RELAZIONI PERICOLOSE: TU MI PORTI I PROFUGHI, IO TI FINANZIO

coop msfovviamente tutte calunnie. E’ solo solidarietà, che chissà perché non si manifesta nei confronti di disoccupati italiani che si suicidano per disperazione.


E’ giusto premiare e finanziare chi ti rifornisce di un numero così copioso di clienti. Una gran parte del business dell’accoglienza è infatti gestito da cooperative che fanno parte della Lega nazionale cooperative, quella vicina al PD, quella di cui fa parte anche Coop. Diciamo che, a spanne, il business se lo dividono in maniera quasi paritaria Vaticano, cooperative e mafie. Che sono poi anche i tre referenti politici di chi governa.
Ovviamente questi finanziamenti vengono definiti ‘donazioni’. E la foto è solo un piccolo esempio di un flusso ben più imponente e nascosto. Poi, il modo come questo flusso di denaro viene utilizzato dipende dalle Ong che li ricevono. Ma qualcosa ci dice che il fatto che la Coop ‘doni’ soldi a MSF, e che questo sia impegnato nel traffico umanitario dalla Libia, non sia un caso.
Medici senza frontiere è l’organizzazione non governativa al centro dell’inchiesta della nave msfProcura di Trapani con ipotesi di reato il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e a Palermo per ‘associazione a delinquere’. Una decina di appartenenti alla piu’ importante organizzazione umanitaria sono oggetto di indagini da parte degli uomini della polizia di Stato.
 
L’inchiesta non e’ circoscritta all’operato di una singola nave, ma prende in considerazione ruolo e missione di Medici senza frontiere nel Mar Mediterraneo. La forza dell’ipotesi investigativa deriva dal fatto che gli elementi concreti che hanno fatto partire l’indagine sono stati forniti dagli stessi membri dell’equipaggio delle navi, i quali hanno raccontato le anomalie nelle operazioni di salvataggio senza alcuna richiesta di soccorso.
Non solo. Molti dei terroristi islamici delle stragi compiute negli ultimi anni in Europa sono sbarcati come profughi. Di almeno uno di loro, il terzo kamikaze dello Stade de France, a Parigi, abbiamo la certezza di chi lo abbia accolto e rifocillato. Ahmad Almohammad è arrivato come profugo sull’isola di Leros per poi farsi esplodere allo Stade de France e non solo è stato salvato insieme agli altri dalla guardia costiera greca, ma una volta sbarcato è stato ospitato e rivestito di tutto punto dai volontari francesi di Medici Senza Frontiere. Gli avranno anche dato, su richiesta, una cartina di Parigi? Non si sa.
ECCO CHI CI GUADAGNA –
Erano in 200 su quel barcone. Tre terroristi sicuri, altri probabili, secondo la polizia francese. Da tempo diciamo che chi aiuta i cosiddetti profughi a sbarcare è un collaborazionista. Chissà quanti terroristi islamici hanno traghettato dalla Libia all’Italia. Di alcuni, come Amri, sappiamo, di altri sapremo solo quando faranno stragi e semineranno vittime.
 
Almohammad, 25 anni, è stato ospitato in un campo gestito dall’organizzazione francese Medici Senza Frontiere. Meno di 24 ore dopo esserci entrato, ne è uscito con vestiti nuovi di zecca forniti dai volontari di MSF. E con biglietti del traghetto per Atene. E poi Parigi. La strage.
 
Queste ONG, vero e proprio braccio armato di una organizzazione globale che lavora per la dissoluzione dei popoli europei, sono un pericolo mortale. E incassano tanti soldi.

ONG SOSPETTE: INDAGATE SU SOROS

soros-quoteE così, sembra che il bubbone delle ONG sia finalmente scoppiato.
Merito anche – è bene ricordarlo – di quel giovane blogger che ha pubblicato su Youtube i tracciati del servizio-taxi che preleva i migranti a poche miglia dalla Libia e ce li porta qui (vedi “Social” del 24 marzo). E merito anche di qualche Procuratore siciliano che ha avuto il coraggio di mettersi contro i poteri forti che sostengono l’invasione programmata dell’Italia. Altro che frugare fra le lenzuola di Berlusconi…
La vicenda delle ONG (Organizzazioni non governative) potrebbe riservare sorprese clamorose, di quelle che addirittura porterebbero a riscrivere la storia mondiale di questi ultimi anni. Quella che è emersa – infatti – è solamente la punta dell’icebergAllo stato si indaga solamente sui rapporti che potrebbero (o non potrebbero) intercorrere fra alcune ONG e gli scafisti libici, o tutt’al più – come suggeriva il blogger Luca Donadel – sulle eventuali cointeressanze di qualche banda nostrana, dedita al business dell’accoglienza.
Ma la materia ONG è assai vasta, articolata, sorprendente, piena di angoli bui. E sono angoli bui da cui potrebbe venir fuori di tutto: a incominciare dall’operato di servizi segreti di potenti nazioni (ogni riferimento alla nostra “grande alleata” non è puramente casuale) che spesso hanno agito dietro il paravento di qualche ONG di comodo per operazioni particolarmente sgradevoli, di quelle che comportavano una inammissibile ingerenza negli affari interni di un altro paese.
Altrettanto hanno fatto alcune entità private, riconducibili a singoli uomini d’affari che intendevano influire sulle scelte politiche ed economiche di paesi stranieri. Da qui il sospetto che fra quei servizi, quei miliardari e quelle ONG ci sia un particolarissimo rapporto a tre, del tipo che farebbe la felicità di un regista di film alla 007.
In Ukraina, per esempio, sembra che questa triade (servizi-miliardari-ONG) sia stata direttamente responsabile del colpo-di-Stato che ha portato al defenestramento del Presidente della Repubblica (filo-russo) democraticamente eletto ed alla sua sostituzione con altro elemento che godeva la fiducia degli americani (e dell’Unione Europea), con connesso rischio di terza guerra mondiale.
Idem nel Medio Oriente, dove le varie “primavere arabe” – dalla Libia alla Siria – hanno sempre visto la presenza di ONG particolarmente attive nel contrastare la politica dei governi che si volevano abbattere, magari con l’ausilio di “eserciti ribelli” anch’essi munificamente finanziati dall’estero.
Perché, allora, non considerare che qualcosa di losco possa nascondersi anche dietro quel misterioso fenomeno migratorio che di botto, a un dato momento – più o meno alla nascita dell’Unione cosiddetta Europea – ha cominciato a scodellare sul nostro Continente milioni e milioni di “richiedenti asilo”? Richiedenti asilo prontamente accolti da governi compiacenti che facevano finta di credere che si trattasse di “disperati in fuga da guerre e dittature”, mentre in realtà – fatte le debite eccezioni – erano e sono soltanto degli individui che vogliono partecipare al benessere dei popoli europei.
 
