Francia: la sinistra mondialista acclama il nuovo “enfant prodige” Macron, paladino della finanza cosmopolita.

epa05948994 Supporters of French presidential election candidate for the 'En Marche!' (Onwards!) political movement Emmanuel Macron (not pictured) gather at the Carrousel du Louvre to discover the results of the second round of the French presidential elections in Paris, France, 07 May 2017. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Tutto come previsto il risultato al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia: vincono i due candidati largamente favoriti, Emmanuel Macron e la Marine Le Pen.

Il primo, il giovane Macron, rappresenta largamente l’establishment della grande finanza e dell’elite politica dominante in Francia, quella collegata con la massoneria ed i circoli dei potentati finanziari sovranazionali.
Che sia di centro o che sia di destra o che appartenga alla sinistra social democratica (quella stessa sinistra squalificata del presidente uscente Francois Hollande), conta poco o nulla. Si tratta soltanto di distinzioni formali dei vecchi schemi del 900 ormai obsoleti.
Infatti non a caso tutti i partiti e gli altri candidati, da Fillon al candidato socialista Benoit Hammon, tutti sconfitti nella contesa elettorale, hanno già proclamato l’intenzione di creare un fronte comune contro la candidata Marine Le Pen, del Front National, considerata un “pericolo” per l’establishment visto il suo programma di uscita dall’euro, abbandono della NATO, difesa delle frontiere e riavvicinamemto alla Russia.
L’unica eccezione il candidato dell’estrema sinistra, Jean-Luc Mélenchon, quello che veniva considerato il Tsipras francese, non ha ancora dato al momento indicazioni precise su chi votare al ballottaggio del secondo turno. Lui è fuori dai giochi ma il suo elettorato non è detto che dia necessariamente i suoi voti al condidato della finanza ipercapitalista Macron. Esiste quindi un margine di rischio per una possibile vittoria di Macron.
In ogni caso, il fronte unito dei globalisti che si andrà a coalizzare contro la Le Pen è caratterizzato dal neoliberismo, quale elemento comune ed ideologia di base.
Si tratta di quel fronte che aborrisce qualsiasi forma di allontanamento della Francia dalla UE e dal sistema dell’euro e che vuole fermamente continuare a mantenere la Francia al servizio degli interessi della grande finanza e della politica di dominazione egemonica USA, quella che vede le nazioni europee come vassalli di Washington, inesistenti sul piano internazionale. In una parola il fronte della conservazione.
Bisogna considerare che Il proletariato e la piccola borghesia francese, vittime della globalizzazione finanziaria, attraverso un voto alternativo ai denominati “populisti” come la Le Pen, stava tentando di uscire dal paradigma liberal-libertario e da quello del pensiero unico. Il panorama politico nazionale francese sta di fatto crollando, con i vecchi partiti storici ormai squalificati ed alcun forze come il FN ed altre, cercano di ricomporlo sulla base di una nuova presa di coscienza dei ceti produttivi marginalizzati dalle politiche neoliberiste dei governi asserviti agli interessi dei potentati finanziari.
 
A questo tentativo di ricomposizione, con tutti i limiti dati dalle caratteristiche della Le Pen e dalle sue ambiguità su alcune tematiche della contrapposizione al sistema globalista, il fronte neoliberista ha risposto ricompattandosi e presentando il suo candidato “enfant prodige”, Emanuel Macron.
Questo giovane “rampollo dell’alta borghesia”, vanta poca esperienza ma dispone di molti titoli: banchiere presso la potente banca Rothshild, specializzato nella Ena, l’alta scuola per quadri amministrativi da cui è uscita una buona parte della elite politica transalpina, con un professato impegno a sinistra, milionario grazie ai buoni affari realizzati con le multinazionali (Nestlè e Pfizer), membro dei circoli liberali che contano, come l’Istituto Montaigne, vicino alla Confindustria, sostenitore dell’immigrazione, della società multiculturale e cosmopolita, fervente sostentore dell’atlantismo e dell’interventismo francese a seguito degli USA (il vecchio “sub imperialismo” praticato dalla Francia in Africa e Medio Oriente).
Su di lui punta il fronte neoliberista, quello della grandi banche, della Confindustria e della oligrarchia europea di Bruxelles per mantenere sistema e privilegi della classe dominante. Non a caso a Macron sono già arrivate le congratulazioni della Merkel e dei responsabili della UE che vedono il lui lo “scampato pericolo” (se proseguirà ad avere i consensi al secondo turno).
 
Esiste però un problema: questo giovane candidato non sembra possedere carisma, al contrario i discorsi li legge e lui stesso dice che a volte non capisce cosa gli scrivono, si limita a ripetere frasi banali e generiche come “innovazione” e “riforme” mentre dimostra una certa prevenzione e disprezzo verso gli strati popolari della società francese definiti da lui in più occasioni come “illetterati” o “avvinazzati”. Macron loda i vantaggi dell’ipercapitalismo ed esalta la corsa all’arricchimento individuale, oltre a sostenere che non esiste una cultura francese ma piuttosto una cultura multipla.
Sarà davvero questo il personaggio a cui gli strati popolari francesi, quelli dei piccoli produttori, agricoltori, artigiani e piccoli commercianti, rovinati dalle politiche di Bruxelles e dalla globalizzazione, daranno il loro voto? Qualche dubbio esiste e qualche speranza per la Marine Le Pen al secondo turno.
Apr 24, 2017 di  Luciano Lago

Ancora sulla necessaria fine di questa “Europa”

guerraun pò come per l’unità d’Italia, la favella che i popoli decisero spontaneamente di unirsi d’amore e d’accordo è assai desueta. I popoli non vogliono le guerre, le decidono sempre quella stessa gentaglia che decise anche la nascita della UE, quella gente parassita dell’elite


Leggo sul profilo Facebook di un amico, storico di professione, studioso dell’Africa e buon conoscitore delle vicende mediorientali, un amaro e preoccupato commento suscitato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea nel quale egli paventa il rischio, dopo “decenni di pace”, d’impugnare di nuovo le armi uno contro l’altro dopo un crescendo di attriti e rivendicazioni frontaliere e doganali. Teme – conclude l’amico – una Terza guerra mondiale alimentata anche dagli “istinti delle masse”.
 
