Chi controlla i controllori?

robotLa nuova rivoluzione industriale è quindi una spada a doppio taglio. Essa può essere usata per il benessere dell’umanità [.]. Ma se noi continueremo a muoverci sui binari liberi ed ovvi del nostro comportamento tradizionale, e a seguire il nostro tradizionale culto del progresso e della quinta libertà – la libertà di sfruttare – è certo che dovremmo  aspettarci un decennio ed anche più di rovina e disperazione.
N. Wiener, 1950[1]
 
Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori  sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if.than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani.  Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico.
 
Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione  tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo.
Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4]. Lo stato interconnesso delle nostre economie intorno la principio di concorrenza, imporrà il cambiamento come nuovo standard planetario, lo si desideri o meno.
Il libro inchiesta di Riccardo Staglianò, Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Einaudi, Torino, 2016, è un competente ed onesto lavoro sul tema, al posto tuouna aggiornata overview sul fenomeno su cui l’autore, già centrato da anni sui temi delle nuove tecnologie, ha raccolto informazioni negli ultimi cinque anni. La posizione di Staglianò è critica verso il tecno-entusiasmo[5] e cerca di indagare fattivamente quanto il fenomeno sia in effetti preoccupante[6], soprattutto in via previsionale.
 
Ma al di là delle ancora non stabilizzate previsioni c’è anche un segnale indiretto che avverte con chiarezza di dove la bilancia stia pendendo. Ci riferiamo alla mobilitazione dei grandi del settore (Google, Facebook, Amazon, Apple etc.), in favore di un set di idee che vanno dal reddito  di base, alla partecipazione azionaria diffusa al capitale delle imprese che sfornano innovazioni di modo che quegli stessi che perdono il lavoro o parte del reddito ne recupererebbero almeno un po’ in quanto azionisti[7], alle spinte a rivedere a fondo la formazione scolastica in direzione meno specializzata e più complessa, alla commissione di studi (Deloitte, Forrester research, PWC ed altri) che cerchino di ribilanciare le previsioni più allarmate ed allarmanti. Stante che -comunque- nessuno di loro ha la minima intenzione di mettere in discussione quei 100-130 miliardi di dollari di sottrazione fiscale dovuta alla ricca offerta di tassazioni di favore di cui approfittano con implacabile sistematicità. Così, le previsioni sul futuro espanso dell’economia digitale, oltre a prevedere consistente crescita della disoccupazione tecnologica, indicano anche l’ennesima creazione di valore ristretta a sempre meno persone[8] con conseguente ulteriore radicalizzazione di quella diseguaglianze che ci sembravano già insopportabili ma il cui fondo insondabile siamo -pare- ancora ben lungi dal toccare.
Se a tutto ciò, uniamo i quarti di luna su i “web nazionali” che secessionano dall’impero delle signorie della Valle del Silicio[9], i propositi di web tax che aleggiano in molte parti d’Europa (con il significativo distinguo del nostro ex Presidente del Consiglio ormai colonna portante dell’internazionale libertarian-liberista-liberale, di recente proprio a prendere il brief in Silicon Valley), il sempre più vasto movimento di conflitto contro le ricadute perverse di Uber, Airbnb, Foodora e company e da ultimo, la certificazione pubblica data da Wikileaks (Vault 7) sull’utilizzo dei device personali e casalinghi (Internet of Things, IoT) da parte della Cia e dei suoi 15 tra fratelli e sorelle (più amici privati che ne hanno comprato le tecnologie sottobanco tanto tutto ha un prezzo), allora vediamo che il problema c’è, ci sarà sempre di più e le reazioni che s’annunciano preoccupano quelli stessi che prosperano sul fenomeno che crea e sempre più creerà tali problemi.
 
Loro sanno, prevedono e si preoccupano, quindi vanno presi sul serio e non come taluni hanno fatto, pensando che Bill Gates che si danna per propagare la “sua” idea di tassare i robot (guadagnare meno, guadagnare a lungo), ha i neuroni deteriorati dall’età e si è trasformato in un tecno-luddista. Questa gente si vede, si parla, fa piani e strategie comuni salvo poi azzannarsi nell’agone competitivo e pare evidente che questa cupola di tecnologi è preoccupata degli effetti del proprio stesso agire, stante che su questi effetti ne sanno senz’altro più di noi, avendo sdoganato fondi massicci su ricerche che hanno previsto gli effetti finali di ciò che si ripromettevano di produrre.
Non certo preoccupati al punto da fermarsi, ma al punto da spingere gli stati a fornire le migliori condizioni di possibilità sociali affinché loro possano continuare a sfornare salti quantistici di performance tecnica. Addirittura disponibili a far tassare i loro clienti, cioè le aziende che comprano robot e software per sostituire lavoro umano, stante che i margini sono così abbondanti (il caso medio sembra essere un vantaggio di costo di 1.10 se non di più) che un po’ di redistribuzione non fa male a nessuno[10].
Si preoccupano loro e con loro, l’industria finanziaria che li sorregge, i servizi d’informazione dello stato da cui provengono (sono tutti americani), il complesso militar-industriale che sulle loro invenzioni prospera, il complesso educativo-intellettuale che fornisce loro il personale e la giustificazione culturale nonché l’attraente immagine di mondo, l’area politica lib-dem che scambiando il concetto di progresso come incremento dell’emancipazione umana con la Legge di Moore, li coccola e li protegge. Ecco quindi la mobilitazione in direzione dell’ampio ventaglio di soluzioni-vasellina, sempre che Zukerberg, Bezos, Page e company non meditino di scendere direttamente in campo se le cose dovessero mettersi davvero male.
 
Le operazioni di basic lobbyng ovvero usare gli utenti per premere sulle istituzioni locali in favore di questo o quel servizio-azienda della sharing economy, prefigurano, nei fatti, un potenziale elettorato[11]. Potenziale elettorato affascinato dalla disintermediazione, la partecipazione diretta e dal basso che si veste di idealismo democratico quando, in assenza di concrete condizioni per una reale democrazia, si rivela  solo come demagogia sfocata preda della sindrome da petizione stile Change.org et affini.  Petizioni che fanno bene all’animo del “democratico indignato” che lascia poi la sua mail che verrà venduta al mercato dello spam.
Se quindi i nostri dioscuri si agitano tanto, vuol dire che i rischi sono all’orizzonte degli eventi. Staglianò apre ogni capitolo evidenziando la categoria che rischia l’impatto distruttivo delle innovazioni di cui poi ci fornisce il racconto aggiornato delle possibili minacce. Commercianti e vari addetti, distribuzione, logistica, trasporti, call center, traduttori, giornalisti, insegnanti e professori, industria già pesantemente aggredita ed anche la più esposta allo standard di concorrenza internazionale, giornalisti, fotografi, bancari, assicurativi, finanziari, medici, infermieri, farmacisti, tassisti, addetti alle attività turistiche, moltissimi lavoratori autonomi, sono solo le principali categorie che vanno variamente incontro al big bang info-tecnico.
 
Per l’Italia, sono poco meno di 20 milioni di occupati a fonte ISTAT che vanno a rischio. Il rischio è rappresentato da una sempre più vasta rete di innovazioni che allargano il dilemma tra il vantaggio del consumatore e lo svantaggio del lavoratore stante che i due aspetti si riuniscono nello stesso individuo. La rete di innovazioni è fatta di laser, scanner ottici, braccia e mani servo-meccanici, robot antropomorfi e non, nano-tecnologie, reti di sensori auto-diagnostici, stampanti 3D che ormai stampano case, algoritmi imputati ma anche quelli che auto-apprendono, quel deep learning o learning machine che con il rientro dell’informazione che corregge o incrementa se stessa porta l’info-elettro-meccanico ad una soglia prima della soggettività. Tutto ciò messo in rete, una rete che convoglia tutte le informazioni uso-performance-utente in enormi stoccaggi di dati (Big Data) che fanno la memoria delle menti-corporation della Valley a cui l’intelligenza strategica del governo americano ha normalmente pieno accesso sebbene si premurino di farci sapere il contrario (tanto siamo in regime di post verità).
 
Un Internet che ci sta penetrando psico-biologicamente, costituendo un nuovo sistema accanto a quello respiratorio, circolatorio, nervoso, immunitario con la differenza che diversamente da questi, non fa capo a noi ma noi a lui. Un progetto che a sua volta aspetta di potersi congiungere alla biologia tecno-sintetica per aumentare la sua potenza strutturale. Lo sgretolamento progressivo del sociale e soprattutto dei suoi aspetti lavoro-reddito, inclusione-esclusione, identità-nullità, autonomia-eteronomia porterà i più ad un pulviscolo di lavoretti a cottimo, di collaborazioni gratuite che dovremo fornire per sperare di aumentare la nostra awareness dato che a quel punto ognuno di noi diventerà una marca (brand) col suo patrimonio di like e stelline e dovrà curare la sua reputazione, una marca che compete in un mercato globale di concorrenze al ribasso.
Se di questo mercato globale sino ad oggi abbiamo temuto i concorrenti cinesi e vietnamiti de-sindacalizzati e sotto-pagati, in quello che viene dovremo temere le macchine che costano meno dei vietnamiti e fanno comunque di più e meglio di noi e di loro messi assieme. Macchine nate sofisticate ma che apprendono da noi e dai loro stessi sempre più residui sbagli fino all’errore zero, guasti zero, manutenzione zero, costo quasi zero quando ripartito su indici di produttività da distopia fantascientifica.  Una realtà che non si chiama più “virtuale” ma “aumentata” e che punirà critici eccessivi ed eventuali ribelli con la più antica delle pene sociali: l’ostracismo (la de-connessione).
A questo punto, facendo perno sulla fallacia della linearità che postula che questa distruzione sarà pur sempre e come sempre è stato (dove “sempre” vale centosettanta anni o poco più[12]), sì una distruzione ma anche creatrice di nuove opportunità, ci si spiega con paterna accondiscendenza che l’umano evolverà sviluppando di più se stesso e che tutti dovremo acquisire capacità creative e di cognizione complessa, di modo da far del problema una opportunità[13]Ci sono tre errori in questa linea di ragionamento.
Il primo è proprio la linearità, cigni neri, salti non lineari che portano emergenze, tempi compressi, reti di feedback dicono che la previsione del “come è stato sempre sarà” è puro wishful thinking proiettato sull’indomabile disordine del mondo. Anche la globalizzazione doveva garantirci il migliore dei mondi possibili, anche la finanziarizzazione di massa, anche l’-Europa della conoscenza- promessa a Lisbona nel 2000. 
La seconda è che la prima distruzione di lavoro già avvenuta, ha devastato proprio l’ambito creativo e culturale (giornali, edicole, librerie, case editrici, case discografiche, musicisti, fotografi, riproduzioni gratuite e senza diritti) e proprio Staglianò indagando sulle promesse di farci diventare tutti youtuber o self-published-star, mostra le ridicole proporzioni tra le migliaia che ci provano per l’uno che ci riesce, forse. La piramide dell’auto-successo, al di là della critica che se può fare sul piano socio-culturale, ha invero una forma ben poco attraente anche rispetto alle sue stesse promesse.
 