È una forzatura ritenere che alcune ONG possano avere parte in una operazione – illegittima e illegale – programmata all’estero per alterare l’identità (etnica, sociale, culturale, religiosa) dei popoli europei, e per scardinare il mercato del lavoro fornendo ai potentati economici una manodopera alternativa e a basso costo?
Certamente no, considerato che alcune ONG sembrano disporre di capitali ingentissimi, la cui provenienza è tutt’altro che trasparente. Le ONG, infatti, solitamente non rendono pubblica la provenienza delle loro risorse, limitandosi ad affermare che queste derivano da donazioni di privati benefattori. Ecco, dunque, far capolino certi strani “filantropi”, di quelli disposti a bruciare milioni di dollari nella campagna elettorale di Hillary Clinton o a profondere cifre da capogiro per sgambettare Putin.
E, quando si parla di siffatti filantropi, il primo nome della lista è certamente quello di tale George Soros, membro dell’influente lobby finanziaria ebraico-americana, con un patrimonio personale di circa 25 miliardi di dollari, capo di una miriade di fondi e fondazioni che gestiscono altri miliardi di dollari, dal Soros Fund al Quantum Fund, alla Open Society Foundation, a una miriade di entità minori sparse nel mondo intero, dall’Ukraina in giù.
George Soros – tanto per non restare nel vago – è quel gentiluomo che nel 1992 ha guidato la speculazione finanziaria contro la lira italiana (ma anche contro altre valute), guadagnando una barca di miliardi e facendone perdere un bastimento a noi tutti: si calcola – mi permetto di ricordare – che la nostra perdita valutaria sia stata in quell’occasione di circa 48 miliardi di dollari, la qualcosa portò allora ad una svalutazione della lira del 30%. Ai giornalisti che gli chiedevano se non si sentisse in colpa per avere disastrato l’economia di intere nazioni, Soros rispose: «Nella veste di operatore di mercato non mi si richiede di preoccuparmi delle conseguenze delle mie operazioni finanziarie.»
Naturalmente, si è liberissimi di credere che un uomo che esprima una morale di tal fatta possa essere al contempo un filantropo, cioè una persona che faccia del bene senza un secondo fine. Io non ci credo.
Così, quando apprendo che fra gli scopi dell’attività lobbistica del soggetto vi è il sostegno alla immigrazione (leggo su Wikipedia), non posso fare a meno di chiedermi quale motivazione possa essere all’origine di un tale fervore. E poiché, almeno per quanto riguarda l’Italia, la immigrazione è un fattore non richiesto e non gradito, neanche dal governo che deve pur reperire cifre ingentissime per farvi fronte… poiché – dicevo – si tratta di un quid che ci viene di fatto imposto, contro i nostri interessi oggettivi, non v’è dubbio che ogni attività “promozionale” dell’immigrazione costituisca una indebita ingerenza negli affari di uno Stato – si fa per dire – sovrano.
Tutto ciò premesso, anche a prescindere da eventuali rapporti fra ONG e scafisti, sarebbe utile conoscere i motivi della recentissima visita del signor George Soros al nostro Presidente del Consiglio. I soliti pagnocconi affermano che si sia parlato soltanto di questioni economiche, magari con un occhio alla privatizzazione di quel poco di bene pubblico che c’è rimasto. Ma non mancano i maliziosi che sospettano che la visita del finanziere al conte Gentiloni abbia avuto anche un altro scopo: quello di fare pressioni perché la fastidiosa inchiesta sull’affare ONG venga in qualche modo arginata.
 
Fossi nei panni dei magistrati siciliani, qualche notizia sull’incontro Soros-Gentiloni la chiederei.
 
Michele Rallo In redazione il 12 Maggio 2017 Allegato Pdf RALLO – Ong_ indagate su Soros.pdf
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Francia: la sinistra mondialista acclama il nuovo “enfant prodige” Macron, paladino della finanza cosmopolita.

epa05948994 Supporters of French presidential election candidate for the 'En Marche!' (Onwards!) political movement Emmanuel Macron (not pictured) gather at the Carrousel du Louvre to discover the results of the second round of the French presidential elections in Paris, France, 07 May 2017. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Tutto come previsto il risultato al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia: vincono i due candidati largamente favoriti, Emmanuel Macron e la Marine Le Pen.

Il primo, il giovane Macron, rappresenta largamente l’establishment della grande finanza e dell’elite politica dominante in Francia, quella collegata con la massoneria ed i circoli dei potentati finanziari sovranazionali.
Che sia di centro o che sia di destra o che appartenga alla sinistra social democratica (quella stessa sinistra squalificata del presidente uscente Francois Hollande), conta poco o nulla. Si tratta soltanto di distinzioni formali dei vecchi schemi del 900 ormai obsoleti.
Infatti non a caso tutti i partiti e gli altri candidati, da Fillon al candidato socialista Benoit Hammon, tutti sconfitti nella contesa elettorale, hanno già proclamato l’intenzione di creare un fronte comune contro la candidata Marine Le Pen, del Front National, considerata un “pericolo” per l’establishment visto il suo programma di uscita dall’euro, abbandono della NATO, difesa delle frontiere e riavvicinamemto alla Russia.
L’unica eccezione il candidato dell’estrema sinistra, Jean-Luc Mélenchon, quello che veniva considerato il Tsipras francese, non ha ancora dato al momento indicazioni precise su chi votare al ballottaggio del secondo turno. Lui è fuori dai giochi ma il suo elettorato non è detto che dia necessariamente i suoi voti al condidato della finanza ipercapitalista Macron. Esiste quindi un margine di rischio per una possibile vittoria di Macron.
In ogni caso, il fronte unito dei globalisti che si andrà a coalizzare contro la Le Pen è caratterizzato dal neoliberismo, quale elemento comune ed ideologia di base.
Si tratta di quel fronte che aborrisce qualsiasi forma di allontanamento della Francia dalla UE e dal sistema dell’euro e che vuole fermamente continuare a mantenere la Francia al servizio degli interessi della grande finanza e della politica di dominazione egemonica USA, quella che vede le nazioni europee come vassalli di Washington, inesistenti sul piano internazionale. In una parola il fronte della conservazione.
Bisogna considerare che Il proletariato e la piccola borghesia francese, vittime della globalizzazione finanziaria, attraverso un voto alternativo ai denominati “populisti” come la Le Pen, stava tentando di uscire dal paradigma liberal-libertario e da quello del pensiero unico. Il panorama politico nazionale francese sta di fatto crollando, con i vecchi partiti storici ormai squalificati ed alcun forze come il FN ed altre, cercano di ricomporlo sulla base di una nuova presa di coscienza dei ceti produttivi marginalizzati dalle politiche neoliberiste dei governi asserviti agli interessi dei potentati finanziari.
 
A questo tentativo di ricomposizione, con tutti i limiti dati dalle caratteristiche della Le Pen e dalle sue ambiguità su alcune tematiche della contrapposizione al sistema globalista, il fronte neoliberista ha risposto ricompattandosi e presentando il suo candidato “enfant prodige”, Emanuel Macron.
Questo giovane “rampollo dell’alta borghesia”, vanta poca esperienza ma dispone di molti titoli: banchiere presso la potente banca Rothshild, specializzato nella Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita una buona parte della elite politica transalpina, con un professato impegno a sinistra, milionario grazie ai buoni affari realizzati con le multinazionali (Nestlè e Pfizer), membro dei circoli liberali che contano, come l’Istituto Montaigne, vicino alla Confindustria, sostenitore dell’immigrazione, della società multiculturale e cosmopolita, fervente sostentore dell’atlantismo e dell’interventismo francese a seguito degli USA (il vecchio “sub imperialismo” praticato dalla Francia in Africa e Medio Oriente).
Su di lui punta il fronte neoliberista, quello della grandi banche, della Confindustria e della oligrarchia europea di Bruxelles per mantenere sistema e privilegi della classe dominante. Non a caso a Macron sono già arrivate le congratulazioni della Merkel e dei responsabili della UE che vedono il lui lo “scampato pericolo” (se proseguirà ad avere i consensi al secondo turno).
 
Esiste però un problema: questo giovane candidato non sembra possedere carisma, al contrario i discorsi li legge e lui stesso dice che a volte non capisce cosa gli scrivono, si limita a ripetere frasi banali e generiche come “innovazione” e “riforme” mentre dimostra una certa prevenzione e disprezzo verso gli strati popolari della società francese definiti da lui in più occasioni come “illetterati” o “avvinazzati”. Macron loda i vantaggi dell’ipercapitalismo ed esalta la corsa all’arricchimento individuale, oltre a sostenere che non esiste una cultura francese ma piuttosto una cultura multipla.
Sarà davvero questo il personaggio a cui gli strati popolari francesi, quelli dei piccoli produttori, agricoltori, artigiani e piccoli commercianti, rovinati dalle politiche di Bruxelles e dalla globalizzazione, daranno il loro voto? Qualche dubbio esiste e qualche speranza per la Marine Le Pen al secondo turno.
Apr 24, 2017 di  Luciano Lago

Altro che “salvati”… Li andiamo a prendere in Libia

per le tanto solidali  coop delle mafie I SOLDI CI SONO SEMPRE. PER i 7 MILIONI DI INDIVIDUI ITALIANO SOTTO LA SOGLIA DI POVERTAì non c’è alcun TETTO CALDO garantito. EGUAGLIANZA, se non paga non interessa ai sedicenti antirazzisti solidali.

