Chaouki, figuraccia: l’icona dei diritti ai migranti non paga i contributi all’assistente

chaoukiL’assistente è una donna, magari non è dovuto secondo certe culture, per fortuna che la Boschi lotta per la parità di stipendio tra calciatori e calciatrici. Il deputato Chaouki si batte per i diritti dei migranti, mica delle donne.

Diritti un tanto al chilo. Roba da non farsi vedere in giro per Chaouki. Ma come. È il paladino dei diritti ai musulmani, l’icona dell’accoglienza. Si batte per l’equiparazione dei diritti tra italiani e stranieri e il Pd lo manda nei talk-show per questo. Lui entra in rotta di collisione con tutti con il suo buonismo che cozza contra le più elementari ragioni di buon senso. Diritti? ma quali diritti? Per gli immigrati, certo, ma per la sua ssistente parlamentare no.  Figuraccia del deputato Pd, Khalid Chaouki, che da cinque anni non versa un euro di contributi alla sua assistente parlamentare, totalizzando la cifra di 12.500 euro. I diritti per Chaouki vanno a corrente alternata. La doppia morale personificata. L’ipocrisia allo stato puro.
Chaouki ha pure il coraggio di scioperare per lo Ius soli
Secondo Il Fatto Quotidiano che ha reso nota l’imbarazzante e squallida vicenda, Chaouki – che tra l’altro mantiene le questioni di forma aderendo allo sciopero della fame per lo Ius soli – appena eletto ha assunto una collaboratrice parlamentare. E nonostante le ripetute richieste di regolarizzazione, per cinque anni non ha pagato niente alla previdenza. È stato allora trascinato in tribunale dalla donna. Ma Chaouki non ha neanche avuto il buon gusto  presentarsi ed  è stato dichiarato contumace, si legge nella ricostruzione del Fatto.
Da Chaouki neanche la tredicesima
«Dopo due anni di contratti co.co.pro, Chaouki ha assunto la donna a tempo indeterminato, beneficiando degli incentivi previdenziali previsti dal Jobs act. Quando ha capito che questi non coprivano tutti gli oneri con l’Inps, e che avrebbe dovuto sborsare i soldi di tasca propria, ha deciso di non pagare». Altra sorpresa,  Chaouki è stato infatti citato in giudizio per non aver pagato nenache la 13esima alla donna, denaro che le era dovuto sulla base del nuovo contratto stipulato dopo l’entrata in vigore del Jobs act. Destinatario di un decreto ingiuntivo del giudice, il deputato ha pagato. Rimane però ancora l’arretrato dei contributi previdenziali.

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Fornero piangentesi può allora fare diversamente, meno male che in Italia questi pensionandi oltre a decenni di contribuzione li indebitiamo con le banche per accedere a quello che un tempo era un diritto. EVOLUZIONE europea, fantastica, LE BANCHE RINGRAZIANO.

Per fortuna da noi la tecnica resposabile Fornero ha “protetto” i conti pubblici (mo a sta balla ci credono in pochi)

Ma siamo matti pensare al popolo, sa di xenofobia e populismo…salviamo le banche

Dai che abbiam problemi seri, tipo Cristoforo Colombo e le guerre puniche di sto passo..

La Polonia riduce l’età pensionabile, sfidando il trend europeo

Come riporta Reuters, pare che nel mondo sia possibile essere un’economia più piccola di quella italiana, permettersi una propria moneta, crescere a ritmi del 3,9 per cento, fare politiche demografiche attive e addirittura abbassare l’età della pensione. Fortunatamente ci pensano gli austeri banchieri a ricordare a tutti il più grande pericolo per l’umanità, ossia che gli stipendi dei lavoratori crescano troppo velocemente. E che è proprio un peccato che certi governi tengano addirittura fede alle proprie promesse elettorali.
 
Varsavia (Reuters) – Lunedì la Polonia abbasserà l’età pensionabile, onorando una costosa promessa elettorale che il partito conservatore al governo aveva fatto, e andando controcorrente rispetto alle tendenze europee a incrementare gradualmente l’età della pensione, mentre le persone vivono più a lungo e rimangono più in salute.
L’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per le donne e a 65 per gli uomini è un provvedimento caro soprattutto ai sostenitori del governo di centro-destra (sì, avete letto bene, anche in Polonia è il centro-destra a preoccuparsi degli interessi dei lavoratori NdVdE) del Partito della Legge e della Giustizia (PiS), e inverte un provvedimento che l’aveva portata a 67 anni, approvato nel 2012 dal governo centrista allora in carica.
 
Il provvedimento dovrebbe avere impatti immediati limitati sull’economia, che è in fase di boom, ma potrebbe mettere sotto pressione il bilancio statale in futuro.
 
Questa mossa avviene mentre la disoccupazione in Polonia è scesa ai livelli più bassi dai tempi dell’abbandono del comunismo all’inizio degli anni ’90, e potrebbe aumentare la tensione sui salari che stanno già crescendo al ritmo più alto da cinque anni a questa parte (Orrore! I salari crescono e l’età della pensione cala! È proprio vero che fuori dall’eurozona c’è solo l’inferno NdVdE).
 
“Il mercato del lavoro polacco deve affrontare una disponibilità sempre più limitata di lavoratori” ha dichiarato Rafal Benecki, un economista di Varsavia che si occupa dell’Europa Centrale presso ING Bank.
 
La popolazione della Polonia è di 38 milioni di abitanti e sta invecchiando a uno dei ritmi più rapidi all’interno dell’Unione Europea.
 
