzare contro la Le Pen è caratterizzato dal neoliberismo, quale elemento comune ed ideologia di base.
Si tratta di quel fronte che aborrisce qualsiasi forma di allontanamento della Francia dalla UE e dal sistema dell’euro e che vuole fermamente continuare a mantenere la Francia al servizio degli interessi della grande finanza e della politica di dominazione egemonica USA, quella che vede le nazioni europee come vassalli di Washington, inesistenti sul piano internazionale. In una parola il fronte della conservazione.
Bisogna considerare che Il proletariato e la piccola borghesia francese, vittime della globalizzazione finanziaria, attraverso un voto alternativo ai denominati “populisti” come la Le Pen, stava tentando di uscire dal paradigma liberal-libertario e da quello del pensiero unico. Il panorama politico nazionale francese sta di fatto crollando, con i vecchi partiti storici ormai squalificati ed alcun forze come il FN ed altre, cercano di ricomporlo sulla base di una nuova presa di coscienza dei ceti produttivi marginalizzati dalle politiche neoliberiste dei governi asserviti agli interessi dei potentati finanziari.
 
A questo tentativo di ricomposizione, con tutti i limiti dati dalle caratteristiche della Le Pen e dalle sue ambiguità su alcune tematiche della contrapposizione al sistema globalista, il fronte neoliberista ha risposto ricompattandosi e presentando il suo candidato “enfant prodige”, Emanuel Macron.
Questo giovane “rampollo dell’alta borghesia”, vanta poca esperienza ma dispone di molti titoli: banchiere presso la potente banca Rothshild, specializzato nella Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita una buona parte della elite politica transalpina, con un professato impegno a sinistra, milionario grazie ai buoni affari realizzati con le multinazionali (Nestlè e Pfizer), membro dei circoli liberali che contano, come l’Istituto Montaigne, vicino alla Confindustria, sostenitore dell’immigrazione, della società multiculturale e cosmopolita, fervente sostentore dell’atlantismo e dell’interventismo francese a seguito degli USA (il vecchio “sub imperialismo” praticato dalla Francia in Africa e Medio Oriente).
Su di lui punta il fronte neoliberista, quello della grandi banche, della Confindustria e della oligrarchia europea di Bruxelles per mantenere sistema e privilegi della classe dominante. Non a caso a Macron sono già arrivate le congratulazioni della Merkel e dei responsabili della UE che vedono il lui lo “scampato pericolo” (se proseguirà ad avere i consensi al secondo turno).
 
Esiste però un problema: questo giovane candidato non sembra possedere carisma, al contrario i discorsi li legge e lui stesso dice che a volte non capisce cosa gli scrivono, si limita a ripetere frasi banali e generiche come “innovazione” e “riforme” mentre dimostra una certa prevenzione e disprezzo verso gli strati popolari della società francese definiti da lui in più occasioni come “illetterati” o “avvinazzati”. Macron loda i vantaggi dell’ipercapitalismo ed esalta la corsa all’arricchimento individuale, oltre a sostenere che non esiste una cultura francese ma piuttosto una cultura multipla.
Sarà davvero questo il personaggio a cui gli strati popolari francesi, quelli dei piccoli produttori, agricoltori, artigiani e piccoli commercianti, rovinati dalle politiche di Bruxelles e dalla globalizzazione, daranno il loro voto? Qualche dubbio esiste e qualche speranza per la Marine Le Pen al secondo turno.
Apr 24, 2017 di  Luciano Lago

“Eliminare la vita se troppo costosa”: ecco chi è Jacques Attali, maestro di Macron

Macron Attalil’eugenetica politically correct si basa su criteri economici quindi intoccabili, parola di filantropi. Basta dire anti fa ED IL GALOPPINO DELL’ELITE è SERVITO.

Sei povero? EUTANASIA. Magari con fattura inviata ai parenti, ovvio.