 
La notizia è clamorosa, di quelle che lasciano il segno: quella dei migranti “salvati” nel Canale di Sicilia è una menzogna. I migranti sono prelevati a poche miglia dalle coste libiche (credo una decina), fatti viaggiare per 250 miglia attraverso il Mediterraneo (ma ben più ad est del Canale di Sicilia), ed infine scodellati negli accoglienti porti siciliani.
Per carità, il fatto era già noto. Lo sapevamo tutti che quella dei migranti “salvati” era una pietosa bufala buonista. Ma la notizia di cui parlo è ugualmente clamorosa, perché fornisce la prova visiva, documentata, inoppugnabile di fatti finora soltanto sospettati.
 
firenze gommoniE, preliminarmente, invito i lettori a controllare di persona. Accedete a Youtube (possono farlo tutti, senza obbligo di iscrizione) e digitate Luca Donadel la verità sui migranti. Adesso mettetevi comodi e guardate questo video: dura circa 9 minuti, ma vi assicuro che non vi annoierete. Alcuni avranno già visto il filmato, parzialmente, su “Striscia la notizia”, ma la visione integrale – vi assicuro – è un’altra cosa. Si apprendono altri fatti, si conoscono altri particolari, si sciolgono altri dubbi.
Il video documenta – mostrandone le rotte tracciate dai sistemi di rilevamento satellitare – gli spostamenti delle navi impegnate nei “salvataggi”. Navi private, proprietà di varie “Organizzazioni Non Governative” (chissà quali filantropi le finanziano così generosamente?), ma anche navi della nostra Guardia Costiera (come la “Peluso”). Particolare – quest’ultimo – assai significativo: perché se un natante privato è libero di andare a zonzo per i sette mari, una unità delle nostre Forze Armate non può decidere liberamente la propria rotta, ma deve necessariamente obbedire agli ordini che le sono impartiti gerarchicamente.
Non c’è dubbio, quindi, che l’ordine di andare a prelevare i migranti fin sotto quasi alle coste libiche, e di trasportarli a Catania o a Trapani e non nei porti più vicini (quelli della Tunisia, se non si vogliono riportarli in Libia) è un ordine che viene dal governo italiano.
Il video ipotizza che dietro tutto questo fervore itinerante vi sia l’interesse a favorire certe cooperative che lucrano cifre incredibili sulla cosiddetta accoglienza. Non voglio crederlo, ma non mi sento certo di escluderlo. Quel che mi sento di escludere, però, è che la nostra Marina Militare possa prestarsi a simili traccheggi. Evidentemente obbedisce ad ordini dall’alto.
Il punto, allora, è di verificare per quale motivo il governo italiano ritiene di favorire questa invasione migratoria che ci costa cifre incredibili (3 miliardi e 300 milioni di euro nel solo 2016) e che ci espone a rischi sociali altissimi per l’immediato futuro. Badate: ho detto “favorire”, non “subire”, non “sopportare”, non “accettare”.
 
La risposta non può essere che una: per compiacere le forze che vogliono la sovversione delle attuali istituzioni mondiali, fondate sugli Stati nazionali, sulle loro regole, sui loro confini, sui loro “muri”. Sono le stesse forze che auspicano l’avvento di un “nuovo ordine” mondiale, di un governo unico del potere finanziario che regoli il destino di una marmellata multietnica e multiculturale di popoli senza più un’identità, senza più un’anima.
 
Poi ci sono tutti gli altri, cui dar conto: da un Papa che detesta il concetto stesso di “nazione”, agli ingenui “anti-razzisti” che stanno massacrando i ceti italiani meno abbienti per far beneficenza agli stranieri, e forse anche a qualche parte politica specialmente interessata agli aspetti più materiali dell’accoglienza. Ma sono tutti interessi accessori, che fanno corona ai centri del potere finanziario “mondialista”, responsabili veri di questa tragedia. Una tragedia che incombe sull’Europa, sulla sua identità, sulla sua cultura, sulla sua economia, sui suoi equilibri sociali, sulla sua sicurezza e sulla sicurezza dei suoi cittadini.
 
firenze gommoniIntanto, pur ispirandosi ai medesimi “valori dell’Europa” (l’accoglienza, l’abbattimento dei muri e consimili amenità), gli altri paesi europei stanno cercando di arginare in qualche modo l’invasione. I nostri vicini – francesi, svizzeri, austriaci – hanno di fatto sigillato i confini con l’Italia; conseguentemente, gli ospiti “in cerca di una vita migliore” (ma anche di alberghi confortevoli, di telefonini, di wi-fi e – scusate la volgarità – di “figa bianca”) restano qui da noi, convinti che la pacchia possa durare in eterno. Non sanno che – una volta finito il periodo della “prima accoglienza” – per molti di loro non c’è che un futuro da raccoglitori di pomodoro agli ordini dei “caporali”. Altri si arrabatteranno come potranno: lavoro nero, concorrenza sleale ai lavoratori italiani, occupazione abusiva di case popolari, sempre a scapito degli italiani più poveri. Non pochi, infine, sceglieranno il malaffare: in proprio (furti, rapine, borseggi, eccetera) o nelle accoglienti braccia della criminalità organizzata.
Ad essere rimpatriati saranno in pochi, pochissimi, quel tanto sufficiente a gettare fumo negli occhi degli italiani. Un singolo rimpatrio costa circa 4.000 euro. Senza contare, naturalmente, i costi delle rivolte che scoppierebbero un po’ dappertutto, se veramente si volessero rimandare indietro tutti gli irregolari.
Poco male, ribattono i buonisti di complemento, perché i costi di accoglienza ce li rimborsa l’Europa. Bugia, bugia sfacciata. L’Unione Europea “contribuisce”. Nel 2016 noi abbiamo speso 3,3 miliardi di euro (sottratti ai bisogni degli italiani), e loro ci hanno mandato 100 milioni. E adesso – sia detto per inciso – ci impongono un’altra “manovrina” da 3,4 miliardi.
Intanto, gli sbarchi (e i costi) si moltiplicano. E non può che essere così. Gli scafisti sono stati alleggeriti della loro spesa principale, quella per l’acquisto di barcacce bene o male in grado di affrontare le onde del Mediterraneo. Adesso basta un gommone e un telefonino per chiamare la Guardia Costiera non appena si è preso il largo. Al resto pensiamo noi. Con la benedizione di Papa Bergoglio.
marzo 25, 2017 di Michele Rallo

Gentiloni riceve la visita di George Soros a Palazzo Chigi. Un atto di “cortesia”?

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Molti osservatori si sono chiesti quale sia stato il motivo della visita effettuata “riservatamente” da George Soros al premier Gentiloni lo scorso 3 di Maggio a Palazzo Chigi, proprio in un momento di polemiche e sospetti che coinvolgono, guarda caso, alcune delle ONG da “trasporto express” migranti, che sono finanziate da Soros attraverso la sua “Open Society Foundations (OSF), capofila delle iniziative “filantropiche” del magnate.
Le visite fatte di Maggio potrebbero avere lo scopo di “fare coraggio” , come recita un vecchio adagio e sopratttutto, quando sono fatte dai grandi pluri miliardari (e Soros è uno di questi) ad un paese indebitato, privo ormai di sovranità e quasi in bancarotta come l’Italia.
 