“Il governo sta buttando via uno degli strumenti più efficaci per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro”, ha detto Benecki (commovente come un banchiere si preoccupi che non ci sia abbastanza concorrenza – da parte dei loro nonni – per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro NdVdE).
  • I lavoratori che vengono dall’Ucraina
Gli economisti e i banchieri centrali dicono che il crescente afflusso in Polonia di centinaia di migliaia di lavoratori provenienti dall’Ucraina potrebbe ridurre la tensione sui salari (ecco un’altra tendenza che accomuna i banchieri: la tutela degli immigrati quando questi possono fare concorrenza ai lavoratori locali NdVdE).
I numeri del ministero del Lavoro mostrano che i datori di lavoro polacchi hanno richiesto più di 900.000 permessi a breve termine per i lavoratori ucraini nella prima metà del 2017, rispetto a 1.260.000 permessi totali nell’anno 2016.
 
“Con l’arrivo di lavoratori dall’Ucraina, finora il problema che alcuni avevano previsto – mancanza di lavoratori, tensioni sul mercato del lavoro – sta diminuendo” ha detto il Governatore della Banca Centrale  Adam Glapinski all’inizio di settembre.
Il governo ucraino del partito PiS ha stimato che il costo della riduzione dell’età pensionabile è di circa 10 miliardi di zloty (eh già, perché in Polonia gli euro non ce li hanno, poveri loro… NdVdE), ossia 2,74 miliardi di dollari, nel 2018, all’incirca lo 0,5 per cento del PIL.
Da quando è andato al potere, nel 2015, l’attuale governo ha velocemente aumentato la spesa pubblica per tenere fede alle promesse elettorali di aiutare le famiglie e ridistribuire i frutti della crescita economica in modo più equo (già scorgiamo gli austeri anti-populisti nostrani scuotere la testa con veemenza di fronte a questi sciagurati provvedimenti NdVdE).
 
Nonostante la crescita della spesa pubblica, il bilancio pubblico ha registrato il primo surplus da più di due decenni nel periodo gennaio-agosto, principalmente grazie a un intervento governativo contro l’evasione fiscale e grazie ai bonus concessi per i nuovi nati, che hanno alimentato i consumi (intollerabile: non solo la Polonia fa politiche di aiuto alle famiglie per risolvere i problemi demografici, ma addirittura osa sfruttare il moltiplicatore keynesiano! NdVdE).
 
La crescita economica ha raggiunto il 3,9 per cento nel secondo trimestre, ma gli economisti avvertono che l’aumentato costo delle pensioni potrebbe causare problemi, se l’economia dovesse rallentare.
 
“Sono preoccupato di quello che succederà quando il ciclo economico si invertirà” dice Marcin Mrowiec, capo economista presso Bank Pekao.
 
“Potremmo svegliarci con salari superiori a quelli che le società possono permettersi e… spese permanentemente più alte per le pensioni” (fortunatamente invece, nell’eurozona potremo affrontare la prossima recessione con una disoccupazione vicina ai massimi storici, un’età pensionabile sulla soglia della demenza senile e uno stato sociale che ha fatto passi indietro di decenni. Evviva! NdVdE).
Di Marcin Goettig, 1 ottobre 2017 – di Malachia Paperoga – ottobre 4, 2017

Umbertide, un imprenditore si suicida in azienda: non poteva pagare gli stipendi

bartolinicomboma non c’era la ripresa? A qualcuno dei tanto solidali interessa la sorte dei 130 dipendenti? Qualcuno paga loro vitto alloggio e corsi di formazione per altri lavori? Le banche in democrazia, quella da proteggere dai brutti e cattivi, DEVE ESSERE SALVATA. Le vite umane italiane NO.

Un imprenditore di 61 anni si è suicidato nella sua azienda metalmeccanica a Umbertide, in provincia di Perugia. Poco prima l’uomo aveva lasciato un biglietto con il quale spiegava di volersi togliere la vita perché non riusciva a pagare gli stipendi ai suoi 130 operai. L’imprenditore si è tolto la vita nel sottoscala dello stabilimento, dove è stato ritrovato senza vita da un collaboratore. Nella lettera l’uomo ha raccontato che secondo lui non aveva più alternative dopo che la banca gli aveva negato altro credito. Il giorno prima nell’azienda era stato proclamato uno sciopero, organizzato proprio per protesta sul ritardo del pagamento degli stipendi. Questa mattina l’imprenditore avrebbe dovuto firmare un accordo con i sindacati.
4 Agosto 2017

NUOVO OMICIDIO STATALE: CITTADINO ITALIANO SI TOGLIE LA VITA PER LA DISPERAZIONE DOPO AVER VISTO LA SUA CASA PIGNORATA E VENDUTA ALL’ASTA

suicida Carraraecco quanto ripaga una vita di lavoro in questa specie di nazione tanto tanto civile e progressista. Si ringrazia lo stato assassino. Miss Boldrini Le interessa come vivono ora moglie e figli? Per carità, sono autoctoni, che crepino. W la solidarietà che discrimina.


CARRARA. La figlia Serena gli aveva passato i mattoni. Mattone dopo mattone quella villetta a due piani il padre l’aveva tirata su dal nulla, trentasei anni fa.

Camminerà a testa alta. Ma non doveva uccidersi, prima doveva farne un cumulo di macerie.. L’amico ha comprato i mattoni, solo quelli doveva trovare. Mattoni è macerie. Un abbraccio alla tua famiglia che viene privata di un uomo importante. Peccato che i tuoi nipoti non siano bastati a cacciare via questi brutti pensieri. A sua moglie un abbraccio più forte, non sentitevi in colpa, lo avrebbe fatto comunque, se era quella la sua idea. Deve essere stato un uomo in gamba. Che peccato che certi amici non se li meritino affatto.
 
Lui non sapeva, ma aveva capito tutto.. a certe tragedie di vita non è facile sopravvivere. No. Questa società non può privare della casa una famiglia solo perché non era una grotta, la casa è fondamentale. Tutto questo ai veri furbetti non accade comunque.. È uno schifo. Condoglianze ai cari, siate forti, siate saldi, vostro padre vi seguirà ovunque sia.
 