Stabilito che su quest’ultimo punto non posso non dargli ragione in quanto “le masse”, composte da individui non qualificati a decidere ma illusi di saperlo fare, sono effettivamente una delle sciagure del mondo moderno (purché non ce se ne preoccupi solo quando sostengono i “populismi”), passo ad una rispettosa critica, o meglio una messa a punto su quella che pare essere una comprensibile preoccupazione di chi scorge all’orizzonte, deluso da questa Europa ma ancora “europeista”, foschi scenari, per non dire apocalittici.
I “decenni di pace” sono stati garantiti non dall’UE o dai suoi prodromi (CECA, CEE…), bensì dal fatto che dopo la Seconda guerra mondiale (“secondo tempo” della Prima, che non è possibile attribuire solo alla “competizione interimperialistica” come sostiene una certa storiografia) l’Europa propriamente detta (occidentale ed orientale) è stata divisa in un “condominio” (Usa/Urss) che ha spostato la conflittualità armata negli altri continenti facendosi guerre per interposta persona. Nel frattempo, mentre godevamo della “pace” (intesa come assenza di guerra), internamente le popolazioni europee (in specie quelle occidentali) si sono sfaldate fino a giungere all’odierno triste spettacolo di una società di “nuovi barbari” (o “selvaggi con telefonino”, per dirla alla Blondet), mentre almeno quelle dell’Europa orientale conservano alcuni valori basilari che le rendono ancora maggiormente “vitali” dimostrando con ciò che il sovietismo, se incarcerava i corpi, almeno lasciava liberi gli “spiriti” (l’esatto contrario dell’americanismo).
Dunque, si deve aver paura che, con un’eventuale fine dell’UE, torneremo alle guerre in Europa? Ci può anche stare. Ma questo non avverrà per congenite “tare” degli europei, bensì per il semplice fatto che l’Europa tornerà ad essere campo di battaglia di chi (gli Usa) non sarà disposto a mollarla perché la considera “terra nostra o di nessuno” (per questo è disseminata di ordigni nucleari puntati contro la Russia).
L’unica speranza per noi sarebbe un’alleanza (da pari) con la Russia, in una prospettiva non meramente euro-russa, ma eurasiatica, poiché la Russia è effettivamente il perno del cosiddetto “vecchio mondo” (come lo chiamano gli americani).
L’UE, in definitiva, è una specie di occasione perduta (nella migliore delle ipotesi), ma assai più probabilmente è stata la “gabbia” che, nel torno di tempo tra fine anni Ottanta e inizio Novanta, è stata approntata affinché gli europei, liberi finalmente dal ricatto del “pericolo comunista”, non andassero liberamente verso una collaborazione coi territori immediatamente confinanti, ovvero quelli dell’immenso spazio eurasiatico e, perché no, quelli al di là del Mediterraneo, dove qualcuno come Gheddafi aveva una visione “africana” e, in prospettiva, euro-africana.
Che cosa resta oggi di questo “sogno europeo” dei cosiddetti “padri fondatori” (molto cosiddetti in quanto non rappresentavano nessuno) dell’Europa Unita?
Restano l’inclusione nella Nato di tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia; resta una moneta-merce strutturalmente debito che in pratica ci ha rovinato; restano le “regole”, assurde e paranoiche di questa burocrazia europoide che con la sua “Corte di Giustizia” sanziona a destra e a manca se non ci si adegua alla pseudo-religione dei “diritti”. E mi fermo qui perché l’elenco dei “fallimenti” (se ci fosse stata buona fede) è lungo.
Qualcuno mi deve spiegare perché mai l’UE dovrebbe rimanere in piedi: per farci fare le vacanze senza passaporto? Per non dover cambiare i soldi? Le imprese, da quando è stata adottata (dai più fessi) la “moneta unica” hanno subito solo un salasso, in quanto l’euro è di proprietà di privati che lo vendono (lo “prestano”) agli Stati e dunque alle imprese (e alle famiglie). Stanno cercando addirittura d’imporci un terrificante TTIP, che adeguerebbe tutta la nostra normativa vigente al livello più “liberista”, cioè quello d’Oltreatlantico.
Il concetto di “frontiera” così come quello di “nazionalità” (sostituito da quello di “cittadinanza”) è diventato talmente fluido che sembra di stare in un circolo dove si paga la quota e si ottiene la tessera.
La sicurezza, senza alcun vaglio della posizione di chi ottiene un “permesso di soggiorno”, è diventata chimerica. Non parliamo poi di come, dagli anni Novanta, questa “fortezza Europa” (in verità un colabrodo) ha permesso a un sacco di gente che non ne aveva diritto di spacciarsi per “profugo” (categoria giornalistica in quanto giuridicamente si parla di “rifugiati”), con la ciliegina finale caduta sulla torta quando abbiamo subito (dopo anni di autogol: Iraq 1991 e 2003, passando per l’embargo assassino; Jugoslavia anni Novanta con attacco della Nato nel 1999) la cosiddetta “primavera araba” targata Cia in un modo che definire autolesionistico è puro eufemismo.
 
La disamina qui accennata per sommi capi e in ordine sparso non induce a considerare l’UE un qualche cosa di necessario. Certo, va ripensato il tutto, cioè la questione di una confederazione continentale nell’era della politica dei grandi spazi (altrimenti si finisce nelle “piccole patrie” subito fagocitate dalla globalizzazione), ma si deve cominciare dall’alto, da ciò che qualitativamente è superiore, e cioè dal senso dell’operazione che s’intende compiere; non dal basso, solleticando le masse “desideranti” illudendole delle magnifiche sorti e progressive di un progetto senz’anima strombazzato come un prodotto da supermercato.
 
Posted on marzo 31, 2017 – di Enrico Galoppini

 

Sganciato dalla moneta unica L’ euro perde un altro pezzo: la Repubblica Ceca si sgancia

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Praga come Berna. Il governo della Repubblica Ceca ha imitato la Svizzera tagliando il cordone ombelicale che legava la sua valuta all’ euro. Niente più cambio fisso a 27 corone per un euro come negli ultimi tre anni. Dopo l’ annuncio la moneta unica si è svalutata 3% a 26,6. Secondo gli esperti si stabilizzerà intorno a 26,1 Ovviamente il gesto compiuto dal governo del piccolo stato dell’ est ha un significato politico molto alto. Niente a che vedere con la Banca centrale svizzera che ha fatto un semplice calcolo di convenienza finanziaria.
 
La decisione del premier Bohuslav Sobotka ha una forte valenza simbolica. Un’ altra picconata alla costruzione europea. La Repubblica Ceca fa parte della Ue: vuol dire che la sua corona, prima o poi era destinata a finire nel calderone della moneta unica. Invece il governo di Praga ha deciso di riguadagnare la libertà di fluttuazione. Non è un gesto paragonabile alla Brexit però all’ orecchio dei mercati suona come una nuova presa di distanza da Bruxelles.
Ora tutta la partita è in mano ai francesi che votano fra due settimane. Al primo turno la vittoria di Marine Le Pen appare scontata. Bisognerà vedere il ballottaggio. L’ anno scorso non andò benissimo. I candidati del Front Nationale Avevano vinto al primo turno ma poi sono stati battuti dal vecchio “patto repubblicano” che unisce gollisti e socialisti.
 
La missione della Le Pen questa volta non appare impossibile. Sia per la maturazione dell’ elettorato francese sia perchè Emmanuel Macron il suo più accreditato rivale non appare irresistibile La decisione della Repubblica Ceca per quanto il Paese sia marginale nell’ ambito dell’ economia della Ue sembra il canto del canarino nella gabbia. Indica l’ avvicinarsi di un grande pericolo.
 
Tre anni fa la Banca centrale ceca aveva deciso di introdurre il cambio fisso con l’ euro per evitare che un eccessivo rialzo della propria moneta inasprisse la deflazione. La Bce, come qualche anno prima la Fed, ha azionato nel 2015 il quantitative easing per tenere basso l’ euro. La Banca di Praga ha risposto (muovendosi anche in anticipo) creando un ancoraggio artificiale. In questa maniera ha evitato la gelata sui prezzi.
 
«Bloccare il cambio però comporta dei costi – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig. Per questa ragione Praga ha deciso di lasciare fluttuare liberamente la corona dopo tre anni di interventi». In quattro anni l’ istituto centrale ha acquistato 47,8 miliardi di euro. Tanto è costato mantenere il cambio fisso a 27. Adesso le sue riserve valutare ammontano a 110 miliardi di euro. Un tesoro sufficiente per dormire tranquilli.
 