Dopo il segnale di “dominio”, vistosamente dato della mano di Trump sulla spalla di Gentiloni, in occasione della visita di questi a Washington, poteva mancare al conte Gentiloni, primo ministro (nominato) del Governo Italiano, una visita “di cortesia” di George Soros? No, certo che no.
 
Puntualmente questa visita è avvenuta e non ci è dato sapere se dovuta ad un moto spontaneo del magnate di origine ungherese o se fosse un appuntamento prefissato nell’agenda del primo ministro italiano.
Bisogna sapere che George Soros, nonostante la sua veneranda età di 87 anni, è ancora molto attivo e, tra le sue attività, oltre ad aver cofinanziato (in perdita) la campagna di Hillary Clinton negli States, assieme ai sauditi ed alle banche di Wall Street, è da anni un personaggio centrale nella campagna di finanziamento dell’immigrazione clandestina in Europa, come da lui stesso ammesso pubblicamente, tanto che il premier ungherese Viktor Orban gli ha dichiarato apertamente guerra, trovando il sistema di imbrigliare le sue ONG che operano in Ungheria e mettendo sotto inchiesta l’Università di Soros, una Università privata da cui escono i “globe trotter” del globalismo radicale formati dai guru di Soros.
Possiamo immaginare che Soros, disponendo di un patrimonio valutato in circa 25,2 miliardi di dollari (ufficialmente), sia alla ricerca di buoni affari di investimento da realizzare in Italia, visto che risulta avere già in mano uno studio approfondito sull’Italia fatto dal suo advisor Shanin Vallèe, che riguarda non soltanto gli aspetti finanziari ma anche quelli economici, industriali e di assetto politico del paese.
Inoltre Soros non solo opera a titolo personale o con la propria struttura, ma risulta anche fondatore del fondo “Quantum Group of Funds” e, soprattutto, advisor di “Blackrock”, uno dei colossi dell’investimento made in Usa, particolarmente esposto sull’Italia, che possiede di partecipazioni per quasi 2 miliardi nel sistema bancario come anche nelle società quotate sul listino principale, a partire da Eni, Enel, Generali, Telecom Italia, Mediaset e così via.
Soros potrebbe essere stato interpellato da Gentiloni e da Carlo Calenda per quelle svendite del patrimonio pubblico che consentirebbero al Governo di fare un pò di cassa per ridurre il debito e rientrare nei parametri richiesti da Bruxelles. Una ipotesi molto probabile, secondo vari osservatori.
 
D’altra parte si sapeva che, prima o poi, con il ricatto del debito e del declassamento del rating, l’Italia dovrà cedere almeno qualcuno dei suoi “gioielli” rimasti, che sia l’ENI, l’Enel, le Poste Spa, la Telecom o altro. Questo prima di arrivare a parcellizzare anche le isole, le coste e parte del territorio italiano per ripagare il debito.
Territorio italiano sul quale stanno sbarcando centinaia di migliaia di migranti provenienti dalla Libia ed in buona parte trasportati sulle navi delle ONG di proprietà di Soros. Questo non può essere trascurato e sicuramente sarà al centro dei colloqui di Soros con il Governo Gentiloni che avrà cura di ringraziare Soros per la sua “preziosa” collaborazione nell’invio di tante importanti “risorse” che avranno il compito di ripopolare l’Italia, rialzare il tasso demografico del paese, pagare le pensioni agli anziani e omologare l’assetto sociale secondo le direttive delle centrali di potere sovranazionale a cui Soros è stretttamente collegato.
 
A questo proposito possiamo immaginare che il Governo Gentiloni assicurerà a Soros tutta la collaborazione e prometterà, tramite il Ministero della Giustizia, il prossimo trasferimento del fastidioso magistrato, capo della Procura di Catania, Carmelo Zuccaro, che ha osato metter in dubbio l’operato delle ONG di Soros e creato qualche intralcio alla “meritevole” attività di invasione migratoria che le ONG stanno così efficacemente svolgendo. Un trasferimento in Sardegna o un collocamento in pensione anticiapata al dr. Zuccaro, possono essere i sistemi per neutralizzare il magistrato impiccione.
Se poi ci dovessero essere altri intralci a questo piano di invasione programmato da Soros e dalle centrali di potere transnazionali, allora ci sono altri metodi già sperimentati che consentono di eliminare gli elementi dissidenti (stesse attento Salvini e gli altri come lui).
 
Quindi ricapitolando, la visita di Soros ha molteplici obiettivi:
1)assicurarsi del buon funzionamento del piano di invasione migratoria programamto sull’Italia,
2)verificare possibilità di investimenti profittevoli (esentasse) da parte dei fondi finanziari di proprietà di Soros,
3)articolare un “report” sulla situazione delle banche italiane e dei debiti irrecuperabili per valutare se acquisire alcuna delle banche più esposte, magari con pochi spiccioli (sembra che i Governo stia perorando la causa del Monte de Paschi di Siena).
 
Questi ed altri motivi hanno consigliato al premier Gentiloni di non dare troppa pubblicità alla visita del magnate/filantropo ed inoltre Gentiloni si riserva, nel caso qualche trattativa con i fondi di Soros andasse in porto, di dare lui per primo la buona notizia, cosa che servirebbe anche a fortificare la sua posizione politica di fronte ad un Matteo Renzi che già, come dicono voci di corridoio, avrebbe inviato strani messaggi al premier, del tipo “stai sereno” Paolo.
 
di  Luciano Lago  – Mag 04, 2017

La sinistra per prima dovrebbe avversare l’immigrazione. La natura prova la pericolosità delle contaminazioni

profughi avellinoMassimo Pacilio è il presidente del comitato per la difesa del paesaggio che ha diffuso il manifesto nel quale si denuncia che “Avellino non può continuare ad ospitare occupanti stranieri spacciandoli per profughi”. Il gruppo, costituitosi nel febbraio 2017, «si fonda su un’antica amicizia tra i suoi fondatori e intende allargarsi a tutti quanti si riconoscono nelle tesi che esprimiamo. Noi siamo per le differenze che vogliamo difendere, mentre l’attuale spostamento delle popolazioni africane in Europa mina sia noi che loro»
Da qualche giorno nel Capoluogo è comparso un nuovo manifesto di protesta nel quale si denuncia che “Avellino non può continuare ad ospitare occupanti stranieri spacciandoli per profughi”. La firma in calce è quella del comitato di difesa del paesaggio “Il Banditore”. Quello de “Il Banditore” è un gruppo che preconizza una sorta di ecologia antropologica in ragione della quale esiste una strettissima correlazione tra uomo e paesaggio, una sorta di determinismo ambientale in ragione del quale il territorio plasma le comunità. Da qui discende una quasi sacralità dei confini, la cui violazione può minacciare la sopravvivenza stessa delle comunità.
 