Giuseppe si era costruito mattone dopo mattone la villetta a Carrara, gliel’ha comprata un amico. I figli hanno deciso di raccontare la sua storia per denunciare un sistema che ha portato loro padre a un gesto così estremo: “Nostro babbo non ha retto. Ma camminerà sempre a testa alta”. I funerali con la canzone “sua” e di Francesco Gabbani
 
CARRARA. La figlia Serena gli aveva passato i mattoni. Mattone dopo mattone quella villetta a due piani il padre l’aveva tirata su dal nulla, trentasei anni fa. Un pezzo di terreno a Bonascola, popolosa frazione alla periferia di Carrara, era diventata la casa, la casa per la vita. Un traguardo, un punto fermo per Giuseppe Pensierini, imprenditore edile di 61 anni con un grande amore per la musica.
 
I FATTI
 
Lui aveva cominciato a lavorare a dieci anni, a diciannove aveva aperto la partita Iva (un’eccezione alla regola visto che una volta bisognava aspettare di averne ventuno) e si era sposato con la sua Antonella. Erano nati i figli, Serena e Massimiliano e la piccola impresa edile era diventata sempre più fiorente: dieci anni fa, prima della crisi, dava lavoro a cinquanta dipendenti.
Poi tutto è andato storto. Gli affari si sono fermati. Sono arrivati i problemi. Le cartelle di Equitalia, sempre più pesanti. Le banche, il pignoramento e una certezza che ha cominciato a traballare.
Per la casa di Bonascola Giuseppe aveva firmato un fondo fiduciario per la vita: «Era certo che non gliela avrebbero mai toccata», racconta la figlia Serena. Ma non è stato così. Per questa vicenda c’è una causa in corso, da tempo ormai. In tribunale la sentenza è attesa per il prossimo anno, il 2017.
 
Giuseppe Pensierini non ha aspettato. Non ce l’ha fatta, perché nel frattempo la sua villetta a due piani, con una mansarda piena della sua musica, è stata venduta all’asta, venerdì scorso, poco prima dell’una. Lui ci ha provato fino all’ultimo a difendere quei mattoni, messi su con il sudore della fronte. Proprio lunedì scorso aveva presentato la domanda in tribunale per chiedere di poter acquistare lui l’immobile. Ma la quarta asta non è andata deserta. La casa l’ha comprata un amico, uno che Giuseppe conosceva bene. La moglie e i figli non hanno avuto il coraggio di dirglielo: «L’ho detto anche all’avvocato, al babbo non diciamo nulla, solo che è andata male – racconta Serena – Ma lui l’aveva capito. Me lo aveva detto: il mio amico guarda troppo la nostra casa, l’ho visto io».
 
In una mattinata di ottobre due certezze crollate: quelle della casa, per la vita, e dell’amicizia, che dovrebbe durare per sempre. Giuseppe non ha retto. Ma ha fatto finta di nulla. Ha perfino sorriso alla moglie Antonella, con cui era sposato da 42 anni, quando lei gli ha sussurrato: «Dai Giuseppe, ricominceremo piano piano, proprio come tanto tempo fa, quando eravamo giovani».
Lui non le ha risposto. È stato silenzioso. Troppo silenzioso per la figlia Serena che ha cercato di portarlo con lei a prendere i nipotini, proprio quei nipotini che avevano preparato a scuola la lettera per la festa del nonno. Ma lui ha accampato una scusa, ha detto che doveva andare a Sarzana, che doveva vedere una persona per questioni di lavoro, quel lavoro che dopo i rovesci finanziari aveva provato a rimettere in piedi all’estero, in Marocco e in Tunisia. Serena non era tranquilla: «Un anno fa lo aveva scritto all’avvocato, “se mi portano via la casa mi ci impicco dentro”. Da allora avevo paura per lui. Gliel’ho anche detto: babbo non farmi stare in pensiero». Ma quando Giuseppe ha cominciato a non rispondere più al telefono, il genero e la moglie Antonella sono andati di corsa a casa. Hanno visto la botola della soffitta aperta. In un primo momento hanno pensato che stesse cantando. Giuseppe Pensierini a Sarzana non ci era mai andato. La macchina non è uscita dal garage. Lui ha scritto due biglietti, in stampatello: uno indirizzato all’amico che ha comprato la sua casa all’asta e l’altro ai giudici del tribunale di Massa.
 
LA LETTERA ALLA MOGLIE
E una lettera più lunga, e struggente, vergata a mano e firmata, per la moglie Antonella: «Scusami ma non potevo più vivere, sarei morto lentamente e io non volevo che soffrissi tanto. Spero di ritrovarti in un mondo migliore dove posso sposarti di nuovo».
Poi Giuseppe ha preso la corda e si è impiccato. Dentro alla sua casa. Alla scaletta della mansarda che lo aveva visto tante volte felice, dove andava a cantare. Dove aveva composto una canzone, “Il cuore di un bambino” musicata da Francesco Gabbani. Quel brano verrà suonato oggi al suo funerale . Un funerale che sarà celebrato nella chiesa del paese, in una comunità provata dal dolore a cui si rivolgono con una lunga lettera i figli di Giuseppe Pensierini, Serena e Massimiliano, che hanno voluto rendere pubblica la storia.
 
