FREE BOOK ON IMPERIALISISM IN ENGLISH AND FRENCH AND ITALIAN

THE DECLINE OF CONTEMPORARY IMPERIALISM

   Bibeau.robert@videotron.ca    Éditeur.   http://www.les7duquebec.com

             2.8.2017

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 9782343114743f

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The most recent resurgence of the systemic economic crisis of capitalism dates from 2008. Since then, the crisis has been deepening, becoming widespread, becoming globalized, and spreading its metastasis in all areas of economic, political, ideological, social, cultural, diplomatic and military life, in all spheres and throughout the world. Families, genocidal wars, murderous migrations, popular revolts, quickly repressed, succeed one another and ravage the innocent populations. This is what analysts, economists and politicians call these “neo-liberal globalization” following the “strategy of chaos” supposedly carried out by conspiratorial bankers. This episodic crisis of the system – of the capitalist mode of production – nevertheless has nothing “liberal” , and it is not the fruit of a global conspiracy, but the result of the normal development of this mode of production which must be brought down. This process of ineluctable degeneration, the proletarian class, calls it THE DECLINE OF CONTEMPORARY IMPERIALISM.

What are the underlying sources of this systemic crisis? Who are the protagonists, the dynamic forces, the proponents and the obvious outcomes? Who are pulling the strings behind the scenes to try to escape this drunk boat in perdition? What are the respective roles of bankers, financiers, large multinational corporations, governments, consumers and workers in the midst of this uncontrollable anarchy? How do the markets – the competition – the monopolies and inexorable laws of capitalist political economy act within this cataclysm? The capitalists of the underdeveloped countries, so-called neo-colonized and now called “emerging” and the impoverished populations of these countries have the opportunity to emerge and develop?

Development for which in these countries “emerging” to decadent capitalism?

Development for the proletarianised peasants or development for the bribed nationalist compradores bourgeoisies, associating via the transnational boards of directors to the former liberalized colonizers?

Finally, will the national governments and global governance bodies (IMF, WB, OECD, WTO, UN, NATO, AEI, Shanghai Alliance, etc.) succeed in reforming the laws of imperialist political economy in order to put the world’s flagship back on track and giving it a new lease of life in order to restore the confidence and power of  the rich state of  the bourgeoisie on the road to accelerated pauperization?

These are some of the questions dealt with in the volume THE DECLINE OF CONTEMPORARY IMPERIALISM .

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THE DECLINE OF CONTEMPORARY IMPERIALISM 

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Traduction   by  Claudio Buttinelli.  Roma.

La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio

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La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio

La strage di Bronte dell’Agosto 1860: per non dimenticare le vergogne di Garibaldi e Nino Bixio

Time Sicilia

di Ignazio Coppola

Sembra incredibile che, ancora oggi, la Sicilia non si sia ancora liberata dal ricordo di questi due assassini. Ancora oggi le statue (soprattutto di Garibaldi) campeggiano in tante città della nostra Isola. E ancora oggi scuole e vie portano i nomi di questi due gaglioffi. Ricordiamo, in questo articolo, una strage che ancora oggi brucia

Dal 6 al 10 Agosto del 1860 esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non diminticare su come i “liberatori” alla Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

In quel maledetto e torrido Agosto del 1860 ai siciliani ed ai brontesi, speranzosi che per loro le cose sarebbero cambiate in meglio, mal gliene incolse. A farli ravvedere dalle loto aspettative provvide alla bisogna il paranoico generale garibaldino – il già citato Bixio – che certo dei siciliani non aveva gran considerazione e stima, se è vero che, alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille, così ebbe tra l’altro testualmente  a scrivere a proposito della Sicilia e dei siciliani:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa predisposizione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte prendendo, per tre giorni, alloggio al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, Bixio decise di ristabilire l’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini-vassalli della ducea di Nelson che, illusi, si erano ribellati rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre ed al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini decreti garibaldini.

All’avanzata di Garibaldi in Sicilia e con l’illusoria promessa di una più equa distribuzione delle terre furono molti, infatti, i paesi della Sicilia che, come Bronte, insorsero al grido “Abbassu li cappeddi, vulimi li terri”. Tra questi, Regalbuto, Polizzi Generosa, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Montemaggiore, Capaci, Castiglione di Sicilia, Centuripe, Collesano, Mirto, Caronia, Alcara Li Fusi, Nissoria, Mistretta, Cefalù, Linguaglossa, Trecastagni e Pedara.