Due anni fa la Svizzera si era dissanguata per bloccare il franco a 1,20. Poi, però, la speculazione ha vinto come sempre in questi casi. Se le divergenze fra le diverse economie diventano troppo grandi è impossibile tenere il cambio. E difatti negli ultimi anni i risultati della Repubblica ceca sono stati costantemente migliori dell’ eurozona. I prodotto interno lordo è cresciuto del 2,3% nel 2016. Certo è calo rispetto al +3,5% del 2016, ma più in alto del +1,7% esibito dall’ area euro.
 
Dal 2008 il confronto tra le due aree è ancora più ampio.
 
Il Pil dell’ area euro è riuscito a riportarsi in positivo (dopo il crollo del 2009) e oggi vale il 4,6% in più. Nello stesso arco temporale la Repubblica Ceca ha archiviato una crescita del 9,2%. Alla fine la piccola tigre dell’ est si stancata delle lentezze del resto d’ Europa e ha deciso di correre per i fatti suoi.
di Nino Sunseri

Londra: attentato contro la Brexit

attentato BrexitIsis, la creatura dell’Occidente per servirlo.


Ormai pare accertato: a colpire Londra è stato il Terrore. Ancora non si sa se l’assassino di turno abbia agito da solo o in collegamento diretto con la rete dell’Isis, ma il suo scopo è stato raggiunto egualmente. L’attentato segue il quasi-attentato in Francia di una settimana fa, quando a Orly un tizio ha rubato l’arma a una soldatessa ed è stato prontamente freddato. Queste ultime iniziative del terrorismo sono ben diverse dalle precedenti, molto più elaborate e ben più tragiche (vedi Nizza e Charlie Hebdo in Francia e Orlando negli Stati Uniti).

Il che segnala una certo indebolimento della rete del Terrore, che risulta meno efficace di un tempo (anche se può riprendere vigore). D’altronde di colpi ne ha subiti, e molti: in Siria e Iraq gli sciiti (iracheni, siriani e iraniani) e i russi stanno flagellando le bande armate affiliate alla jihad globale.

Un’azione martellante nella quale stanno trascinando anche, sebbene a strappi, gli Stati Uniti, il cui intervento è stato finora alquanto ambiguo e contrastato, forse perché l’azione di tale jihad nei due Paesi, per una eterogenesi dei fini alquanto palese, collimava con i piani dei neconservatori (alquanto influenti nell’esercito Usa) che prevedono, tra le altre cose, la partizione di Iraq e Siria in più Stati.

Nonostante questo, la rete del Terrore ha dimostrato di essere purtroppo ancora vitale, capace cioè di iniziative come quella londinese.
A essere preso di mira è stato il Parlamento, che è il cuore della democrazia in quanto simbolo della sovranità popolare. Quella sovranità popolare che si era espressa nel referendum dello scorso giugno, decretando la Brexit. Un esito imprevisto della consultazione popolare, che ha trovato non poche forze ostative alla sua attuazione, a vari livelli.

Proprio in questi giorni, vinte a fatica tali forze ostative, la premier Theresa May ha annunciato l’avvio della procedura per tagliare il cordone ombelicale che lega Londra alla Ue, che inizierà il 29 marzo. Si può immaginare che la coincidenza temporale dell’avvio vero e proprio della Brexit con l’attentato a Londra sia una mera coincidenza. Ma il Terrore globale non conosce coincidenze, solo obiettivi e simbolismi (esoterici, come detta la sua natura). Nel caso specifico si è voluta colpire la sovranità popolare, che si è affermata contro le ragioni della Finanza globale, che aveva puntato tutto sul Remain. Non che tutti i broker e i dipendenti di banca inglesi abbiano votato Remain, anzi. Ma la Finanza in quanto tale non poteva accettare l’opzione Brexit perché mina alla radice la globalizzazione, quell’ordine costituito ormai dato per permanente che l’ha resa forza egemone del mondo, relegando la politica (e la sovranità popolare) alla marginalità.

Non solo la Finanza, anche il Terrore ha nella Brexit un nemico esistenziale. Il Terrore globale, infatti, è nato proprio a seguito e grazie alla globalizzazione. Ne è un prodotto necessitato.La globalizzazione, almeno quella conosciuta finora, vampirizza il ceto medio, crea masse di emarginati, abbatte barriere, confini, destabilizza società e Stati, creando l’humus perfetto nel quale può allignare e alimentarsi la Paura e il terrorismo. Non solo, se la Finanza non è più libera di vagare a suo piacimento, anche la Finanza oscura, quella creata dal Terrore globale e ad esso destinata, vede erodere i propri margini di manovra.

Ancora: la fine della globalizzazione, che si compirebbe se l’onda di marea iniziata con la Brexit e montata con la vittoria di Trump si abbattesse sull’Europa, creerebbe nuovi scenari geopolitici.

Uno di questi scenari vede la possibile convergenza dell’Occidente e dell’Oriente, Russia e Cina in particolare, contro il Terrore globale. Scenario peraltro probabile, se si sta ad esempio a quanto annunciato da Trump nella campagna elettorale che l’ha visto vittorioso. Per una bizzarra eterogenesi dei fini, infatti, la globalizzazione crea una rete di Terrore globale ma, allo stesso tempo, alimenta divergenze tra Est e Ovest.

Alla radice di tale divergenza la volontà di Mosca e Pechino di non subordinate le ragioni di Stato a quelle della Finanza globalizzata, della quale pure usano.

Il Terrore globale ha una capacità di elaborare molto sofisticata. Sa bene chi sono i propri nemici irriducibili. E sa bene le conseguenze della Brexit. Così ha colpito al cuore dell’Inghilterra. A monito e futura memoria (a breve si decide il destino della Francia: le elezioni possono determinare la Frexit e quindi la fine della Ue). Gli agenti della Paura sanno perfettamente che la Brexit, ponendo non poche criticità alla globalizzazione, mina anche la loro sopravvivenza. Da qui il suo nervoso attivismo.

Un attivismo che ha ricordato un po’ l’infausto 11 settembre, con la povera premier Theresa May portata via dalla sicurezza come allora avvenne per l’imbelle George W. Bush. Ma l’Inghilterra ha alle spalle una storia diversa da quella degli Stati Uniti. Durante la seconda guerra mondiale il Parlamento continuò a riunirsi anche sotto i bombardamenti nazisti. Un pregresso che conforta.
Notizia del: 24/03/2017 PICCOLE NOTE

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-londra_attentato_contro_la_brexit/16658_19443/

 