Il terzo è che la cultura dell’info-digitale va di sua natura dalla parte opposta a quella della creazione di un vasta e diffusa cultura complessa che si reclama come necessaria visto che ormai la cultura semplice verrà portata avanti dalle macchine[14]. Il diluvio della quantità informativa non si traduce in qualità conoscitiva. Insomma promesse infondate, esagerate, sbagliate. Infine, che sia la distribuzione di ricchezza individuale, che sia la distribuzione della ricchezza imprenditoriale e finanziaria, che sia la distribuzione della  share of market[15], la geometria della piramide di questo macro-fenomeno è invece una certezza: base larghissima, sezione media in contrazione, punta sottile e sempre più affilata. Sempre più Pochi su sempre più Molti[16], la statica della società-Eiffel su cui si basa la geometria gerarchica contemporanea.
 
Ma vediamo meglio il punto tre di questa impalcatura di promesse traballanti. Oggi siamo letteralmente annegati nell’informazione ma stiamo scoprendo che questa inflazione di informazione, disorienta e non fertilizza la conoscenza. La prima ragione di questa paradossale ricchezza sterile è che, con l’accesso individuale alle fonti del nuovo e potente informadotto che è Internet, ognuno di noi si trova in una bolla solipsistica. Il nostro “daily me” sarà anche tagliato a pennello sui nostri gusti e tendenze ma -nel tempo- tende a scavare un solco di reciproca incomunicabilità. Sia perché la fruizione dell’informazione è viepiù solitaria, sia perché temi e linguaggi specialistici formano il nostro vocabolario e la nostra mentalità senza alcun filtro, determinando menti “isola” che hanno forma, linguaggi ed aspettative sempre meno comuni, sia perché tendiamo a confermare i nostri interessi tanto da farli diventare “manie” e tendiamo a diventare del tutto alieni a quelli degli altri.
 
Semplicemente, la modalità Internet + social network, tende a costituirci come mondi separati, il che, nell’epoca della comunicazione, è davvero un paradosso. Anche la complessità del mondo che in sé è un unico sistema, è rifratta in un caleidoscopio di frammenti di cui ognuno di noi conosce sempre più la parte ma ignora sempre di più il tutto. Emittenti e distributori generalisti dell’informazione, vanno perdendo ruolo e con essi, la nostra possibilità di capitare -per caso- nei pressi di una conoscenza inaspettata. Di contro, emittenti e distributori di informazione on line sono per molti versi, pre-decisi dall’architettura dei link quando non dall’offerta dei semimonopolisti della rete . Questi architetti invisibili decidono ex ante che in base al nostro profilo, ci potrebbe interessare questo o quello ma così facendo la vantata libera individualizzazione diventa invece massificazione poiché i profili previsti sono sempre di meno dell’effettiva varietà sociale, sono “medie” di comportamento, definizioni statistiche, incasellamento in un numero prefissato di cluster idealtipici. Cluster definiti poi in base a specifici interessi commerciali.  Questa continua riconferma narcisistica  ci sta modellando nel profondo e da qui discende sia la violenza verbale di alcune discussioni su i social che presto deragliano in due paralleli ”tu non hai capito che .”, sia la base cognitiva sempre meno in comune sulla quale prospera l’egotismo narcisistico. Così come la scrittura modificò sensibilmente i modi di trasmettere l’informazione rispetto all’oralità e modificò la forma ed anche il contenuto del messaggio, la sua fruizione, la struttura stessa dell’apparato cognitivo che come tutte le componenti biologiche rinforza i sottosistemi più usati e fa decadere e disconnette parzialmente quelli meno usati (o usati molto saltuariamente), c’è da aspettarsi che i formati espressivi molto brevi, il primato dell’immagine, la sintesi grafica, la seduzione musicale, daranno il format prevalente di ogni possibile messaggio.
Spesso, chi scrive sul computer, non calcola che il suo messaggio sarà letto su uno smartphone, magari camminando o in attesa di qualcos’altro.  Con ciò, un nuovo primato dell’emozione, dell’attention getting ed una progressiva decadenza della riflessione e con essa della razionalità[17]. Inoltre, si sta presentando anche lo spettro della perdita storica di informazione affidata a supporti che poi diventano obsoleti, a siti che poi verranno cancellati, a bisogni di “memoria” semplicemente impossibili da fornire stante una produzione ormai quantitativamente fuori controllo. Nel decidere cosa trattenere e cosa lasciar evaporare nell’entropia, si fisserà una certa memoria del tempo ma a chi deleghiamo questo compito storico?
 
Infine, il pur limitatamente positivo proliferare delle fonti informative sta portando le élite a introdurre la pericolosa nozione di “falsa verità” che se non prendesse le forme di un ostracismo repressivo della spontaneità informativa, sarebbe semplicemente da sbeffeggiare ricordando che i più ampi cultori del pensiero umano -i filosofi- si interrogano senza soluzione di continuità da più di due millenni sul sfuggente concetto di “verità”, del “fatto” e della sua “interpretazione”. Che ora sia la banda Zuckerberg a dirci quale sia la verità, ci pare segno dei tempi, brutti tempi, tempi in cui sbeffeggiare non basta più[18].
Tutto lo sviluppo info-digitale è figlio di una intuizione originaria di Norbert Wiener, il fondatore della nuova scienza cibernetica, da lui stesso definita:  scienza del controllo. Ma lo stesso Weiner, passò il resto della sua vita ad ammonire che per usare e non esser usati dalla scienza del controllo, occorreva averne il controllo[19]. Questo controllo, che siano capitali, tasse, flussi di merci o di persone, distribuzione dei redditi, monopoli commerciali, programmi di ricerca, conseguenze ambientali del nostro agire, decisioni da prendere su i conflitti e la pace, rilievi etico – sociali – culturali e politici dell’innovazione tecno-scientifica, censure, non è nelle mani di nessuno che faccia l’interesse generale. Tutto ciò è sempre e solo nella mano invisibile del mercato ed in quelle visibilissime della Prima potenza geopolitica planetaria.
 
Per controllare questo che non è che l’ennesimo fenomeno di cambiamento profondo delle forme della nostra vita associata (oltre quello geopolitico, quello demografico, quello ambientale, quello distributivo), mancano due cose: la sufficiente conoscenza e l’istituzione della volontà generale che lo governi secondo il più ampio e responsabile interesse.
Il deficit di conoscenza che si rivela qui come altrove è proprio relativo alla complessità intrinseca di questo come di altri fenomeni. Ho letto analisi di economisti, tecnologi, sociologi, filosofi prima di scrivere questo articolo, ma rimane sempre insoddisfatto il senso di completezza, di completa definizione della cosa. Come lavorano tutti questi fatti messi assieme nel reale? L’informazione non produce conoscenza se non fertilizzando un intelletto già ben formato. Ed è proprio la coincidenza tra massima produzione e diffusione dell’informazione e minima strutturazione e capacità dell’intelletto contemporaneo di processarla, il dato di prima preoccupazione.
 
Da cui consegue che un vero soggetto generale in grado di valutare il suo interesse non c’è. La formazione è sempre più spezzettata in sottodiscpline e specialismi, il dibattito pubblico è sempre ostaggio di opinionisti al servizio dello status quo, le forme stesse dell’interrelazione sociale date dalle nuove tecnologie portano a stereotipie, semplificazioni, riduzionismi, esaltazioni a priori e sfoghi di rabbia impotente, la politica oscilla tra ignoranza, visione tattica a breve termine e sudditanza nei confronti dell’ordinatore economico che è il primo agente di disordine. La domanda di benessere economico, in tempi difficili, si fa sempre più isterica e quelle sull’adeguatezza del nostro modo di pensare e delle strutture sociali che dovrebbero riflettere le nostre consapevoli intenzioni è accolta col sorriso e l’indulgenza che si riserva all’ingenuità dei fanciulli.
Controllare la scienza del controllo è l’ennesimo punto in agenda per la democrazia che non c’è.
[1] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, Bollati Boringhieri, Torino, 1966-2001, pp. 203.204
[2] BANG = Bit, Atomi, Neuroni, Geni, messi in interrelazione, genereranno il nuovo macro-sistema.
[3] S. Jay Gould, La vita meravigliosa, Feltrinelli, Milano, 2008
[4] Personaggio inquietante. Ray Kurzweil, autore di La singolarità è vicina (Maggioli PDE, 2013), ha profetato che la “legge dei ritorni esponenziali” (qui)  ci porterebbe alla nascita di macchine autocoscienti entro il 2050. Kurzweil che di primo acchito può sembrare un tipo eccentrico, ha lanciato la Singularity University in California con la partnership di Google, NASA, Nokia, LinkedIn ed altri ed è membro influente dell’Army Science Board  (qui) snodo di incontro tra gli alti vertici dell’esercito americano e la più avanzata parte della comunità scientifica. L’impasto di genetica, nanotecnologie e robot lo fa l’esponente di punta del trans-umanesimo.
[5] L’atteggiamento verso la rivoluzione info-tecnica, è stato definito non senza malizia epistemica come tecno-entusiasta o tecno-scettico. Non si vede la necessità di apporre categorie dell’emotività al giudizio su i fatti. I fatti sono l’insieme degli aspetti coinvolti e componenti la rivoluzione info-tecnica, semmai le analisi si dividono tra ingenui e critici, tra coloro che accettano la narrazione del migliore dei mondi possibili e coloro che assumo un atteggiamento più critico, leggendo non solo gli aspetti migliori ma anche quelli peggiori e derivandone indicazioni per altri mondi possibili oltre a quello sfornato dalle dinamiche del mercato. Qui Staglianò intervista Eughenji Morozov (secondo filmato della pagina) sull’argomento:
[6] Due professori del MIT, A.McAfee e E.Brynjolfsson, in Race Against Machine (2011), dimostrano che dal 2000 le curve dell’incremento della produttività e dell’occupazione, cominciano a divergere. Classica ormai, la citazione del The Future of Employment: How Susceptible Are Jobs to Computerisation 2013, C.B. Frey e M. A. Osborne della Oxford University che dimostrerebbero fondate preoccupazioni per poco meno del 50% dei mestieri, da qui a venti anni. Nel 2013 l’Economist, in Rise of the Software Machines  (qui) decreta la prossima fine di tutte le imprese  prosperate sulla tendenza all’outsourcing. Federal Reserve Economic Data, certifica che negli USA, dal 1987, si producono l’85% dei beni in più con due terzi della forza lavoro di allora.  UNCTAD-ONU, prevede impatti molto negativi sulla forza lavoro dei paesi emergenti (qui). Anche se con stime meno tragiche, il tema di come “gestire” la quarta rivoluzione industriale di cui si ammette sia l’impatto occupazione, sia l’aggravio delle diseguaglianze, è stato al centro dell’annuale Forum di Davos 2017.  Link commentati attraverso cui approdare ai rapporti Bank of America e Merrill Lynch (qui) e McKinsey (qui) . Economisti quali Jeffrey Sachs e L. Kotikoff, T. Cowen e Larry Summers (ex rettore di Harvard, tra le altre cose) ma anche P. Krugman, R. Reich e N. Roubini, oltre a R. Prodi, hanno sviluppato punti interrogativi sull’argomento.
[7] Idea promossa da R. B. Freeman economista di Harvard.
[8] I rapporti tra impiegati e capitalizzazione di borsa di queste imprese è ridicolo, specie se raffrontato con quello delle industrie o dei servizi “tradizionali”.
[9] Cina, Corea del Sud, Russia, Iran, Bielorussia, Arabia Saudita hanno già un loro Internet nazionale o pesanti firewall che ne limitano il libero accesso. L’India ha mostrato crescente nervosismo per certe invadenze esterne, l’hackeraggio e la pirateria internazionale ma anche lo spionaggio dati, privato o industriale, preoccupano più o meno tutti. La Germania, è capofila dell’idea di creare in Internet europeo. Poiché l’infosfera tende a coincidere con l’anglosfera è ovvio che in un processo di riconfigurazione multipolare del mondo, anche Internet “rete delle reti” diventerà un po’ meno la prima cosa ed un po’ più la seconda. Il BRICS Cable, 34.000 km di cavo sottomarino con portanza di 12,8 Tbit/s, prefigura la volontà di creare proprie reti da parte del mondo emergente.
[10] E’ il classico aggiustamento della mano invisibile che riguarda sempre gli altri. Gli stati spendano un po’ di più in welfare, le aziende acquirenti di robot vengano un po’ tassate, i lavoratori accettino un po’ meno ed un po’ di precarietà creativa in più, così noi possiamo continuare a prosperare.
[12] La datazione del cuore esplosivo della Rivoluzione industriale, ha subito varie oscillazioni. Oggi si ritiene che il più decisivo impatto (ciò che segna il tempo in cui accade effettivamente una “rivoluzione”) sia da collocare tra il 1850 ed il 1870 e non prima.
[13] C’è anche chi vede solo opportunità come Michael Nielsen, (Le nuove vie della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 2012) per il quale “La conoscenza scientifica non è piú il frutto dell’avventura, eroica e solitaria, del grande uomo e dell’intelligenza singolare, o delle diverse convergenze fra industria, apparati militari, capitale finanziario e istituti di ricerca. La cultura scientifica contemporanea ha incorporato ormai come parte integrante degli stessi oggetti, obiettivi e protocolli della ricerca, fin dall’atto della loro primitiva elaborazione, il criterio della necessaria, e il piú possibile ampia, condivisione di teorie, scoperte, modelli e paradigmi”. Ma se la fase di ricerca è sharing, lo è anche quella dell’applicazione brevettata?
[14] Ne accenna J.C. De Martin nell’introduzione a L. Floridi, La rivoluzione dell’informazione, Codice edizioni, Torino, 2015 e credo lo riaffermi nel suo Università futura, Codice edizioni, Torino, 2017. “Credo” perché non l’ho ancora letto ma ne ho desunto tesi da vari articoli.
[16] Come ripete Jeremy Rifkin, la sharing economy è speculativa almeno quanto l’economia classica” riporta in una intervista a Wired, Andrew Keen autore di “Internet non è la risposta” Egea, 2015 (qui). In verità ha una struttura più simile a quella dell’economia finanziaria.
[18] Clamoroso il caso di censura operato dagli algoritmi di Facebook della famosa foto di Nick Ut/1972 (premio Pulitzer) dei bambini vietnamiti piangenti in fuga da un bombardamento al napalm perché compare una bambini nuda. (Qui)
[19] L’anello controllato – controllore prefigura una tipica situazione quale descritta nella cibernetica di second’ordine, si veda H. von Foerster, Sistemi che osservano, Astrolabio, Firenze, 1987
Fonte: Megachip di Pierluigi Fagan – 22/03/2017

