Columbus Day: perché Cristoforo Colombo era un indegno assassino, torturatore, schiavista. Lui di persona personalmente.

Aborriamo le persone aggressive che vanno a distruggere le statue degli altri. Compatiamo la povertà morale di chi distrugge statue di pubblica proprietà, tanto più se sono antiche.
Le vestigia del passato vanno rispettate perché ci permettono di comprendere nel bene e nel male i nostri avi.
Ma comunque Cristoforo Colombo, un italiano era un assassino, torturatore, schiavista, e bisogna rompere questa italica censura sulla verità dei fatti e insegnare ai ragazzini che di Colombo c’è da vergognarsi che fosse italiano, tale quale a Totò Riina.
Egli portò centinaia di schiavi in Europa (600 nella prima spedizione) e moltissimi ne fece nelle Americhe, incurante che morissero a migliaia tenuti in condizioni tanto orrende che cento di essi arrivarono a suicidarsi collettivamente. Infliggeva ai disobbedienti amputazioni di braccia, orecchie o nasi. Mai intervenne poi in difesa dei nativi vessati in ogni sadica maniera dalla sua orda che arrivò a dar da mangiare carne umana ai cani. 
Fa orrore al senso di giustizia sentire i campioni della disinformazione difendere un tale criminale dicendo: erano i tempi antichi, così facevan tutti; come se allora la sensibilità umana e il rispetto non potessero esistere. Quasi che Gesù, Buddha e Maometto non avessero affermato, secoli prima, l’amore tra tutti gli uomini. Tanto è che le aberrazioni di Cristoforo, cane rognoso, crearono sgomento tra i suoi contemporanei, dotati di grazia di Dio, come Las Casas che scrisse pagine sanguinanti di dolore per l’abominio al quale in terra americana aveva assistito. Fin dalla prima spedizione di Colombo ci fu chi protestò per l’aggressione ai danni degli indios tanto che il re di Spagna arrivò a promulgare il divieto di ridurli in schiavitù. Una legge che durò peraltro poco perché la lobby schiavista riuscì a ottenerne l’abolizione, ma comunque il fatto che questa legge entrò in vigore è la prova che ci fu chi si oppose a questo abominio.
E quindi ci sentiamo in dovere di reagire a questo fiume di italiche, razziste, disinformate parole, che dipingono Colombo come grande esploratore innocente per le successive atrocità che devastarono l’America e i popoli che là vivevano da millenni.
Per affermare visibilmente questo, e dare pace ai morti, in occasione del Columbus Day oggi 12 ottobre diffonderemo il video del processo a Colombo tenutosi presso la Libera Università di Alcatraz, con Mario Pirovano nel ruolo dell’avvocato difensore e Jacopo Fo a sostenere l’accusa. Durante detto procedimento sono state prese in considerazione solo testimonianze redatte dai testimoni degli eventi, in primo luogo i diari di Cristoforo Colombo stesso, il quale non fa segreto delle proprie malefatte ma anzi se ne vanta in questi testo, indirizzati ai reali di Spagna allo scopo di dimostrare le potenzialità economiche dello schiavizzare gli indios e ottenere quindi la reale approvazione e il conseguente sostegno. 
Alla fine del procedimento penale in contumacia, Colombo Cristoforo è stato condannato alla Damnatio Memoriae, cioè alla dannazione della memoria, antica pena che è stata subitamente messa in atto tramite la copertura di una statua dell’imputato (appositamente realizzata dal grande scultore Berico).
Vorremmo con questo gesto demolire l’idea che si possa accumunare noi, in quanto italiani, a quello spregevole incursore e fare atto di risarcimento nello spirito, verso le innumerevoli vittime causate dall’operare di questo ignobile antenato.
Che Dio abbia pietà della sua anima.
Che Dio abbia pietà di tutti coloro che non provano dolore per la sofferenza altrui: essi sono morti alla vita.
PS
?In spagnolo il verbo explorar (= esplorare) e il verbo explotar (= sfruttare) differiscono per 1 sola lettera, mentre in portoghese il verbo explorar ha entrambi i significati di “esplorare” e “sfruttare” a dimostrare quanto fosse radicata fin nel linguaggio l’intenzione dei colonizzatori.

Qui il video

Processo a Cristoforo Colombo (Jacopo Fo e Mario Pirovano)

https://www.youtube.com/watch?v=xO75ShYdB84&feature=youtu.be

UN ’68 LUNGO UNA VITA

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/un-68-lungo-una-vit.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 25 SETTEMBRE 2017

Questo testo viene pubblicato in Germania nel catalogo della Mostra del ‘68

Per qualche settimana sarò impegnato nel montaggio del nuovo docufilm “O LA TROIKA O LA VITA – Epicentro Sud” e dovrò rinunciare a qualche intervento sull’attualità politica e geopolitica. Nel frattempo lascio ai miei interlocutori questo lungo testo su quello che considero il periodo più significativo nella storia del nostro paese, il decennio ’68-’77. Un decennio di cui non si dovrebbe perdere la memoria e di cui si devono contrastare le analisi strumentali, quelle fatte con il facile senno di poi, spesso denigratorie, o mettendo al centro le scelte opportuniste e il degrado politico e morale di alcuni personaggi allora molto in vista. Si tratta anche di una mia esperienza personale di grandissima intensità e che alle radici molto lontane nel tempo aggiunge un retaggio che non muore.

  1. Sparare dalla parte sbagliata contro la parte giusta

Quella dal ’68 in poi è una storia di contestazione, rifiuto, rivolta, nuovo modo di vivere e stare insieme. La mia storia “contro lo stato di cose presente” preso inizialmente, molto inizialmente, un indirizzo diverso, sbagliato, a giudicare dagli esiti storici. E’ che stare nello Jungvolk, l’organizzazione della NSDAP per i ragazzetti tra i 10 e i 14 anni (poi si passava alla Hitlerjugend, se si faceva in tempo prima del Bunker), a me era piaciuto. Si era in compagnia di coetanei, si aveva una bella divisa – pantaloncini blù, camicia kaki, fazzolettone nero e, nientemeno un pugna- letto al cinturone. Si facevano un sacco di giochi, battaglie tra romani e germani intorno ai ruderi del Vallo di Adriano nell’Odenwald, palle, palloni, escursioni, cameratismo, canzoni esaltate ed esaltanti. E, soprattutto, si marciava attraverso il paese, banda in testa, con la gente che sorrideva (o ghignava) da finestre e lati della strada. In più, si credeva di avere un ideale e lo si cantava a gola spiegata.

Che ci faceva un ragazzetto italiano nello Jungvolk?  Scherzi del destino. Papà sotto le armi nell’esercito del re, mamma, sorella ed io in vacanza in Baviera. Eravamo alleati, ospiti graditi. Ma scattano il 1943 e l’8 settembre e passiamo da alleati a nemici, peggio, traditori. Non più graditi e perciò costretti dal Gauleiter al domicilio coatto in una bellissima cittadina della Franconia. Dal momento che ci siamo dovuti restare fino al 1946, costretti prima dal Gauleiter e, poi, dal comandante americano, Ci ho fatto le medie inferiori e, quando i tank americani si sono presentati all’imbocco della statale, gli ho pure sparato addosso. Addosso, per dire. C’erano armi dappertutto, abbandonate dalla Wehrmacht allo sbando. Con amici più grandi rimediammo una Maschinengewehr Messerschmidt e, da dentro al bosco, tirammo sulla colonna in arrivo. Non ho idea di dove fosse finita quell’unica raffica. Ma ricordo che, in risposta, ci fu uno schianto e un boato dietro di noi, e terra e rami che piovevano. Scappammo come quei gatti  alla cui coda si usava appendere micette. Ma avevamo difeso “l’onore della Germania”

Una questione personale

Avevo anche una ragione più personale per fare quella cazzata nobilissima. Eravamo sul finire del 1944, frequentavo la seconda media. Venivamo bombardati e mitragliati, per quanto fossimo una piccola cittadina, strategica forse solo perché c’era un ponte sul Meno. Era stato convocato il Volksturm, l’estremo tentativo di Hitler di mobilitare quel che restava di un popolo già decimato, affamato, evacuato. Partirono tutti i maschi, tra i 14 e i 65 anni, qualche volta con le vanghe in spalla come arma. Partì il lattaio un po’ matto, partì il libraio pelato con tanto di pancetta e il capottone. Partirono i compagni delle medie superiori. Unici maschi rimasti, quelli sotto i 14 anni, facevamo da protezione civile. Quando suonava l’allarme aereo e tutti si precipitavano nei rifugi o in cantina, dovevamo correre al centro raccolta dello Jungvolk e da lì partivamo a spegnere gli incendi e a raccogliere i feriti, a togliere le macerie dalle strade.

C’era un insediamento di profughi dalla Colonia distrutta, sistemati in baracche al di là del fiume. Un giorno, mentre ancora suonava la sirena, quelle baracche presero a fumare. Accorremmo, ovviamente in uniforme. C’erano corpi dappertutto, le baracche incenerite e fumanti. C’erano cavalli con la pance squarciate. C’era un mio compagno di classe. Steso davanti alla sua casetta di legno. Tanta gente,  ma non si sentiva un suono, un lamento. Solo quel rombo degli aerei che andavano e venivano. E l’ormai inutile urlo della sirena.  Il mio amico aveva i calzoncini corti, gli occhi spalancati sul cielo, le gambe piegate e le viscere sparse sull’erba. Ho pensato a lui quando spingemmo il pulsante della raffica sui carri americani.

Breve marcia di ideologia in ideologia. Un po’ grazie al militare, un po’ grazie a Swinging London

Prima di uscire da un’idea contro che mi avrebbe procurato nel tempo un sacco di improperi e illazioni maligne, dopo tutto ero un bambino, ci misi un po’. In piccolissimo parevo un po’ il Malaparte dalla parte dei vinti. Se Totò parlava di uomini e caporali, stavolta i caporali erano i miei compagni, nella Genova tutta partigiana, che mi sfottevano per l’acquisito accento tedesco. Pensare che i miei compagni tedeschi mi davano del “Badoglio” e spesso finiva a cazzotti. Credo che la svolta vera capitò quando ero di leva, nel corpo dei bersaglieri. Li avevo scelti perché erano quelli di Porta Pia e della fine dello Stato Pontificio, quelli delle battaglie vittoriose contro gli austriaci  Feci una grande, indimenticabile amicizia con Marcello, carrista, studente di architettura e comunista. La violenza prevaricatrice del sistema e della sua gerarchia ottusamente autoritaria dettero una mano per il cambio di paradigma. Però devo dire che, dopo tutti quegli anni in Germania, diventai anche più italiano: la Leva era l’occasione per mescolarsi agli altri diversi per regione, dialetto, classe. E di conoscerli e di conoscere il paese.