DOPO I SACRIFICI PER ENTRARE NELL’EURO E I SACRIFICI PER RESTARE NELL’EURO, I SACRIFICI PER USCIRE DALL’EURO

k1426303La cronaca “europea” della scorsa settimana è stata segnata dalle dichiarazioni, poi parzialmente rimangiate, del cancelliere tedesco Angela Merkel su una “Europa a due velocità” da formalizzare già al prossimo vertice di Roma. I media hanno sbrigativamente tradotto le posizioni della Merkel con l’ossimoro di una “doppia moneta unica”, una per i Paesi del nord ed un’altra per i Paesi del sud. Non sono mancati i consueti commenti circa l’influenza della campagna elettorale in Germania su questa presa di distanze della Merkel dalla consueta dogmatica dell’Unione Europea.
In realtà i Tedeschi sono scontenti dell’UE perché gli è stato fatto credere che il crollo dei loro redditi sia causato dalla necessità di sacrificarsi per soccorrere i cosiddetti PIIGS. Dato che così non è, alla Merkel basterebbe consentire un aumento dei salari in Germania per fare tutti contenti, all’interno come all’esterno. Un aumento della domanda in Germania stimolerebbe l’economia dei Paesi UE più in difficoltà ed il contestuale aumento del costo del lavoro nella stessa Germania renderebbe le merci tedesche un po’ meno competitive, diminuendo così il destabilizzante surplus commerciale tedesco.
Ma ciò non accadrà, poiché l’UE non era affatto nata per favorire l’integrazione economica dell’Europa. Gli interessi erano soltanto finanziari e militari. La deflazione causata dall’euro rende più forti i creditori nei confronti dei debitori, e quindi va a favore delle multinazionali finanziarie. Gli USA sono stati determinanti nella nascita dell’euro e nella sua conservazione, poiché l’euro consente di compattare in funzione anti-russa Paesi che, come l’Italia, rischiavano di farsi risucchiare economicamente nell’orbita della Russia. Sino a qualche anno fa gli USA erano disposti a pagare il prezzo salato che l’euro comportava in termini di depressione dell’economia mondiale. Pare che non siano più disposti oggi, dato che le merci tedesche hanno invaso il mercato statunitense a causa della sottovalutazione dell’euro rispetto all’effettivo potenziale dell’economia della Germania. D’altro canto il presunto “disimpegno” americano in Europa potrebbe davvero cambiare qualcosa? E’ vero che gli USA non sono riusciti a mettere Putin all’angolo, che i costi dei loro impegni militari sono mostruosi, ma sembra esserci la necessità di una riorganizzazione della gerarchia internazionale senza la quale il “protezionismo coloniale” avrebbe qualche difficoltà. Senza una ostentazione di forza militare da parte degli USA, altri paesi potrebbero rispondere a loro volta col protezionismo. Certo è che l’UE e l’euro sarebbero travolti non tanto dai dazi ma da una svalutazione del dollaro che, per ora, non è arrivata.
Non sarebbe comunque la prima volta che gli USA distruggono ciò che essi stessi hanno creato perché non gli fa più comodo. Nel 1919 il presidente USA, Woodrow Wilson, impose la nascita della Jugoslavia per impedire all’Italia il controllo del Mare Adriatico. Per sostenere la sua posizione Wilson non esitò ad accusare l’Italia di imperialismo (per la serie del bue che dice cornuto all’asino). La stessa Jugoslavia negli anni ‘90 è stata poi distrutta dagli USA in concerto con la Germania e, grazie ad una notevole manipolazione mediatica, anche le “sinistre radicali” furono indotte a plaudire al “risveglio etnico” che dissolveva Stati che erano apparsi prima inamovibili.
Pur collocata dagli USA sul maggiore scranno della UE, la Germania non ha mai mostrato di credere realmente in questa costruzione. Nel 2003 tramontava l’illusione del governo francese di poter usare l’euro per acquistare direttamente materie prime sui mercati internazionali, poiché l’invasione USA dell’Iraq servì appunto a punire Saddam Hussein per il fatto che vendeva petrolio in cambio di euro invece che di dollari. Nello stesso 2003 il governo tedesco lanciò il piano Hartz per ridurre i salari in Germania. Il governo tedesco non si accontentava quindi del vantaggio che l’euro consentiva alle merci tedesche, ma apriva addirittura una corsa a comprimere il costo del lavoro in modo da accumulare il maggior surplus commerciale possibile.
Ciò indica che i governi tedeschi non hanno mai creduto alla sopravvivenza dell’UE e dell’euro; e che l’UE e l’euro, nati come armi da guerra contro la Russia, venivano usati dalla Germania anche per deindustrializzare il suo principale concorrente commerciale, cioè l’Italia, non a caso bersaglio preferito della Commissione Europea. La Germania non deve neanche affannarsi più di tanto per raggiungere il suo scopo, poiché ci pensa la lobby dello spread. La moneta “unica” è infatti un inganno. La moneta è composta di banconote e di debito pubblico, cioè di titoli del Tesoro: nel caso dell’euro le banconote sono controllate dalla Banca Centrale Europea, mentre i titoli del Tesoro sono ancora emessi dagli Stati, che però pagano interessi diversi. In questa tenaglia è stata stritolata la Grecia e si può stritolare l’Italia.
Risulta quindi fuori luogo la sorpresa suscitata dalla minaccia della Commissione Europea di mettere l’Italia in procedura d’infrazione per il famoso “zero virgola due”. La Brexit e CialTrump non hanno per niente indotto Juncker e colleghi a maggiore prudenza e buonsenso poiché la Commissione Europea, e l’apparato che la supporta, non si pongono affatto problemi di sopravvivenza dell’UE, ma ragionano esclusivamente in base agli interessi della lobby dello spread, cioè la lobby di finanzieri internazionali che esige alti interessi sul debito pubblico da Paesi che sono ancora in grado di pagarli, come l’Italia.
L’Unione Europea è un allevamento di lobbisti e costituisce il paradiso delle porte girevoli tra cariche pubbliche e carriere nel privato, ed il tutto è rigorosamente documentato da tempo, con dovizia di dettagli. La porta girevole che ha portato l’ex presidente della Commissione Europea, Manuel Barroso, alla dirigenza di Goldman Sachs dovrebbe costituire una preoccupazione urgente per tutti gli “europeisti”, i quali insistono invece a distrarci con voli pindarici. Ma gli europeisti non esistono, i lobbisti invece esistono, eccome. La delegittimazione delle istituzioni europee è tale che oggi la vera domanda che tutti si pongono è in quali multinazionali finanziarie concluderanno felicemente la loro carriera gli autori della lettera dello “zero virgola due”, Juncker e Moscovici.
 
A proposito di lobbisti mascherati, ci si è chiesti da più parti come si collochi l’ultima sortita del Super-Buffone di Francoforte in questo contesto di sfaldamento dell’UE. Mario Draghi farnetica di trecentoquaranta miliardi di euro di tangente da versare per permettere all’Italia di uscire dall’euro, quando ormai sarebbe evidente che è l’euro che sta uscendo dall’Europa.
 
La farneticazione del presidente della BCE contiene comunque un messaggio recondito, e cioè che la vita dell’euro dovrà perpetuarsi oltre la sua morte, con una scia di ulteriori sacrifici da imporre a lavoratori e risparmiatori.
La risposta immediata a Draghi dovrebbe essere quella di sottrarre il debito pubblico ai cosiddetti “mercati” (cioè la lobby dello spread) per usare i titoli del Tesoro solo all’interno, per effettuare i pagamenti della Pubblica Amministrazione e per mettere al sicuro il risparmio delle famiglie. Si tratta di una vecchia proposta, ripresa qualche giorno fa – non si sa quanto seriamente – anche dalla Lega. A rendere improbabile una tale misura di autonomia finanziaria non sono soltanto gli enormi rischi personali di chi dovrebbe adottarla, ma anche il fatto che lo spread e l’austerità si avvalgono di una lobby interna, tutta italiana, che lucra sugli alti interessi del debito pubblico, sul credito al consumo (e sul relativo recupero crediti), sul caporalato istituzionalizzato, sulle privatizzazioni e sull’intermediazione per la svendita all’estero dei patrimoni immobiliari. 09/02/2017

Dall’euro si può uscire, Merkel e Draghi hanno paura. E la Sinistra mette a rischio la democrazia

bagnai no euroalla sinistra il popolo fa schifo. Ama l’elites, che succhiano la vita dei popoli.