Le aspettative del popolo e dei contadini nei confronti dei “cappeddi” ( i latifondisti ed i ricchi proprietari terrieri) furono represse in quei paesi con il piombo e nel sangue da quei garibaldini che avevano promesso loro terre, libertà e giustizia. Quello stesso piombo che, 34 anni dopo, nel 1894, l’ex garibaldino Francesco Crispi, che era stato prima segretario di Stato e teorico della spedizione dei Mille e successivamente, dopo l’Unità, divenuto presidente del Consiglio, ordinò di scaricare sui contadini siciliani che rivendicavano le terre e reprimendo così nel sangue con centinaia di vittime innocenti l’epopea dei Fasci Siciliani.

A distanza di anni con pedissequa ferocia, di fatto, si riproponeva, ancora una volta, in un bagno di  sangue, la logica della difesa del privilegio e della conservazione perché nell’ottica gattopardiana nulla cambiasse, prima con Garibaldi e poi con Crispi

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bonte. Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, costi quel che costi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia per risolvere la questione ed assolvere questo sporco lavoro, come era nelle sue attitudini ed abitudini, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

Appena giunto, come primo atto, il “liberatore” (degli interessi degli inglesi e non dei contadini e dei siciliani), Bixio decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” dando inizio a feroci rappresaglie senza concedere alcuna minima garanzia e guarentigia  alla cittadinanza. I nazisti ottant’anni dopo prenderanno lezioni da questi metodi dei “liberatori” garibaldini.

Bisognava dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. E il paranoico “servo” con i suoi metodi criminali li accontentò appieno. Si passò ad una farsa di processo e tutto fu liquidato in poco tempo senza riconoscere alcun diritto alla difesa discutendo e dibattendo il tutto in appena quattro ore.

Alla fine, alle 8 di sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro  di garanzia, era già tutto deciso con la condanna a morte di cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate che avevano turbato la tranquillità ed il sonno degli inglesi in quel di Bronte.

I cinque, la mattina del giorno dopo il 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, finirono vittime innocenti dinanzi al  plotone d’esecuzione. L’avvocato Nicolò Lombardo notabile del paese che, da vecchio liberale, con tanta speranza aveva atteso lo sbarco garibaldino sognando un futuro migliore per la sua terra dovette ricredersi in quell’attimo che la scarica di fucileria spense quel suo sogno e per l’avvenire il sogno di tanti siciliani. Con lui morirono Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo Fraiunco. Quest’ultimo era lo scemo del paese che sopravvisse alla scarica di fucileria e invocando vanamente la grazia fu finito cinicamente con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti ed insepolti per parecchio tempo.

Ma non era finita. A questo primo processo sommario ne seguì un altro altrettanto persecutorio e vessatorio nei confronti di coloro che avevano arrecato oltraggio ai grossi proprietari terrieri e agli inglesi della ducea. Il processo che si celebrò presso la Corte di Assise di Catania si concluse nel 1863 con 37 condanne esemplari di cui  25 ergastoli. Giustizia era stata fatta. I poveracci non avrebbero più alzato la testa.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

Proclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

E dire che a questi personaggi, come Nino Bixio e Giuseppe Garibaldi, i siciliani con un masochismo degno di miglior causa, hanno dedicato una infinità di via strade, piazze, scuole, monumenti e quant’altro a significativa memoria che da sempre siamo affetti dalla sindrome di Stoccolma, ossia quella di innamoraci dei nostri carnefici.

E’ ora di finirla. Prendendo  coscienza e consapevolezza della nostra vera storia, è giunto il momento di buttare giù lapidi, e disarcionare dai monumenti questi personaggi che, dipinti come falsi eroi, ci hanno depredato della nostra economia, della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità. I tribunali della storia che per fortuna sicuramente non sono quelli dei processi sommari di Bronte alla fine certamente condanneranno per i loro crimini questi personaggi: anticipiamo sin da ora  le sentenze e buttiamoli giù dai loro piedistalli.

Per quanto riguarda infine Gerolamo Bixio detto Nino, pochi sanno che, alla fine la giustizia divina, per le sue malefatte, più di quella degli uomini, gli presentò un conto salato, facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla ed al colera a bordo della sua nave (s’era dato ai commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Il suo corpo infetto chiuso in una cassa metallica fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan che nella lingua locale significa isola del Signore. Successivamente tre indigeni, credendo di trovare qualche tesoro, disseppellirono la cassa denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera morirono nel breve giro di 48 ore. Anche da morto Bixio era riuscito a fare delle vittime. Roba da Guinnes dei primati.