Un’altra spintarella verso un conflitto con il nuovo esistente, capitalista, me lo diede, eminentemente sul piano del costume e della distruzione di certi tabù autocastranti, la Swinging London e la sedicente rivoluzione hippy degli anni ’60. C’ero capitato, a Londra, avendo vinto un concorso per la radio BBC World Service . L’istinto di bastian contrario, forse legato a cromosomi, forse alle botte di mia madre,  forse alle risse con i compagni, si politicizzò meglio quando presi a lavorare come corrispondente da Londra per un quotidiano di sinistra romano che dava addosso, con grande baldanza, al regno democristiano e a chi, di là dall’Atlantico, sminuzzava il paese e il popolo del Vietnam.

Dentro le guerre, annusando rivoluzioni

Qualcosa di drastico e, a quanto risulta, di definitivo, è legato a tre missioni di inviato di guerra per giornali italiani vari. In Palestina, quando vidi la Guerra dei Sei Giorni bruciare villaggi di contadini; in Irlanda del Nord, dove pacifici, allora, ma affamati e discriminati proletari repubblicani che manifestavano venivano massacrati da poliziotti unionisti e bande fasciste, prima, e poi sparati dai soldati di Sua Maestà; in Eritrea dove, dai primi anni ’60, un intero popolo lottava in armi per la sua liberazione dal colonialismo etiopico e io ci marciai insieme tra le fiamme e le bombe e le gazzelle abbattute per un boccone di carne.

La rivolta di Berkeley, settembre 1964, prima scintilla di uno Zeitgeist che avrebbe incendiato mezzo mondo per molti anni, quando la Guardia Nazionale sparò, ferì e uccise, aveva subito dato alla contestazione giovanile ed intellettuale di quegli anni ancora in fasce una connotazione internazionalista e terzomondista, con al centro il Vietnam. Parole d’ordine antimperialiste che echeggiavano anche sopra la strage della piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco, in un Messico impoverito e umiliato, quando l’esercito sparò sugli studenti alla vigilia della solita festa olimpionica dell’ordine capitalista, facendo centinaia di morti (il numero esatto è sempre stato occultato). Il seme era germogliato già prima, con la solidarietà delle sinistre mondiali alle lotte di liberazioni anticoloniali che per vessillo e modello avevano l’Algeria di Ben Bella. La guerra dei Sei Giorni, 1967, e poi quella del Kippur (1973), avevano acceso e poi alimentato la fiamma della resistenza palestinese, prima dei guerriglieri Fedayin, poi delle varie Intifada dei sassi.

A questi appuntamenti un sessantottino e, perlopiù, uno specialista degli affari internazionali in Lotta Continua non poteva mancare. Sostenendo i viaggi e i materiali non certo con i contributi di Lotta Continua, che non pagava un soldo, ma con gli articoli che mi pubblicavano i settimanali “Giorni Vie Nuove” e “ABC” e con le fotografie che distribuivo alle agenzie internazionali, ho potuto frequentare anche l’epopea dei combattenti palestinesi, prima con le incursioni nei territori occupati partite dalla Giordania, poi nella lunga battaglia in Libano contro la destra filo-israeliana dei Falangisti di Gemayel e Chamoun.

Fe-fe-Fedayin!

La base del fedayin del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, dove, con tanto di autorizzazione del leader Nayef Hawatmeh, trascorsi l’intera primavera del 1970, è in una caverna nei monti che guardano da est la valle del Giordano, a un tiro di Kalachnikov dal fiume. E’, naturalmente, una base internazionalista: accanto ai figli della deportazione del 1948, ci sono egiziani, giordani, algerini, francesi, britannici e questo italiano. Di giorno si pensa ai rifornimenti, ai pasti, alle letture, al montaggio e smontaggio delle armi. Di sera almeno un paio d’ore sono impegnate nel dibattito politico, su imprescindibile base marxista-leninista, con innesti di Mao, dato che, anche qui tra gli autoctoni, soprattutto di contadini si tratta, in qualche caso diventati studenti. Qualcuno suona, qualcuno canta. Il capo, un palestinese di poche, utili parole, gentile, che emana consapevolezza e autorevolezza da ogni quadratino della sua kefiah, si chiama Mehdi. Se l’’è portato via il Settembre Nero.

Alle ore piccolissime del nuovo giorno si parte per l’appuntamento con le pattuglie israeliane che percorrono le terre lungo il Giordano. A volte si guada il fiume, si pongono mine, o si allestisce l’imboscata. Altre, ci si annida tra i cespugli sulla riva sinistra e si attende il passaggio del blindato. In quel caso, appena i fedayin hanno scaricato il caricatore e, io, il rullino della fotocamera, senza che si intromettesse un frammento di minuto, dall’altra parte arriva l’inferno. Ci tirano addosso di tutto, mitragliatrici, mortai, cannoni senza rinculo, razzi. Il trucco sta nell’istante, mille volte provato, dell’acrobatico balzo, carpiato con torsione all’indietro, dall’appiattimento proni sotto il cespuglio alla posizione pancia a terra sul terreno libero, per subito strisciare col passo del leopardo, sgomitando tra le zolle, verso la copertura del bananeto a un centinaio di metri e, poi, del canalone secco ad altri cento. Freneticamente, prima che, nel giro di minuti, si alzino gli elicotteri israeliani e inevitabilmente ci facciano secchi. Per tutto il tempo della mia villeggiatura nelle grotte sul Giordano, c’ è sempre andata bene.

Poi venne il Settembre Nero. Re Hussein obbedisce alle intimazioni dei pratici di genocidi, massacra le organizzazioni della Resistenza, che si rifugiano in Libano, e migliaia di civili palestinesi. Di operazioni dei fedayin in Giordania non si parlò più.

E venne il 30 gennaio 1972, Bloody Sunday. Di nuovo inviato di guerra per “Giorni Vie Nuove” e “ABC”, nel Nordirlanda dell’insurrezione. Per i più elementari dei diritti civili, per la liberazione dell’ultima colonia in Europa, per l’unità dell’isola celtica squartata dai britannici. Era bellissimo, a Belfast e a Derry come nella Comune di Parigi. Una rivolta di popolo, che marciava, cantava, accoglieva, sparava. Ne parlo dopo.

Siamo operai, compagni, braccianti e gente dei quartieri / siamo studenti, pastori sardi, divisi fino a ieri!

Bello gasato, di ritorno da Derry, Nord Irlanda, capitai all’università di Roma in un concerto di tale Pino Masi. Era il cantore di Lotta Continua, prima e massima organizzazione rivoluzionaria italiana di quella fase in cui studenti, operaie e donne pensavano di dover riprendere il discorso della lotta partigiana contro il nazifascismo, ma anche contro l’establishment capitalista e contro l’imperialismo. E fu la musica a darmi il tocco magico, a farmi risuonare dentro strumenti sconosciuti. Lotta Continua, tra le tante cose belle e le tante cazzate, era il motore di una cultura alternativa. Più di altri gruppi produceva cultura, letteratura, arte, musica, cinema, canzoni che, come succede nei bei periodi della storia dei cambiamenti, raccontavano la vicenda in corso, quella sofferta, quella sperata. Individuavano i buoni e i cattivi, sparavano idee ed emozioni. Fu amore a prima vista.

Rimasi per un po’ a fare il cronista di Paese Sera, che ebbe la malaccortaggine di mandarmi a seguire le manifestazioni studentesche e operaie del ’68-‘69. Cioè degli anni turbolentissimi della prima contestazione, più tardi truculentissimi. Ma non eravamo più noi. A manipolare l’impasto si era infiltrata una manina spuria.

Un po’ per volta, più che andare ad annotare cosa succedeva tra manifestazioni, presidi, assemblee universitarie, barricate, pestaggi della polizia e la sempre più robusta risposta di popolo, mi succedeva di starci dentro, di partecipare, di condividere, di fare amicizia con gli esponenti in vista, di ospitarli in casa, protetti dal mio status di giornalista, quando le retate della polizia gli davano la caccia. Il che si rifletteva inevitabilmente nei miei resoconti che divenivano via via meno sobri, meno distaccati, e più solidali con chi  le prendeva di più e le dava di meno, pur avendo, nel sistema sclerotico, corrotto, autocratico, dalla famiglia al lavoro, dalla scuola alla fabbrica,  tutte le ragioni del mondo.

E questo al mio giornale non tornava tanto. Il partito al quale faceva riferimento e che, sulle prima aveva pensato di sostenere e, più che altro cavalcare, l’ondata di protesta di tutta una generazione, con al fianco il meglio dell’intellighenzia nazionale ed europea, tutt’a un tratto si rese conto che la cosa gli stava sfuggendo di mano, che gli obiettivi del movimento erano di mille lunghezze avanti ai suoi, che minacciava di sorgere e crescere qualcosa alla sinistra del PCI, cosa che nessun partito comunista, per quanto normalizzato e integrato, avrebbe mai potuto tollerare. Il PCI divenne un nostro nemico, “burocrati revisionisti che facevano da cane di guardia al capitale”. E quanto avevamo ragione! Il ministro degli interni, Pecchioli, menava peggio di Rumor. Sotto la sede nazionale del partito, a Roma, Via delle Botteghe Oscure, si transitava intonando al segretario beffe e insulti: “be-be-be-Berlinguer”.

Qui c’erano operai del Sud, che ieri erano contadini spossessati e strangolati da mafia e Stato e oggi erano operai rinserrati nelle baracche ai margini della Fiat o della Pirelli. Qui c’erano studenti che mettevano in discussione un apparato e metodo dell’istruzione, della magistratura, della stampa, ereditato pari pari dal fascismo, peggio, dai Borboni, peggio, dai Savoia, come pari pari era stata recuperata l’intera amministrazione mussoliniana dello Stato. Qui c’erano donne che se la prendevano col patriarcato che ne riduceva gli spazi pubblici, economici, sociali, politici, a meno di un terzo di quello degli uomini. Qui c’era un ambiente ridotto a pascolo di speculatori, cementifica tori, inquinatori.