“Il governatore voleva incutere timore, ma in realtà ha indicato la via d’uscita. Segno che il potere non è più in grado di parlare”. “Sono preoccupato dal desiderio di censura travestito da crociata contro le fake news. I principi democratici sono in pericolo
Alberto Bagnai, docente di Politica economica, punta di diamante della schiera (sempre più folta) di economisti contrari alla moneta unica: fino a poco tempo fa auspicare o anche solo immaginare l’uscita dall’euro era considerato folle, bizzarria qualunquista e irrealizzabile. E invece…
Fino a due mesi fa solo la verità era dalla nostra parte. Ora anche Trump. L’establishment ha fatto male i calcoli. Prima ha creduto che non potesse vincere, sottovalutandolo. E lui ha vinto. Poi ha creduto che non mantenesse le promesse. E lui ha cominciato a mantenerle. Così ora è emerso il segreto di pulcinella. Ovvero che Trump nel suo programma economico, che io avevo letto a settembre, accusa la Germania di essere una manipolatrice di valuta. Questo ha suscitato una quantità di interpretazioni poco approfondite, ma è un dato riconosciuto come sostanzialmente giusto dalla letteratura scientifica e anche dalla stampa anglosassone distante da Trump, come il Financial Times. Soprattutto questa posizione ha seminato panico tra le “fila nemiche”.
In che modo?
Due dichiarazioni provenienti dal potere si sono rivelate un boomerang. Mi riferisco a quanto detto da Mario Draghi e Angela Merkel.
Partiamo da Draghi e dalle sue dichiarazioni contraddittorie sull’euro irreversibile.
Draghi ha fatto una sparata sui 358 miliardi da pagare nel caso in cui si decidesse di uscire dalla moneta unica. Lo ha fatto chiaramente con intenti minacciosi. Ma quell’affermazione si è rivelata un boomerang, perché Draghi ha fatto capire che uscire è tecnicamente possibile. Tant’è vero che è stato costretto a smentire, dicendo che l’euro è irreversibile. Ma la smentita, come dice il detto, è una notizia data due volte.
Draghi dunque ha ammesso che si può uscire dalla moneta unica. Non male direi…
Sappiamo ora che si può uscire dall’euro, visto che l’ha ammesso persino lui. Sulla natura dei saldi target 2 è in corso un dibattito, ma se fossero veramente debito pubblico li contabilizzeremmo lì e invece non lo stiamo facendo. Inoltre nei confronti di questa Europa non abbiamo solo debiti ma anche crediti, pensiamo ai 65 miliardi stanziati per salvare la Grecia, o meglio le banche francesi e tedesche che avevano fatto prestiti alla Grecia. Il punto politico è che Draghi voleva incutere paura ma in realtà ha indicato la via d’uscita. Segno che il potere non è più in grado di parlare.
Poi c’è la Merkel che dopo anni a cianciare di integrazione europea e destino unico, se ne esce con la teoria dell’Europa a due velocità, come una “populista” d’antan.
Merkel ha parlato di Europa a due velocità per rispondere a Trump, ma in questo modo ha reso evidente a tutti che questa Ue ha paura del presidente americano. E bisognerebbe chiedersi perché. Ma soprattutto parlando di Europa a due velocità ha messo in luce il vero problema dalla Ue.
Ovvero, la Francia andrebbe con il Nord o con il Sud? Tutti danno per scontato che vada con il Nord. Ma occorre ricordare che dal punto di vista macroeconomico la Francia sta addirittura peggio dell’Italia. Ha un deficit di bilancio pubblico che è circa due volte il nostro, e mentre noi siamo in surplus di bilancio nei pagamenti la Francia è in deficit, cioè non è un Paese abbastanza competitivo sui mercati internazionali.
Sarebbe la fine della Ue?
Se applicassero le famose regole dei tedeschi, la Francia dovrebbe andare nell’Europa più lenta, quella mediterranea, del cosiddetto “Club Med”. In realtà non ci andrà. Perché contano i rapporti di forza. La Francia ha la bomba atomica e la Germania no. Dunque si capisce che questa Unione si regge sui rapporti di forza, sulla violenza, sul dire io ho la bomba atomica e salgo in prima classe, tu non ce l’hai e vai in seconda. Si capisce che questa Unione nasce per risolvere una questione che non ha nulla a che vedere con i nostri problemi. La Ue nasce per il secolare conflitto tra Francia e Germania. Il problema è loro. Ma l’hanno risolto in un modo che soffoca anche noi. A mio avviso questo spiega che per l’Europa e segnatamente per l’euro le velocità giuste sono almeno 19 e non 2. Ed è lì che si arriverà.
La fine dell’euro è una prospettiva più attuabile di quanto si pensi, magari a partire dalla Germania?
La proposta che oggi tutti riscoprono, cioè che la Germania esca e lasci l’euro agli altri Paesi, la facemmo nel 2013 con Claudio Borghi e gli altri economisti del Manifesto di solidarietà europea. Ma va intesa come primo passo verso lo smantellamento dell’euro. Perché non ha alcun senso un euro di serie B, dove convivano con la forza Francia e Italia, due Paesi completamente diversi: si riprodurrebbero le tensioni attuali. Con l’uscita della Germania ci sarebbe un sollievo temporaneo, ma i problemi si ripresenterebbero.
Uscire dall’euro non è mai stata fantascienza o fantapolitica?
È fantascienza l’idea che noi potessimo restare dentro. Rimanere nell’euro aggrava tutti i nostri problemi, a partire dal debito pubblico.
Il sistema oltre a oscurare mediaticamente le teorie No euro, e quelle alternative all’establishment, potrebbe persino includerle tra le bufale e le “fake news”, i cui confini sono appositamente tutt’altro che definiti.
Per la prima volta da anni si delinea un quadro in evoluzione. E proprio per questo la situazione è molto pericolosa.
La democrazia è in serio pericolo. E non mi sarei mai sognato di dover imputare questo, io persona progressista, all’opera delle forze di sinistra. Molti politici del PD e di Sinistra Italiana, sulla falsariga di certa sinistra internazionale, stanno bandendo una crociata contro le cosiddette fake news, con l’idea che il processo politico sia determinato dal fatto che alcuni siti diffondano bufale.
Che Trump non sia il frutto di 30 o 40 anni di disuguaglianze e di schiacciamento della classe media, ma di 3 mesi di bufale su internet è un’analisi che mi umilia in quanto progressista. Mi umilia due volte. La prima è perché a sinistra un tempo si ragionava in termini di lotta di classe e non ci si baloccava con queste scemenze.
La seconda è che pare evidente come lo scopo del gioco sia il ministero della verità. Hanno paura che le persone vengano a sapere determinate cose.
Censura e dileggio viaggiano insieme…
Sono preoccupato da questo desiderio di censura, dallo screditamento del suffragio universale. La democrazia viene vilipesa quando non si comporta secondo le loro intenzioni. Questi meccanismi li abbiamo visti con la Brexit, con Trump, con il referendum costituzionale e forse li vedremo con Marine Le Pen. Se mai dovesse vincere assisteremmo al j’accuse contro il voto democratico da parte degli intellettuali. I quali non si chiedono perché le persone votano per dei politici che tutti i media propongono come impresentabili.
Lei poche settimane fa è stato tra i protagonisti del convegno “Oltre l’euro”, che bilancio fa di quell’esperienza?
Il convegno ha avuto partecipazione traversale. La Lega sta facendo informazione su temi cruciali, di interesse generale. Uno può anche non riconoscersi in altri valori della Lega, ma questo è un dato di fatto. Questo è fare politica. Sarebbe bello che fosse constatato e anche emulato. La verità è che l’intero sistema partitico e mediatico, il sistema di potere italiano, non seguirà la Lega sulla strada del fare informazione, perché ha tutto l’interesse nel non farla.
di Alberto Bagnai – 11/02/2017
Fonte: stopeuro