Abbiamo cercato di indagare e di capire dove e come nasca questo gruppo e dove attinga gli argomenti a sostegno delle proprie idee. A risponderci è stato il presidente del comitato: Massimo Pacilio.
Massimo Pacilio quando nasce il comitato “Il Banditore” e in quanti vi hanno aderito? Qual è il profilo di difensore del paesaggio contro lo snaturamento prodotto da un mondo di mescolanze?
«Il gruppo si forma da un’antica amicizia e dalla decisione di convergere attivamente su alcuni temi. Si è costituito formalmente solo nel febbraio di quest’anno, a partire da un ristretto numero di fondatori, per arrivare ad una ventina di persone che cooperano al fine di raggiungere gli scopi che si è prefissata l’associazione, che intendiamo allargare a coloro che si riconoscono nelle tesi che esprimiamo. A tenere insieme esistenze e prospettive differenti è una comune idea di paesaggio, che non è concepito come una semplice scenografia teatrale, davanti alla quale si muovono i personaggi della moderna commedia umana, ma è inteso come un vivo organismo di cui l’uomo è parte integrante. Noi siamo per le diversità e perciò vogliamo preservarle. In Europa c’è una grandissima diversità genetica, culturale, linguistica, ma è una diversità che va difesa. Così come va difesa la diversità di ogni gruppo umano, di ogni razza, da tutte le possibili contaminazioni. L’attuale spostamento delle popolazioni africane in Europa porterà alla fine della nostra diversità, ma anche della loro».
Spieghiamo a chi legge in che modo il paesaggio determina la fisionomia di chi lo abita e come immaginate di tutelare questo legame, fondato sul concetto di sacralità della terra su cui è insediato un dato gruppo umano
«La nostra visione è legata a un modo di pensare l’ecologia sempre più presente nella ricerca scientifica, in particolar modo in quella che fa parte dell’area della conservazione biologica. Le scienze naturali e biologiche non sono più considerate al pari di compartimenti stagni, ma si fa strada sempre più l’idea che debba esistere una visione organica del paesaggio e delle comunità selvatiche (flora e fauna) e antropiche. Dobbiamo riacquisire questo senso di appartenenza a una comunità, riconoscendo che ognuna è fondata sulle proprie consuetudini, sui propri luoghi, sulle proprie radici e sul paesaggio che le è conforme e che nei secoli ha plasmato. Da questa prospettiva, ogni squilibrio nel paesaggio esteriore provoca uno squilibrio anche in quello interiore, quindi nel paesaggio della comunità. A nostro avviso è necessario preservare tanto l’ambiente, evitando le contaminazioni artificiali (trivellazioni, eolico selvaggio, gestione criminale dello smaltimento dei rifiuti industriali e domestici), quanto il tipo umano che popola la nostra provincia. È questo che abbiamo intenzione di lasciare ai nostri figli. L’ambiente in cui viviamo reca la nostra effigie: occorre quindi, innanzitutto, incominciare a considerare l’ambiente non separato dalla popolazione che vi è radicata, ma che tutto sia parte di una unità organica. Le popolazioni acquisiscono la loro forma e la loro fisionomia in un contesto ambientale a loro corrispondente e conforme».
Che cos’è l’approccio olistico dell’ecologia del paesaggio e cosa vuol dire sommersione genetica?
«Le popolazioni straniere che arrivano in Irpinia sono portatrici di un equilibrio organico e genetico acquisito nelle loro terre: questo equilibrio le lega ai loro luoghi d’origine. La ‘sommersione genetica’ riguarda un aspetto strettamente genetico, studiato in molte specie della flora e della fauna. Come specie umana, non possiamo pensare di essere distanti da questo mondo soltanto perché abbiamo invaso ogni ecosistema, spesso arrecando danni irreversibili. Da un punto di vista biologico, ciò che sta avvenendo in Europa – e in maniera più evidente in Italia – può essere descritto, nell’ambito della cosiddetta genetic pollution, come una immissione incontrollata di geni esogeni provenienti da popolazioni non indigene in un territorio in cui la popolazione locale è in forte decremento per cause endogene (calo delle aspettative di vita e peggioramento delle condizioni di salute). La sommersione genetica, anche se in tempi lunghi, origina una serie di modifiche irreversibili nel pool genico di una popolazione e nei suoi gruppi etnici. Se vogliamo conservare il nostro equilibrio organico dobbiamo tenere nella giusta considerazione questo aspetto, altrimenti andremo incontro a un ulteriore sradicamento e deformazione della nostra natura, fino alla definitiva sparizione».
Quali sono i riferimenti ideali sui quali si fonda il vostro pensiero e la visione del mondo sintetizzata nella vostra lettura del rapporto tra limiti e territorialità?
«Ribadisco: occorre ritornare a una ecologia del paesaggio in cui ogni contesto naturale è studiato come un mosaico ambientale. Tornare alla natura dei nostri paesaggi significa tornare a valorizzare i margini di questi mosaici e comprendere che, se la natura ha posto dei limiti e generato ecosistemi diversi nelle tessere di questi mosaici, vuol dire che le differenze in questi ambienti vanno costantemente conservate. I limiti hanno un ruolo strutturale, termodinamico e organico: non possiamo pensare di eliminarli solo per motivi economici o finanziari, o addirittura per miopi interessi elettorali. Occorre cercare altre soluzioni e il prima possibile. Per questo motivo abbiamo ritenuto che fosse indispensabile attivarsi e agire per pensare a delle alternative. Che senso può avere esaltare la nostra tradizione enogastronomica, i nostri borghi, quando poi, in futuro, questi stessi paesi, patrimonio di valore inestimabile, potrebbero essere occupati da persone provenienti da altri continenti? Tuttavia, oggi si fatica a cogliere la forte contraddizione in termini di una politica che da un lato pretende di valorizzare i territori, ma dall’altro ne prepara il definitivo sfiguramento».
Comprenderete che simili teorizzazioni hanno sollevato non poche perplessità in una opinione pubblica che ha rintracciato nel vostro linguaggio e nelle vostre posizioni l’eco storica dell’estremismo della destra xenofoba. Come rispondete?
«Comprendo che vi sono dei formidabili meccanismi di reazione in questa società sedata dagli innumerevoli bisogni indotti. Reazioni pavloviane ad alcune “parole-chiave”, le stesse che – mi permetta di dirlo – hanno provocato anche in Lei la necessità di inquadrare il problema dei flussi di “profughi” – che a noi appare come una vera e propria occupazione del territorio – in una precisa cornice ideologica. Si badi: una politica di avversione all’immigrazione in generale non può che essere di sinistra, e non mi riferisco soltanto alla ben nota posizione che il Pci ebbe nei confronti dei profughi istriani, ma alla consapevolezza che i comunisti occidentali ebbero di fronte al fatto che gli immigrati sarebbero stati non solo i diretti concorrenti delle classi operaie, ma avrebbero – in ciò seguendo l’ortodossia marxiana – generato un costante abbassamento del costo del lavoro, con l’inevitabile perdita – proprio come sta avvenendo ora in Italia – dei diritti acquisiti. Da qualche lustro, ormai, a sinistra non se ne indovina una e, nonostante i luoghi comuni ostentati quotidianamente, proprio da questa parte politica dovrebbero finalmente provenire una seria riflessione e una ferma opposizione al fenomeno migratorio in atto – facilmente decifrabile come l’ennesima predazione delle risorse africane – non dagli epigoni dei cantori di “Faccetta nera”».
di Massimo Pacilio – 25/03/2017  Fonte: orticalab