L’unica cosa che ci rimane è questa nostra vita…

Qui c’erano le periferie degli espulsi dalla montagna, dalla campagna, dal mare e, infine, anche dalla città che gli chiedeva di accontentarsi di fornire manodopera a saldi, quando andava bene. Il celebrato boom degli anni ’60 aveva fatto schizzare in alto una cerchia di redditieri, parassiti, o astuti imprenditori dal respiro corto (glielo avrebbe poi mozzato definitivamente il mercato dei beni industriali italiani messo su dagli Andreatta, Draghi, Amato, Prodi, D’Alema, Bersani). Qui c’erano ragazze e ragazzi che si lasciavano alle spalle preti, indissolubilità del matrimonio, delitti d’onore, illibatezza, padronanza clericale sul proprio corpo, padri e mariti padroni, superstizioni e menate varie, onanismo in testa, e passavano alla conoscenza reciproca, alle demistificazione e deretoricizzazione dei sentimenti, dalla melassa al buon vino.

Culi caldi e morti al freddo

E fu fisiologicamente il passaggio da Paese Sera alla libera professione e di quello che un po’ narcisisticamente, ma con molta convinzione, chiamavamo  “rivoluzionario di professione”, la militanza a tempo pieno. Militavo in LC e scrivevo per qualunque foglio o radio, e allora mille fiori erano fioriti, che accettasse le intemperanze, le passioni, le esplosioni di collera, le esagerazioni, che succhiavo dal sangue di quel decennio. Un decennio che fu il terzo risorgimento italiano, dopo quello per l’unità  nazionale e quello della liberazione dal nazifascismo. Roba che mi è rimasta attaccata e che mi pare tenga insieme le mie sinapsi, a barricata contro tempo e riflussi. Come mi sono rimasti attaccati certi nomi, certe facce: Saverio Saltarelli, Mariano Lupo, Tonino Miccichè,  Walter Rossi, Francesco Lorusso…. Tanti tantissimi. Uccisi dal padrone o dai fascisti, dicevamo. Uccisi da uno Stato che stava già diventando di Polizia. Diversamente da altri, sono morti sepolti in una memoria  in coma.

Rispetto alle altre organizzazioni antagoniste europee, marxiste, leniniste, maoiste, anarchiche, trotzkiste, hippiccheggianti, Lotta Continua era quella con maggiore seguito numerico, ma anche la più versatile e creativa, con un’inedita ma vivace mescolanza di marxismo dei Grundrisse, scuola di Francoforte, terzomondismo alla Fanon e Malcolm X, spontaneismo. Questo la portava ad allargare l’azione politica oltre i tradizionali confini della classe operaia. Furono coinvolti sottoproletari dei campi e delle periferie, i senzatetto con le occupazioni, i carcerati, i soldati di leva, perfino i poliziotti. L’intervento si allargò da fabbrica, scuola, università, all’universo mondo. Un nuovo programma si chiamava “Prendiamoci la città” e contemplava studi, analisi, mobilitazioni a 360 gradi su tutte le problematiche della vita urbana. Si ragionava in termini gramsciani delle casematte da conquistare.

Lavoravo a tempo pieno nella redazione esteri del quotidiano omonimo di LC. E, dato il mio curriculum di esperienze internazionali e il patrimonio di lingue, venivo spedito di qua e di là, dalla guerra civile del Libano alla rivolta nordirlandese, alle sedi di LC all’estero. E ne riferivo in articoli, libri e documentari filmati. Tipo Francoforte, da dove un nostro nucleo, in coabitazione con i tedeschi, faceva intervento politico tra le decine di migliaia di operai italiani e stranieri nelle fabbriche della Ruhr. A Roma avevo casa nel centro storico, a Trastevere, vicino alla sede del giornale, che era anche quella della direzione. Il che faceva sì che a me si chiedesse di ospitare chiunque che, nel gran traffico di scambi con i compagni stranieri, capitasse a visitare l’organizzazione. E tutti venivano, dormivano, la sera cantavano (avevamo formato un gruppo e componevo canzoni rivoluzionarie che strepitavamo in giro), mangiavano, scopavano. Nessuno che avesse mai lavato i piatti o rifatto il letto.

Compagni a passo di gambero

Mi capitò anche un non molto gradevole, ma molto preso di sè, Daniel Cohn Bendit, “Danny il rosso” (si confermò rosso di pelo, ma presto smentì radicalmente il rosso politico), che ricordo masticare pasticcini all’hashish e bere tè alla marijuana e, quando gli ricambiai una volta la visita a Francoforte, girare nudo per un grande appartamento di boiserie grattandosi le palle. Suscitavamo molta simpatia tra intellettuali intelligente, anche stranieri. Ci sostenevano regalandoci quadri, facendoci concerti, intervenendo a convegni, offrendo donazioni. Con uno di questi, particolarmente esimio, diventammo amici per anni. Uno dei massimi scrittori americani, critico al vetriolo della degenerazione yankee: Gore Vidal.

Un altro con cui a pelle non mi ci trovavo era l’allora già osannato e poi santificato tout court (probabilmente dagli amici del giaguaro) Alex Langher, ebreo altoatesino convertito a un cattolicesimo di rigido buonismo. Nella cupola capeggiato dal principe della supponenza soperchieria (dove tale qualità porta s’è visto), Adriano Sofri,  aveva il ruolo del Fouché, ministro di polizia. Allestiva processi popolari. Fui processato anch’io. Un cupo suqallidoneNon ricordo più se fu questione di spinelli o di donne. Si riciclò, come molti suoi soci nell’azionariato rivoluzionario, da verde. Verdissimo. Predicava lentezza, gentilezza, pace. Quando il papa, Berlino e i fascisti croati incominciarono ad azzannare la Jugoslavia, fu prontissimo a invocare, senza tanta lentezza, gentilezza, pace, bombardamenti Nato sulla Serbia. Finì con l’impiccarsi. Un ipocrita. C’era di meglio tra noi.

Bloody Sunday

 Mie

Mie foto della Domenica di Sangue

Capitai nuovamente a Derry in un momento stellare, a cavallo tra 1971 e 1972, quando la protesta civile di cattolici repubblicani stava assumendo, sotto la violenza repressiva, forme un tantino più energiche. Era ricomparsa l’IRA e noi eravamo con essa. Momenti esaltanti come la cacciata dal ghetto di Derry, a furor di popolo e di Molotov, degli occupanti britannici e la costituzione della Free Derry, emula della Free Belfast, piccole riproduzioni della Comune di Parigi. Momenti drammatici come la Domenica di Sangue, Bloody Sunday, il 30 gennaio 1972. Un pacifico corteo per i Civil Rights, con tutto il popolo del ghetto, 20mila tra donne, uomini, bambini, aggredito alle spalle, su evidente ordine di Londra, dal 1° Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. Ammazzarono a freddo 14 persone, ne ferirono decine. Ero l’unico giornalista straniero sul posto e fotografai e registrai su nastro quelle che erano nient’altro che esecuzioni extragiudiziali di innocenti inermi. Tutta la stampa convenuta per l’evento del corteo, era stata tenuta lontana dalle barriere dell’esercito. Da povero cronista, abitando già nel ghetto, mi ero trovato dalla parte giusta. E fu lo scoop. E un mio sguardo nell’abisso della nequizia del potere. Tale da conoscerlo per sempre.

Con quella feroce provocazione, Londra intendeva trasformare il conflitto civile in armato, contando di vincerlo in quattro e quattrotto. Ma l’Ira crebbe, ebbe dietro di sé la totalità della minoranza e una vera e proprio guerra anticolonialista, l’ultima in Europa, durò fino al 1998. Fu in quell’anno con un accordo a perdere, quello del “Venerdì Santo”, da Gerry Adams, che avevo conosciuto comandante dell’Ira, l’organizzazione storica della resistenza irlandese, accettò il cessate il fuoco, l’accordo per un governo provinciale delle Sei Contee sotto tutela di Londra e la consegna delle armi. Consegna che non fu chiesta alle organizzazioni paramilitari protestanti e unioniste. Bobby Sands e i suoi nove compagni, uccisi dalla Thatcher per sciopero della fame, morti invano?

Recenti visite in Nordirlanda, per testimoniare alle inchieste che il Regno Unito, sotto pressione popolare, dovette condurre sul massacro di Derry, mi confermarono che lassù nulla è risolto e che il fuoco continua a covare sotto la cenere. Al di là di ogni “compromesso storico”. A riunificarsi gli irlandesi non hanno rinunciato per tre secoli e milioni di morti. Non si vede perché dovrebbero adesso.

Le mie foto e registrazioni della mezz’ora di stragismo britannico costituivano un materiale che avrebbe messo i responsabili con le spalle al muro. Il comando inglese diede ordine, via radio, di fermarmi in ogni modo e prelevare quanto portavo addosso. Ragazzi dell’Ira che avevano intercettato la comunicazione, mi presero in carico, mi nascosero nel cuore del ghetto e, la notte stessa, per vie solo a loro note, mi trasferirono nella Repubblica dove, a Dublino, la mattina dopo, potei fornire a televisione, radio e stampa le mie immagini e le mie voci di verità. Verità che, intanto, nelle trasmissioni dei canali britannici avevo sentito raccontare così dai comandanti sul campo: “Un nostro reparto a Derry ha dovuto rispondere a un’imboscata dell’Ira che ci ha sparato dai tetti. Ci risultano alcune vittime”. Una volta per tutte mi ero reso conto di chi  siano i maestri massimi di fake news. Tutto questo lo riversai in due libri “Un Vietnam in Europa”, “Blood in the street” e in un docufilm, che Marco Ferreri, il grande regista, mi montò e che LC diffuse. Tutte le copie confiscate dalle varie polizie interessate, disperse, perdute. Ci ne sapesse qualcosa, me lo faccia sapere.

Direttore di giornale: 150 processi

L’assassinio, nel 1972, di Mario Calabresi, il commissario di polizia di Milano che aveva puntato sugli anarchici e su tutto il movimento di quegli anni e che la controinformazione ritenne responsabile dell’uccisione dell’anarchico Giuseppe Pinelli, volato da una finestra della questura, provocò un editoriale di Adriano Sofri, leader di LC, che definì l’uccisione giustizia popolare e le conseguenti dimissioni  di una scandalizzata direttrice responsabile del quotidiano, la scrittrice Adele Cambria. Successore di questa, ma anche di Pier Paolo Pasolini e altri più illustri di me, assunsi io la direzione responsabile e ne ricavai un bombardamento di denunce e processi. Non tanto per quanto il giornale stampava, o tantomeno per quanto io scrivevo di Palestina, Irlanda, Vietnam, lotte anticoloniali, Cuba. Piuttosto per le follie di manifesti, volantini e dazebao che inconsulti, onanistici e irresponsabili compagni diffondevano localmente invitando a impiccare Gianni Agnelli, a sparare sugli ufficiali, a dar fuoco all’ambasciata Usa. O almeno questo era il pretesto dell’Ufficio Politico della Questura.