Europa al bivio? Protezionismo e uscita dall’euro

euro-sosCrisi dell’integrazione europea e crisi dell’euro. Effetti della Brexit e conseguenze dell’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti. Su questi temi inizia la conversazione tra Leonardo Mellace e il Professore Paolo Becchi, Ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova e noto analista politico.
Prof. Becchi, il 2017 sarà un anno importante per l’Europa, anzi, secondo molti commentatori, sarà quello decisivo. Lei cosa ne pensa?
Credo che potrà essere importante se riusciranno ad emergere le contraddizioni ormai insanabili interne all’UE. Se vogliamo ripensare l’idea di Europa, con tutti i suoi valori e la multiformità delle sue tradizioni dobbiamo prima distruggere questa Unione e la sua moneta (per gli Stati che la hanno adottata). L’Europa potrà rinascere solo sul bordo di una tomba: quella della UE e dell’euro.
Sarà l’anno delle elezioni in Francia e Germania. Il risultato di queste elezioni pare poter determinare il futuro dell’Unione.
Francia e Germania: in fondo su questi due paesi si è costruita l’UE. Una eventuale vittoria della Le Pen in Francia non potrà che indicare la fine di ciò che ora esiste in Europa. Una vittoria della Merkel in Germania non sarà forse sufficiente ad arginare l’euroscetticismo in Europa.
Non bisogna dimenticare che si darà avvio al negoziato sulla Brexit. Cosa pensa della uscita della Gran Bretagna? È rimasto stupito o la riteneva possibile, specialmente alla luce degli incoraggiamenti che arrivavano dall’altra parte dell’Oceano?
Ero convinto della Brexit come del resto della vittoria di Trump in America. Sono segnali che il mondo sta cambiando. I popoli stanno sconfiggendo la globalizzazione voluta dalla finanza internazionale.
Ritiene preoccupanti le conseguenze economiche che potrebbero derivare dalla Brexit? Tutti quegli Stati (Australia ed India, per esempio) che guardavano il nostro Continente con gli occhi dei britannici, lo guarderanno ora con gli occhi dei tedeschi?
Non ritengo preoccupante quello che è successo in Gran Bretagna. Nel mondo intero, a parte qui da noi, l’UE è stata sempre vista con gli occhi della Germania.
Trump diventa Presidente negli USA. Il suo recente attacco alla Germania, Paese leader di questa Unione, sembrerebbe presagire la sua scommessa circa una dissoluzione dell’Europa. Perché la Germania non ha risposto agli affondi del Presidente americano?
La Merkel ha risposto a Trump ma cautamente. Teniamo presente che in Germania siamo già in campagna elettorale e la Merkel ha deciso di ripresentarsi.
Le sembra possibile la tesi, di recente paventata, che possa essere la Germania ad abbandonare l’Euro per “fare da sola”?
La tentazione di uscire dalla moneta unica è presente in alcuni consulenti economici molto vicini alla Cancelliera. Ma non credo che la Merkel staccherà la spina: sarebbe la conferma del fatto che l’euro era un marco travestito e finito con successo lo spettacolo sì è deciso di rimettere gli abiti normali. Si perché questo grande spettacolo ha avuto un protagonista che ha vinto alla grande su tutti gli altri.
Tra le prime novità del Presidente americano c’è quella di un ritorno al protezionismo. In un mondo così “aperto” la giudica una idea realizzabile?
Il mondo era troppo aperto. C’era e c’è di nuovo spirito di frontiera. Questo spiega anche il protezionismo in termini economici. Un freno al neoliberismo.
A tal proposito, c’è chi ha paventato una tale possibilità anche per l’Europa. Cosa ne pensa?
Protezionismo anche da noi, ben venga se questo significa maggiore occupazione nel nostro Paese. A volte il protezionismo può aiutare.
Parliamo di crisi economica. Padoan ha recentemente sostenuto che i problemi della UE nascono a Bruxelles e Francoforte. È d’accordo con lui?
Padoan dipende da Bruxelles e da Francoforte. Sebbene ogni tanto alzi la voce per farsi sentire, è sempre disposto ad arretrare quando è richiesto.
Che la Moneta comune non abbia funzionato per come doveva pare evidente. Pensa sia possibile un ritorno alla Lira?
Dall’euro dobbiamo uscire il prima possibile. È un cancro che ci sta lentamente uccidendo. Solo fuori dall’euro c’è vita. Prima di tutto dobbiamo recuperare la nostra sovranità monetaria.
Romano Prodi, uno dei padri fondatori dell’Euro ed uno dei più accaniti sostenitori dell’Unione Europea, ha dichiarato che il progetto comunitario è fallito per colpa dei singoli stati membri.
Romano Prodi pagherà di fronte al tribunale della storia per tutto il male che ha fatto al nostro Paese. Se ci troviamo in queste condizioni la colpa è in particolare dei suoi governi. Ma lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti.
Lei come la vede, auspica una disintegrazione, per come sostenuto dal sociologo polacco Zielonka, o propone una nuova idea di integrazione europea?
Prima distruggiamo questa Unione con tutta la sua burocrazia e eurocrazia, che vive alle nostre spalle … Ci sono tempi per costruire e tempi per demolire … oggi ci vogliono le ruspe!
In che misura il rallentamento del processo di integrazione sovranazionale può essere addebitato alla Germania?
La Germania ha sempre fatto prima di tutto i suoi interessi ed oggi lo si vede molto chiaramente: se non ci sono gli Stati Uniti d’Europa è perché la Germania voleva solo il IV Reich ed è questo oggi la UE.
I nazionalismi sono in crescita e l’idea di Europa è sempre più in pericolo. I movimenti populisti in molti Paesi dell’Unione (Italia, Olanda, Francia, Austria su tutti) sono cresciuti a tal punto da poter diventare forza di governo. Quale il rischio della ripresa degli egoismi nazionali?
Il fatto che la voglia di Nazione sia tornata al centro dell’attenzione non significa necessariamente che l’idea di Europa sia in pericolo. In pericolo è solo il mostro di Bruxelles e il Minotauro dell’euro. Oggi assistiamo ad un contromovimento: il ritorno delle piccole patrie e la fine della globalizzazione omogeneizzante. Battersi per un mondo non globale, ma multipolare non significa essere nazionalisti in un senso vecchio e superato; per vincere la battaglia contro il globalismo i nuovi “sovranisti” dovranno anzitutto far capire che la voglia di nazione oggi non è voglia di potenza ma di libertà.
Il terrorismo preoccupa e le recenti stragi di Parigi, Nizza, Berlino e Istanbul hanno generato un clima di terrore diffuso. Come l’Europa deve affrontare il problema della sicurezza collettiva? Ritiene il terrorismo legato ai flussi migratori o pensa che per combattere l’Isis sia necessario combattere chi lo finanzia?
Sicurezza, terrorismo e immigrazione sono sfide del nostro tempo.  C’è un nesso comune. E il discorso sarebbe lungo. Consentitemi di cavarmela con una metafora. Oggi ci sono quelli che vogliono costruire ponti e quelli che vogliono costruire muri. Perché non costruiamo porte dotate di chiavi e non ci prendiamo le chiavi di quelle porte?
Mi conceda una ultima domanda, Professore. La Brexit, il successo di Trump, l’ascesa di movimenti populisti, tutti eventi alquanto sorprendenti. È d’accordo con chi ritiene che sia stato il web a giocare un ruolo fondamentale?
Il web, la rete e i Social network giocano senza dubbio sempre di più un ruolo importante nella vita pubblica. La rete può essere fonte di espansione della democrazia ma può essere usata anche in senso opposto. Per rendersene conto basta fare un paragone tra come la rete veniva adoperata inizialmente dal M5S e come viene adoperata oggi.