La Commissione Attali e l’Italia del 2008, nessuna sorpresa sul programma tanto caro alle sinistre europeiste
 
Parigi, 30 apr – Studi in ingegneria all’École polytechnique, dottorato in science economiche e specializzazione all’Ena, l’École nationale d’administration dalla quale escono i più importanti dirigenti della pubblica amministrazione francese. Il curriculum di Jacques Attali, è di tutto rispetto, con un cursus honorum che dopo numerose esperienze anche all’Eliseo l’ha portato, oggi, ad essere professore di economia all’Università Paris IX – Dauphine.
Attali è anche l’uomo che ha ‘scoperto’ Emmanuel Macron, presentandolo al presidente Hollande del quale è diventato consigliere. E ora che il candidato di En Marche! si appresta ad arrivare al ballottaggio con non poche chance di spuntarla su Marine Le Pen, è fra i papabili per la carica di ministro dell’Economia. Non sarebbe la prima volta che Attali si presta alla politica, avendo già ricoperto delicati incarichi come quello di collaboratore del presidente Francois Mitterand in un sodalizio cominciato nel 1973 e diventato ancora più stretto quando, nel 1981, l’esponente socialista sarà eletto presidente della repubblica.
 
E proprio del 1981 è l’intervista rilasciata per un libro di Michel Salomon, L’Avenir de la Vie (Il Futuro della Vita), edito per i tipi di Seghers, nel quale Attali spiega la sua visione in merito al futuro dello stato sociale: “Si potrà accettare l’idea di allungare la speranza di vita a condizione di rendere gli anziani solvibili e creare in tal modo in mercato“. Come risolvere il problema? “L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali del nostro futuro”, spiega, aggiungendo che “in una società capitalista, delle macchine permetteranno di eliminare la vita quando questa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa“.
 
30/04/2017  Nicola Mattei – Il Primato Nazionale

Ancora sulla necessaria fine di questa “Europa”

guerraun pò come per l’unità d’Italia, la favella che i popoli decisero spontaneamente di unirsi d’amore e d’accordo è assai desueta. I popoli non vogliono le guerre, le decidono sempre quella stessa gentaglia che decise anche la nascita della UE, quella gente parassita dell’elite


Leggo sul profilo Facebook di un amico, storico di professione, studioso dell’Africa e buon conoscitore delle vicende mediorientali, un amaro e preoccupato commento suscitato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea nel quale egli paventa il rischio, dopo “decenni di pace”, d’impugnare di nuovo le armi uno contro l’altro dopo un crescendo di attriti e rivendicazioni frontaliere e doganali. Teme – conclude l’amico – una Terza guerra mondiale alimentata anche dagli “istinti delle masse”.
 