I FIGLI: “CAMMINERAI A TESTA ALTA”
«Diciamolo chiaramente che questo gesto non è stato fatto perché veniva a mancare un tetto e quattro mattoni, ma per la delusione, il rimorso di aver commesso degli errori, l’averci provato in tutte le maniere, aver provato a far capire ai giudici e non essere ascoltato – scrivono i figli – Noi ripetiamo quello che tu ci hai chiesto di far sapere, ma non ti assicuriamo che le persone coinvolte riusciranno a farsi un esame di coscienza». «Ovunque tu sia babbo – si chiude la lettera – camminerai a testa alta. Te lo meriti».
di admin · 19 luglio 2017  – FONTE QUI

Ferrara, uccide moglie e figlio e si toglie vita in strada: aspettava sfratto

ferrara omicidio suicidionon capiscono il disagio. Eh già, gli amministratori ed i cosiddetti uffici per i servizi sociali che fanno, dormono? Non hanno idea chi nel loro comune è sotto sfratto? Tanto che fanno? Case per loro NON CI SONO. Per loro l’italiano è ricco ed evasore. Le vite da salvare? Certo non degli italiani che pagano lo stipendio DEI LORO ASSASSINI


Ferrara, uccide moglie e figlio e si toglie vita in strada: aspettava sfratto
A Ferrara, un 77enne ha sparato e moglie e figlio prima di dare fuoco alla casa e poi, in strada, togliersi la vita

Ha sparato alla moglie 73enne Mariella Mangolini e al figlio Giovanni, 48 anni, uccidendoli. Poi ha dato fuoco all’abitazione, in pieno centro a Ferrara, quindi è sceso in strada e si è tolto la vita con un colpo di pistola. Un dramma familiare che ha come protagonista un antiquario di 77 anni, Galeazzo Bartolucci. Il suo corpo è stato trovato intorno alle 7.30 sotto i portici dell’Oca Giuliva, in via Boccacanale di Santo Stefano, di fronte al civico 32: un commerciante in zona ha sentito l’esplosione dei colpi di pistola e ha avvertito le forze dell’ordine. Per terra, accanto al corpo, c’era una pistola a tamburo calibro 38 con al quale l’uomo si era appena sparato. Trovati anche i corpi senza vita di due gatti.

Lo sfratto
Sono ancora da chiarire le ragioni, ma per gli investigatori si tratterebbe di un omicidio suicidio. Ma l’origine dela tragedia familiare è forse da cercare nelle condizioni economiche dell’ex antiquario, molto noto in città. L’uomo attendeva lo sfratto esecutivo dall’abitazione in piazzetta privata Fratelli Bartolucci: a mezzogiorno, l’ufficiale giudiziario avrebbe dovuto dare corso al provvedimento. Un mese fa era avvenuto il primo accesso di sfratto non eseguito perché la casa era piena di mobili e da svuotare.

L’assessore, «amarezza per non aver capito il disagio»
«La famiglia Bartolucci non si è mai rivolta all’ufficio abitazioni» del Comune di Ferrara «per richiedere un’eventuale assistenza dovuta ad emergenza abitativa, come non risultano contatti negli ultimi anni con l’Asp per problematiche sociali». Lo chiarisce l’assessore comunale al Welfare di Ferrara Chiara Sapigni, intervenendo con una nota sulla tragedia avvenuta nel centro storico. «Resta pertanto – prosegue l’assessore – una grande amarezza e il rammarico di non aver potuto capire il grande disagio che la famiglia stava vivendo ma che, forse, per dignità ed orgoglio non si è avvicinata ai servizi comunali preposti».
4 agosto 2017 (modifica il 4 agosto 2017 | 16:39)
http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_04/ferrara-uccide-moglie-figlio-si-toglie-vita-strada-34f1eb3a-78f2-11e7-9267-909ddec0f3dc.shtml

 

I fanatici dello Ius Soli

Non esiste soltanto il fanatismo islamico. Esiste anche un fanatismo “liberal”, laicista e politicamente corretto.  E’ il fanatismo del pensiero unico.  Da noi ha contaminato tutti, ma il Partito Democratico (che già nel nome scelto e nel simbolo dell’asinello è emblema dell’americanismo più bovino, anzi asinino)  ne è la massima espressione italica.
 La legge sullo  Ius Soli, come le unioni (in)civili, dimostra che il Pd non è un partito moderato, ma un partito estremista a fortissima componente ideologica. Un partito di fanatici dell’ideologia. E’ il Partito radicale di massa profetizzato da Augusto Del Noce. Il Pd passa per un partito moderato, di centrosinistra,  soltanto perché non è più comunista, e nemmeno socialdemocratico, ma “liberal”. Accetta il capitalismo e addirittura si è legato ai mostri della finanza mondiale. Sostiene l’atlantismo e le “guerre umanitarie” decise da Washington. Fa dell’Unione europea un riferimento irrinunciabile.
E’ quindi parte integrante del Sistema, anzi in Italia  è il Sistema. Ma ciò non toglie che di fanatici stiamo parlando.  I fanatici del pensiero unico politicamente corretto. I “liberal” (di cui sono piene le redazioni giornalistiche, i salotti buoni e i bordelli dello spettacolo) sono degli estremisti di tipo nuovo. Seguendo le linee formulate nelle università americane, vogliono rivoluzionare la società, sovvertirla, ma non in senso socio-economico, visto che le forze della globalizzazione (mercato e tecnica) sono già in sé sovversione permanente.
 
Atei espliciti o mascherati, odiatori del sacro pure quando vanno a Messa (vedi Renzi), vogliono sovvertire la famiglia – di fatto dissolverla – e l’appartenenza etnica, anche qui dissolvendola in un modello globalista di meticciato indistinto.
E’ questo il loro modello di “civiltà: il crogiolo degli uomini senza identità. Sostenitori di fatto del capitalismo culturalmente più truce e materialista, quello delle multinazionali e della finanza, riservano semmai la vessazione fiscale alla piccola e media impresa, che  ha il torto di essere ancora a misura d’uomo.
 