[*] Leonardo Mellace è Dottorando di Ricerca in Teoria del Diritto presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro.
Conversazione tra Paolo Becchi e Leonardo Mellace[*] su OpenCalabria, 25/01/2017
di Paolo Becchi – 27/01/2017 – Fonte: Paolo Becchi

Lo tsunami Trump arriva su Euro ed Unione Europea

La tesi di Trump, difficilmente confutabile, è che la Germania abbia abusato della ‘delega’ conferitale dalle precedenti amministrazioni Usa (1) per concentrare potere e ricchezza nelle sue mani.
tsunami trump
Il nuovo ambasciatore Usa in Europa dichiara che la sua mission è disfare l’UE (2).
L’ UE era gestita dalla alleanza tra popolari che si erano presi la Presidenza della Commissione Europea con Juncker , e Socialdemocratici che si erano presi la Presidenza del Parlamento con Schulz, ora con le dimissioni di Schulz si è andati alla elezione di un popolare, Tajani, contro il candidato dei ‘socialdemocratici’; significa che la grande coalizione è saltata o che è stato deciso di mettere in scena un gioco delle parti per fronteggiare quello che viene giornalisticamente edulcorato con il termine di ‘Crescente Euroscetticismo’ ? Io credo di più alla prima ipotesi anche perché nella stessa Germania, cuore e sede del portafoglio d’Europa, sotto il peso della immigrazione fuori controllo e riduzione dei diritti e del potere d’acquisto dei salari, sta crollando la Grosse Koalition tra i due partiti.
Il Pidirenzi , nel disperato tentativo di coprire i fallimenti di TUTTE le sue scelte politiche di governo (Voucher-Job Act, Riforma Madia, ‘Buona Scuola’, Controriforma della Costituzione, Nuova legge elettorale-‘Italicum’, Miliardi ai banchieri e tagli al welfare, Niente lotta alla corruzione, Debito e disoccupazione crescente e PIL stagnante, Canone RAI con bolletta luce per dare stipendi stratosferici ai giornalisti di regime …ecc.), cerca di addebitare ogni responsabilità alle scelte della UE a guida Merkel, che invece sono state tutte approvate dagli attuali europarlamentari del Pidirenzi & complici e dai precedenti Governi Napolitano (Monti, Letta) imperniati sul PD.
Renzi sta però conducendo il PD in una nuovissima situazione:
da un lato è rimasto ancorato all’Antitrumpismo (i suoi parlamentari e giornalisti sono ancora nelle trincee costruite da Obama e dalla Killery durante la campagna elettorale, mentre le sue donne sono scese in piazza contro Trump su ordine ‘globale’ di Soros e delle sue organizzazioni ‘dirittumaniste’) ritrovandosi ora contro chi governa il paese che da 70 occupa l’Italia;
dall’altro accusa la Germania e la Commissione Europea di fare una politica di austerità che ci sta strozzando (quando l’Italia, per volontà PD è l’unico stato europeo ad aver messo il Pareggio di bilancio in Costituzione e quello che ha svenduto più imprese pubbliche di tutti) e di non obbligare gli altri stati europei a prendersi una consistente quota degli immigrati arrivati e che arriveranno in Italia (…su invito di Pd &complici, Boldrini in primis e con l’Italia piddina che ha causato l’impennata dell’immigrazione clandestina sostenendo la guerra-golpe contro la Libia e il terrorismo contro la Siria).
Mentre, nel muro di bugie politiche e mediatiche che ha blindato l’Europa delle banche e delle multinazionali, si allargano le brecce e squarci da cui è visibile la sconsolante realtà, l’elezione di Trump ci ripropone, con improvvisa urgenza, la questione:
l’Europa, a causa del danno d’immagine sin qui prodotto, è morta per sempre o dalle sue ceneri può ora nascere l’Europa dei popoli, quella di una Confederazione di Stati Sovrani ?
Io sono ovviamente per la seconda (3), e penso che occorra mettere sul tavolo la proposta di una Confederazione che comprenda anche la Russia (come aveva proposto Mitterand , sostenuto da Italia e Spagna , ma bocciato da Gorbaciov su input USA), ma il suo progetto non c’è, Trump ha bruciato i tempi e noi siamo ancora fermi al confronto tra pro Euro e anti Euro, pro UE e anti UE.
—-
(1)
(2)
(3)
L’Inghilterra ha il Commonwhelth, ma a una Italia che rompesse con i paesi UE, dopo che su input USA-Francia-Inghilterra ha già distrutto i suoi maggiori partner economico commerciali (fatto l’embargo all’ Iran e alla Russia, distrutto la Jugoslavia, fatto la guerra alla Libia e sostenuto il terrorismo in Siria ) resterebbero solo Israele e le monarchie del golfo…e sarebbero loro a menare la danza..
di Fernando Rossi – 31/01/2017

Il dramma del Centro Italia sepolto dalla neve, come metafora di un paese caduto nel pantano