A tal punto crebbe la montagna dei rinvii a processo che, a un certo punto, inizio del 1973, si sentì aria di mandato di cattura. Già era stato arrestato il direttore del giornale di Potere Operaio. Si ritenne, non di liberarmi del fardello da capro espiatorio, ma di farmi per un po’ sparire dalla circolazione. Rimasi fuori fino al 1975. Prima a Londra, ambiente familiare, e poi a Bruxelles, per sopravvivere (avevo una compagna e un figlioletto): riuscii a farmi prendere come interprete dalla Commissione Europea. Non fecero la benché minima ricerca sul latitante!

Londra: Lotta Continua diventa “Fight On”

A Londra fu molto bello. Non c’era niente di paragonabile a Lotta Continua. Così, approfittando dell’ospitalità, collaborazione e sede di un simpatico  gruppo di anarchici, insieme a diversi espatriati politicizzati, fondammo “Fight On”, cioè Lotta Continua di Gran Bretagna. Nientemeno. E ci demmo da fare, mica no. Eravamo una trentina e, più esperti degli inglesi nello scasinare, avevamo l’impatto di dieci volte tanti. Il nostro quartiere, Ladbroke Grove, contiguo a Notting Hill, formicolava di poveri, immigrati, squatter, tutti molto giovani. Il ciclostile dei compagni anarchici lavorava fino all’incandescenza. Organizzammo occupazioni di case, assemblee di quartiere, su tasse, trasporti, repressione, colonialismo, discriminazioni, imperialismo, formammo un gruppo canterino e tradussi in inglese le nostre canzoni. Non mi fu mai chiaro se le facce attonite del nostro pubblico in piazza esprimevano meraviglia, ammirazione, o sgomento.

Facevamo decine di chilometri per volantinare addirittura a Dagenham, la più grande fabbrica di automobili, Ford, dell’Inghilterra. E, se su tutto il resto la Special Branch, polizia britannica addetta agli insubordinati politici, sembrava aver sorvolato, la nostra penetrazione in un ambito di classe più strategico, dove ci affiancavamo ad altri con attività e obiettivi affini, prefigurava qualcosa di fastidioso. Una gola profonda ci avvertì del girolonzolio intorno alla nostra abitazione (occupata) di elementi sospetti. Aria pesante. La sacra famigliola aveva appena fatto in tempo a levare i suoi quattro stracci e a prendere il traghetto per Ostenda, che fummo avvertiti dell’irruzione della Special Branch nell’alloggio abbandonato. Fìuuuu!

Un latitante alla Commissione Europea

A Bruxelles riuscii ad arruolarmi nella Comunità Economica Europea, da interprete,. cambiando solo il nome (di cognomi Grimaldi ce ne sono quanti i grani di sabbia). Sguazzai nell’impunità e in un tardivo sussulto di vita goliardica per quasi due anni. Da squattrinato totale, mi ritrovai con belli eurosoldini in tasca. Da motociclista divenni automobilista  e per un po’ il mondo mi fece l’occhiolino.

Parve che a metà 1975 il famigerato mandato di cattura al direttore responsabile del quotidiano Lotta Continua, e irresponsabile dei supplementi al giornale pubblicati altrove, fosse stato ritirato. Tornammo e ripresi il mio posto al giornale, agli esteri, non più come direttore. 150 processi per reati di stampa erano bastati. Era il tempo degli ultimi fuochi di una grande speranza di riscatto dei deprivati e offesi. Si era già diffuso l’obnubilamento di una  militarizzazione suicida, perché del tutto anacronistica e fuori contesto. Ovviamente indotta e manipolata. Al di là di una manovalanza, quanto meno onesta, che vi si smarrì. Il giornale, diretto da Enrico De Aglio, si addomesticò spontaneamente. O perché glielo raccomandò il nuovo nume tutelare, Claudio Martelli, braccio destro di Craxi. Chissà.

1977, tra indiani senza tomahawk e gente con la P38

Il ’77 vide la comparsa di nuove forme di organizzazione di opposizione radicale. Gli Indiani Metropolitani, situazionisti e luddisti, un po’ tardiva swinging London, un po’ Sioux da pellicola. E Autonomia Operaia, erede dei precedenti Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e altri, vagamente più rozzi, con un guru ideologicamente poco classificabile, ma molto ambiguo, il filosofo Toni Negri da Padova. Un altro di quelli che Pannella tirò fuori dai guiai. Eppoi c’erano ancora cospicui resti di irriducibili lottacontinuisti. Tra cui il sottoscritto. Di quella effimera fase, che comunque si trascinò negli anni con esiti sempre più solipsisti, il momento per me più alto fu quello della cacciata dall’Università, dove aveva tentato di insediare i suoi al posto degli universitari in lotta, di Luciano Lama, segretario del massimo sindacato italiano, la  CGIL. Uno che si tingeva i capelli tra il color fragola e il castagna.

Erano lontani i tempi, chiamati dell’ ’”Autunno Caldo”, 1969-1970, troncati con l’attentato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, la “Strage di Stato”, come rivelò una fantastica inchiesta di Lotta Continua. Tempi in cui il sindacato era stato costretto dalla mobilitazione di massa dei movimenti ad abbandonare le posizioni consociative mantenute per lunghi anni, in subordine ai padroni, e aveva guadagnato nuovi diritti, come lo Statuto dei Lavoratori, nuovi rapporti di forza in fabbrica e nella pubblica istruzione, provvedimenti contro la rendita fondiaria. Da sempre cinghia di trasmissione dei partiti di sinistra, il sindacato di Lama era ripiegato sulle antiche usanze e si poneva oggettivamente come forza di normalizzazione. Ebbe la temerarietà di allestire un comizio nel piazzale della maggiore università italiana, presidio delle sinistre radicali da sempre, la Sapienza di Roma. Ebbe modo di dare sfogo alla classica retorica parolaia di tanti sindacalisti solo per pochi attimi. Poi si scatenò la baraonda. Indiani Metropolitani intesta, tutti gli altri dietro. Palco rovesciato, Luciano Lama, circondato dai suoi guardiaspalle, in indecorosa fuga. Non so se a ragione, ma allora mi parvero soddisfazioni. E anche adesso.

Giorgiana e Cossiga

12 maggio del 1977, ci fu una grande manifestazione di tutti noi, intendo quelli nati politicamente nel ’68, a Valle Giulia, alla Sapienza, a Mirafiori, alla Pirelli, a San Basilio. Era la ricorrenza del divorzio, ma era anche una protesta contro il governo Andreotti, un primo ministro poi trovato connivente con la mafia. Era anche il mio compleanno. Nella zona di Campo dei Fiori, Roma, la polizia attaccò brutalmente, senza ragione. La consegna era far fuori quanto restava di un movimento di massa giusto e rispettabile e ridurre ogni cosa allo scontro tra Stato e partito armato. Fare anni di piombo. Un po’ come a Derry.

Gli scontri proseguirono per tutto il pomeriggio, fino a notte inoltrata e si dipanarono per i vicoli di quello storico quartiere e poi, oltre, a Trastevere. A Campo de’ Fiori mi beccai di rimbalzo un candelotto lacrimogeno sul ginocchio. Riuscii a trascinarmi fino al di là del Tevere, verso casa. Il Ponte Garibaldi divenne una specie di trincea. Dal lato Trastevere erano tornati a raccogliersi i manifestanti. Sul lato opposto la polizia, i carabinieri e una novità. Inventata dal capo dello Stato più vicino a all’idea di chi non si vorrebbe mai come capo di Stato: i “Falchi”, poliziotti travestiti da dimostranti con licenza di sparare. E uccidere. E spararono. E uccisero. Giorgiana Masi, 17 anni, all’imbocco del ponte. Sono passati 40 anni è ancora l’assassino non è noto. La questura incolpò gli autonomi. Ma io ero a pochi metri da Giorgiana e da queste parti, giuro, non c’era nessuno che sparasse. C’era chi tirava bocce, Molotov, e sassi. Basta. Del resto, se lo sparatore fosse stato uno di noi, vuoi che non lo avrebbero preso? Prendevano anche quelli che sparavano chewing gum.

Nuova fuga: Yemen

Con quel ginocchio gonfio come un cocomero, il giorno dopo evitai gli ospedali, infestati di agenti. Mi feci visitare da un urologo, non c’era di meglio e poi era un compagno. SI chiamava Giorgio Alpi ed era il padre di quella che sarebbe poi stata la mia collega in RAI, al TG3, Ilaria, trucidata con il suo operatore in Somalia, inviata di guerra, da coloro di cui aveva scoperto i traffici di armi e rifiuti.

Giorgio mi consigliò di darmela a gambe, con tanto di ginocchione. E finìì in Yemen. Per 18 mesi. Paese bellissimo, ospitale, intelligente, antico e consapevole di ciò. Con una grande presidente-poeta, nasseriano, Ibrahim El Hamdi, con il quale divenimmo amici, a chiederci reciprocamente delle rispettive rivoluzioni e degli amori letterari. I sauditi gli fecero un colpo di Stato e lo ammazzarono. Feci corrispondenze per vari giornali, ebbi modo di visitare e conoscere parti dei Medioriente che non avevo ancora frequentato. Paesi decolonizzati, a cui più tardi la propria autodeterminazione non sarebbe stata perdonata: Iraq, Sudan, Siria. Divenni corrispondente anche di giornali del meraviglioso Iraq di Saddam. Dopo il rovesciamento di El Hamdi, dal generale golpista fui dichiarato persona non grata ed espulso dal paese. Tornai a Roma.  Qui tutto tranquillo.

 Ma qualcosa era cambiato in profondità. Dal rosso si era passati al rosa. Erano apparsi gli Indiani Metropolitani e ll baricentro era diventato, da una militanza rivoluzionaria per cambiare il mondo, a qualcosa di come goderselo, il mondo. La durezza dello scontro era stato lasciato ai gruppi armati, prima nati da una genuina convinzione che dal movimento di massa si dovesse sviluppare la lotta armata, poi presto pesantemente infiltrati dallo Stato avviato alla piena restaurazione, dai suoi propri servizi e da quelli delle potenze da sempre padrine e padrone del paese. Svolta esemplificata dal rapimento e dall’uccisione di Moro, dalla contrapposizione “estremisti di sinistra-estremisti di destra”, nella strategia statale della tensione.