Francia: quell’alleanza fra industriali e socialisti per dare al capitalismo il suo “esercito proletario di riserva”

pci francese«L’immigrazione pone seri problemi oggi. Dobbiamo affrontarli e rapidamente prendere le misure necessarie. È stato raggiunto il limite. Questo è il motivo per cui noi diciamo: dobbiamo fermare l’immigrazione, altrimenti getteremo altri lavoratori nella disoccupazione. Preciso: dobbiamo fermare l’immigrazione ufficiale e clandestina. [Gli immigrati] vengono stipati in ghetti in cui convivono lavoratori e famiglie dalle tradizioni, lingue e modi di vivere differenti. Questo crea tensioni e talvolta scontri tra immigrati provenienti dai vari paesi. Questo rende difficili i loro rapporti con i francesi. [..] I carichi di assistenza sociale per le famiglie immigrate immerse nella miseria diventano insopportabili per i bilanci comunali».
A pronunciare queste parole di fuoco non è un leghista all’ultimo raduno di Pontida. Fu Georges Marchais, segretario dal 1972 al 1994 del Partito Comunista Francese in un discorso del 27 marzo 1980.
La Francia aveva iniziato a importare manodopera a basso costo dalle ex colonie a partire dagli anni Sessanta, quando la piena occupazione e la solida organizzazione sindacale avevano dato ai lavoratori francesi (e ai loro compagni immigrati da altri paesi europei fra cui moltissimi italiani) un solido potere contrattuale nei confronti del padronato. E il padronato reagì: mentre i lavoratori che in precedenza (e in numero molto minore) arrivavano da altri paesi europei come l’Italia, la Spagna e il Portogallo, la Polonia e la Cecoslovacchia erano spesso già sindacalizzati e avevano una forte coscienza di classe, sarebbe stata l’importazione di masse umane dalle ex colonie francesi a consentire la creazione quell’«esercito proletario di riserva» in grado di mettere in concorrenza i lavoratori fra loro e obbligarli ad accettare salari più bassi e a rinunciare a molti diritti sociali.
Negli anni Sessanta datano i primi trattati bilaterali fra Parigi e le ex colonie maghrebine per favorire l’immigrazione di lavoratori, mentre ci si applica per aprire canali analoghi anche per i lavoratori dell’Africa nera. Nel 1968 nasce una Direzione per la popolazione e le migrazioni in seno al ministero del Lavoro. Non a caso proprio in quegli anni si diffonde l’idea che l’Europa avesse degli obblighi morali nei confronti delle ex colonie, e che l’emigrazione da esse fosse una conseguenza diretta del colonialismo: un falso storico, poiché fra la decolonizzazione e le prime ondate migratorie dall’Africa sarebbe passata un’intera generazione. L’unico rapporto diretto è quello linguistico: gli ex sudditi coloniali parlavano francese e sarebbero stati impiegati più rapidamente nel ciclo produttivo come concorrenti sleali nei confronti dei lavoratori autoctoni.
 
Fino al 1972 comunque la possibilità di avere un permesso di soggiorno in Francia era subordinata all’impiego. I lavoratori immigrati che perdevano il posto dovevano essere rimpatriati. Fra 1972 e 1973 manifestazioni e scioperi degli immigrati spingono tuttavia il governo a concedere sanatorie per i clandestini. Negli anni Settanta la politica cerca di arrestare il flusso di immigrati, perfino pagando per il loro ritorno in Africa, invano.
 
Nel 1980 iniziano le manifestazioni eclatanti (spesso promosse da preti protestanti e cattolici) a favore dei clandestini, i «sans papier», mentre alcune sigle sindacali non comuniste e la sinistra filo-occidentale, il Partito Socialista, si schierano contro i rimpatri. Con l’elezione nel 1981 di François Mitterrand alla presidenza della Repubblica le politiche francesi si allineano su posizioni immigrazioniste: viene vietata l’espulsione degli immigrati di seconda generazione e si iniziano a concedere i diritti politici ai nuovi arrivati. Da quel momento la Francia sarà l’avanguardia europea per le politiche filo-immigrazioniste.
 
Fonte: “Storia in Rete”, n. 132-134, ott.-dic.2016, pp. 32-33.
Posted on gennaio 22, 2017   di Emanuele Mastrangelo
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L’avversione contro Donald Trump non è che propaganda di guerra

soros trumpI nostri precedenti articoli sul presidente Donald Trump hanno suscitato vive reazioni nei nostri lettori, che si chiedono le ragioni per cui Thierry Meyssan dia prova di tanta ingenuità, malgrado gli ammonimenti della stampa internazionale e l’accumularsi di segnali negativi. Ecco la sua risposta, argomentata come d’abitudine.
A due settimane dall’insediamento, la stampa atlantista prosegue nell’opera di disinformazione e di sobillazione contro il nuovo presidente degli Stati Uniti. Il quale, insieme ai primi collaboratori, moltiplica dichiarazioni e gesti apparentemente contraddittori, sicché è difficile comprendere che succede a Washington.
La campagna anti-Trump
La malafede della stampa atlantista è verificabile analizzando i suoi quattro principali argomenti.
– 1. Per quanto riguarda l’inizio dello smantellamento dell’Obamacare (20 gennaio), è giocoforza constatare che, contrariamente a quanto pretende la stampa atlantista, i ceti più deboli, che avrebbero dovuto sfruttare questo dispositivo di «sicurezza sociale», in realtà l’hanno massicciamente ignorato. Obamacare si è infatti rivelato troppo costoso e troppo rigidamente condizionante per sedurre coloro cui è rivolto. Le uniche a esserne pienamente soddisfatte sono le assicurazioni private che lo gestiscono.
2. Per quanto riguarda il prolungamento del muro alla frontiera con il Messico (23-25 gennaio), la ragione non è la xenofobia: il Secure Fence Act è stato firmato dal presidente George W. Bush, che poi ha dato l’avvio alla costruzione del muro. Il presidente Barack Obama l’ha proseguita, appoggiato dal governo messicano dell’epoca. Al di là della retorica oggi alla moda sulla costruzione di “muri” e di “ponti”, le misure tendenti a rafforzare il controllo delle frontiere sono efficaci solo se le autorità di entrambe le parti concordano nel renderle operative. Per contro, sono votate al fallimento se uno dei due Paesi vi si oppone. L’interesse degli Stati Uniti è il controllo dell’ingresso dei migranti, l’interesse del Messico è fermare l’importazione illegale di armi. Niente è cambiato. Tuttavia, con l’applicazione del Trattato di libero-scambio nordamericano (NAFTA), società transnazionali hanno delocalizzato le proprie industrie, trasferendo dagli Stati Uniti al Messico non solo mansioni non qualificate (conformemente alla regola marxista della ”caduta tendenziale del tasso di profitto”), ma anche mansioni qualificate, facendole svolgere da operai sottopagati (dumping sociale). In Messico, la comparsa di questi posti di lavoro ha provocato un forte esodo rurale e destrutturato la società, com’è accaduto nel XIX in Europa. In tal modo, le società transnazionali hanno potuto abbattere i costi della manodopera, facendo però precipitare nella povertà parte della popolazione messicana, che ora sogna solo di emigrare negli Stati Uniti per essere pagata il giusto. Poiché Trump ha annunciato l’intenzione di far recedere gli Stati Uniti dal NAFTA, nei prossimi anni la situazione dovrebbe tornare alla normalità, con soddisfazione sia dei messicani che degli statunitensi [1].
3. Per quanto riguarda l’aborto (23 gennaio), il presidente Trump ha vietato le sovvenzioni federali alle associazioni specializzate che ricevono finanziamenti dall’estero. In tal modo Trump le obbliga a scegliere fra la loro ragion d’essere (soccorrere le donne in difficoltà) o continuare a essere pagate da George Soros per manifestare contro la sua amministrazione – com’è accaduto il 21 gennaio. Questo decreto non vuole ledere il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, bensì prevenire una “rivoluzione colorata”.
 