Perché Renzi odia il reddito di cittadinanza e propone il lavoro di cittadinanza

reddito-minimo-garantitoStraordinario Renzi: di ritorno dalla California, dove si sperimenta il reddito di cittadinanza, annuncia in Italia una tesi opposta: il lavoro di cittadinanza. Dopo la batosta del 4 dicembre deve recuperare il voto di giovani e poveri. Come? Mettendoli a lavorare (su cosa?) in cambio di una “cittadinanza”: qualche spicciolo o bonus. Il lavoro di cittadinanza è una delle tesi della sinistra lavorista. Ad essa va contrapposto il reddito di base come diritto universale di esistenza e sviluppo dell’autonomia della persona. Questo diritto oggi può strutturare una proposta radicale e alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista e dalle accuse infondate storicamente dei lavoristi di sinistra per i quali il reddito di base è una proposta “neoliberista”
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Ma Renzi è davvero stato in California? Oppure ha dato un indirizzo sbagliato ai giornalisti ed è rimasto a casetta? La sua gita nella Silicon Valley è stata inutile: dallo stato dove si discute, e si sta sperimentando un reddito di cittadinanza a Oakland, Renzi ha importato il concetto opposto: il lavoro di cittadinanza. Ovvero: obbligo di lavoro per tutti i precari e disoccupati, gestito dallo Stato garante in ultima istanza del «lavoro pubblico garantito».
Ripresentarsi con la proposta di lavoro cittadinanza senza citare il reddito di cittadinanza sostenuto, non senza problematicità, dai principali esponenti e teorici della Silicon Valley che parlano di robot e automazione la dice lunga sul livello di arretratezza e subordinazione culturale in cui vive la stampa e buona parte della “sinistra” italiana. Parlare di “lavoro di cittadinanza” è surreale all’indomani della bocciatura delle destre neoliberiste all’europarlamento di una tassa sull’automazione e dei robot per finanziare un reddito di base. Benoit Hamon, candidato dei socialisti francesi alle presidenziali (il partito alla cui sedicente “famiglia” politica dovrebbe appartenere il Pd-partito di Renzi), ha sbaragliato la destra social-liberista di Manuel Valls alle primarie con questa proposta che è più avanzata rispetto alle posizioni neoliberiste espresse da Emmanuel Macron, favorito nella corsa all’Eliseo. In base ai primi risultati della sperimentazione di Oakland condotta su mille persone sembra che il reddito dimostri le posizioni di chi da tempo lo sostiene: l’aumento delle tutele contro la precarietà e la disoccupazione non diminuisce la capacità di lavoro, ma rafforza l’autonomia del titolare di un diritto al reddito di base.
Il personaggio-Renzi è dotato di un’enorme capacità di mistificare tutto e il suo contrario e i media ne sono affascinati in un gioco di auto-distruzione che si autoalimenta. Risultato ineguagliato, per il momento, resta il catastrofico (per lui, non per il paese) referendum del 4 dicembre. Ora, il mistificatore ha bisogno di recuperare voti sul “sociale”, i “giovani”, i “poveri”. La proposta sul “lavoro di cittadinanza” mette benzina sul fuoco.
 
“Fermare il progresso e la tecnologia o pensare di rallentare è assurdo”, ha detto l’ex premier ed ex segretario del Pd: “Le invenzioni, dalla stampa all’automobile, hanno avuto sempre ricadute sociali. Compito della politica è ora affrontare i problemi che derivano dalla rivoluzione digitale e i costi in termini di perdita di posti di lavoro”. Ma, aggiunge, “contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione”, invece “serve un lavoro di cittadinanza”.
Luigi Di Maio, candidato a Palazzo Chigi contro Renzi per i Cinque Stelle, si è chiesto cosa significhi “lavoro di cittadinanza”. Qualcuno ha provato a dare una risposta: sarebbe addirittura una proposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, e  di Berlusconi che di recente si è scoperto sostenitore del “reddito di cittadinanza”.
Brunetta starebbe pensando a un lavoro di cittadinanza che impone, per legge, un’occupazione di 3 mesi a chi ne farà domanda. I tre mesi di lavoro daranno diritto a trascorrerne altrettanti con l’indennità di disoccupazione, e così via. Si desume che l’obbligo al lavoro, magari attraverso i vecchi lavori socialmente utili o con i più “moderni” voucher. In questo caso, tutti i cittadini in disagio lavorativo saranno costretti a svolgere nuove corvée o lavori servili di ogni tipo per avere in cambio un sussidio di povertà di ultima istanza (chiamato da Berlusconi, senza vergogna, “reddito di cittadinanza”) in una turnazione trimestrale. L’agenzia nazionale delle politiche attive (Anpal) creata dal Jobs Act di Renzi e i centri per l’impiego, enti che hanno una buona parte dei dipendenti precari o in scadenza a marzo, dovrebbero gestire il nuovo lavoro servile, chiamato “lavoro di cittadinanza”. Resta da capire cosa faranno i richiedenti asilo che, a causa delle disfunzioni strutturali del sistema di asilo e del razzismo dilagante, saranno messi al lavoro (gratuito) per ottenere quello che sarebbe un loro diritto. Il piano Minniti-Morcone rientra, e in che modo, nel lavoro di cittadinanza?
 
Per chi ha una pur minima conoscenza dello stato delle politiche del lavoro, e dei risultati reali (non quelli renziani) del Jobs Act, sa che queste proposte di contrasto alla disoccupazione, tra l’altro in una crisi economica come la nostra, sono fuffa. Vale tuttavia la pena di analizzarle perché da oggi a febbraio 2018 – quando presumibilmente si voterà in Italia, salvo rovesci – questa sarà materia di propaganda. Potrebbe essere un punto dell’agenda del governo Pd-partito di Renzi-Forza Italia-Ncd e vari satelliti.
Renzi è spregiudicato. Quando parla di “lavoro di cittadinanza” allude a una tesi della sinistra lavorista. E’ stata avanzata da Laura Pennacchi (nel 2013; o nel 2017). Questa proposta è contro un reddito di base, soprattutto se incondizionato, accusato di favorire “la scissione del nesso costituzionale tra lavoro e dignità, il quale considera il lavoro non solo come attività ma come processo antropologicamente strutturante l’identità umana”. Prima che se ne appropriasse Renzi, la proposta era stata avanzata in politica da Stefano Fassina (Sinistra Italiana, già viceministro dell’Economia nel governo Letta quando militava nel Pd): “il lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza – ha sostenuto Fassina – Che deve servire all’inserimento lavorativo, quindi deve essere condizionato ad attività formative e all’accettazione di offerte dignitose di lavoro. Lo vedo come un veicolo per condurre o ricondurre le persone al lavoro”.
 
Questa sinistra sostiene il ritorno dello Stato a cui affidare il ruolo di “creatore di ultima istanza” di lavoro. Impresa ambiziosa che si ritrova nel piano sul lavoro presentato dalla Cgil e viene tramandato dal tempo in cui alcuni economisti progressisti consigliavano di impiegare persone facendogli scavare le buche. Più di recente se ne è parlato per creare occupazione statale nella manutenzione dei disastrati territori italiani. A Renzi, invece, non interessa un simile ruolo dello Stato, se non limitato all’erogazione degli incentivi alle imprese: 18 miliardi per il Jobs Act. Si appropria del lavorismo e, con la sua personale interpretazione del populismo, lo mescola con l’assistenzialismo statale agli imprenditori in chiave di capitalismo compassionevole. Un patchwork conservatore e liberista, di destra e di sinistra, in chiave anti-Movimento Cinque Stelle.
 
Renzi è impegnato in una battaglia ideologica lavorista contro la proposta workferista del Movimento Cinque Stelle su un presunto (e infondato) reddito di cittadinanza (si tratta di un reddito minimo, come si dimostra qui e qui). Ha trovato nel sintagma “lavoro di cittadinanza” la parola ideale per confondere ancora di più le acque della propaganda da una parte e dall’altra. La mossa è studiata: visto che la micro-scissione dal Pd (e da Sinistra Italiana) della “ditta” Bersani-D’Alema (e Speranza, Scotto, Smeriglio ecc) si chiamerà “Articolo 1 – Movimento dei democratici e dei progressisti), Renzi ha pensato di impadronirsi dell’ingombrante portato giuridico dell’articolo della Costituzione per rubare la scena ai suoi attuali avversari “di sinistra” e scaricarlo contro i Cinque Stelle accusati, a torto, di essere meno lavoristi del Pd.
 