Il vento non fischia più, ma c’è chi lo fiuta

Fiutato il vento, la direzione, da sempre clanica, di Lotta Continua, riunita attorno al “carismatico” Adriano Sofri, ora inseguito dall’accusa e poi dai processi di mandante dell’omicidio Calabresi, indifferente a qualche decina di compagni falciati dalla polizia o dai fascisti delle varie organizzazioni gestite dai servizi segreti, indifferente a un’intera generazione lasciata senza direzione, progetto, futuro,  se la diede a gambe. Chiuse formalmente l’esperienza dell’organizzazione nel corso di un memorabile, lacerante congresso finale, Rimini, novembre 1976, Sofri e tutto il clan transitarono sotto la tutela del Partito Radicale di Marco Pannella, profondamente atlantico e filo-israeliano, per poi accasarsi in casa Craxi e soprattutto nei grandi media di regime. Dove ricevettero ampi spazi e remunerazioni, come spettano a coloro che all’establishment trionfante rendono il disonore del pentimento e del cambio di cavallo.

Tre erano state le personalità apicali della più grande organizzazione rivoluzionaria d’Europa. Adriano Sofri, ideologo e capopopolo, che dopo una serie interminabile di processi, fu condannato a una ventina d’anni per il caso Calabresi, ma se ne uscì molto prima per assurgere a testa d’uovo del nuovo corso amerikano e a penna di punta del quotidiano La Repubblica; Giorgio Pietrostefani, addetto all’organizzazione e al servizio d’ordine, condannato anche lui, ma contumace e tranquillo a Parigi, dove per lunghi anni ha gestito la flotta aerea di Mimmo Cardella, un delinquente fuggito in Nicaragua e poi  trapassato che, per coprire affari sporchissimi di armi e rifiuti, gestiva una “Comunità per tossici” a Trapani; Mauro Rostagno, il leader movimentista e un po’ luddista del movimento, responsabile del passaggio dal leninismo di ferro alla psichidelia arancione e, infine, membro del gruppo Cardella a Trapani, dove venne ucciso. Secondo alcuni investigatori, per diatribe interne al gruppo criminale, secondo altri, che prevarranno nei processi, per aver irritato la mafia con i suoi interventi in una radio privata.

La vicenda personale di questi personaggi passati, insieme ad altri del clan originario, da una faccia della luna a quella opposta, scura, non coincide, anzi contrasta, con quella delle decine di migliaia di giovani e meno giovani che, molti per oltre 10 anni, hanno speso per l’impegno quotidiano e la prospettiva di un mondo opposto a quello esistente, tra mediocre, corrotto e prevaricatore, una larga fetta della loro vita. Molti il posto di lavoro, gli studi, la casa, la famiglia. Diversi la vita. Forse sbagliando molte cose, ma facendone anche di sublimi e, soprattutto, mai viste più. E, diversamente da quanto si vede oggi, girando lo sguardo a 360 grandi, credendoci. Non è lecito che la storia imbratti la loro nobiltà, il loro sacrificio, spesso il loro suicidio, con la penosa vicenda di una cosca di opportunisti.

Anche, per quanto alcuni protagonisti lo abbiano rinnegato, perché quel decennio resta il migliore, il più dignitoso, il più vivo, nel tanto bene, nell’inevitabile male dei folli, della desolante storia della Repubblica. E, come ho detto sopra, si allaccia in ideale continuità ai momenti alti della rinascita del paese, dal Risorgimento alla liberazione partigiana. Se dallo squallore drammatico di un  presente in disfacimento morale, intellettuale, sociale, dovesse mai risorgere un sentimento di alterità radicale, di recupero dello smarrito, di progetto umano, saranno i semi del ’68 ad averlo nutrito.

Ce ne fossero!

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 11:22

Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l’Anpi: “Era fascista”

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13236624/polemica-noli-targa-ragazzina-fascista-uccisa-partigiani-protesta-anpi-.html

14 Settembre 2017

Noli, polemica per la targa dedicata a ragazzina uccisa dai partigiani: l'Anpi: "Era fascista"

È polemica a Noli, piccolo comune del savonese, per l’iniziativa di Enrico Pollero, consigliere comunale di centrodestra, di ricordare Giuseppina Ghersi, ragazzina di 13 anni violentata e uccisa dai partigiani con una targa nella piazza dedicata ai fratelli Rosselli. La storia della tredicenne di Savona uccisa pochi giorni dopo la Liberazione ritorna d’attualità e stavolta fra le polemiche, come scrive Il Secolo XIX
“Dopo aver letto la storia di Giuseppina Ghersi ho pensato che bisognava fare qualcosa per ricordare una bambina di 13 anni uccisa senza motivo. Per ricordare lei, non chi ha combattuto dalla parte sbagliata” racconta il consigliere secondo cui “dall’altra parte non c’erano solo criminali e disgraziati”. Pollero punta a una “vera riappacificazione” sostenuto dal sindaco della cittadina del ponente ligure, medaglia d’oro della Resistenza. La targa dovrebbe essere inaugurata il prossimo 30 settembre. L’associazione partigiani è subito insorta. “Siamo assolutamente contrari. Giuseppina Ghersi era una fascista. Protesteremo con il Comune di Noli e la prefettura” dice Samuele Rago, presidente provinciale dell’Anpi, “eravamo alla fine della guerra , è ovvio ci fossero condizioni che oggi possono sembrare incomprensibili”, spiega. Parole da cui ha preso le distanze Bruno Spagnoletti, dirigente Cgil in pensione. “Non riesco a capire come si possa giustificare l’esecuzione di una bambina di 13 anni”, ha affermato.

IL Y A 59 ANS LE LEADER NATIONALISTE CAMEROUNAIS RUBEN UM NYOBE (UPC) ETAIT ASSASSINE PAR L’ARMEE FRANCAISE

# PANAFRICOM-NEWS/

PANAFRICOM/ 2017 09 13/

ny

Il y a 59 ans, Ruben Um Nyobé, un assassinat programmé !

Né voici un siècle, le militant camerounais, président de l’Union des populations camerounaises, demeure une figure emblématique de la lutte pour une indépendance authentique des peuples africains. Il a été exécuté le septembre 1958 par l’armée française.

* Sur le combat de l’UPC pour le KAMERUN, voir l’émission de Luc MICHEL sur KAMERUN#1 TV:

KAMERUN! LA SALE GUERRE COLONIALE DE LA FRANCE AU CAMEROUN (1952-71) ET L’INVENTION DE LA FRANCAFRIQUE sur https://vimeo.com/223459487

LA SALE « GUERRE COLONIALE DU KAMERUN »

La plus longue «pacification» de l’histoire coloniale française demeure méconnue par l’essentiel de l’opinion hexagonale. Ni la guerre d’Indochine, ni la guerre d’Algérie, ce fut ce qu’il faut bien appeler « la guerre du Cameroun », amorcée en 1955 avec l’interdiction de l’Union des populations camerounaises (UPC) par le gouvernement Edgar Faure, intensifiée trois ans plus tard par le pouvoir gaulliste après l’exécution sommaire du secrétaire général de l’UPC, Ruben Um Nyobé, poursuivie après « l’indépendance » octroyée de 1960. Une répression impitoyable contre jusqu’en janvier 1971, lorsque fut publiquement exécuté, au terme d’une parodie de procès, un autre leader nationaliste Ernest Ouandié, devenu président du Parti nationaliste camerounais, toujours contraint à la clandestinité. Dernière guerre coloniale avec le conflit algérien dont elle fut contemporaine, elle fut aussi et indissociablement la première intervention néocoloniale annonçant et préparant toutes celles qui allèrent suivre dans les périodes ultérieures.

Avant « l’indépendance » du Cameroun, « la reconquête » … Rédigeant le troisième tome de ses Mémoires, Michel Debré écrit froidement « qu’à l’approche de l’échéance prévue pour l’indépendance officielle du Cameroun, il avait pris la décision d’entreprendre une véritable reconquête »… Une expression qui en dit long sur la « décolonisation » française : reconquérir pour pouvoir octroyer l’indépendance !

LE « LUMUMBA CAMEROUNAIS »

Né voici un siècle, ­Ruben Um Nyobé demeure pour les progressistes africains une figure emblématique de la lutte de libération nationale, à l’instar du Congolais Patrice Lumumba. Évoquant sa première apparition sur le devant de la scène politique, le 18 octobre 1945 (jour où il est nommé secrétaire général adjoint de la confédération syndicale USCC), l’écrivain Mongo Beti le désigne comme « l’homme qui va donner une âme à son pays » … Ce rôle d’éveilleur des consciences est confirmé par l’universitaire Kangue Ewane : « Quand je suis arrivé en pays bamiléké, Ruben Um Nyobé y effectuait ses premières actions de sensibilisation. Il nous disait : “Vous êtes des esclaves inconscients”… À cette époque, le Blanc, on ne le regardait même pas en face (…). Mettez trois faits côte à côte – Diên Biên Phu, l’Algérie, le Cameroun – et tout s’éclaire. C’est au moment de Diên Biên Phu que l’UPC a commencé de se faire pleinement entendre. Que le discours d’Um Nyobé sur la réunification d’abord ­(colonie allemande avant 1914, le pays demeurait divisé en une partie sous domination anglaise et une sous domination française – NDLR), l’indépendance ensuite, a commencé de polariser l’attention des Camerounais. Les Français ont fait au Cameroun ce qu’ils ont fait en Indochine, c’est-à-dire la guerre. »

UN ASSASSINAT PROGRAMME JAMAIS JUGE

« 13 septembre 1958, une patrouille du BTC1 investit la forêt de Boumnyebel, village natal de Ruben en plein pays bassa (Sanaga-Maritime), abat le secrétaire général qui y avait trouvé refuge après l’interdiction de l’UPC, sa belle-mère Ruth, Pierre Yem Mback et Jean-Marc Poha. Le groupe ne détenait aucune arme, ce que l’officier français commandant la patrouille savait, tout indiquant qu’il opérait à la suite d’une dénonciation. Ce fut un acte décidé en haut lieu », juge Abel Eyinga ; selon lui, « un faisceau de facteurs objectifs (efficacité des techniques françaises de contre-guérilla, délation, chasseurs de primes…) avait conduit à la localisation de Ruben Um Nyobé par l’armée coloniale assez longtemps avant le 13 septembre. Les militaires n’auraient eu l’ordre que de garder sa trace dans le collimateur. Jusqu’au jour où l’ordre fut donné de le supprimer » …

ALLER PLUS LOIN :

LES LIVRES ‘KAMERUN’ ET ‘LA GUERRE DU CAMEROUN’

SUR LA SALE GUERRE COLONIALE DE LA FRANCE (1952-1971) ET L’INVENTION DE LA FRANCAFRIQUE …

deux livres essentiels sur l’Histoire du Cameroun …

* KAMERUN ! UNE GUERRE CACHEE AUX ORIGINES DE LA FRANCAFRIQUE (1948-1971) Manuel DOMERGUE, Jacob TATSITSA et Thomas DELTOMBE Editeur : La Découverte

* LA GUERRE DU CAMEROUN. L’INVENTION DE LA FRANÇAFRIQUE (1948-1971) Manuel DOMERGUE, Jacob TATSITSA et Thomas DELTOMBE Editeur : La Découverte

# PANAFRICOM/

PANAFRIcan action and support COMmittees :

Le Parti d’action du Néopanafricanisme !