Inoltre, i liberal  ereditano di fatto tutti i temi sovversivi del Sessantotto pensiero,  rielaborato nelle università americane.  Mirano a  distruggere le differenze religiose, etniche, culturali, in nome di un universalismo astratto ed inumano, e al contempo vogliono liberare l’individuo da tutti i legami (religiosi, etnici, familiari, sessuali) e da tutte le identità. Sono postmoderni che vogliono portare all’estremo la logica nichilista della modernità.
Sono paramassoni che trovano  ampia sponda nell’ala più modernista e ideologizzata del clero cattolico.  Lo stesso Renzi viene dalle fila del modernismo cattolico o, come si diceva una volta, del “cattolicesimo democratico”. Fanatici del politicamente corretto, postcomunisti o modernisti cattolici , hanno trovato nell’ideologia dominante,  anticristiana ed antiumana,  la loro nuova bandiera. La stessa bandiera della plutocrazia americana dei Soros, dei Gates, dei Bezos, dei Bloomberg, dei Buffet, degli Zuckerberg  e compagnia. E naturalmente di Barak Obama il guerrafondaio, il santino dei progressisti mondiali, la cui più limpida (si fa per dire) conquista progressista fu la legge sui bagni separati per transessuali.
Tanti voti, ma non solo.
 Lo Ius Soli offrirà al Partito democratico  nei prossimi anni un bacino potenziale di circa ottocentomila voti di “nuovi italiani”. Non sono pochi. Ma l’ostinazione sullo Ius Soli non dipende solo da un calcolo elettoralistico. Dipende anche e soprattutto da questo nuovo e impressionante fanatismo ideologico. Ce li ricordiamo, i nostri liberal,  soltanto cinque anni fa, nel 2011, centocinquantesimo anniversario dell’ unità italiana, quando sventolavano il tricolore in funzione antileghista.
 
A che cosa corrisponda per loro il tricolore è presto detto: nient’altro che l’adesione a un modello astratto di patria per tutti e per nessuno. Per tutti, perché la cittadinanza italiana del modello Ius Soli va  data a chiunque o quasi; per nessuno, perché viene svincolata da qualsiasi appartenenza concreta. Intendiamoci: in fondo tutti i nazionalisti hanno sempre sacrificato le patrie locali, carnali, alla “patria ideologica”, come ha insegnato anche il grande filosofo belga Marcel De Corte. Questo è il peccato originale del nazionalismo. Ma oggi la patria ideologica è diventata nient’altro che una grande stazione di transito di esseri sradicati.  Anche quando i liberal insistono  a parlare  di Europa, di “patria europea”, non temiamo.
Per loro l’Unione Europea è solo un’unione economica senza identità, retta da astratti principi cosmopoliti e che si offre come laboratorio futuro dell’umanità meticcia (hitlerismo rovesciato modello conte di Kalergi) e magari di un futuro Stato mondiale, quello che piaceva tanto agli estensori del Manifesto di Ventotene, Rossi e Spinelli. Lo Ius Soli è “un atto di civiltà” solo per dei fanatici dell’ideologia, traviati dall’ideologia.
Questo immigrazionismo estremo non è nient’altro che un hitlerismo capovolto e che corrisponde alla nota sentenza di Nichi Vendola: “Il progresso passa dalla mescolanza delle razze”. Al posto della follia della supremazia della razza ariana, ci becchiamo oggi la follia mondialista della razza unica. Dietro alla retorica del multiculturalismo ci sta lo spettro dell’azzeramento delle culture, a cominciare naturalmente dalla nostra.
Ingegneria sociale.
La legge sullo Ius Soli, come quella sulle “unioni (in)civili”, il divorzio breve, la “stepchild adoction”, la liberalizzazione della cannabis  e simili, è una legge di ingegneria sociale. Sotto il pretesto di difendere indefiniti “diritti”, modella la società secondo un ben preciso progetto ideologico, che come ho  già scritto  non è più marxista ma “liberal”.
Non è infatti un progetto pensato da teorici marxisti, ma forgiato nelle università americane. Non è diffuso con il terrore, ma con la propaganda e la suggestione mediatica. Rimane però un progetto di ingegneria sociale.
I suoi sostenitori si dicono “multiculturalisti”, ma in quanto fedeli adepti del globalismo in realtà vogliono il pensiero unico, il mondo unico, il popolo unico, la razza unica, la lingua unica, persino il sesso unico (con infiniti “generi”).
L’uomo viene pensato come individuo atomizzato, mobile e sradicato; molti individui come massa o come “moltitudine” (Toni Negri). Mai come popolo. Perché tutti questi individui siano davvero liberi, devono emanciparsi da Dio, dalla Chiesa, dalla tradizione, dalla comunità di appartenenza, dall’etnia, dall’origine, dalla famiglia (libertinismo e femminismo) e persino dal proprio sesso (omosessualismo, transessualismo, genderismo). Tutto nel nome del magnifico mondo “liberal”, capitalista e postsessantottino, che in realtà è un mondo da incubo. Che è poi il mondo della globalizzazione, cioè dell’uniformazione tecnico-mercantile del mondo. Ed è il mondo del pensiero unico politicamente corretto, caratterizzato dal controllo mediatico delle immagini e delle notizie, e dal controllo orwelliano delle parole secondo le regole della “neolingua”.
 