4. Per quanto riguarda i decreti anti-immigrazione (25-27 gennaio), Trump ha annunciato che avrebbe applicato la legge, ereditata dall’amministrazione Obama, che implica l’espulsione di 11 milioni di stranieri irregolari. Ha sospeso gli aiuti federali alle città che hanno dichiarato di volersi rifiutare di applicare la legge (come si potrà avere personale di servizio a basso costo se si sarà obbligati a dichiarare gli immigrati?).
Trump ha precisato che comincerà con l’espulsione di 800.000 criminali già condannati per reati penali negli Stati Uniti, in Messico o altrove.
Inoltre, per evitare l’ingresso di terroristi, ha sospeso i permessi d’immigrazione negli Stati Uniti e per tre mesi ha vietato l’ingresso di persone provenienti da Paesi in cui non è possibile verificarne identità e la situazione. La lista di questi Paesi non è stata redatta da Trump, ma da lui ripresa da un testo del presidente Obama. In Siria, per esempio, non ci sono più né ambasciata né consolato americani. Dal punto di vista della polizia amministrativa, è dunque logico includere i siriani in tale lista. A ogni modo, questi provvedimenti riguarderanno un flusso minimo di persone.
Nel 2015 la “carta verde” statunitense è stata rilasciata a 145 siriani solamente. Nella consapevolezza del gran numero di casi particolari che potrebbero sorgere, il decreto presidenziale ha attribuito al dipartimento di Stato e quello della Difesa interna (Homeland Security) massima libertà di accordare dispense. Il fatto che funzionari in contrasto con Trump abbiano sabotato questi decreti, applicandoli in maniera brutale, non fa del nuovo presidente un razzista e tantomeno un islamofobo.
La propaganda anti-Trump della stampa atlantista è dunque ingiustificata. Pretendere che il presidente abbia dichiarato guerra ai mussulmani, nonché invocare pubblicamente una sua possibile destituzione, persino una sua uccisione, non è più malafede, è propaganda di guerra.
L’obiettivo di Donald Trump
Trump è stato la prima personalità in tutto il mondo a contestare la versione ufficiale degli attentati dell’11 settembre; l’ha fatto il giorno stesso, alla televisione. Dopo aver ricordato che gli ingegneri che avevano costruito le Twin Tower ora lavoravano per lui, dichiarò su Canal 9 di New York che era impossibile che dei Boeing avessero potuto trapassare le strutture in acciaio degli edifici. Aggiunse anche che era altrettanto impossibile che dei Boeing avessero provocato il crollo delle torri: altri fattori dovevano essere intervenuti, al momento sconosciuti.
 
Da quella data, Trump non ha fatto che opporsi a quelli che avevano commesso un tale crimine. Durante il suo discorso di investitura, ha sottolineato che la cerimonia non significava un semplice passaggio di potere tra due amministrazioni: si trattava di restituire il potere al popolo degli Stati Uniti, che ne era stato spogliato [da 16 anni] [2].
Durante la campagna elettorale, indi durante il periodo di transizione, e poi dal momento in cui ha assunto le funzioni di presidente, Trump ha ripetuto che il sistema imperiale degli ultimi anni non ha portato beneficio agli Stati Uniti, ma alla ristretta cricca di cui la Clinton è figura emblematica. Ha dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero più cercato di essere i “primi”, ma i “migliori”. I suoi slogan sono: «America di nuovo grande» (America great again) e « L’America per prima cosa » (America first).
 
Questa svolta politica a 180° stravolge un sistema costruito negli ultimi 16 anni, che trova origine nella Guerra fredda voluta dagli Stati Uniti nel 1947. Questo sistema ha incancrenito numerose istituzioni internazionali, come la NATO (con Jens Stoltenberg e il generale Curtis Scaparrotti), l’Unione europea (con Federica Mogherini), e le Nazioni unite (con Jeffrey Feltman [3]). Ammesso che Trump ci riesca, gli occorreranno comunque anni per raggiungere l’obiettivo.
 
Verso lo smantellamento pacifico dell’impero statunitense
In due settimane Trump ha avviato molte cose, spesso nella più grande discrezione. Le sue dichiarazioni tonitruanti nonché quelle della sua squadra hanno scientemente seminato confusione, permettendogli di far confermare da un Congresso in parte ostile le nomine dei suoi collaboratori.
Teniamo ben presente che la guerra cominciata a Washington è una guerra all’ultimo sangue tra due sistemi. Lasciamo perciò alla stampa atlantista il compito di commentare propositi spesso contraddittori e incoerenti di entrambe le parti per attenerci unicamente ai fatti.
Innanzitutto, Trump s’è assicurato il controllo degli organi di sicurezza. Le prime tre nomine (il consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn, il segretario della Difesa James Mattis e il segretario per la Sicurezza interna John Kelly) sono altrettanti generali che hanno contestato il “governo di continuità” instaurato dal 2003 [4]. Ha poi riformato il Consiglio per la Sicurezza nazionale per escluderne il capo di stato-maggiore interarmi e il direttore della CIA [5].
Anche se quest’ultimo decreto venisse emendato in futuro, al momento non lo è. Segnaliamo che avevamo annunciato la volontà di Trump e del generale Flynn di sopprimere la funzione di direttore dell’intelligence nazionale [6]. Alla fine, la carica è stata mantenuta e assegnata a Dan Coats. Potrebbe trattarsi di una tattica per esigere che la presenza in seno al Consiglio del direttore dell’intelligence nazionale sia motivo sufficiente a giustificare l’esclusione del direttore della CIA.
La sostituzione de « i migliori » con «i primi » implica che la volontà di distruggere Russia e Cina si converta nella volontà di concludere un partenariato con questi Paesi.
Per impedirlo, gli amici della Clinton e della Nuland hanno rilanciato la guerra contro il Donbass. Le cospicue perdite subite dall’inizio del conflitto hanno indotto l’esercito ucraino a ripiegare e a spedire in prima linea le milizie militari para-naziste. I combattimenti hanno inflitto pesanti danni alla popolazione della nuova Repubblica popolare. Nel medesimo tempo, in Medio Oriente Clinton e compagnia sono riusciti a consegnare blindati ai curdi siriani, come aveva disposto l’amministrazione Obama.
Per risolvere il conflitto ucraino, Trump sta cercando un modo per aiutare a destituire il presidente Petro Porochenko. Per questo, ancor ancora prima di accettare di parlare al telefono con Porochenko, ha ricevuto alla Casa Bianca il capo dell’opposizione, Ioulia Tymochenko.
In Siria e in Iraq, Trump ha già avviato operazioni comuni con la Russia, sebbene il suo portavoce lo neghi. Il ministero russo della Difesa che, imprudentemente, l’ha rivelato, in seguito non ha più proferito parola sull’argomento. Washington ha rivelato allo stato maggiore russo la dislocazione dei bunker jihadisti nel governatorato di Deir ez-Zor. Bunker che la scorsa settimana sono stati distrutti con bombe penetranti.
Per quanto riguarda Beijing, il presidente Trump ha messo fine alla partecipazione statunitense al Trattato trans-Pacifico (TPP), un trattato concepito contro la Cina. Durante il periodo di transizione ha ricevuto Jack Ma, il secondo uomo più ricco della Cina – lo stesso che ha dichiarato: «Nessuno vi ha portato via posti di lavoro, spendete troppo in guerre». Si sa che i colloqui hanno riguardato l’eventualità di un’adesione di Washington alla Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture. Se ciò accadesse, gli Stati Uniti dovrebbero accettare di cooperare con la Cina e cessare di ostacolarla. Prenderebbero parte alla costruzione delle due vie della seta. In tal modo, le guerre di Donbass e di Siria diventerebbero inutili.
In materia finanziaria, il presidente Trump ha avviato lo smantellamento della legge Dodd-Frank, un tentativo di risolvere la crisi del 2008 prevenendo il fallimento brutale delle grandi banche (« too big to fail »). Benché questa legge di ben 2.300 pagine presenti aspetti positivi, essa statuisce una tutela del Tesoro sulle banche che, evidentemente, ne frena lo sviluppo. Donald Trump pare si appresti anche a restaurare la distinzione tra banche di deposito e banche di investimento (Glass-Steagall Act).
E, per finire, è iniziato anche il repulisti delle istituzioni internazionali. La neo-ambasciatrice all’ONU, Nikki Haley, ha chiesto un audit sulle 16 missioni di “mantenimento della pace” e dichiarato che vuole mettere fine a quelle inefficaci. Ossia, alla luce della Carta delle Nazioni unite, a tutte, senza eccezioni. In effetti, i fondatori dell’ONU non prevedevano un tale impegno militare (oggi superiore a 100.000 uomini).
 