Stabilito che su quest’ultimo punto non posso non dargli ragione in quanto “le masse”, composte da individui non qualificati a decidere ma illusi di saperlo fare, sono effettivamente una delle sciagure del mondo moderno (purché non ce se ne preoccupi solo quando sostengono i “populismi”), passo ad una rispettosa critica, o meglio una messa a punto su quella che pare essere una comprensibile preoccupazione di chi scorge all’orizzonte, deluso da questa Europa ma ancora “europeista”, foschi scenari, per non dire apocalittici.
I “decenni di pace” sono stati garantiti non dall’UE o dai suoi prodromi (CECA, CEE…), bensì dal fatto che dopo la Seconda guerra mondiale (“secondo tempo” della Prima, che non è possibile attribuire solo alla “competizione interimperialistica” come sostiene una certa storiografia) l’Europa propriamente detta (occidentale ed orientale) è stata divisa in un “condominio” (Usa/Urss) che ha spostato la conflittualità armata negli altri continenti facendosi guerre per interposta persona. Nel frattempo, mentre godevamo della “pace” (intesa come assenza di guerra), internamente le popolazioni europee (in specie quelle occidentali) si sono sfaldate fino a giungere all’odierno triste spettacolo di una società di “nuovi barbari” (o “selvaggi con telefonino”, per dirla alla Blondet), mentre almeno quelle dell’Europa orientale conservano alcuni valori basilari che le rendono ancora maggiormente “vitali” dimostrando con ciò che il sovietismo, se incarcerava i corpi, almeno lasciava liberi gli “spiriti” (l’esatto contrario dell’americanismo).
Dunque, si deve aver paura che, con un’eventuale fine dell’UE, torneremo alle guerre in Europa? Ci può anche stare. Ma questo non avverrà per congenite “tare” degli europei, bensì per il semplice fatto che l’Europa tornerà ad essere campo di battaglia di chi (gli Usa) non sarà disposto a mollarla perché la considera “terra nostra o di nessuno” (per questo è disseminata di ordigni nucleari puntati contro la Russia).
L’unica speranza per noi sarebbe un’alleanza (da pari) con la Russia, in una prospettiva non meramente euro-russa, ma eurasiatica, poiché la Russia è effettivamente il perno del cosiddetto “vecchio mondo” (come lo chiamano gli americani).
L’UE, in definitiva, è una specie di occasione perduta (nella migliore delle ipotesi), ma assai più probabilmente è stata la “gabbia” che, nel torno di tempo tra fine anni Ottanta e inizio Novanta, è stata approntata affinché gli europei, liberi finalmente dal ricatto del “pericolo comunista”, non andassero liberamente verso una collaborazione coi territori immediatamente confinanti, ovvero quelli dell’immenso spazio eurasiatico e, perché no, quelli al di là del Mediterraneo, dove qualcuno come Gheddafi aveva una visione “africana” e, in prospettiva, euro-africana.
Che cosa resta oggi di questo “sogno europeo” dei cosiddetti “padri fondatori” (molto cosiddetti in quanto non rappresentavano nessuno) dell’Europa Unita?
Restano l’inclusione nella Nato di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia; resta una moneta-merce strutturalmente debito che in pratica ci ha rovinato; restano le “regole”, assurde e paranoiche di questa burocrazia europoide che con la sua “Corte di Giustizia” sanziona a destra e a manca se non ci si adegua alla pseudo-religione dei “diritti”. E mi fermo qui perché l’elenco dei “fallimenti” (se ci fosse stata buona fede) è lungo.
Qualcuno mi deve spiegare perché mai l’UE dovrebbe rimanere in piedi: per farci fare le vacanze senza passaporto? Per non dover cambiare i soldi? Le imprese, da quando è stata adottata (dai più fessi) la “moneta unica” hanno subito solo un salasso, in quanto l’euro è di proprietà di privati che lo vendono (lo “prestano”) agli Stati e dunque alle imprese (e alle famiglie). Stanno cercando addirittura d’imporci un terrificante TTIP, che adeguerebbe tutta la nostra normativa vigente al livello più “liberista”, cioè quello d’Oltreatlantico.
Il concetto di “frontiera” così come quello di “nazionalità” (sostituito da quello di “cittadinanza”) è diventato talmente fluido che sembra di stare in un circolo dove si paga la quota e si ottiene la tessera.
La sicurezza, senza alcun vaglio della posizione di chi ottiene un “permesso di soggiorno”, è diventata chimerica. Non parliamo poi di come, dagli anni Novanta, questa “fortezza Europa” (in verità un colabrodo) ha permesso a un sacco di gente che non ne aveva diritto di spacciarsi per “profugo” (categoria giornalistica in quanto giuridicamente si parla di “rifugiati”), con la ciliegina finale caduta sulla torta quando abbiamo subito (dopo anni di autogol: Iraq 1991 e 2003, passando per l’embargo assassino; Jugoslavia anni Novanta con attacco della Nato nel 1999) la cosiddetta “primavera araba” targata Cia in un modo che definire autolesionistico è puro eufemismo.
 