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LES FAUX DOSSIERS DE LA FIDH – NED –HRW – CPI – CNT – ONU ET CIE QUI ONT PERMIS L’AGRESSION DE LA LIBYE

PCN-TV & JAMAHIRAN-TV/

(REDIFFUSON THEHUMANITARIANWAR/GRTV) sur https://vimeo.com/233501591

Vignette PCN-TV+JAMTV 001 fidh ned

Guerre Humanitaire en Libye : Il n’y a pas de preuve !

Ce document permet de comprendre comment le droit international et la justice internationale fonctionnent mais surtout comment leurs principes élémentaires peuvent être contournés. Les différentes résolutions adoptées contre la Libye se fondent sur la base d’allégations diverses : notamment sur la déclaration selon laquelle Kadhafi aurait « utilisé l’aviation contre son propre peuple et engagé une violente répression contre l’insurrection », celle ci « coûtant la vie à plus de 6000 civils ». Ces allégations ont été diffusées sans jamais avoir pu être vérifiées. C’est pour tant sur la base de ces affirmations que le gouvernement de la Jahamiryah Libyenne a été exclu du Conseil des droits de l’homme des Nations unies avant d’être renvoyée devant le Conseil de sécurité des Nations Unies.

L’une des principales sources à l’origine de l’affirmation selon laquelle Kadhafi aurait « décimé son propre peuple » est la Ligue libyenne des droits de l’homme, une organisation rattachée à la Fédération internationale des droits de l’homme (la FIDH). Le 21 Février, le secrétaire général de la ligue libyenne des droit de l’homme le Dr Sliman Bouchuiguir avait été à l’origine d’une pétition avec l’organisation UN Watch et la National Endowment for democracy (l’une des « vitrines légales de la CIA » qui organisent les fameuses « révolution de couleur » et leurs « Regime changes »). Cette pétition est signée par plus de 70 ONG . Puis, quelques jours plus tard, le 25 Février 2011, le Dr Sliman Bouchuiguir s’est rendu au Conseil des droits de l’homme des nations unies afin d’y exposer les allégations concernant les « crimes du gouvernement de Mouamar Kadhafi ».

Au cours du mois de Juillet 2011 « TheHumanitarianWar » s’est rendu à Genève afin de s’entretenir avec le Dr Sliman Bouchuiguir … ________________________

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LE ‘11 SEPTEMBRE’, UN BOOMERANG DIRECTEMENT ISSU DE LA POLITIQUE D’AGRESSION DES USA : EN 15 ANS RIEN N’A CHANGE !

Luc MICHEL/En Bref/

Avec PCN-SPO/ 2017 09 11/

LM.NET - EN BREF en finir avec le 11 sept (2017 09 11) FR

 

Et les mêmes causes continueront à produire les mêmes retours de bâton meurtriers  pour les USA !

LM.NET - EN BREF pr en finir avec le 11 sept (2017 09 11) FR

Deux Dessins du grand Latuff illustrent avec son immense talent le fait qu’en quinze ans rien n’a changé :

* le premier est de septembre 2011, ce sont les « bombardiers boomerangs yankee ».

* Le second est de ce matin, il lie l’agression contre la Syrie – décidée par Obama-Clinton (« Yes we can ») et continuée par Trump-Mattis (« la géopolitique américaine s’impose à Trump », dit Stratfor) – au « 11 septembre » …

POUR EN FINIR AVEC LE « 11 SEPTEMBRE » !

Quinze ans de matraquage incessant sur le «11 septembre» se marquent comme chaque année par un pic de propagande pro-américaine. Il s’agit toujours de la même rengaine éculée. Destinée à conditionner les cerveaux sur le thème, parfaitement résumé dans le titre d’un édito du MONDE (Paris) du 12 septembre 2001 : « Nous sommes tous américains »… Nous pas ! Notre position sur « 11 septembre » est parfaitement résumée par ce dessin de presse de 2001, précisément, dû au Brésilien Carlos Latuff, et qui a illustré plusieurs couvertures de notre presse : deux boomerangs géants aux couleurs US sont venus frapper les tours jumelles de Manhattan.

* Lire aussi mon édito pour PCN-INFO :

L’AUTRE ‘11 SEPTEMBRE’ …

sur http://www.lucmichel.net/2017/09/11/pcn-info-lautre-11-septembre/

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/

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L’AUTRE ‘11 SEPTEMBRE’ …

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ)

pour PCN-INFO/ avec PCN-SPO / 2017 09 11/

PIH - LM l'autre 11 septembre (2017 09 11) FR (1)

Puisque nous en sommes aux anniversaire, parlons de l’autre « 11 septembre » !

C’était le 11 septembre 1973, tout juste 40 ans, Pinochet prenait le pouvoir avec l’aide de la CIA et la bénédiction de Nixon et Kissinger, faux prix Nobel (déjà …) et véritable criminel de guerre.

“Le Président ne se rend pas !”, lançait le Président Allende aux putschistes qui lui donnent un ultimatum: ou bien il se rend, ou bien ils bombardent la Moneda. Sur fond de tirs de tanks et du vrombissement des bombardiers Hawker Hunter, Allende décide d’adresser un dernier message au pays: “Je ne démissionnerai pas et paierai de ma vie la loyauté du peuple”, affirme Allende, d’une voix ferme. Ce sera alors le bombardement aérien et terrestre contre la Moneda. Plusieurs explosions de produisent à l’intérieur du palais présidentiel où débute un incendie et des colonnes de fumée commencent à s’élever du bâtiment. Un peloton de soldats entre dans la cour centrale. Encerclés, les derniers combattants descendent par le grand escalier de la Moneda pour se livrer à la junte. A cet instant, un coup de feu retentit. Le président, âgé de 65 ans, s’est suicidé d’une balle sous le menton avec le fusil offert par Fidel Castro. “Mission accomplie. La Moneda prise. Président mort”, annonce un commandement putschiste, près de trois ans après l’arrivée au pouvoir du dirigeant de la gauche chilienne, élu le 3 novembre 1970.

La suite : plusieurs dizaines de milliers de militants et de simples civils, assassinés, torturés, « disparus ». sans parler des dizaines de milliers de militants, patriotes, communistes, assassinés dans le cadre de l’ « Opération Condor », vaste programme d’élimination des ennemis de l’Ordre occidental, perpétré par les juntes chilienne et argentine. Avec l’aide et le soutien de la CIA. Et les conseils éclairés des spécialistes du MOSSAD. Tous ceux là sont aussi nos morts !

Car Augusto Pinochet a été imposé à la tête du Chili par les Etats-Unis. « Le dictateur chilien Augusto Pinochet a été placé au pouvoir par les Etats-Unis en vue de lutter contre le communisme en Amérique latine » rappelait pertinemment le politologue russe Viatcheslav Nikonov. « L’indépendance du dictateur était très limitée (…) Salvador Allende, président du Chili renversé par le général Augusto Pinochet, était le premier leader socialiste élu par un vote populaire dans l’histoire de l’Amérique latine. Ce précédent était absolument intolérable pour les Etats-Unis. Partant, ils ont orchestré l’opération visant à renverser Salvador Allende conduite par Augusto Pinochet.

UNE HISTOIRE PAS TERMINEE …

Par la suite, Pinochet devait s’acquitter de deux tâches: élimination physique des communistes et édification d’un modèle économique libéral, à l’instar des Etats-Unis, avec la participation des représentants de l’Ecole économique de Chicago » (*).

Les mêmes qui ont servi à démembrer l’économie soviétique et à piller la Russie à partir de 1991. Ceux qui servent aujourd’hui de modèle et d’inspirateurs à la régression ultra-libérale dans l’UE ou en Afrique (Ouattara joue le même rôle pour leFMI en Côte d’Ivoire en ce moment) …

PCN-INFO/ LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/

(*) Sur les Années Pinochet et le mythe de son expérience économique, Lire : Luc MICHEL sur PCN-INFO, AUGUSTO PINOCHET, DICTATEUR SANGUINAIRE ET FIDELE LAQUAIS DE L’IMPERIALISME YANKEE,

Sur http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-061212.htm

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Parti Communautaire Néoeurasien, PCN,

Neoeurasian Communitarian Party, PCN-NCP, Неоевразийская Общественная Партия, PCN- НОП, Neo Avrasyali Komunotarist Partisi, PCN-NAKP, Partidul Comunitar Neoeurasian, PCN …

 

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* PCN-SPO (Service de Presse du PCN)

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* LA REPUBLIQUE D’EUROPE,

la Page officielle d’information du PCN Wallonie-Bruxelles … https://www.facebook.com/la.Republique.d.Europe/

LA RUSSIE AU CŒUR DE LA CULTURE EUROPEENNE : L’EXPO ‘PIERRE LE GRAND’ AU CHÂTEAU DE VERSAILLES …

 

Luc MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ)

pour NNK/ 2017 09 05/

NNK - LM expo pierre le grd (2017 09 05) FR

* Château de Versailles

Expo PIERRE LE GRAND, UN TSAR EN FRANCE 1717 Au Grand Trianon du 30 mai au 24 septembre 2017 En partenariat avec le Musée russe d’Etat de L’ERMITAGE

C’est avec le tsar Pierre le Grand, que la Russie est devenue une grande puissance intégrée dans le jeu des puissances européennes. Jusqu’à devenir LA grande puissance continentale dominante entre 1941 et 1943 (sous sa forme de puissance maximale, la Soviétique de Staline, nouveau Pierre le Grand), qu’elle est toujours aujourd’hui …

REFLEXION GEOPOLITIQUE SUR LA RUSSIE PUISSANCE EUROPEENNE ET L’HERITAGE DE PIERRE LE GRAND

Derrière l’Expo Pierre le Grand à Versailles, il y a les symboles de trois siècle de géopolitique paneuropéenne ! Nous sommes au cœur des fondamentaux de la Géopolitique :

Pendant une période géopolitique de l’histoire européenne (qui était alors l’histoire mondiale), qui va de Louis XIV à Waterloo, la France a été LA puissance continentale européenne, celle de Louis XIV et Louis XV à Versailles précisément, celle qui au bout de ce cycle a tenté l’unification du continent avec Napoléon Ier. C’est « l’Europe française ». Après Waterloo, la main ira à l’Allemagne de Bismarck à 1942, c’est « l’Europe allemande » qui perd son banco géopolitique devant Moscou (piège stratégique tendu par Staline) puis Stalingrad. Dans ce « grand jeu » paneuropéen, la main passe à nouveau. La puissance continentale passe à Moscou en 1942, elle y est toujours et la Russie est l’héritière géopolitique (terriblement amoindrie) de l’URSS !