Renzi sostiene queste posizioni da almeno quattro anni. Impadronendosi oggi della parola d’ordine  del “lavoro di cittadinanza”, l’ex premier otterrà l’effetto di neutralizzare la principale – e modesta – proposta di “sinistra” per affrontare, si fa per dire, il problema epocale della precarietà, del lavoro povero, della totale mancanza di tutele universalistiche per la persona e infine dell’automazione che-distrugge-i-posti-di-lavoro. La sinistra non lavorista rischia di restare, come sempre, senza voce. A meno che non rilanci – contro la proposta dei Cinque Stelle e contro il lavorismo di Renzi e della sua “sinistra” – la prospettiva del reddito di base universale. Destinato anche ai residenti stranieri, non solo ai “cittadini”.
 
Impresa difficile perché il lavorismo ha una presa ideologica anche nei quadri dirigenti sindacali, Cgil compresa. Qualche cambiamento c’è stato negli ultimi sei o sette anni nella Fiom e nella Flc, ma il reddito non è mai diventato un argomento di discussione dirimente nel sindacato, a cominciare dalla “Carta dei diritti del lavoro” che la Cgil sostiene con i referendum contro i voucher e sugli appalti. Senza contare che la confederazione sindacale sostiene una proposta di “reddito di inclusione sociale” (Reis), una misura parziale e non universalistica contro la povertà, e non un reddito di base a sostegno della persona vulnerabile nel mercato del lavoro nella società finalizzata al libero e autonomo sviluppo della sua dignità sociale, umana e professionale.
In questa confusione politica e ideologica la battaglia è feroce. A sinistra, tra i Cinque stelle e Renzi non si faranno prigionieri. Chi sta perdendo sono milioni di persone la cui vita migliorerebbe con una riforma universalistica del Welfare familistico, lavorista, burocratico e anacronistico come quello italiano. Gli unici, ad oggi, che sostengono una prospettiva di “reddito minimo garantito” sono in parte in Sinistra Italiana, Possibile di Civati o parte di Rifondazione Comunista, le reti dei movimenti e dei centri sociali, la rete dei Numeri Pari (composta da Libera, Cnca, Rete della Conoscenza, Roma Social Pride), il Basic Income Network-Italia. Molto interesse desta la proposta di “reddito di autodeterminazione” avanzata dal movimento Non una di meno. La novità più interessante nella politica degli ultimi tempi porterò questa rivendicazione in piazza nello sciopero delle donne del prossimo 8 marzo. Queste posizioni che potrebbero evolvere verso un vero reddito di base universale. Una parte ancora poco visibile politicamente, a cui bisognerebbe chiedere più coraggio e azione politica per sfuggire alla tenaglia ideologica del pauperismo, del miserabilismo e di un’equivoca, nostalgica e acritica idea “socialdemocratica” dello stato che oggi unisce lavoristi di destra e di sinistra.
Una precedente campagna sul reddito di dignità, sostenuta da Libera e da centinaia di associazioni e movimenti, è stata cannibalizzata dagli opportunismi dei lavoristi. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha stravolto quella proposta spuria (una forma di reddito minimo garantito) in un sussidio di ultima istanza per i poverissimi con famiglie numerose, sottoponendoli alle condizioni di un workfare ispettivo che prevede penalizzazioni per chi non accetta una manciata di euro in cambio di lavori socialmente utili. Emiliano ha chiamato questa proposta “reddito di dignità”. Uno scippo che ha mostrato la debolezza politica delle istanze che chiedono in Italia una forma di dignità e giustizia sociale. Il consenso per una misura come il reddito resta tuttavia, potenzialmente, molto ampio nel paese. Per questo non dovrebbe restare confinato nei limiti di uno spazio politico ultra-identitario e altrettanto incerto, e infinitamente condizionabile da una duplice dialettica: quella distruttiva pd-centrica oppure quella neutralizzante dei Cinque Stelle.
 
In questa prospettiva bisogna liberare il campo da un equivoco. Il discorso sul reddito di base non è una prerogativa della Silicon Valley, né tanto meno dei liberisti alla Milton Friedman. Di sganciamento del reddito dal lavoro, e di riforma del Welfare, si parla perlomeno dagli anni Settanta in Italia, in Germania e nella sinistra europea più avanzata. Senza contare che un reddito di base non esclude il lavoro, ma libera il soggetto dal suo ricatto, per un libero sviluppo della sua personalità. Un’antica aspirazione del Marx teorico della “forza lavoro” e non del “lavoro”, come ritengono i lavoristi che hanno del marxismo un’immagine umanistica, smithian-ricardiana e certamente non comunista. Da un altro punto di vista, altrettanto radicale, di recente Stefano Rodotà ha proposto la formulazione di un diritto fondamentale al reddito che ha chiamato diritto universale di esistenza. Un diritto che oggi può strutturare ogni proposta alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista.
 
Sostenere che il reddito di base è una proposta neoliberista è dunque un falso storico usato dai lavoristi che parlano di “piena occupazione”. Dire che Milton Friedman propone forme di distribuzione estranee al rapporto di lavoro, è altrettanto insignificante quanto sottolineare l’affezione dei fascismi per la piena occupazione. Quella dei neoliberisti è solo una delle possibili varianti del reddito di base. Non certo l’unica.
 
Una volta messo in ordine il quadro teorico e storico, è giunto il momento di un’iniziativa politica autonoma sul reddito. Non è mai troppo tardi.
 
***qui e qui le differenze tra reddito minimo garantito, reddito di inclusione sociale, reddito di povertà e reddito di base universale
Quinto Stato
Roberto Ciccarelli 27.02.2017
 

La seconda gamba del Jobs Act: l’Anpal e il management della precarietà di massa

copertina-300x300per fortuna che ci sono tante lotte dure senza paure. SE SI E’ ARRIVATI FIN QUI QUALCUNO COMPLICE E’ STATO. Ed ad ogni SUICIDIO per indigenza CENSURIAMO bel paese dominato dai giusti moralmente superiori
SOLO SE LA COSIDDETTA SOLIDARIETA’ SI TRASFORMA IN UN SISTEMA MAFIOSO-TANGENTISTA VIENE INTRODOTTA IN STA FOGNA DI PAESE

Non solo voucher. Il Jobs Act è un mondo. L’agenzia nazionale delle politiche attive (Anpal) è la sua seconda gamba. Anticipazione del futuro in Italia. Quello che saranno le politiche neoliberali del lavoro e il management della precarietà di massa.  Non senza problemi: l’Anpal che dovrà organizzare i servizi per reinserire i lavoratori precari o disoccupati è tenuta in piedi da 760 precari i cui contratti scadranno il 31 luglio. E’ l’immagine speculare della forza lavoro che dovrebbero aiutare a “ricollocarsi”.
 
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La stagione delle politiche attive del lavoro in Italia è iniziata ad Avellino. Il Presidente del Consiglio Gentiloni e il presidente dell’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) Maurizio Del Conte hanno visitato il Centro per l’Impiego della città campana per lanciare un’operazione ambiziosa: introdurre anche nel Belpaese un sistema di workfare secondo i canoni più stringenti del neoliberismo applicato al mercato del lavoro. Un’operazione che può essere compresa in relazione all’approvazione del “reddito di inclusione” nell’ambito di un intervento sottofinanziato, vessatorio e incompleto contro la povertà.
Questo reddito riguarda i poverissimi, capofamiglia di nuclei numerosi al di sotto dei 3 mila euro di Isee; l’assegno di ricollocazione che sarà gestito dai centri dell’impiego monitorati dall’Anpal interessa invece i disoccupati.
La logica è la stessa: il soggetto che non accetta un’offerta di lavoro, e non rispetta il “patto” con lo Stato (o con le agenzie private titolari di un progetto di ricollocazione), sarà penalizzato fino alla perdita del sussidio stesso.
Il set è un centro per l’impiego del Sud, dove ci sono i tassi di disoccupazione e di povertà più alti del paese. Gli attori – Gentiloni e Del Conte (bocconiano, e già autore del Ddl lavoro autonomo) – hanno annunciato le seguenti misure: 30 mila lettere ai disoccupati per “ricollocarli” sul mercato del lavoro; rilancio del fallimentare programma sulla “Garanzia giovani” e del Bonus assunzioni Sud per il 2017, parte superstite degli sgravi erogati dal governo Renzi alle imprese che assumono con il contratto precario “a tutele crescenti”, 18 miliardi in tre anni con esiti deludenti. Sarà creato un nuovo bacino di precari: mille “tutor” garantiranno il sistema del lavoro gratuito dei liceali nelle aziende nell’ambito del sistema “alternanza scuola-lavoro” strutturato da un’altra riforma renziana: la “Buona scuola”. Previsti interventi a supporto della ricollocazione di 1.666 licenziati di Almaviva Contact.
 
Esperimento Almaviva
Il ricollocamento degli ex Almaviva è una sperimentazione che prevede tre strumenti di incentivazione per una somma da investire sui lavoratori licenziati fino a 15mila euro: alle società private che formeranno il lavoratore andranno fino a 2mila euro; alle società di collocamento ma solo nel caso di esito positivo del percorso, un assegno di ricollocazione fino a 5mila euro;  alle aziende che assumeranno il lavoratore con contratto a tempo indeterminato fino a 8mila euro.
I disoccupati continueranno ad usufruire, per tutto il percorso di ricerca di lavoro, della Naspi. in alternativa, sono previsti incentivi per l’auto-impiego fino a 18mila euro a lavoratore, 15mila sul capitale e 3mila per il percorso di accompagnamento all’auto-imprenditorialità, oltre a risorse per la ricollocazione degli over 60, fino a 10mila euro a testa per l’accompagno verso un lavoro di pubblica utilità. L’accesso ai programmi disegnati dal governo sarà volontario. Nella regione Lazio apriranno 5 sportelli, in collaborazione con la regione, per gestire un’operazione complessa. Dal 9 al 16 aprile inizieranno i colloqui individuali con i lavoratori “ricollocandi”.
 
Le proposte di lavoro dovranno essere “congrue” e in linea con le competenze e il salario dell’esperienza precedente del lavoratore. Tutto dipende dalla “domanda che emergerà dal territorio” e dall’interesse di imprese pubbliche e private, società parastatali o amministrazioni pubbliche, ad occupare gli ex licenziati Almaviva. Se il lavoratore rifiuterà l’occupazione perderà il diritto all’indennità di disoccupazione. Su questa operazione il governo investirà 8 milioni di euro rimborsati dal fondo europeo Feg.
Questa sperimentazione permette di squadernare la logica governamentale già presente nelle politiche del lavoro in Italia e che il JobsAct ha cercato di sistematizzare in quella che è stata definita “seconda gamba”. I 30 mila destinatari delle lettere sono stati individuati tra i percettori della Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego (Naspi) da almeno 4 mesi. Queste persone avranno a disposizione un buono fino a un massimo di 5.000 euro per usufruire di servizi di assistenza intensiva alla ricollocazione, presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro accreditata. Va specificato che questa somma non è erogata direttamente al disoccupato, ma agli operatori – pubblici e privati – attraverso un meccanismo che viene definito “incentivante”. L’operatore sarà retribuito solo a risultato raggiunto, cioè alla firma di un contratto di lavoro da parte del lavoratore. L’intervento ha una durata di sei mesi, prorogabile per altri sei nel caso non sia stato consumato l’intero ammontare dell’assegno di ricollocazione.
Management del mercato del lavoro
Su questa base è possibile ipotizzare che per reciproco interesse il lavoratore e l’agenzia a cui si è rivolto possano avere interesse a mantenere in vita la prestazione di disoccupazione. Il primo potrebbe mantenere il sussidio per la sua intera durata; la seconda continuare a prendere il voucher. Nel primo caso, il diritto fondamentale della libera scelta – e il corrispettivo principio costituzionale -saranno aggirati dall’approccio prestazionale e produttivistico proprio del dispositivo del management by objective. Nel secondo caso si rischia di alimentare comportamenti opportunistici nelle strutture private.
 