L’idea che gli uomini siano intercambiabili, che basti nascere in Italia per essere italiano, è tipica del pensiero economico che trionfa con la globalizzazione. Esiste solo ciò che è misurabile, quantificabile, esistono solo gli atomi senza appartenenza costitutiva. Per il pensiero economico, Milano resta Milano anche se abitata soltanto da cinesi. E Roma resta Roma anche se abitata soltanto da marocchini. In realtà non sarebbe più Milano e non sarebbe più Roma. Ma il pensiero economico è astratto, strumentale e  calcolante, non può capirlo.  Addio radici, tradizioni, culture radicate, addio legami stabili. Deve esistere solo l’uomo massificato, desacralizzato, desocializzato, senza radici, persino senza una definita identità sessuale. Non è vero che non vi sono più le ideologie. Piuttosto, ne è rimasta soltanto una.  Forse non è la più violenta. Senz’altro per  la nostra civiltà è la più suicida. di Martino Mora – 20/06/2017  Fonte: Martino Mora

Vite bruciate

Inps donna fuocola terra della democrazia e dei diritti per tutti, TRANNE CHE PER I DISOCCUPATI. (si fa finta che esista un sussidio, ma bisogna rientrare in mille paletti e restrizioni) Bisogna tutelare questa bella democrazia dai “populismi”

Vite bruciate
Una donna di 46 anni, ad uno sportello dell’INPS di Torino, nel quartiere popolare di Barriera di Milano, stamattina ha tirato fuori dalla borsa una bottiglia di alcool, se l’è versata addosso e si è data fuoco, fra gli sguardi allucinati degli impiegati (che con prontezza di spirito si sono prodigati per spegnere le fiamme) e degli astanti in coda intorno a lei.
Di questa disgraziata signora si sa poco, solamente che vive in una cittadina dell’hinterland torinese, ha perso il proprio lavoro sei mesi fa perché l’azienda in cui era occupata ha chiuso i battenti, da allora è disoccupata e stava disperatamente cercando di ottenere un qualche sussidio che le permettesse di tirare avanti….
 
Un qualche sussidio che anche stamattina era stato procastinato nel tempo in attesa di nuove verifiche, probabilmente impantanato nei meandri della burocrazia e della scarsa propensione di questo Stato ad aiutare le persone a rialzarsi qualora cadano a terra.
 
La signora, nonostante il tempestivo intervento degli impiegati, è stata trasferita in condizioni gravissime al CTO di Torino con ustioni sul 70% del corpo e anche qualora riuscisse a sopravvivere avrà sicuramente la vita rovinata dalle lesioni subite.
 
La classe politica e quella dirigente verserà nel migliore dei casi qualche lacrima di coccodrillo in attesa che la vicenda scompaia (molto velocemente) dalle pagine dei giornali, senza neppure tentare di prendere coscienza del fatto che anche la “povera gente” deve sedersi a mangiare intorno al tavolo un paio di volte al giorno, pagare le bollette e l’affitto, senza che le sia concesso di procastinare alcunché.
 
Poi torneranno ad occuparsi delle cose serie, dello Ius soli, dei diritti dei gay e della nuova legge elettorale, tutti temi scottanti sul tappeto riguardo ai quali non si può perdere tempo se si vuole evitare di pregiudicare il futuro del Paese.

Operai precari contro i garantiti. In fabbrica la guerra tra poveri

composadeccola la democrazia tutto diritti e libertà da preservare da populisti e la “minacciosa” Casapound. Non c’è niente da fare, inutile ribadire che il dumping sociale innescato ed inasprito introducendo manodopera a basso costo dai paesi stranieri DANNEGGIA ANCHE I LAVORATORI MIGRANTI, sei razzista lo stesso. Viene il dubbio che chi obietta urlando al razzismo ABBIA MOLTO A CUORE GLI AFFARI di questi prenditori.

Operai precari contro i garantiti. In fabbrica la guerra tra poveri

Mantova, i lavoratori in esubero delle cooperative bloccano l’ingresso dell’azienda. Gli altri dipendenti protestano e scoppia la rissa. La polizia usa i lacrimogeni
Lunedì scorso la tensione alla Composad di Viadana ha raggiunto l’apice ed è intervenuta la polizia
Ci sono 6 indiani, un pakistano e un marocchino. Stanno sul tetto di un capannone di un’azienda da lunedì scorso. Hanno perso il lavoro con una cooperativa che gestiva il reparto imballaggi. Boulediem Aburradia è il marocchino. Ha un cappello di paglia per ripararsi dal sole che non serve a niente quando piove: «Mi hanno detto che sono un esubero. Io sono solo uno che vuole lavorare. Sono in Italia da 11 anni. Per 10 ho lavorato qui dentro. E da qui non me ne vado». All’inizio quelli che avevano perso il posto erano 271. Una parte – 150 a tempo determinato, altri 50 con contratto a termine di 3 mesi – sono rientrati in azienda con un’altra cooperativa. Chi è rimasto fuori è salito sul tetto per protesta. Oppure staziona davanti a questa azienda in un presidio permanente che va avanti da 4 settimane, in un vialone tutto capannoni vicino a Viadana che è vicina Mantova dove adesso sono in fila sedie di plastica e tendoni e una cucina da campo.
Ci sono 200 operai italiani. Stanno dentro questa azienda con la camionetta della polizia sulla porta. Vogliono lavorare e hanno paura di perdere il posto. Il reparto imballaggi è quasi fermo. Lunedì quelli di fuori non facevano entrare i camion. Allora sono usciti quelli di dentro. Poi è arrivata la polizia. Tutti hanno spintonato tutti. La polizia ha usato i lacrimogeni. Giuliano Grossi del reparto Logistica e spedizioni lavora qui dentro da 15 anni. Dice che non si può avere paura di andare a lavorare. Dice che la paura più grande è non avere più il lavoro: «Siamo in difficoltà con le commesse esterne. Bisognava continuare a trattare. Le cose non si risolvono andando sui tetti o facendo i presidi, facendosi scudo di donne e bambini. Noi che lavoriamo qui dentro siamo loro ostaggi. Siamo impotenti nel tutelare il nostro posto di lavoro con il rischio di perderlo».
 