La disamina qui accennata per sommi capi e in ordine sparso non induce a considerare l’UE un qualche cosa di necessario. Certo, va ripensato il tutto, cioè la questione di una confederazione continentale nell’era della politica dei grandi spazi (altrimenti si finisce nelle “piccole patrie” subito fagocitate dalla globalizzazione), ma si deve cominciare dall’alto, da ciò che qualitativamente è superiore, e cioè dal senso dell’operazione che s’intende compiere; non dal basso, solleticando le masse “desideranti” illudendole delle magnifiche sorti e progressive di un progetto senz’anima strombazzato come un prodotto da supermercato.
 
Posted on marzo 31, 2017 – di Enrico Galoppini

 

L’insoddisfazione economica spinge i giovani elettori francesi verso la Le Pen

Le-pen-2questo popolo cattivo che non sa votare…ed è ignorante..brutta gente le masse…

La difficile situazione economica accresce tra i giovani francesi, specie nelle zone rurali e tra i meno istruiti, la consapevolezza che passeranno buona parte delle loro vite in condizioni materiali peggiori di quelle dei loro genitori. Il Front National della Le Pen, col suo messaggio anti-globalizzazione focalizzato sull’economia, ha intercettato questa frustrazione ed è abile nel ritagliare su misura la propria comunicazione rivolta ai giovani. Il risultato è che, diversamente da quel che sembra accadere in altri paesi, quasi il 40% degli elettori tra i 18 e i 24 anni sostiene il Front National. “Dicono che dovremmo soffrire in silenzio, ma abbiamo intenzione di far sentire la nostra voce”, afferma un giovane sostenitore. Sarà questo il jolly della Le Pen alle prossime elezioni presidenziali? Dal Financial Times.
 
Il ventoso cavalcavia di un’autostrada non corrisponde all’idea più tipica di divertimento del venerdì sera, per un adolescente. Ma Justine Dieulafait e i suoi amici sono in missione – vogliono aiutare la candidata di estrema destra Marine Le Pen a vincere le elezioni presidenziali francesi.
 
Mentre il traffico scorre verso l’esterno dal porto bretone di Saint Malo, la diciottenne e altri 15 giovani “patrioti” sventolano uno striscione gigante: “Giovani con Marine”. Per aumentare l’effetto accendono razzi rossi, bianchi e blu, sollecitando le auto a suonare il clacson in segno di supporto.
“I giovani sono in rivolta”, dice Justine Dieulafait. “Abbiamo avuto 50 anni di destra e di sinistra, e guardi ai milioni tra noi che sono disoccupati, vivono in povertà, senza lavoro né un’abitazione stabile… è ora che il sistema cambi, è il momento di Marine”.
In queste elezioni francesi piuttosto sorprendenti, con i candidati favoriti che crollano durante il percorso e quelli ribelli, tra cui Marine Le Pen, in testa ai sondaggi, Justine Dieulafait e le sue amiche incarnano un altro fenomeno: la forza del voto dei giovani, che sta spingendo il Fronte Nazionale verso il suo miglior risultato di sempre.
 
Secondo un recente sondaggio Ifop, il partito è il più popolare in Francia nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni, in cui conquista il 39 per cento dei voti. Da confrontare con il 21 per cento del candidato centrista Emmanuel Macron e con il 9 per cento del rivale di centro-destra Francois Fillon.
Un simile livello di sostegno a un partito populista di estrema destra da parte dei giovani sembra andare contro le recenti tendenze registrate altrove. Nel Regno Unito, l’anno scorso, i giovani si sono mobilitati contro la Brexit per difendere una visione cosmopolita della nazione. Negli Stati Uniti Donald Trump, con la sua posizione anti-immigrazione e anti-globalizzazione, se l’è cavata male con il voto dei giovani.
 
In Francia, al contrario, i giovani si stanno radunando attorno a un partito che ha paragonato i mussulmani in preghiera lungo le strade con l’occupazione nazista della Francia e ha promesso di lottare contro il libero scambio e l’immigrazione. L’aumento del sostegno negli ultimi anni è marcato: nel 2012 il supporto per il FN tra i giovani era solo al 18 per cento.
 