I “soggetti accreditati” possono anche spingere il loro “cliente” ad accettare qualsiasi offerta che riterranno congrua rispetto al curriculum del lavoratore. Dal numero di ricollocamenti dipende sia la riscossione della percentuale sul fondo destinato al lavoratore sia il rating dell’agenzia interinale che è in concorrenza con le altre, così come lo saranno gli stessi centri per l’impiego in un sistema “misto” dove l’Anpal dovrebbe giocare un ruolo di arbitro e di coordinatrice-monitoratrice delle attività  del pubblico e del privato, dello stato e delle regioni.
Al lavoratore spetterà la scelta di accettare un lavoro oppure ricevere la penalità da parte dello Stato. Per lui le “politiche attive” prevedono una serie micidiale di sanzioni nel caso di rifiuto di un’offerta “congrua” di lavoro, fino alla punizione finale: il rifiuto del sussidio.Su questo concetto di “congruità” si giocherà, presumibilmente, la partita esistenziale, politica ed epistemologica delle “nuove” politiche del lavoro. Il contrasto tra la logica del rating -seguita dal sistema di collocamento scelto dal JobsAct – e quella della libera scelta è palese.
Alla base della “politica attiva del lavoro” esiste l’approccio sanzionatorio e parossistico del work first: il “lavoro purchessia”, basato sui requisiti quantitativi e non qualitativi. Questa logica incide sia sul lavoratore che sui soggetti che li seguono. L’obbligo della scelta può arrivare a negare la libertà del soggetto che ha stretto un “patto” con lo Stato. Il ricollocamento, l’occupazione, la disoccupazione diventano un caso morale, ovvero uno dei dispositivi che governano la vita delle persone oggi nella società, e non solo nel lavoro.
 
Esistono altre ipotesi. Ad esempio, una volta entrati in vigore a livello sistemico, i voucher potrebbero essere liberamente versati nelle casse delle multinazionali private e non in quelle pubbliche, date le attuali e future inefficienze. Il governo elargirà fondi pubblici a privati, ma sarà rimborsato con i fondi europei. La politica, che molto sta puntando sulla finzione delle “politiche attive” potrà comunque appendersi una medaglietta al petto. I giornali potranno titolare sul successo dell’operazione.
 
L’Unione Europea – ispiratrice di questo sistema neoliberale di workfare – potrà brindare al miglioramento delle statistiche sull’occupazione. E i lavoratori? I lavoratori troveranno un altro modo per vivere la loro condizione di disoccupazione attiva o di attivazione occupazionale permanente restando, in fondo, intermittenti del reddito e delle tutele.
E ancora: il soggetto potrebbe preferire non entrare nel quasi-mercato dei sussidi e delle politiche attive istituito con l’Anpal per evitare di essere ricattato, monitorato e disciplinato. In Italia sembra quasi inconcepibile questa eventualità, data l’assenza di una reale politica attiva. Casi simili si registrano in tutta Europa, dalla Francia all’Inghilterra e in Germania. Paesi dove il sistema di ricollocamento esiste. Il restringimento punitivo dei parametri, avvenuto nell’ultimo decennio, sta causando una fuga dal workfare da parte di soggetti che rifiutano di assoggettarsi alle nuove condizioni.
Le politiche attive del lavoro sono un concentrato di politiche neoliberiste con lo scopo di creare un “quasi mercato” dell’offerta di lavoro sia nel pubblico che nel privato. Il loro obiettivo è trasformare la governance inefficiente attuale in un dispositivo manageriale che funziona con premi, obiettivi e competizione tra istituzioni e imprese del reclutamento di forza-lavoro. La politica attiva del lavoro è un governo della vita.
 
Sono precari coloro che aiutano i disoccupati a trovare un lavoro
Ad oggi l’intero sistema dell’Anpal si regge sul precariato di 760 operatori i cui contratti sono stati da poco prorogati al 31 luglio 2017. E poi? Dovrebbero ripetere una selezione che hanno già fatto tra il 2015 e il 2016 per continuare a fare un lavoro che in molti casi svolgono da anni. E’ l’immagine speculare della forza lavoro che dovrebbero aiutare a “ricollocarsi”.
Il caso dei 760 precari di Anpal è significativo. Sono loro che dovrebbero seguire la “ricollocazione” dei licenziati Almaviva. Senza contare i mille “tutor” che dovrebbero seguire e formare le attività dell’alternanza scuola lavoro: una pedagogia neoliberale obbligatoria che serve ad addestrare gli studenti al lavoro inteso come stage permanente o vero e proprio lavoro gratuito che avrà un peso sul voto della maturità.
“È inaccettabile – scrivono gli interessati – che le risorse impegnate in progetti di ricollocazione, come il Piano Almaviva, garantiscano servizi a disoccupati vivendo sulla propria pelle una forte incertezza sul proprio futuro professionale e lavorativo. È necessario che Anpal e il Governo garantiscano l’inizio di un percorso di stabilizzazione che passi attraverso il rispetto dell’intesa quadro del 22 luglio 2015, la salvaguardia della continuità occupazionale dei lavoratori e delle attività di Anpal Servizi e la proroga dei contratti fino al 2020 senza passare per ulteriori selezioni visto che abbiamo già superato vacancies sulla programmazione 2014-2020”.
Non bisogna mai credere agli annunci degli aspiranti stregoni del mercato del lavoro. Sotto la patina dell’ottimismo tecnocratico, dentro le pieghe della neo-lingua, c’è sempre un’intenzione di controllo e governo. C’è sempre il precariato. Un dato può essere utile per dare un senso alle prospettive delle “politiche attive del lavoro” in Italia. Solo in Germania – stella polare delle classi dirigenti italiane sul workfare i mini-jobs e le politiche contro i poveri – nelle politiche del lavoro e nelle politiche attive sono impiegate circa 110 mila persone, oltre 11 volte in più rispetto ai circa 9 mila italiani, di cui circa 2 mila precari.
 
Roberto Ciccarelli 17.03.2017

Jobs Act, anche il centro studi di Biagi certifica flop: “Sempre più lavoratori a termine. Boom occupati? Solo over 50”

El-paro-aumenta-el-riesgo-de-pobreza.-Luis-SerranoA due anni dalla riforma, un working paper della fondazione Adapt fa il bilancio. Nonostante gli sgravi contributivi, costati circa 20,3 miliardi di euro, “non può dirsi oggi raggiunto l’obiettivo principale”, cioè invertire il rapporto tra i nuovi contratti a tempo determinato e quelli stabili. Nel 2007 erano a termine 13,7 lavoratori su 100, nel 2016 si è toccato il record di 14,4. Inoltre gli incentivi hanno giocato a sfavore dei giovani, il cui tasso di occupazione resta 8 punti sotto il livello pre-crisi
 
Che il Jobs Act abbia mancato gli obiettivi di diminuire la precarietà e rendere stabilmente più appetibili per i datori di lavoro i contratti a tempo indeterminato è ormai molto più che un sospetto dei sindacati o un’accusa delle opposizioni: basta guardare gli ultimi dati Inps sull’andamento di assunzioni e licenziamenti nel 2016. Ma ora, a due anni esatti dal suo varo, a sancire il flop di una delle riforme simbolo del governo di Matteo Renzi è un working paper della Fondazione Adapt, il centro studi fondato dal giuslavorista Marco Biagi due anni prima del suo assassinio per mano delle Nuove Brigate Rosse. La valutazione arriva dunque da una fonte cui non si può imputare un pregiudizio negativo nei confronti della flessibilità, considerato che porta il nome di Biagi la legge che ha introdotto in Italia i contratti a progetto, il lavoro occasionale e quello a chiamata.
Le conclusioni dell’analisi, firmata dal direttore generale di Adapt Francesco Seghezzi e dal ricercatore Francesco Nespoli, sono nette: per prima cosa, alla luce dei dati disponibili “non può dirsi oggi raggiunto l’obiettivo principale del Jobs Act, più volte comunicato, di invertire il rapporto tra il flusso dei contratti a tempo determinato e quello dei contratti a tempo indeterminato”, nonostante i generosi sgravi contributivi per le assunzioni a tempo indeterminato concessi dal gennaio 2015 al dicembre 2016 proprio per spingere le stabilizzazioni siano costati alle casse dello Stato una cifra che l’articolo stima in “circa 20,3 miliardi di euro“, l’equivalente di una manovra finanziaria. Infatti appena la decontribuzione si è ridotta, nel 2016, “abbiamo assistito ad una crescita netta di 221mila contratti a tempo determinato (+187%)”.
Nel 2016 record di lavoratori a tempo determinato – Risultato: “Complessivamente sia nel 2015 che nel 2016 la percentuale degli occupati a tempo determinato sul totale dei lavoratori dipendenti è cresciuta. Se infatti nel 2007 13,2 lavoratori dipendenti su 100 avevano un contratto a termine, il numero è calato lievemente durante la crisi per poi tornare a crescere arrivando a 13,7 nel 2015 e al valore record di 14,4 nel 2016“. Tutto considerato, i dati finora disponibili mostrano secondo il paper come “l’investimento fatto non abbia portato ad un cambio strutturale delle preferenze delle imprese e come esso possa prefigurarsi come legato tuttalpiù a una modifica strutturale dei rapporti di convenienza economica delle due diverse tipologie contrattuali”. Per di più, il legame tra decontribuzione e attivazione di contratti suggerisce che le imprese favorite dal Jobs Act siano state “quelle che competono sui costi fissi piuttosto che sull’innovazione“.
“Ripresa occupazionale concentrata nella fascia più anziana” – Se poi si va a guardare quali fasce di età hanno beneficiato maggiormente delle stabilizzazioni, il risultato è quasi paradossale nel contesto di un Paese che ha un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti d’Europa (per non parlare dei Neet): l’unica crescita consistente del tasso di occupazione si è registrata nel gruppo 50-64 anni. Andando ancora più a fondo, si scopre che “la ripresa occupazionale alla quale abbiamo assistito negli ultimi anni si è concentrata quasi totalmente sulla fascia più anziana della popolazione lavorativa italiana”. Una constatazione che “getta una diversa luce sulle possibili cause”, scrivono i ricercatori: vale a dire che “è quantomeno possibile introdurre tra i fattori l’aumento dell’età pensionabile e la conseguente diminuzione del numero dei pensionati italiani, diminuzione che ha fatto sì che il numero di occupati nella fascia 50-64 aumentasse, contribuendo quindi all’aumento complessivo degli occupati”. Più del Jobs Act, dunque, poté la riforma Fornero. Del resto, il fatto che gli incentivi non fossero differenziati – per esempio più alti per i giovani al primo impiego – “pare avere giocato addirittura a sfavore dei giovani, facendo propendere le imprese verso l’assunzione dei più esperti” anziché puntare su ragazzi da formare.
I contratti a tempo determinato nel 2016 hanno ricominciato ad aumentare – Le conclusioni del paper sono ovviamente basate sui dati ufficiali di Inps e Istat. Si parte dalle rilevazioni dell’istituto previdenziale sui nuovi contratti. Nel 2015 si sono registrati, al netto delle cessazioni e includendo le trasformazioni, 934mila contratti a tempo indeterminato in più. “È indubbio quindi che i provvedimenti, soprattutto quello della decontribuzione, abbiano generato nel 2015 una vera e propria impennata di contratti di lavoro”. Purtroppo però è altrettanto indubbio “che nel 2016 questo trend abbia subito una brusca frenata“: nel 2016 sono stati 82mila (-91%). Al contrario “sul fronte dei contratti a tempo determinato, la cui diminuzione era tra gli obiettivi di policy principali (se non quello primario) del Jobs Act, si assiste ad una dinamica opposta”. Se nel 2015 erano diminuiti di 253mila unità, l’anno scorso (quando lo sgravio contributivo è stato ridotto dal 100 al 40%) sono aumentati di 221mila, +187%.
 