L’ONU è stato creato per prevenire e risolvere conflitti tra Stati, non conflitti interni. Quando due parti in conflitto concludono un cessate-il-fuoco, l’Organizzazione può inviare osservatori per verificare il rispetto dell’accordo. Le attuali operazioni di “mantenimento della pace” mirano, al contrario, a imporre il rispetto di una risoluzione imposta dal Consiglio di sicurezza e rifiutata da una delle parti in conflitto; si tratta di un prolungamento del colonialismo.
In realtà, la presenza delle forze dell’ONU non fa che protrarre i conflitti, la loro assenza lascia invece immodificata la situazione. Per esempio, le truppe della FINUL, dispiegate alla frontiera fra Israele e Libano – però solo su territorio libanese – non prevengono né un’azione militare israeliana, né un’azione militare della Resistenza libanese, così com’è stato più volte dimostrato. Servono unicamente a spiare i libanesi per conto degli israeliani, dunque a perpetuare il conflitto. Così come, dopo che le truppe della FNOUD, dispiegate sulla linea di demarcazione tra Golan e Siria, sono state cacciate da Al Qaeda, il conflitto tra Israele e Siria è rimasto immutato.
 
Porre fine a un tale sistema implica quindi un ritorno allo spirito e alla lettera della Carta costitutiva dell’ONU, rinunciare ai privilegi coloniali e pacificare il mondo.
Nonostante le polemiche mediatiche, le manifestazioni di piazza e le contese politiche, il presidente Trump mantiene la propria rotta.
Feb 09, 2017
Thierry Meyssan
Traduzione: Rachele Marmetti
Il Cronista

Migranti, Alfano regala 200 milioni di euro al Fondo per l’Africa

un mafioso ragiona in termini di mazzette. Comprensibile. A chi vanno sti soldi? Chi compone questo fondo? Come intende gestirli? Qualche giornalista degno di questo nome vorrebbe per caso delucidare?

“Rafforzare la frontiera esterna per evitare le partenze dei migranti irregolari”. E’ l’obiettivo “strategico” del Fondo per l’Africa, 200 milioni di euro stanziati dall’Italia per avviare una collaborazione su questo fronte soprattutto con Libia, Tunisia e Niger.
Il progetto è stato presentato oggi dal ministro degli Esteri Angelino Alfano. Con questo decreto per la prima volta vengono destinate risorse ad hoc per la gestione della frontiera, che si aggiungono a 430 milioni di cui già dispone la Cooperazione, ha spiegato Alfano. (ANSA)

La stretta di Trump sull’immigrazione? Chiedete a Obama

Usaimm 2I sette paesi elencati nell’ordine esecutivo del presidente sono esattamente quelli usciti da una selezione fatta in due tempi dall’amministrazione precedente

Espulsioni immigrati USA

Il muro di Trump? Ask Obama. In preda alle convulsioni, i leoni e le pantere da tastiera ieri chiedevano con un tono da caccia alle streghe: come mai Trump ha scelto quei sette paesi?  Come mai eh? Perché non c’è l’Arabia Saudita? E chi ha deciso quella lista? Nel frastuono degli scolapasta che crollavano miseramente dalla testa degli intelligenti a prescindere, s’è levata una risposta: “Ask Obama”.

I sette paesi elencati nell’ordine esecutivo del presidente Trump sono esattamente quelli usciti da una selezione fatta in due tempi dall’amministrazione Obama durante l’attuazione del Terrorist Travel Prevention Act nel 2015 e nel 2016. So, boys, ask Obama.

Ma i fatti sono del tutto irrilevanti in questa storia, l’isteria liberal domina la scena, i giornali fanno la ola, le televisioni ci inzuppano il biscotto e via così in uno show dove i fatti sono del tutto secondari. Fu lo stesso Obama nel 2011 a fermare gli ingressi di rifugiati dall’Iraq in attesa di una revisione delle misure di sicurezza. Dettagli. E d’altronde il numero di rifugiati siriani accolto dall’amministrazione Obama dice tutto sulla lungimiranza con cui fu affrontato il problema dalla Casa Bianca. Ecco l’accoglienza riservata ai siriani dal 2011 al 2016 da parte del governo guidato dal premio nobel per la pace:

Obama dal 2011 al 2015 ha accolto in totale 1.883 profughi siriani, una stratosferica media di 305 all’anno.

Nel 2016, dopo aver fallito la guerra in Siria e spostato la proxy war clintoniana in archivio, preso dai sensi di colpa, dopo 5 anni di guerra, 400 mila morti, 4 milioni di rifugiati, Obama alza il tetto per i siriani alla stellare cifra di 13 mila unità, il totale fa circa 15 mila.

Di fronte a un impegno umanitario di così grande portata, con quel retroterra, i democratici oggi fanno piangere la statua della libertà per le decisioni dell’amministrazione Trump. Il premio faccia di bronzo è vinto a tavolino. I numeri, i fatti, le cifre, la realtà sono un incidente di percorso sulla via dello storytelling e dello spin sulle masse prive di neuroni.

E’ la solita storia, quella della mostrificazione dell’avversario: durante la campagna presidenziale, quando Trump disse di voler espellere 3 milioni di clandestini dagli Stati Uniti, si sollevò la voce vibrante d’indignazione del Coro del Progresso per dire che no, non si doveva fare, e The Donald era un pericolo per l’umanità.

Anche in quel caso nessuno si prese cura di dare un’occhiata alle espulsioni dell’era Obama. Le pubblicammo su List, rieccole, la fonte è la Homeland Security:

Calcolatrice: 359,795+391,438+381,962+386,423+417,268+435,498+414,481 = 2.786.865

Obama ha espulso quasi tre milioni di clandestini e manca ancora il conteggio del biennio 2015-2016 che farà schizzare il dato ben oltre le dichiarazioni roboanti dell’allora candidato repubblicano. Il programma sull’immigrazione di Trump era (è) inadeguato rispetto agli standard democratici.

Trump dovrebbe mandare a casa il suo capo della comunicazione e una serie di funzionari che non hanno dato istruzioni chiare per attuare il suo provvedimento sull’immigrazione. Il suo sbarramento di ordini esecutivi è legale, coerente con il suo programma elettorale, ma l’esecuzione mostra i limiti dettati dalla fretta di plasmare da subito la sua amministrazione nei primi cento giorni di governo. Rallentare

Giornali italiani. Il coro replica l’esibizione sui quotidiani. Un mondo a una dimensione, o quasi. Il primo caffè della giornata va giù con la lettura del Corriere della Sera: “Rivolta contro il bando di Trump”.

Repubblica sbriga la pratica così: “Trump solo contro tutti”. La Stampa non ci casca, punta saggiamente l’apertura sulle primarie dei socialisti in Francia (ha vinto la sinistra radicale, ragazzi), ma il titolo è sempre quello: “Immigrazione, rivolta contro Trump”.

Il caffè ar vetro e Il Messaggero non portano nulla di nuovo: “Migranti, un muro anti-Trump”. Il Giornale esce dal coro, ma sempre di mattoni si parla: “Muro buonista contro Trump”. Il Mattino fa lo stesso titolo del Messaggero: “Immigrati, rivolta anti-Trump”. Il Gazzettino imita il Mattino: “Stop ai migranti, rivolta anti-Trump”. Il Secolo XIX fa un titolo da assemblea sindacale: “Immigrati, mobilitazione contro Trump”. Carlino-Nazione-Giorno entrano nella fase generale Custer a Little Big Horn: “Rifugiati, Trump assediato”. Hanno impaginato e titolato il cuore grande dell’uomo europeo, quello che oggi protesta contro Trump e ieri ha staccato un assegno da tre miliardi di euro in favore di quel sincero democratico di Erdogan per fare il lavoro sporco alla frontiera con la Siria. Dettagli.

 di Mario Sechi – 31/01/2017 – Fonte: Il Foglio

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=58222