La Le Pen è la favorita tra i giovani francesi – intenzioni di voto in percentuale divise per fasce d’età
 
Questo sostegno è diventato un altro jolly in una gara dai risultati imprevedibili, dove uno scandalo legato a una questione di finanziamenti ha gravemente danneggiato l’ex favorito di centro-destra François Fillon, mentre il politico indipendente trentanovenne Emmanuel Macron, che non si è mai candidato alla presidenza, guida i sondaggi.
La frustrazione tra i giovani per la mancanza di lavoro e le cattive prospettive economiche costituiscono gran parte del fascino del FN. “Siamo una generazione che rischia di vivere peggio dei nostri genitori”, afferma Dominique, uno dei ragazzi sul cavalcavia, che ha 21 anni e sta lottando per trovare un lavoro.
Sotto il governo socialista di François Hollande la disoccupazione è rimasta ostinatamente alta, il doppio del livello di Regno Unito e Germania. La disoccupazione giovanile è al 25 per cento – dal 18 per cento del 2008.
Joël Gombin, politologo e analista di dati francese, dice che la situazione economica è peggiorata in particolare per i giovani che vivono nelle zone rurali e per quelli che abbandonano più precocemente la scuola a tempo pieno – due caratteristiche spesso in correlazione con il sostegno al FN. “In Francia per un numero crescente di giovani meno istruiti il fatto che passeranno buona parte delle loro vite in una situazione economica precaria è quasi una certezza,” dice.
La disoccupazione giovanile in Francia cresce con la crisi finanziaria – tasso di disoccupazione in percentuale, sotto i 25 anni
 
Un secondo motivo del supporto al FN è che i giovani non ricordano il partito ferocemente xenofobo degli anni ’70. Oltre i 65 anni, tra quelli che invece lo ricordano, il sostegno al FN è solo al 17 per cento.
 
Negli ultimi dieci anni, e in particolare a partire dal 2011 sotto la guida di Marine Le Pen, il partito ha cercato di rimodellare la propria immagine. I funzionari, per esempio, ora parlano di “immigrazione”, piuttosto che di “immigrati”, e si oppongono all’”Islam radicale”, piuttosto che all’ “Islam”, mentre i temi sui quali il partito organizza le sue campagne si sono ampliati oltre la sicurezza e l’immigrazione, per includere un messaggio anti-globalizzazione focalizzato sull’economia.
 
Justine Dieulafait aveva solo 12 anni quando la Le Pen ha preso la guida del partito; il “nuovo FN” è tutto quello che ha conosciuto. “Era un periodo diverso, allora negli anni ’70… il partito di oggi è concentrato sui temi di oggi – posti di lavoro, case e il ripristino della sovranità e della cultura francese “.
Christèle Marchand Lagier, uno studioso del FN che lavora all’Università di Avignone, afferma che la maggior parte dei giovani elettori del FN non ha familiarità con i dettagli del suo programma, ma vuole semplicemente votare contro il sistema. “Si tratta di un voto negativo”, dice.
 
Ma è chiaro che il FN è anche abile nel ritagliare il suo messaggio su misura per il voto giovanile. Per esempio è il partito che in Francia ha la più forte presenza sui social media. E due delle figure di più alto livello nel partito, David Rachline e Marion Maréchal-Le Pen, sono ventenni.
 
Tuttavia non è chiaro quanto di questo sostegno il partito sarà in grado di convertire in voti effettivi, dati i tassi di affluenza alle urne tradizionalmente bassi tra i giovani. Nelle ultime elezioni presidenziali francesi, il 28 per cento di quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni si è astenuto nel secondo turno, più della media nazionale del 20 per cento.
 
Ma questa volta il gruppo sul cavalcavia autostradale almeno sembra determinato a far valere la propria voce. Lo dichiara Dominique: “Dicono che dovremmo soffrire in silenzio – e invece abbiamo intenzione di alzarci e farci sentire.”
di Michael Stothard – 22/03/2017 Fonte: Voci dall’Estero