hotel rigopianoHotel Rogopiano sepolto da slavina
Il dramma del Centro Italia sommerso dalla coltre bianca e scosso dal terremoto mentre l’Italia intera affonda sotto invasione africana e i ricatti dell’eurocrazia
di Luciano Lago
La metafora della tragedia italiana può ben essere rappresentata in questi giorni dal Centro Italia sommerso in una coltre bianca e devastato dal terremoto nelle sue case distrutte , nelle Basiliche crollate (come San Benedetto da Norcia), nella disperazione degli allevatori, dei piccoli imprenditori e delle comunità agricole.
Un povero paese l’Italia, ricco di Storia, di cultura e di energie ma lasciato andare alla deriva tra l’insipienza della sua classe politica e gli eventi epocali che si sono abbattuti sulla penisola.
Il pantano in cui è precipitato il paese si evidenzia in questi giorni nel panorama desolante offerto dall’abbandono del territorio indifeso davanti alle colamità naturali, dalla gente lasciata inerme di fronte ad una pianificata invasione arabo africana della penisola, dalla sovranità della Nazione svenduta dalla classe politica agli interessi dell’oligarchia europea e dei potentati finanziari transnazionali.
Mentre la tragedia si abbatteva sulle popolazioni del Centro Italia, il premier Gentiloni si trovava a Bruxelles, davanti alla Commissione Europea, per pietire uno 0.1 % del bilancio dello Stato per poter sopravvivere, in attesa di essere commissariato dalla Troika.
La Commissione infatti, ha fatto notare all’Italia la mancanza di 3,4 miliardi di euro, circa lo 0,2% del PIL e chiede al nuovo esecutivo di saldare il conto lasciato dal suo precedessore, Matteo Renzi (per le spese in mance elettorali) altrimenti il rischio è l’apertura di una procedura d’infrazione per debito eccessivo.
Mentre il Centro Italia affondava nelle neve, il Presidente Mattarella è volato invece in Grecia per fare visita ai rifugiati che si trovano in quel paese e lanciare il suo sermone in difesa delle politiche migratorie della UE e della NATO, sostenendo ancora una volta le ragioni dell’invasione che sta sperimentando il nostro paese. Altra parte del suo discorso Mattarella la ha riservata per elogiare la funzione della NATO, come una “organizzazione che garantisce la stabilità”. Una “stabilità” ben sperimentata nei paesi dove la NATO è intervenuta: dalla Libia al Kosowo, fino alla Siria dove la NATO ha appoggiato ed addestrato i gruppi terroristi che hanno devastato il paese.
Inferno di neve in Abruzzo
Nel frattempo, nello stesso momento in cui Mattarella in Grecia elevava i suoi sermoni , in Abruzzo le case e le stalle crollavano sotto il peso della eccezionale ondata di neve e un Albergo intero veniva seppellito da una slavina con tutti i suoi ospiti (circa 30 persone), le scosse di terremoto gettavano nel panico le popolazioni e interi paesi rimanevano isolati per la neve.
Nessun piano preesitente per fronteggiare la calamità largamente  annunciata, per mantenere sgombre le strade principali, nessuna difesa predisposta per salvaguardare il territorio dalle continue calamità che ogni anno si verificano. Mancano le risorse ed i Comuni, le Province e le comunità montane sono state ridimensionate dai tagli operati dal Governo dietro la regia di Bruxelles, non possono fronteggiare con i propri mezzi le emergenze.
L’unica difesa effettivamente predisposta dal Governo è quelle per la salvaguardia delle banche , saccheggiate dai finanziamenti fatti ai compari della classe politica, dai De Benedetti ai Caltagirone, con uno stanziamento eccezionale di 20 miliardi di denaro pubblico, trovati come per miracolo, in modo da evitare una serie di fallimenti a catena.
Non si trovano invece i soldi da destinare alla difesa del territorio, non ci sono le risorse per risanare l’agricoltura e gli allevamenti delle zone terremotate, tanto meno per fornire in tempi rapidi case di legno ai terremotati ed agli allevatori, stalle e rifugi per gli animali che muoiono al freddo e per la mancanza di foraggio, animali e campi che sono l’unica fonte di sostentamento per le popolazioni terremotate.
Non è un grosso danno, dicono a Roma, arriverà il latte francese e tedesco che sostituirà quello italiano. Arriveranno i prodotti agricoli dal Marocco e Tunisia, favoriti dalle clausole europee, per sostituire quelli dell’agricoltura nazionale.
Le persone che lavoravano nell’allevamento e nell’agricoltura dovranno emigrare come hanno fatto il loro nonni e progenitori negli anni precedenti. Niente di nuovo nella Storia d’Italia: prima lo straniero e poi gli italiani.
L’Italia non ha le risorse, non ha i mezzi per salvare la sua gente, lo Stato non dispone più di una propria moneta, la lira, adesso c’è l’euro, una moneta straniera che si deve chiedere in prestito a Francoforte “con il cappello in mano”, ai grandi banchieri privati.
Tuttavia i miliardi che riesce a rastrellare, il Governo, che  è sempre al servizio dei potentati finanziari, li destina prioritariamente alle banche ed all’accoglienza dei migranti per favorire l’invasione ed i lucrosi affari delle mafie e delle ONG che speculano sulla tratta di esseri umani dall’Africa e dal Medio Oriente (dai paesi destabilizzati dalla NATO che piace tanto a Mattarella e Gentiloni).
Questa è oggi l’Italia, il paese che arricchisce gli speculatori, che favorisce le ONG che agevolano l’invasione e foraggia le cooperative che lucrano sui migranti, con uno Stato che destina fondi come per il MES alle banche estere e taglia i forndi alla protezione civile, all’agricoltura nazionale, che svende i suoi beni e le sue aziende agli stranieri e che permette l’ esodo dei suoi giovani in cerca di opportunità all’estero, in fuga dal pantano chiamato Italia.
La sudditanza allo straniero, la “libidine di servilismo”, una vecchia abitudine connaturata che la classe politica italiana non ha mai perso nella sua Storia, salvo pochi periodi in altre epoche. Anche nelle calamità si vede.
Gen 19, 2017

Euro in vigore da 15 anni: tutti i rincari boom. Pizza +123%, caffé raddoppia

_0_europoi si “stupiscono inorriditi” dell’odio del popolo verso l’euro ed euristi. Purtroppo,  il loro rango di ricchi non consente a questi di percepire un “prelievo” di queste entità. Gente che crede che con 8′ euro si fa la spesa per 4 persone per due settimane che ne sa del popolo? E “giustamente” lo disprezza.
ROMA (WSI) – Sono passati quindici anni da quando è entrata in vigore la moneta unica l’euro, il 1° gennaio del 2001. Dai quotidiani, ai Big Mac, passando per le bollette di luce e gas alla benzina ecco tutti i rincari con il passaggio dalla lira all’euro individuati dalla Fondazione Nens, la Nuova Economica Nuova Società, fondazione che fa capo a PierLuigi Bersani e Vincenzo Visco che fornisce un paragone tra i prezzi del 2002 e quelli di oggi in euro.
A subire il rincaro maggiore è stata l’amata pizza margherita che ha subito un aumento di ben il 123 per cento.
Vicini al raddoppio il caffè al bar – che passa da 900 lire a 90 centesimi-  il Big Mac da 4900 lire a 4,20 euro ai quotidiani in edicola che nel 2001 quando vi era ancora la lira costavano 1500 mila lire a copia, oggi 1,50 euro.
Ma anche le spese vive della famiglia sono aumentate con rincari per l’elettricità che è passata da 647mila lire all’anno ai 498 euro, secondo i dati pubblicati lo scorso 31 dicembre dall’Autorithy, con un rincaro del 50%, mentre il gas la spesa annua ha subito sì un aumento ma più contenuto, pari al 16 per cento, passando da 1 milione e 700 mila lire a 1022 euro.
Sale anche la benzina con un massimo storico toccato nel 2012 oltre i 2 euro a litro.
Tutti rincari simbolo della perdita del potere d’acquisto degli italiani che risulta peggiorata dopo la crisi economica. Tuttavia complice lo sviluppo tecnologico e il boom delle vendite on line l’unico comparto che risulta in controtendenza è quello elettronico.
Per un televisore 46 pollici si è passati da 6,5 milioni di lire ad una Tv smart Full Hd da 49 pollici a meno di 500 euro. Così una fotocamera 1,9 megapixel  da890mila lire del 2001 si è passati a circa 100 euro oggi.
2 gennaio 2017, di Alessandra Caparello