C’era una volta la lotta di classe. Adesso c’è la lotta «nella» classe. Tutti contro tutti alla Composad di Viadana che dicono sia un bel posto dove lavorare anche se si fanno i turni di 24 ore e le macchine a controllo numerico non si fermano mai. Fanno mobili in kit e li vendono in tutto il mondo. Li fanno proprio qui dentro anche se poi li vendono all’Ikea, alla Leroy Merlin, nei Brico center, nei centri commerciali francesi della Conforama e pure ai giapponesi di Smile. A sentirli, quelli di dentro e quelli di fuori, hanno le stesse preoccupazioni e dicono le stesse cose. Perchè la lotta «nella» classe non è tra gli operai e i padroni come si faceva una volta. Adesso è tra gli operai garantiti e gli operai precari, tra i dipendenti e gli esternalizzati. Anche se nessuno lo dice apertamente è pure tra gli italiani e gli immigrati, anche se oramai parlano il dialetto mantovano meglio dei mantovani che non lo parlano più.
 
Dietro a questo pasticcio ci sarebbe una storia di appalti e commesse, di cooperative che si ritirano e poi perdono la gara, di consorzi che si fanno e si disfano. All’inizio i lavoratori interinali facevano capo alla Viadana Facchini. Che poi ha perso l’appalto vinto dalla Clo di Milano. La Clo di Milano allora si è alleata con la Viadana facchini e ha costituto la 3L per avere i facchini di prima ma più di 200 non ne voleva. Si sono messi di mezzo i sindacati. Tutti hanno firmato l’accordo meno quelli del Cobas. Stefano Re dei Cobas non ha firmato: «Da qui non ci spostiamo fino a che non abbiamo rassicurazione che tutti rientrino in azienda». In realtà ci sarebbe pure altro. Gli stipendi di maggio non sono stati pagati dalla cooperativa. E non ci sono garanzie sulle buone uscite di chi decidesse di cercare un altro lavoro.
 
Fallou Diao ha 50 anni, è arrivato dal Senegal che ne aveva 19, un posto di lavoro ce l’aveva e non capisce perchè non può più riaverlo: «Ho guidato il carrello per 10 anni al reparto imballaggi. 1200 euro al mese. Perchè non vado più bene?». Quelli di fuori dicono che gli «scartati» sono i più sindacalizzati. Quelli di dentro dicono che non si possono riportare in fabbrica chi va sui tetti o i 35 che sono stati denunciati dalla polizia negli spintonamenti di lunedì. Alessandro Saviola, presidente del Gruppo Mauro Saviola che controlla Composad, nella vicenda ci entra di striscio ma dice le stesse cose dei lavoratori di dentro: «Non ne possiamo più, noi vogliamo soltanto lavorare. Lo Stato non ci tutela». Le identiche parole, uguali alla sillaba di Rani Saroj, indiana del Punjab, oramai talmente mantovana che tutti chiamano Emma: «Sono in Italia da 13 anni. Da 7 lavoro con la cooperativa per 980 euro al mese. Anche mio marito lavorava con la cooperativa e lo hanno messo fuori. Abitiamo a Dosolo con i nostri 2 figli. Non facevamo nemmeno i turni insieme. Adesso ci hanno detto che forse solo uno di noi due potrà rientrare in fabbrica. Chissà come ci sceglieranno?».
30/06/2017 alle ore 07:05
 
fabio poletti
inviato a viadana (mantova)

“Noi costretti in tribunale gratis”. Salta il rimborso dei praticanti Previsti solo 400 euro al mese. Per 1300 tirocinanti saltano pure quelli

gratis picchia testaitaliani, PROPRIO CHOOSY VERO? Sarà colpa di Casa Pound se i diritti qualcuno li ha venduti. La democrazia che va preservata dai “populisti” eccola qua
“Noi costretti in tribunale gratis”. Salta il rimborso dei praticanti Previsti solo 400 euro al mese. Per 1300 tirocinanti saltano pure quelli
 
Per migliaia di giovani laureati a pieni voti, diciotto mesi negli uffici giudiziari italiani sono un’esperienza formativa straordinaria, ma a perdere .
Per i malanni della giustizia italiana, stretta tra carenza cronica di organico e lo smaltimento di circa tre milioni e mezzo di fascicoli di arretrato, i tirocinanti sono una risorsa preziosa. Peccato però non valga il contrario: per migliaia di giovani laureati a pieni voti, diciotto mesi negli uffici giudiziari italiani sono un’esperienza formativa straordinaria, ma a perdere. Di ricevere uno stipendio, neanche a parlarne. Ma c’è di peggio: a sorpresa è saltata pure la borsa di studio.
 
Il tirocinio in tribunale è una delle possibili strade, con la scuola di specializzazione e il titolo di avvocato, per sostenere il concorso di magistratura: si tratta di affiancare un giudice per 18 mesi, assistere alle udienze e aiutarlo nella stesura dei provvedimenti. Sulla carta, i tirocini previsti dal cosiddetto Decreto del Fare del 2013 hanno l’obiettivo di «migliorare l’efficienza del sistema giudiziario» e sono destinati ai laureati con meno di 30 anni e un voto di laurea superiore a 105. In pratica, da lunedì al venerdì e per un minimo di sei ore al giorno, il piccolo esercito di tirocinanti aiuta ad alleggerire la mole di lavoro dei giudici. Nel 2015 il ministero della Giustizia decise di prevedere un rimborso spese di 400 euro al mese, da distribuire sulla base del reddito delle famiglie, stanziando un fondo di 8 milioni di euro.
Anche se con grande ritardo, oltre 1500 volenterosi, cioè tutti i tirocinanti, sono stati rimborsati. Portare gli aspiranti magistrati nei tribunali italiani si è rivelato un’idea azzeccata, tanto che nel 2016 le richieste di tirocini da parte dei tribunali italiani sono più che raddoppiate. Ma le risorse per pagare le borse di studio sono rimaste le stesse.
Così la settimana scorsa 1300 dei 4mila volenterosi hanno scoperto che dal ministero non riceveranno nemmeno un euro, perché esclusi dalla graduatoria stilata sul reddito delle famiglie. «Ad aprile ho concluso i diciotto mesi, mi aspettavo circa 7mila euro, ma alla fine ne ho ricevuti solo 1200 per il 2015 – racconta Elena Cante, 27 anni, barese laureata a pieni voti alla Cattolica di Milano -. A luglio tenterò il concorso di magistratura, ho svolto il tirocinio in contemporanea con la scuola di specializzazione. Tutto a spese della mia famiglia, e ritengo sia una grave ingiustizia: siamo trattati come studenti, anche se non lo siamo più da un pezzo».
 