I pochi resti del suo corpo ed alcune ossa, grazie al terzo indigeno sopravvissuto alla maledizione, vennero ritrovati nel giugno del 1876. Il 10 maggio del 1877 quello che rimaneva dei resti del massacratore di Bronte veniva cremato nel consolato italiano di Singapore. Il 29 Settembre di quello stesso anno le ceneri giunsero a Genova e seppellite nel cimitero di Staglieno.

L’avvocato Nicolò Lombardo e le altre vittime di Bronte, per loro buona pace, si può dire che per la morte atroce del loro aguzzino e per ciò che ne conseguì, erano state vendicate, alla fine, dalla Giustizia divina. (Avvertiamo i nostri lettori che abbiamo iniziato a raccontare la Controstoria dell’impresa dei Mille. Qui troverete la prima di nove puntate).

M.O. = LAVIAMOCI LE MANI DAL FANGO CURDO E PROVIAMO A CAPIRCI QUALCOSA, PRIMA CHE SCOPPI TUTTO (E PRIMA CHE “IL MANIFESTO” CI IMBROGLI ANCORA)

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/06/mo-laviamoci-le-mani-dal-fango-curdo-e.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 20 GIUGNO 2017

Parto e sarò lontano dal blog e da FB (non dai vostri interventi) per circa tre settimane. Il pezzo qui sotto è lungo. Avete il tempo per spezzettarne la lettura. O di saltarlo. Un saluto a tutti.

https://www.pandoratv.it/?p=16566

Il Presidente egiziano, Abd al-Fattah al-Sisi, in casa del lupo, a Riyadh, alla presenza del Presidente USA, Donald Trump, glielo dice chiaro: “Il terrorismo è occidentale”.

Il tema Al Sisi-Terrorismo riguarda la parte finale di questo post, quella sul “manifesto” e i suoi servigi all’imperialsionismo di guerra.

Londra, cristiani contro musulmani, come sunniti contro sciti: guerra civile=stato d’assedio, élite trionfante

Il mammasantissima della criminalità organizzata mondialista (qui in effigie) si frega le mani. Con l’ennesima punizione terroristica inflitta al Regno Unito per la sua uscita dall’UE, il solito veicolo stragista a economica e facile disposizione di qualsiasi sicario, cosciente o incosciente, stavolta antimusulmano, fornisce all’universo mondo occidentale, lanciato allo scontro di civiltà, il bonus supplementare del pretesto per una repressione ormai ultra-orwelliana. Se ne accorgeranno eventuali disperati, esasperati, sediziosi. Altro bonus dell’assalto alla moschea, il grattacielo, inceneritosi in 6 minuti insieme a cento inquilini per risparmiare le quattro sterline della verniciatura ignifuga, anzichè in gol è finito in tribuna, come il pallone del giocatore venduto. Non se ne parli più. Ora è tempo di prodromi di guerra civile: angli e sassoni contro tutti gli intrusi. Non ha funzionato forse molto bene con sciti e sunniti? E, prima, con cattolici e protestanti?

Tiriamo le somme. Trump celebrava la Brexit, ne vedeva motivazioni e sbocchi affini ai suoi e degli altri cosiddetti “populismi” sovranisti. Prometteva anche meno Nato e più Russia. Poi l’hanno messo in mezzo, il famigerato Stato Profondo, Cia, sinistri collateralisti, armieri e petrolieri e Trump non è più lui. E’ un pupazzetto di quelli e, per tenere a galla almeno la bananona aranciona, spara missili e minchiate a 360 gradi. Destino non difforme per la May, sua controfigura britannica che, tra coltellate e caroselli di camion, torri abitate che bruciano più rapide di uno zolfanello, dissolvenze elettorali, si ritrova alla prova del negoziato Brexit più esposta e inerme di Lady Godiva. Secondo voi, chi è che di tutto questo gioisce?

Saif al Islam Gheddafi libero. Con Haftar e i patrioti libici alla liberazione del paese

Poi, invece, ci sono due buone notizie. E, se non vi indignate, o anche se lo fate, ne aggiungerei una terza: il torero incornato dal toro in Francia, emblema di un aggiustamento morale e politico che qualcosa come 7 miliardi persone vorrebbero imporre a chi li incorna da secoli. E che quella testa di whisky di Hemingway, che sbavava in lettere e saliva su ogni corrida, riposi in pace. Una buona novella è la liberazione di Saif al Islam Gheddafi, figlio maggiore e successore designato del Grande Martire, da parte dei berberi di Zintan, alleati del generale Haftar, che a lui hanno consegnato Saif. Grottesca la reazione della Corte Penale Internazionale, nota per aver finora incriminato soltanto soggetti di pelle nera invisi all’Occidente: ne ha chiesto alle “autorità libiche” l’arresto e la consegna immediati.