Rispetto a prima della crisi 264mila lavoratori in meno – Passando alla panoramica del mercato del lavoro prima e dopo la riforma, il quadro è altrettanto negativo: “Alla fine del 2016 avevamo in Italia 22.783mila occupati, con un tasso di occupazione pari al 57,3% della forza lavoro. Un dato che confrontato con il 2007 pre-crisi mostra la diminuzione di 264mila lavoratori e soprattutto (considerando anche la crescita della popolazione e la forza lavoro cresciuta di 1,2 milioni di unità) la diminuzione dell’1,5% del tasso di occupazione“.
L’anno scorso 217mila nuovi occupati su 293mila sono stati over 50 – Quanto alla ripartizione dei benefici degli incentivi tra le diverse fasce di età, il tasso di occupazione dei 15-24enni che nel 2007 era al 24,2% e nel 2013 era sceso al 15,6% ha conosciuto solo un mini recupero, arrivando al 16,3% nel 2016: circa 8 punti in meno rispetto al periodo pre-crisi. Dinamica simile per la fascia della prima maturità, tra i 25 e i 34 anni: “se nel 2007 lavoravano 70,6 persone su 100 in tale coorte anagrafica, nel 2013 erano scese a 59,1 per risalire debolmente a 60,5 nel 2016”. Stesso andamento, anche se più contenuto nelle variazioni, per la fascia 35-49 anni. Al contrario, “l’unica crescita consistente si è verificata nel gruppo 50-64 anni che ha visto una crescita costante che ha portato la percentuale degli occupati dal 46,8% del 2007 al 53,8% del 2013 per poi salire ancora al 58,5% del 2016“. Depurare i dati dall’effetto della demografia, che “svuota” le corti più giovani, non migliora la situazione, anzi: “In una stima sul 2016 si evince che su un totale di 293mila occupati in più, sarebbero 217.000 quelli tra i 50 e i 64 anni, 49.000 coloro tra i 35 e i 49 anni e 27.000 tra i 15 e i 34 anni. Nell’ultimo anno quindi ad ogni nuovo occupato tra i 15 e i 49 anni sono corrisposti 2,8 nuovi occupati tra i 50 e i 64 anni”.
Sui licenziamenti troppo pochi dati. Ma sono aumentati quelli per giusta causa e giustificato motivo soggettivo – Meno schiaccianti le evidenze sul fronte dei licenziamenti: ancora oggi, spiegano Seghezzi e Nespoli, “mancano i dati che possano dirci con chiarezza se i contratti cessati in questo modo fossero o meno contratti stipulati dopo l’introduzione delle norme istitutive delle tutele crescenti. Per questo motivo non si può oggi ragionevolmente sostenere né che il Jobs Act abbia generato un aumento di licenziamenti, né il contrario”. Si può però prendere atto del fatto che tra 2014 e 2016 c’è stato un aumento costante dei licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, mentre è stato più altalenante l’andamento di quelli per giustificato motivo oggettivo e dei licenziamenti collettivi, diminuiti nel 2015 e aumentati nel 2016.
 
La conclusione del paper è che se un governo intende davvero promuovere le assunzioni a tempo indeterminato è inutile “armarsi e scendere nel campo di battaglia dei numeri che ogni mese vengono diffusi”. Bisogna “discutere l’idea profonda del mercato del lavoro che vogliamo costruire, senza pensare di poter affrontare una grande trasformazione, ormai ammessa da tutti, rinverdendo un poco strumenti vecchi. Una rivoluzione implica risposte all’altezza della sfida, o quanto meno domande per un’analisi meno approssimativa possibile”.
di Chiara Brusini | 14 marzo 2017

DEMENZA DIGITALE

lavoro tecIl ras di quello che una volta era il partito dei lavoratori si è recato recentemente in visita negli Stati Uniti, alla Corte dei capitalisti della Silicon Valley.
L’ ex premier Matteo Renzi, come nel suo stile, ha trionfalisticamente annunziato l’iniziativa transcontinentale motivandola con la necessità di dovere apprendere da quelli che, per capirci, con l’informatizzazione, la digitalizzazione, la robotizzazione e la rete informatica guadagnano denari a palate. E così mandano sul lastrico milionate di aziende e lavoratori.
Chi vi scrive non appartiene di certo alla ristretta cerchia del giglio magico. Allorquando opportunamente interpellato lo scrivente, comunque, si sarebbe adoperato per evitare al leader piddino la defatigante esperienza californiana.
 
Non è. invero, necessario recarsi di persona nella lontana Silicon Valley per intuire i meccanismi che determinano il formidabile successo di aziende come Amazon, Microsoft, Apple, Google, Netflix twitter, starbucks, Adobe. Bisogna però avere l’onestà intellettuale di riconoscere che tale successo fonda su un modello sociale ed economico nefasto.
Pochi sanno che, insieme, tali imprese capitalizzano in borsa oltre 2718 miliardi di dollari. Molto di più del prodotto interno lordo italiano che vale, invece, 1961 miliardi. I vertici di tali colossi del web sono quelli che recentemente si sono messi anche a far politica. Come un sol uomo sono insorti contro la decisione di Trump che aveva bloccato gli ingressi negli Stati Uniti provenienti da stati canaglia.
 
Queste aziende, per capitale e fatturato di questo settore, contano oltre 900.000 dipendenti. Amazon, da sola, impiega 306.800 persone per smistare, a basso costo, pacchi in 14 paesi. Mentre Starbucks, con fatturato decisamente più basso, si serve di 238.000 dipendenti per recapitare dolcetti e caffè americani in tutto il mondo. E’ intuitivo comprendere che costoro si oppongono, allora, alle scelte di contrasto dei flussi immigratori incontrollati non certamente per ragioni umanitarie.
Le ondate di disperati, disponibili a lavorare a basso costo, rappresentano un ineliminabile pilastro del loro successo. Il dumping commerciale che tale aziende praticano postula la disponibilità di un elevatissimo numero di dipendenti disponibili a farsi sfruttare per salari da fame. E l’immigrazione alimenta l’offerta di manodopera disponibile a lavorare a basso costo. Renzi, di ritorno dalla Silicon Valley, avrà finalmente compreso l’ arcano della new economy. Ed a sinistra i nodi giungono al pettine.
 
Sul tema del lavoro, da che parte sta la sinistra? Con Uber, per esempio, o con i tassisti? La questione va correttamente affrontata in termini di principio. Stare con Uber significa accettare quella sharing economy che sta progressivamente annientando il mercato ed il mondo del lavoro. Si tratta di un progressismo peculiare, che piace molto alla grande finanza, agli intellettuali politicamente corretti, foraggiati da contratti che a loro riservano le reti pubbliche o le maggiori testate giornalistiche.
Chiunque non sia in malafede non può più negare che la robotizzazione e la digitalizzazione determinano la drastica riduzione di posti di lavoro e un progressivo aumento della disoccupazione.
Nell’arco di dieci anni, stando ad autorevoli stime, il tasso di disoccupazione passerà dal 10 al 47%. Di fronte a tale stato di cose, ed alle conseguenti prospettive, siamo ormai chiamati tutti ad consapevole presa di posizione universale: o si sta a favore del lavoro oppure ci si schiera a beneficio dei visionari dell’ultratecnica.
La sinistra renziana, invece, promette di tutelare i lavoratori ma intraprende politiche di governo che favoriscono la precarizzazione di tutte le forme di lavoro. Renzi poi una scelta definitiva sembra averla fatta: pubblicamente celebra Google, Apple, Amazon.
Negli Stati Uniti incontra Musk, imprenditore miliardario della new economy, profeta del transumanesimo, che progetta ed investe nella produzione di veicoli senza guidatore e preconizza che uomini l’ibridazione dell’umanità.
Nel frattempo, mentre i vertici del Pd si gingillano ad eludere temi centrali per le prospettive del mondo del lavoro, secondo i dati del Viminale, gli sbarchi segnano un inquietante aumento del 44% rispetto all’anno scorso. Gli immigrati in arrivo sono in gran parte della Nuova Guinea, Costa d’avorio, Nigeria e Senegal, Gambia. Nessuno proviene da scenari di guerra. Si calcola che nel 2017 possa essere superata la cifra dei 200.000 sbarchi. Coloro che si riempiono la bocca di retorica dell’accoglienza – ed il portafoglio di contributi destinati alle strutture di scopo – possono riferirci quali realistiche prospettive di assorbimento, in un mercato del lavoro che va rapidamente assottigliandosi, siamo in condizione di garantire a questi disperati ed ai nostri disoccupati ?
Mar 06, 2017 di Carmine Ippolito
Fonte: Katehon

Otto miliardari ricchi quanto mezzo pianeta. L’incubo del capitalismo è realtà

Homeless Man on the Street

Homeless Man on the Street

tutto questo è stato possibile grazie anche ai difensori “dell’europa delle banche che basta riformarla”, dei difensori della libera circolazione dei capitali,  merci e uomini contro le minacce “Populiste” come il padrone USA vuole.


Il noto non è conosciuto. Così diceva Hegel. E non è conosciuto perché lo diamo per scontato o rinunciamo a ragionarvi serenamente, complice la distrazione di massa che regna a ogni latitudine. Lo sappiamo da anni. Anche da prima che ce lo ricordasse Thomas Piketty nel suo studio sul capitalismo nel ventunesimo secolo.
Il mondo post-1989 non è il mondo della libertà, come ripetono i suoi ditirambici cantori: a meno che per libertà non si intenda quella del capitale e dei suoi agenti. Per il 99% della popolazione mondiale il post-1989 è e resta un incubo: un incubo di disuguaglianza e miseria.
Ce l’ha ancora recentemente ricordato Forbes, la Bibbia dei sacerdoti del monoteismo del mercato deregolamentato. Otto super-miliardari – meticolosamente censiti da Forbes – detengono la stessa ricchezza che è riuscita ad accumulare la metà della popolazione più povera del pianeta3,6 miliardi di persone.
L’1% ha accumulato nel 2016 l’equivalente di quanto sta nelle tasche del restante 99%.
Insomma, ci sia consentito ricordarlo, a beneficio di quanti non l’avessero notato o, più semplicemente, facessero ostinatamente finta di non notarlo: il mondo è sempre più visibilmente diviso tra un’immensa massa di dannati – gli sconfitti della mondializzazione – e una ristrettissima classe di signori apolidi dell’oligarchia finanziaria transnazionale e postmoderna, post-borghese e post-proletaria.
Non vi è più il tradizionale conflitto tra la borghesia e il proletariato nel quadro dello Stato sovrano nazionale: il conflitto – meglio, il massacro a senso unico – è oggi tra la nuova massa precarizzata globale e la nuova “aristocrazia finanziaria” (Marx) cosmopolita e liberal-libertaria, nemica giurata dei diritti sociali e delle sovranità economiche e politiche.
 