Face à la puissance continentale, la thalossacratie, la puissance maritime : cet impérialisme anglo-saxon, passés des mains des « cousins » britanniques à celles de Washington et Wall-street (l’impérialisme yankee a deux capitales) entre 1917 et 1944. LE conflit géopolitique classique, qui resurgit périodiquement, car la Géopolitique a horreur du vide, au travers de l’Histoire depuis 2.500 ans (Sparte vs Athènes, puis surtout le conflit de base : Rome vs Carthage, très actuel puisque nous vivons depuis 1792 la longue « quatrième guerre punique » (1), où les USA, après Londres, sont la nouvelle Carthage) …

Versailles, vitrine de la puissance de la France de Louis XIV, symbolise la nostalgie historique de cette « Europe française » qui est morte à Waterloo, qui ne reviendra plus. Une nostalgie qui paralyse l’esprit et l’imagination de toute la classe politique française, qui s’imagine que la France est encore une grande puissance. Ce qu’elle n’est plus internationalement depuis Waterloo (2) précisément, mais aussi depuis le grand suicide de la « grande guerre civile européenne », du grand suicide collectif de l’Europe en août 1914 !

C’est à ce miroir de la grandeur française, qui n’est plus qu’une image morte, que s’oppose la réalité de la puissance russe, que Poutine a maintenue et reconstruite sur l’héritage soviétique ! Une puissance russe émergée avec Pierre le Grand il y a tout juste trois siècles. Choc des cycles géopolitiques qui passent au regard de l’Histoire …

Luc MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) / NNK

NOTES :

(1) Les trois guerres puniques opposèrent durant près d’un siècle la Rome antique et Carthage (civilisation punique et pas « africaine », les africains sont ses voisins numides, alliés de Rome). La cause initiale des guerres puniques fut le heurt des deux empires en Sicile, qui était en partie contrôlée par les Carthaginois. Au début de la première guerre punique, Carthage avait formé un vaste empire maritime (thalassocratie) et dominait la mer Méditerranée, alors que Rome avait conquis l’Italie péninsulaire (puissance continentale). À la fin de la troisième guerre punique, Rome parvint à conquérir les territoires carthaginois et à détruire Carthage, devenant ainsi la plus grande puissance de la Méditerranée.

(2) Cfr. mon analyse géopolitique de la bataille de Waterloo :

WATERLOO, UN TOURNANT DE L’HISTOIRE MODERNE : GEOPOLITIQUE – IDEOLOGIE – REVOLUTION. LE POINT DE VUE DU PCN sur http://www.lucmichel.net/2015/06/18/pcn-info-waterloo-un-tournant-de-lhistoire-moderne-geopolitique-ideologie-revolution-le-point-de-vue-du-pcn/

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SOUVERAINETE MONETAIRE : KADHAFI CONTRE LES MONNAIES COLONIALES

PANAFRICOM/ 2017 09 02/

* Voir sur PANAFRICOM-TV & JAMAHIRIAN-TV/ LUC MICHEL: KADHAFI, LE ‘DINAR OR’      ET LA SOUVERAINETE MONETAIRE AFRICAINE

sur https://vimeo.com/212452382

kadhafi-001

* Et LUC MICHEL: KADHAFI, LE FONDS MONETAIRE AFRICAIN ET LE ‘NATIONALISME ECONOMIQUE PANAFRICAIN sur https://vimeo.com/212733169

# Quand les impérialismes se rebiffent…

par Françoise Petitdemange :

Tous comptes faits, trois prétendues démocraties occidentales – États-Unis, Grande-Bretagne, France – ne cessent de vouloir imposer leurs vues politiques et économiques sur le monde, au mépris de la grande majorité des populations. Du passé au présent…

LES PEUPLES VAINCRONT L’IMPERIALISME !

Les peuples vaincront l’impérialisme : des plus malins que les Reagan, Bush, Clinton, Obama ; que les Churchill, Cameron ; que les Ferry, Thiers, De Gaulle, Mitterrand, Sarkozy, Hollande, que les Mussolini, Franco, Pinochet, etc. serviteurs des trusts, des multinationales, de la sangsue financière internationale, ont lamentablement chuté au cours de l’Histoire …

« Depuis le 1er janvier 1999, à minuit, les transactions financières européennes s’effectuent dans une nouvelle monnaie. Et cette nouvelle monnaie – l’euro – devrait être mise en circulation et remplacer les anciennes monnaies – le franc, le mark, la peseta, etc. – en 2002, pour les habitant(e)s de l’Europe. » [Françoise Petitdemange, La Libye révolutionnaire dans le monde (1969-2011), page 384.]

Dans le cadre de la création des États-Unis d’Afrique,  Muammar Gaddhafi était intervenu, à deux reprises, pour parler de la monnaie que l’Union Africaine devait mettre en place : le dinar-or. La Libye était encore, à ce moment-là, sous un embargo décrété par la France, les États-Unis et la Grande-Bretagne avec l’aval de l’ONU, embargo qui avait commencé au début de 1992, et qui ne prendra fin qu’en septembre 2003.

L’UNE DES RAISONS PRINCIPALES DE LA DESTABILISATION DE L’AFRIQUE :

LA CONFERENCE MONDIALE DE MATHABA EN 1996 » SUR LE « DINAR-OR »

« Sous l’impulsion de Muammar Gaddhafi, qui avait organisé une conférence dite « Conférence Mondiale de Mathaba en 1996 » sur le « Dinar-or », une autre a lieu, en cette année 2000, et les pays africains, voulant de plus en plus se libérer du moindre joug colonial qui perdure, manifestent leur intérêt pour cette monnaie unique. » [Page 384.]

Voilà l’une des raisons principales de la déstabilisation de l’Afrique, qui a commencé, d’une manière urgente, fin 2010 en Côte d’Ivoire, qui s’est poursuivie en Tunisie et en Égypte et qui s’est achevée par la guerre civile doublée d’une guerre coloniale en Libye, en 2011. À noter que la Syrie, pays arabe, qui n’ouvrait pas suffisamment ses portes au capitalisme occidental – selon la France, la Grande-Bretagne, les États-Unis – a été déstabilisée en même temps que la Libye, et que la guerre se poursuit jusqu’à cette année 2016.

L’AFRIQUE NE FUT PAS LA SEULE A VOULOIR SE LIBERER DES MONNAIES COLONIALES

Excédé par des manœuvres occidentales qui plongèrent l’Irak dans d’incessantes guerres (Koweït, Iran, États-Unis-Grande-Bretagne-France), et par un embargo économique, assorti du honteux chantage « Pétrole contre nourriture » qui a duré des années (1996-2003) et qui a fait 1,5 million de morts dont 500.000 enfants en Irak (chiffres d’organismes rattachés à l’ONU), le président de l’Irak, Saddam Hussein, et son gouvernement prennent alors des décisions qui fâchent les États-Unis :

« Au cours de cette année 2000, Saddam Hussein a fait savoir que l’Irak n’utiliserait plus le billet vert dans ses transactions internationales et le ministre des Finances irakien a confirmé le fait que le dollar allait être remplacé par d’autres devises. Le pétrole irakien ne sera plus échangé contre des dollars mais contre d’autres devises étrangères, dont l’euro, ce qui va privilégier l’Europe et faire basculer le commerce du pétrole de tous les pays membres de l’OPEP vers l’euro : […]. » [Page 386.]

Par ailleurs, la guerre contre l’Irak et l’assassinat de Saddam Hussein, après un procès bâclé et une mise à exécution ultra-rapide de la peine de mort prononcée, et la guerre contre la Libye jusqu’à l’assassinat de Muammar Gaddhafi dans les conditions que nous savons, ont mis fin à des procès en cours contre la France qui n’avait pas hésité, au milieu des années 1980, à vendre, en toute connaissance de cause, des poches de sang contaminé non chauffé à… l’Irak, la Libye, l’Argentine, la Grèce, la Tunisie, etc., poches de sang qui, au lieu de sauver des vies, ont décimé des familles dans ces pays.

Pour plus d’éléments, je renvoie à mon ouvrage La Libye révolutionnaire dans le monde (1969-2011), Éditions Paroles Vives 2014.

Quand les impérialismes se rebiffent…

Publié le 27 avril 2016 par Françoise Petitdemange

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CE QU’ÉTAIT VRAIMENT NOTRE JAMAHIRIYAH : LIBYE. SANS LA RÉVOLUTION D’EL FATEH, PAS D’ÉTAT DES MASSES !

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ELAC - JAMAHRYAH I fateh 1er septembre (2017 09 01) FR

Il y a 48 ans (Le 1er septembre 1969), le peuple libyen était, non pas sous le choc d’un Coup d’État militaire réactionnaire mais dans l’allégresse d’une Révolution qui venait d’avoir lieu. C’étaient des fils du pays, dont aucun n’avait dépassé l’âge de 30 ans, qui l’avait effectuée sans bruit et sans effusion de sang.