La graduatoria pubblicata la settimana scorsa ha escluso poco meno della metà dei partecipanti sulla base dell’Isee, calcolato per le prestazioni erogate per il diritto allo studio universitario. Nessuno di loro però è uno studente, tanto è vero che per il fisco la borsa è equiparata alle retribuzioni da lavoro dipendente.
Per protestare, i ragazzi hanno creato un gruppo su Facebook e scritto una lettera al ministro della Giustizia Andrea Orlando. «È assurdo che lo Stato, che impone ai liberi professionisti e alle aziende di retribuire i propri stagisti, anche solo sotto forma di rimborso spese, sia il primo a non rispettare i suoi obblighi – scrivono i giovani e beffati tirocinanti -. Le nostre proposte sono tre: un ulteriore stanziamento dei fondi, una redistribuzione delle risorse o l’accesso a numero chiuso, anche se andrebbe contro l’interesse di tutti. Lo chiediamo perché il lavoro è lavoro, e va pagato».
 
«Non si tratta di una sorprendente vicenda isolata – commenta Claudio Riccio, esponente del comitato nazionale di Sinistra italiana, che ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla vicenda -. Dai volontari dell’Expo agli scontrinisti della Biblioteca nazionale di Roma, c’e un’intera generazione a cui viene chiesto di lavorare grati in nome dell’esperienza, del sacrificio e di un rigo in più sul curriculum». «Non ci sono orari prestabiliti, non dobbiamo timbrare il cartellino, tanto per capirci – racconta Daniele Labianca, 25 anni, tra i tirocinanti senza rimborso del tribunale di Foggia -. Anche lavorando come praticante avvocato la storia è la stessa: la regola in Italia è il praticantato gratuito. Per chi cambia città, ci sono pure le spese di vitto e alloggio, sempre e solo a carico dei genitori. Anche se sei laureato bene e in tempo, preparato e disposto a sacrificarti, dopo la laurea in giurisprudenza soldi non se ne vedono mai». NADIA FERRIGO
TORINO

Il predestinato del Club Bilderberg

Dico la mia (e poi mi taccio) sulle elezioni presidenziali francesi. Apprendo da Internet macron attali2delle trame di Jacques Attali, il banchiere gran suggeritore di strategie mondialiste e stratega impegnato nella distruzione di identità, diritti, garanzie sociali in nome del potere finanziario internazionale senza volto (ma con molto culo), quel progressismo liberal che tanto piace anche ai coglioncelli liberali nostrani.
Apprendo quindi che fu Attali nel 2014 a presentare alla riunio…ne di quelli che tramano nel Club Bilderberg, questa sua giovane creatura di plastica in grado di rimpiazzare la rovinosa caduta del piccione Hollande e dare la mazzata finale allo Stato sociale in versione francese.
 
Da subito il promettente Macron si mise all’opera nel governo del Presidente che i francesi avevano scelto in massa dimostrando già allora la forte propensione ad essere fregati alla grande.
Dalla penna di Macron – divenuto ministro del piccione – infatti è uscita la legge che ha distrutto le garanzie del lavoro, premessa antisociale ad una serie di altri provvedimenti “global” come la svendita dei gioielli di famiglia dell’industria francese.
Non ci resta che stare a vedere cosa combinerà su questa strada la marionetta locale del Bilderberg anche se non ci vuole molta fantasia per indovinarlo.
Certo è che le strategie mediatiche dei vampiri internazionali si vanno sempre più affinando e le tecniche di controllo (del pensiero) di chi ancora cerca di contrastarle stanno sempre più diventando poliziesche.
Un altro piccolo esempio ci viene dalle elezioni tedesche di ieri in un Land, lo Schleswig-Holstein, nel quale come avevo facilmente previsto tempo fa sulla mia bacheca fb, i votanti locali hanno potuto scegliere con cosa suicidarsi, se con il cappio o con una revolverata, ovvero tra la Merdel e quella faccia da Kapò (per dirla una volta tanto con una immagine azzeccata da quell’altro bel tipo del Berlusca) di Schulz.
 
Anche in questo caso, gli “alternativi” locali dell’AfD (Alternative für Deutschland) che volavano nei sondaggi poco tempo fa, hanno visto un travaso di elettori dal loro campo a quello della Merdel, tentativo estremo (montanellianamente turandosi il naso) di bloccare l’avanzata del più spinto globalizzatore locale, probabilmente peggiore della democristiana dell’Est.
 
Il risultato, ai fini delle strategie mondialiste non cambia ma anche qui i cosiddetti “antieuropeisti” (che probabilmente sono veri europeisti a leggere la loro stampa!) sono stati messi nell’angolo dal quale difficilmente – almeno per il momento – riusciranno a muoversi.
Quando verrà il tempo che gli infamati messi nei ghetti di destra e di sinistra dai loro nemici “centristi” la smetteranno di finire nella trappola degli schemi del passato e si uniranno per rovesciare il sistema che tutti vuol rendere schiavi senza volto e identità?
 
[Nella foto, burattinaio e burattino: Attali e Macron]
di Amerino Griffini – 08/05/2017 Fonte: Amerino Griffini