La massa degli sconfitti della globalizzazione è composta dal vecchio proletariato e dalla vecchia borghesia: il vecchio proletariato è divenuto una massa senza coscienza di erogatori di forza lavoro sottopagata, supersfruttata e intermittente. La vecchia borghesia dei piccoli imprenditori è stata essa stessa pauperizzata dall’oligarchia finanziaria, mediante rapine finanziarie, truffe bancarie e competivitismo transnazionale. L’oligarchia sempre più ristretta governa il mondo secondo la logica esclusiva della crescita illimitata del proprio profitto individuale, a detrimento del restante 99% dell’umanità sofferente.
 
di Diego Fusaro | 16 gennaio 2017

Se i Nobel Economia lo criticano,significa che Donald ha ragione

stglitz vs trump
i criteri con cui assegnano il nobel sono chiari da un pezzo….

Sul quotidiano francese LeMonde di venerdi 3 febbraio, con questo titolone : “Joseph Stiglitz : Trump détruit l’ordre géopolitique mondial “ , con sottotitolo “ les perdants de la mondialisation seront les premierès victimes de Trump “,  il premio Nobel  rilascia una intervista che a dir poco mi ha sorpreso .
L’intervistatore gli chiede : “Voi denunciate da anni gli eccessi della mondializzazione fonte di ineguaglianza .Il protezionismo di Trump può esser una soluzione?” . Stiglitz risponde : “ No.L’ironia è che le persone che  ne hanno più sofferto nei 25 anni passati saranno le prime vittime.. “ .
Mio commento : Se Stiglitz spiegasse anzitutto con chiarezza chi sono le vittime e la sua visione sull’origine di questi  eccessi ,dimostrerebbe di aver giustamente meritato il Nobel  e di saper proporre soluzioni. Invece coglie l’occasione per   attaccare  il rischio di populismo politico in Usa ed Europa.
La  risposta giusta è  : Il vero grande disordine si crea negli anni settanta grazie alle dottrine del nuovo ordine mondiale che come prima  azione frenano le nascite (solo in occidente) , e questo fenomeno avvia il processo di disordine economico-geopolitico mondiale. Di per sé la globalizzazione  ha creato un riequilibrio  economico inimmaginabile grazie alla  delocalizzazione produttiva realizzata dai paesi occidentali verso quelli orientali ,per beneficiare dei loro bassi costi di produzione .Pur nell’errore originale ,  ciò  ha permesso  a due terzi del pianeta ( persino in Africa) di avviare piani di crescita economica. Lo squilibrio  si è invece paradossalmente creato nei cosiddetti paesi occidentali ( Usa, Europa in primis) perché da paesi produttori  che erano ,si sono trasformati in paesi consumatori , mentre i paesi asiatici e affini si son trasformati repentinamente in paesi produttori ,ma non ancora consumatori.
L’occidente ha  deindustrializzato creando presupposti per il suo crollo economico. Il cosiddetto  protezionismo nei confronti di alcuni settori industriali diventa ora indispensabile per far riprendere settori trainanti dell’economia ( esposti alla competizione  fondata su forme quasi di schiavismo lavorativo)  e riavviare un nuovo ciclo in paesi come gli Usa, sull’orlo del fallimento economico e sociale. In Occidente ,le vittime son stati i giovani senza lavoro, le persone in età matura  operanti in settori impiegatizi sostituibili dalle tecnologie, gli anziani.
La seconda domanda : “ se il protezionismo non è una risposta come si può proteggere le vittime della mondializzazione ? “.La risposta è da vero premio Nobel .” La priorità è aiutarli a formarsi… “ cioè acquisire nuove competenze e  creare nuovi lavori ….( ci vuole una generazione  per riuscirci?) .
Dice anche che non sarà la rilocalizzazione in patria a creare nuovi impieghi , ma saranno investimenti, per esempio,  nella   sanità, cura degli anziani  , proponendo di trovare le risorse   con tasse e riduzione spese militari  . Ma Stiglitz , premio Nobel per l’economia,  di che sta parlando ? Per creare nuove competenze e nuovi lavori , come si fa se non reimportando in patria quei settori trainanti l’economia , quei settori che creano investimenti e sviluppano tecnologie ?  proprio come l’automobile che sviluppa un indotto che può arrivare a quintuplicare gli effetti  di creazione posti di lavoro  e di investimento , purchè realizzati all’interno del paese.
 
Stiglitz annuncia,  come un oracolo, che prodotte in case le auto costeranno più care per gli americani .  Ma conosce Stiglitz  il potenziale tecnologico americano ( ottenuto proprio grazie agli investimenti nella difesa,che crearono Silicon Valley) che quando applicato a quei settori da rilocalizzare in patria , permetterà  di crescere la competitività domestica  “quasi “ vicino a quella dei paesi a basso costo. Ciò perché questi paesi  , costretti a ridurre le esportazioni  in occidente , per evitare collassi delle proprie economie , dovranno creare domanda interna , aumentando il potere di acquisto, perciò i costi .  Tra poco , se Trump non fa errori ,per molti settori economici ,il costo di produzione domestico in USA   sarà quasi equivalente a quello importato ,ma con un effetto trainante elevatissimo . Grazie alla potenza tecnologica , gli Usa son riusciti  negli ultimi  pochi anni  a diventare persino indipendenti nelle produzioni energetiche .
 
L’intervistatore chiede al premio Nobel se i progetti di fare opere infrastrutturali  beneficeranno la crescita . La risposta è ambigua , si  , forse si potranno fare , ma  conclude ironizzando  che i repubblicani non credono al cambio climatico ..Lasciando immaginare  che Trump lo peggiorerà con le sue scelte.
Successiva domanda è infatti sul  clima : che farà Trump ? Risposta del Nobel in economia : “ Trump sta distruggendo l’ordine geopolitico mondiale avviato dopo la seconda guerra mondiale.” Spiegando che gli Usa ripiegheranno  su sé stessi  fuori dalla comunità internazionale .Ma con una affermazione criptica :” Dans quatre ans, il y aura peut etre un autre président américain qui déciderà  de rejoindre à nouveau le club.”
Quale club , il club di Roma  e affini ?  Intende il  club che ha creato i dissesti della globalizzazione forzandone scelte contrarie a tutte le leggi naturali cominciando dal frenare le nascite nel mondo occidentale ? Ma quale ordine ? Chi ha distrutto l’ordine geopolitico mondiale son stati proprio i predecessori di Trump.
 
Solo nell’ultima domanda Stiglitz da una risposta che condivido (ironicamente) .Gli si chiede se l’Europa deve difendere il libero scambio contro un presidente protezionista .La risposta è “ Bisogna mantenere un sistema mondiale aperto. Se lo si chiude si perde. Ma la mondializzazione deve proteggere i perdenti …e ce n’è anche troppi” .
Bene , ma ripeto la domanda , chi sono i perdenti  e perché lo sono , Stiglitz lo  ha capito ? Io credo che siano quelli che han votato la Brexit, hanno votato Trump e voteranno partiti populisti in Europa . Ma gli Stiglitz hanno  capito perché ? Dalla intervista non si intende . I più deboli  che lui vorrebbe far difendere non vogliono  farsi più difendere da chi vorrebbe lui , avendo  perso fiducia   proprio nel “club” evocato da Stiglitz . Han perso fiducia negli  Obama , Clinton  e compagnia bella . Cioè in coloro che  pretenderebbero oggi di risolvere un problema mondiale agendo sugli effetti anziché sulle cause del problema. E le cause del problema  rifiutano persino di considerarle ,perché , con disprezzo,  le  considerano “morali” . Ed è vero , sono state  la mancanza di  valori morali che han provocato miseria morale che a sua volta ha generato miseria economica e  sociale. L’intervista conferma che l’economia non è una scienza e pertanto il Nobel non dovrebbe neppure  esser riconosciuto, ma conferma anche che sarebbe necessaria una forte Autorità Morale   che  evangelizzasse a dovere  nel mondo globale .
di Ettore Gotti Tedeschi

Il suicidio di Michele da Udine e la necessità di riscoprire vita&politica

michele-suicida-a-30-anni-perche-precario-lutto-allorientalePochi giorni fa Michele da Udine decideva di togliersi la vita e prima di farlo ha scritto una delle più belle lettere che si possano leggere (se non la conoscete ancora, la trovate qui.). Michele aveva trent’anni ed era un ragazzo friulano e se i friulani hanno un vizio è quello che non riescono a raccontarsi balle; sono impermeabili agli edulcoranti sociali, talvolta incastrati nella rigidità, ruvidezza delle cose, per quanto possano essere sensibili, quindi Michele, questo ragazzo dal nome di un angelo, non riusciva a raccontarsi che la vita che stava vivendo era degna di essere vissuta e ha preso la decisione più ferma, estrema, crudele che si potesse prendere.
Michele non era un migrante e nemmeno una persona con problemi di genere. Non ambiva ad adottare un bambino insieme a un compagno omosessuale e nemmeno a sposarcisi insieme con rito civile nella Capitale. Per questo, evidentemente, non era alla moda, e quindi i suoi bisogni, come quelli di tutti i suoi coetanei o dei ragazzi delle generazioni precedenti, non andavano presi troppo in considerazione.
Quanti altri ragazzi come Michele devono prendere decisioni simili perché qualcuno si renda conto che siamo noi quelli da tutelare e non sempre e solo i “diversi” o chi viene da tutt’altra parte del mondo?
Di quante tragedie si deve lastricare la storia italiana perché ci rendiamo conto che noi, prima degli altri, siamo il bene più prezioso e che c’è una gerarchia di importanza delle cose da rispettare?
E ovviamente non ci saranno manifestazioni per Michele. La gente non scenderà in piazza come contro Trump. Non si faranno assemblee. Il massimo, una scritta, a Bologna: “Per Michele e la nostra generazione l’unica garanzia è la vendetta”. Che però è stata debitamente cancellata.
Michele si è ucciso nella settimana di Sanremo, mentre Carlo Conti prende 650.000 euro per la conduzione e direzione artistica del festival, Tiziano Ferro 250.000 (o forse ancora qualcosa di più) e mentre le amabili arpie della televisione si scambiano frecciate a mezzo Twitter sul tema spacchi-e-scollature.
Ma voi che leggete questo pezzo, voi potreste fare qualcosa. Iniziate con lo spegnere la televisione. Spegnetela, spegnetela e basta, e vedrete che se tutti quanti la spegniamo comincerà a essere difficile che Carlo Conti percepisca 650.000 euro. Rai, Mediaset e poi tutti i canali a pagamento, e il grande successo delle serie TV, e il calcio milionario senza più significato e le forme d’arte concepite come prodotti da discount e internet che ci ossessiona e il telefono sempre connesso. Dio, non ne avete abbastanza?
Guardiamo in faccia tutta la realtà, spalanchiamo i nostri occhi su tutto questo vuoto, finché non ci spaventeremo a sufficienza. E smettiamo di lasciare la politica a mafiosi, cinici, incapaci, corrotti; smettiamo di farci incantare dai toni e dalle sfumature e da un bell’abbigliamento o una buona pronuncia inglese. Riprendiamo a parlare tra di noi, a immaginarci strade nuove, a cercare soluzioni pratiche per i nostri desideri, ad aiutarci, a costruire alternative indipendenti, a impegnarci non solo per questioni egoistiche – perché poi, alla fine dei conti, l’egoismo è la cosa meno egoista che ci sia.
 