Même si, pendant des années, les jeunes lycéens qu’ils avaient été, avant d’être des révolutionnaires accomplis, avaient développé leur pensée politique à partir de lectures interdites au lycée de Sebha, de débats entre camarades, d’écoutes de la radio du Caire “La Voix des Arabes” qui leur parvenait, comme un vent de liberté, de l’Égypte voisine où avait eu lieu une Révolution ayant mis fin à la monarchie égyptienne et conduit à la promulgation de la République dont Gamal Abdel Nasser était devenu le Président, il n’y avait pas plus pour eux, que pour qui que ce soit, de mode d’emploi, ni pour préparer une Révolution et la mener à bien sans faire couler le sang, ni pour faire une contre-révolution. (Les contre-révolutionnaires de 2011 l’ont appris à leurs dépens et surtout aux dépens de toute la population, en 2011, eux qui ont dorénavant des torrents de sang sur les mains et qui ne sont déjà plus considérés, dans l’histoire de la Libye, que comme des marionnettes, victimes de leur affairisme de petits-moyens bourgeois, et manipulées par de piètres tireurs de ficelle qui n’ont fait, à la tête des anciens États colonisateurs de la Libye – France, Grande-Bretagne, États-Unis – que trois petits tours et puis s’en sont allés piteusement, chassés par les peuples ; seul celui des États-Unis a pris soin de ne surtout pas se représenter)…

Pour la plupart d’entre eux, enfants nés de parents pauvres, les révolutionnaires d’El Fateh n’avaient pas bénéficié du B A BA de l’éducation politique que tout jeune homme, issu de l’aristocratie ou de la bourgeoisie, peut recevoir dans sa famille et dans le cercle des connaissances plus étendues. Il leur a fallu, à Muammar Gaddhafi comme à la plupart des autres membres du CCR (Conseil du Commandement de la Révolution) et de la centaine de civils et de militaires qui avaient participé au renversement de la monarchie du roi fantoche Idriss 1er et qui s’apprêtaient à travailler au développement politique, économique et social du pays, tout découvrir de la politique et de l’économie sur le terrain.

La Révolution du 1er Septembre 1969 n’est pas que la date d’un événement particulier sur le calendrier musulman : c’est le début d’une Révolution en marche… Et si, 42 ans plus tard, il y a eu contre-révolution – déclenchée par des combattants d’Al-Qaïda revenus de guerres menées dans des pays musulmans : mercenaires se vendant au plus offrant parmi les États capitalistes-impérialistes-colonialistes, auxquels se sont joints des nostalgiques d’une monarchie que la plupart d’entre eux n’avait pas connue, et des petits et moyens bourgeois en mal d’affairisme – contre-révolution doublée d’une guerre coloniale lancée par le criminel Sarkozy, président de la monarchie élective française, par le criminel et sioniste Cameron, Premier ministre de la monarchie constitutionnelle britannique, et par le criminel Obama, président états-unien, métis trahissant sans vergogne le pays de certains de ses ancêtres, il faut espérer que les années sanglantes pour le peuple libyen cesseront avec un retour de la démocratie directe telle que Muammar Gaddhafi et ses amis de 1969 l’avaient initiée… dès le premier jour de la Révolution.

DE LA RÉVOLUTION DU 1ER SEPTEMBRE 1969

À L’ÉTAT DES MASSES (JAMAHIRIYAH) DU 2 MARS 1977

Sans la Révolution du 1er Septembre 1969, il n’y aurait pas eu d’État des masses le 2 mars 1977.

Le 1er Septembre fut l’aboutissement d’un long travail de lecture, de réflexion, d’échanges, d’analyse de l’évolution et de la situation du pays, et le début de quelque chose d’autre puisque la Révolution faisait passer le pays d’une monarchie, avec un roi fantoche téléguidé notamment par la monarchie britannique, à une République libre.

D’ailleurs, la Proclamation constitutionnelle du 2 Shawwal 1389 H (11 décembre 1969 G), rédigée par le CCR (Conseil du Commandement de la Révolution), publiée le 14 décembre, le précisait dès son Préambule :

« Le Conseil de Commandement de la Révolution, Au nom du peuple arabe en Libye, qui est déterminé à retrouver la liberté, à jouir des bienfaits de son sol, à vivre dans une société au sein de laquelle la prospérité et le bien-être sont les droits inaliénables de chaque citoyen loyal ; […] ; Au nom du peuple libyen, qui croit fermement que la paix ne peut exister que conçue dans la justice ; qui est pleinement conscient de l’importance du renforcement des liens avec tous les peuples du monde engagés dans la lutte contre l’impérialisme ; […] ;

Au nom de la volonté populaire exprimée le 1er septembre 1969 par les Forces armées qui ont renversé le régime monarchique et proclamé la République Arabe Libyenne ; Et en vue de protéger et de soutenir la révolution dans son effort déterminé pour réaliser ses objectifs de liberté, de socialisme et d’unité ; Promulgue la présente Proclamation constitutionnelle pour servir de base de gouvernement durant la phase d’achèvement de la révolution nationale et démocratique, jusqu’à ce qu’une Constitution permanente incorporant les réalisations et définissant le cours futur de la Révolution soit rédigée. » [Cité par Françoise Petitdemange, dans La Libye révolutionnaire dans le monde (1969-2011), Éditions Paroles Vives 2014, pages 40-41. Note de l’Auteur : Les phrases en caractères gras et les points de suspension entre crochets sont de mon fait.]

OUI LA LIBYE DE KADHAFI AVAIT UNE CONSTITUTION !

Voilà qui pourrait mettre fin aux ignorances, clamées, durant toute l’année 2011 et au-delà, par tous les intervenants dans les médias mainstream, des journaleux aux universitaires, perroquets répétant à satiété le discours officiel de leurs pays aux abois : “La Libye n’a pas de Constitution” !… sans s’être penchés le moins du monde sur les textes libyens. Donc, sans doute, puisque la Libye n’avait pas de Constitution, cela donnait le droit de massacrer son peuple et d’assassiner le Guide révolutionnaire Muammar Gaddhafi et tant d’autres qui avaient œuvré au développement du pays…

Le 2 mars 1977 fut l’aboutissement de la RAL (République Arabe Libyenne) (septembre 1969-novembre 1976) et de la RALPS (République Arabe Libyenne Populaire Socialiste) (novembre 1976-mars 1977). La mise en place progressive de superstructures, avec des institutions politiques en phase avec l’alphabétisation du peuple libyen, conduisait au début de quelque chose qui prenait pour nom, dans la Constitution du 2 mars 1977, la JALPS (Jamahiriya Arabe Libyenne Populaire Socialiste).

Ainsi, le 2 mars, il revenait à Abdessalam Djalloud, secrétaire général du CGP (Congrès Général du Peuple) depuis janvier 1976, de lire la “Proclamation du Pouvoir du Peuple”, publiée ce jour :

« Le peuple arabe libyen,

Réuni au sein du Congrès général regroupant les congrès populaires, les comités populaires, les syndicats, les unions et organisations professionnelles, Le Congrès général du peuple, […] Après avoir pris connaissance des recommandations des congrès populaires, de la proclamation constitutionnelle promulguée le 2 Chawal 1389 H (11 décembre 1969 C), des décisions et recommandations prises par le Congrès général du peuple lors de sa première session (du 4 au 17 Muharram 1396 H (du 5 au 18 janvier 1976 C), et de sa deuxième session du 21 Dhu l-Kaada au 2 Dhu l-Hijja H (du 13 au 24 novembre 1976 C), »

« Proclame son attachement à la liberté et sa détermination à la défendre, sur sa propre terre et partout dans le monde, en protégeant tous ceux qui, dans leur combat pour la liberté, se trouvent victimes de l’oppression, Proclame son attachement au socialisme qui permet de réaliser la propriété du peuple, Proclame son engagement à réaliser l’unité arabe intégrale, »

Création de la République Arabe Unie

« Confirme la marche inexorable de la Révolution (sous la direction du penseur révolutionnaire, guide et maître, le colonel Moammar Qaddhafi), vers l’instauration du pouvoir populaire et la réalisation d’une société dans laquelle le peuple, guide et souverain, sera seul détenteur du pouvoir, des ressources et des armes. Cette société de liberté doit éliminer définitivement tous les intermédiaires traditionnels du pouvoir, qu’il s’agisse d’un individu, d’une famille, d’une tribu, d’une secte, d’une classe, d’un élu, d’un parti ou d’un groupe de partis, Proclame sa détermination à écraser énergiquement toute tentative faisant obstacle au pouvoir du peuple. »

« Article premier.

Le nom officiel de la Libye est : « Jamahiriya arabe libyenne populaire socialiste. » « Art. 3.

« 2. Le pouvoir du peuple est exercé par les organes suivants : – les Congrès populaires ; – les Comités populaires ; – les syndicats professionnels [Professional Unions] ; – le Congrès général du peuple. ». » « Article 10.

Les expressions « Conseil des ministres », « premier ministre » et « ministre » sont remplacées par « secrétariat général du Congrès général du peuple », « secrétaire général » et « secrétaire ».

[Idem, pages 106 à 110.]

À noter que la JALPS est devenue la GJALPS (Grande Jamahiriya Arabe Libyenne Populaire Socialiste) après les bombardements de Benghazi, de Tripoli et de la caserne de Bab Al Azizia, par les Anglo-Saxons, dans la nuit du 14 au 15 avril 1986.

DE LA JAMAHIRIYAH VERS LES ÉTATS-UNIS D’AFRIQUE …

Sans la Révolution du 1er Septembre 1969 et l’État des masses du 2 mars 1977 en Libye, il n’y aurait pas eu la moindre ombre de création des États-Unis d’Afrique.

9 Septembre 1999 : « Déclaration de Syrte » :

faire revivre l’OUA (Organisation de l’Unité Africaine) par la création de l’UA (Union Africaine) !

La Jamahiriya, c’est l’État des masses ou gouvernement du peuple par le peuple pour le peuple qui prend son destin en mains.

Que veulent imposer tous ceux qui manœuvrent contre le peuple de Libye, depuis 2011, dans et hors du pays ? Une Jumhuriya, c’est-à-dire une prétendue république appuyée sur un système parlementaire, dit représentatif, avec des partis. C’est-à-dire un système prétendument représentatif qui ne représente que les fortunes colossales de la grande bourgeoisie d’affaires et des multinationales, laquelle est sous la coupe de la finance internationale : ce que vomit l’élite populaire avisée des populations occidentales.

FRANÇOISE PETITDEMANGE

(VENDREDI 1ER SEPTEMBRE 1969) /

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