Laceriamo questo manto di droghe che ci hanno apparecchiato davanti da quando andiamo a scuola. Le parole che non si possono dire, le questioni che non si possono toccare, le storie da imparare a memoria e una massa, un intrico di problemi e vincoli con cui ci fanno credere che governare è cosa assai complessa, una specie di slalom per gente in gamba, e quindi meglio lasciarla a gruppi maturi e con buone relazioni. Facciamola finita con questa religione delle Buone Relazioni, impariamo a uscire dal torpore e dalla comodità, a prendere l’iniziativa, a valutare con la nostra testa persone e capacità.
Torniamo a cercare la vita, la vita al massimo, come ha scritto Michele, la vita fatta di carne e respiro, quella che non si trova né nel telefonino né tra i download di internet.
 
Ma da quant’è che non vi sentite il sangue pulsare come quando eravate bambini? Da quant’è che avete smesso di innamorarvi di qualcosa? Di respirare, di sperare, di credere in idee che non siano immediatamente tangibili, monetizzabili? Da quanto avete relegato l’idealismo nello spazio delle cose inutili e addirittura dolorose? Fate che i vostri battiti non si alzino solo per un film al cinema o per un video su YouTube. Questa è la vita che deve esistere e che dobbiamo cercare. Questa è la politica, la politica bella, vera, non quella che stanno facendo da decine di anni centinaia di burocrati inutili impegnati in calcoli da settimana enigmistica, tra polizze e bidoni delle immondizie.
Da questi possiamo aspettarci poco, è evidente. Siamo noi che abbiamo il diritto e il dovere di inventarci un’alternativa. Di dare un senso alla vita. Come volete il vostro futuro? Cosa preferite rischiare, di fare uno sforzo ora oppure di non cambiare nulla e poi accorgervi troppo tardi del male che vi siete fatti?   Facciamo che Michele non si sia ucciso per niente, che ci possa insegnare qualcosa: è il minimo che gli dobbiamo.
di Silvia Valerio – 10/02/2017
Fonte: Barbadillo

Approvato l’accordo CETA UE-Canada: “A rischio denominazioni di origine e piccoli produttori”

CETA TTIPgrazie ai signori di più europa per tutti….Chi sono questi “tutti”? I popoli? I disoccupati, i lavoratori, i pensionati, gli incapienti? L’europa dei cittadini VERO??!! Ah, si è visto qualcuno in piazza per protestare?!?!
GUAI CONTESTARE L’AMATA EUROPA, l’armata dei servi in piazza ci va per combattere i populisti. Ora sta ai governi nazionali poter ancora impedire la ratifica, ma si sà, i governi nazionali (sarebbero uno strumento utile se non fossero in mano criminale) sono “mostri” per i signori pensatori politically correct.

Per Slow Food il Ceta è un trattato “che intende affermare gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei produttori di piccola scala”
In Europa ci sono 1.300 prodotti alimentari a indicazione geografica, 2.800 vini e 330 distillati. Di questi, il Ceta (il trattato che oggi incassa il voto favorevole del parlamento Europeo) ne tutelerebbe solamente 173. “Questo significa che alcune denominazioni di origine di prodotti legati al territorio e con una tecnica produttiva tradizionale potrebbero essere tranquillamente imitati oltreoceano, senza essere passibili di alcuna sanzione”, commenta Carlo Petrini, presidente di Slow Food. Non solo. Per Petrini “il Ceta aprirebbe il mercato canadese ai prodotti lattiero-caseari europei provocando una caduta dei prezzi oltreoceano e di conseguenza un peggioramento delle condizioni di vita degli allevatori.
Il discorso è lo stesso dunque: invece di migliorare le condizioni di chi sta peggio, si innesca una guerra al ribasso che porta al baratro chi produce bene. Queste misure fanno esclusivamente il gioco della grande industria e della speculazione finanziaria”.
Insomma, per Slow Food il Ceta è un trattato “che intende affermare gli interessi della grande industria, a scapito sia dei cittadini che dei produttori di piccola scala”, aggiunge Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. La decisione ora è in mano ai singoli Stati Membri “ed è sufficiente che un solo Paese non lo ratifichi per fare in modo che il Ceta non passi. Chiediamo quindi al Governo italiano che rispetti l’opinione dei cittadini e si schieri finalmente a favore dei produttori locali e dell’ambiente -conclude Pascale – l’accordo, infatti, include moltissimi temi, dai lavori pubblici alla carne agli ormoni, dal glifosato agli Ogm, tema tra l’altro, su cui si deciderà in gran segreto”.
A cura di Filomena Fotia
15 febbraio 2017

Un contribuente su due dichiara al Fisco meno di 15 mila euro l’anno.

ma come sarà mai possibile? Italiani, tutti ricchi ed evasori. Chi scrive i titoli di sti giornalacci a forza di scrivere le stronzate di regime è convinto che in Italia si percepiscano lauti stipendi, tra voucher e precariato, che vi sia un boom economico che ovviamente caccia via i choosy dal paese perché non vogliono lavorare……banda bassotti

Se abbiamo un tasso di occupazione del 57% (calcolando anche chi lavora un giorno solo con il voucher, chi è in cig etc) va da se che c’è un 43% della forza lavoro che non ha lavoro (ossia niente reddito) o lavora in nero almeno una parte non stimata. Che pensano che gli italiani a 600 euro al mese, a termine o che vengono retribuiti con voucher abbiano tesoretti alle Bahamas?

Il titolo del corriere: Fisco, reddito medio è di 20.690 euro. Non versano l’Irpef più di 12 milioni

Titolo inorridito della busiarda Un contribuente su due dichiara al Fisco meno di 15 mila euro l’anno. Solo il 5,2% supera i 50 mila euro all’anno

Non si possono pubblicare i nomi di quei riccastri che hanno fatto fallire MPS salvata con soldi di tutti i contribuenti ma si deve denigrare chi non dichiara più di 15mila euro l’anno? CHE FORSE NON CI SI ARRIVA A GUADAGNARLI a suon di contratti ad minchiam?

eh certo, che volete dare soldi ai poveri? Roba da schifosi populisti..guai

Dichiarazioni dei redditi, l’anno scorso 438mila italiani hanno dovuto restituire il bonus 80 euro perché troppo poveri
Il dato si ricava dalle tabelle del Tesoro relative ai redditi 2015. In tutto sono stati 1,7 milioni i contribuenti che si sono visti chiedere indietro lo sgravio. E hanno dovuto pagare in un’unica soluzione, visto che non è stata consentita la rateizzazione. Il 45% degli italiani ha dichiarato meno di 15mila euro. Solo 34mila persone hanno attestato di averne portati a casa oltre 300mila
Più di 438mila italiani con redditi molto bassi hanno dovuto restituire allo Stato il bonus di 80 euro ricevuto nel 2015. Perché al momento di compilare la dichiarazione hanno scoperto di aver guadagnato meno di 7.500 euro, troppo poco per averne diritto. E’ quello che emerge dalle tabelle del ministero dell’Economia sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e relative agli introiti dell’anno prima. Contando anche i contribuenti che hanno superato il tetto massimo dei 26mila euro, le persone a cui lo Stato ha chiesto indietro il bonus Irpef da 80 euro voluto dall’ex premier Matteo Renzi sono state 1,7 milioni. Di questi, 966mila lo hanno reso integralmente e 765mila in parte, facendo tornare nelle casse dell’erario 508 milioni complessivi a fronte dei 9 miliardi spesi.
Lo scorso anno, quando ilfattoquotidiano.it ha fatto emergere questo paradosso e raccontato molte storie di persone che si erano viste costrette a restituire i soldi, le cifre erano più basse perché relative al 2014, quando il bonus – concesso ai contribuenti che guadagnano tra gli 8mila e i 26mila euro – era stato in vigore solo per otto mesi. Avevano quindi dovuto ridarlo 1,4 milioni di persone tra cui 341mila incapienti, cioè appunto coloro che guadagnano talmente poco da non versare l’Irpef perché detrazioni e deduzioni superano l’ammontare dell’imposta che dovrebbero pagare. Va ricordato che i soldi vanno restituiti in un’unica soluzione, perché il governo non ha mai tenuto fede all’impegno di concedere almeno la rateizzazione. Questo nonostante il ministro Pier Carlo Padoan, al culmine delle polemiche sulla beffa del bonus prima versato e poi chiesto indietro, avesse promesso: “Cercheremo modalità per alleviare la restituzione”.
Il 45% dei contribuenti ha dichiarato meno di 15mila euro – Tornando ai dati delle dichiarazioni dei redditi, il 45% dei contribuenti italiani lo scorso anno ha dichiarato al fisco meno di 15mila euro e solo il 5,2% più di 50mila. I fortunati che hanno portato a casa oltre 300mila euro sono stati invece solo 34mila, un misero 0,08% sul totale. Questo, almeno, stando alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e relative agli introiti dell’anno prima. Dai dati diffusi martedì dal Tesoro emerge però che “rispetto all’anno precedente aumenta sia il numero dei soggetti che dichiarano più di 50.000 euro (+65.000) sia l’ammontare dell’Irpef dichiarata (+1,9 miliardi)”. Resta il fatto che i contribuenti nella fascia superiore ai 50mila euro versano ben il 38% dell’imposta totale.
12,2 milioni di italiani non hanno versato l’Irpef – Nel complesso sono stati circa 40,8 milioni i contribuenti che hanno assolto l’obbligo della dichiarazione Irpef nell’anno d’imposta 2015, in aumento dello 0,1% rispetto all’anno precedente. Circa 10 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero, perché guadagnano poco e le detrazioni e deduzioni compensano quello che dovrebbero versare al fisco. Considerando anche i contribuenti la cui Irpef è interamente compensata dal bonus di 80 euro, nel 2015 a non versare l’imposta sono stati 12,2 milioni di italiani.
Metà dei contribuenti ha dichiarato meno di 16.600 euro – Il reddito complessivo totale dichiarato è ammontato a circa 833 miliardi di euro, per un valore medio di 20.690 euro, +1,3% sul 2014. Il reddito del contribuente mediano è stato però di 16.643 euro: vale a dire che la metà dei contribuenti non supera 16.643 euro di reddito complessivo dichiarato. La regione con reddito medio complessivo più elevato è ancora una volta la Lombardia (24.520 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (22.860), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (14.780 euro). Anche nel 2015 il reddito medio nelle regioni del Sud e del Centro è cresciuto meno rispetto alla media nazionale.
Lavoratori autonomi in testa con oltre 38mila euro medi. I dipendenti si fermano a 20mila – I redditi da lavoro dipendente e da pensione rappresentano circa l’82% del reddito complessivo dichiarato. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è pari a 20.660 euro, quello dei pensionati a 16.870 euro, in crescita dell’1%. I lavoratori autonomi hanno il reddito medio più elevato, pari a 38.290 euro, mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 19.990 euro. Il Tesoro ribadisce però che “non è possibile dai dati pubblicati comparare il reddito degli imprenditori con quello dei “propri dipendenti””, in quanto “tra gli imprenditori sono compresi coloro che non hanno personale alle loro dipendenze” e svolgono di fatto un’attività autonoma. Il reddito medio da partecipazione in società di persone e assimilate risulta di 17.020 euro. Risultano in crescita, oltre alle pensioni, anche i redditi medi d’impresa (+8,6%), da lavoro autonomo (+7,6%) e da partecipazione (+6,1%), mentre diminuiscono lievemente i redditi medi da lavoro dipendente (-0,2%).
di F. Q. | 28 febbraio 2017