Le “autorità libiche” (il magliaro Al Serraj ancorato al largo di Tripoli e la sua milizia di tagliagole e scuoiatori di neri a Misurata) vorrebbero bene assolvere all’ordine dello sponsor, tanto più che, già di loro, avevano condannato Saif all’impiccagione. Ma non possono, visto che il governo di Tobruk e Haftar, comandante delle Forze Armate Nazionali, gli stanno mettendo il sale sulla coda. Ben visti da Mosca e dal Cairo, i patrioti di Tobruk hanno riabilitato i gheddafiani e, forti di un consenso perciò crescente, hanno  conquistato i terminali petroliferi e si stanno riprendendo la Libia pezzo dopo pezzo. Nei giorni scorsi, con la conquista di Jufra, hanno liberato la regione centrale che dà accesso a Tripoli e a Sirte. E questa era la seconda notizia buona.

Meno elettori, più stato d’emergenza: si arriva alla perfezione

Una chiavica, invece, la notizia che dovrebbe far esultare il baffino bombardiere che di questi tempi si riciccia come antagonista di sinistra ovunque reperti museali autoqualificantisi di sinistra si assemblano per guardarsi in cagnesco, ma dichiararsi vicendevolmente ancora vivi. Ultimamente con Montanari e Falcone. Esprimendo una nausea che sorprende in una società come quella kosovara,  formatasi nelle provette tossiche dello scienziato pazzo Nato e non riconosciuta come Stato che da quattro scagnozzi della Nato, alle elezioni del 12 scorso ha votato appena il 41%. Quasi tanto miserrimi quanto quelli che si sono manifestati in Francia, dove si trattava di portare in parlamento un’armata di pitbull rothschildiani a guardia di colui che è stato messo lì a invertire la scelta degli affidati alla ghigliottina rispetto al 1792-1794. Ma statene certi, che a votare non ci vadano più se non corifei, chierichetti, sottopancia e parenti dei candidati, non turba minimamente  gli autoreggenti delle nostre sorti. Quello che conta è che tutti credano che lo stato d’emergenza, ormai perenne, serva a dargli sicurezza. Anzi, siccome non votano coloro, che alla fola secondo cui ogni 5 anni possono decidere liberamente chi li governerà non ci credono più e piuttosto hanno capito che ogni 5 anni sono chiamati a condividere, con persuasori occulti e manifesti, la scelta di chi li deruberà e schiaccerà, molto meglio che gli astenuti siano tanti. Di questo passo ci si disabituerà del tutto e quello che Napolitano, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni ci hanno fatto passare sulla testa dal 2013, senza chiederci né miao né bau nelle urne, sarà finalmente il perfezionamento della democrazia.

Presidente killer e trafficante di organi

Dimenticavo la notizia chiavica: il candidato premier eletto in Kosovo è Ramush Haradinaj, criminale di guerra, ricercato dalla giustizia di Belgrado e da tutti gli uomini perbene per aver trucidato, deportato, torturato migliaia di civili serbi, per aver dato fuoco a centinaia di monasteri ortodossi antichi, per aver trafficato in organi estratti ai prigionieri serbi. Conclamato narcogangster e serialkiller, è stato assolto dal Tribunale dell’Aja, una di quelle espressioni della civiltà giuridica occidentale che uccide in carcere chi non riesce a condannare e manda a reggere il destino degli umani chi ne ha fatti fuori di più. Da D’Alema, le cui bombe ho visto a Belgrado stroncare neonati nelle incubatrici e che batte le mani al Brancaccio per l’ennesima e, certo, decisiva “nuova sinistra”, a Macron, a Haradinaj, il cerchio si chiude.

Trump, Saud, Al Thani: tu, brutto terrorista!

In Medioriente le cose si ingarbugliano vieppiù. Non avevamo finito di chiederci cosa diavolo fosse piovuto in zucca a russi e iraniani ad Astana (dei turchi si capiva facile) quando crearono le famigerate zone di “riduzione del conflitto”, affidandole a turchi, curdi e mercenariato jihadista vario, alla faccia dell’integrità e sovranità siriane, che sul palcoscenico hanno preso a succedersi tanti di quei dei ex machina da far ammutolire qualsiasi analista.

Il colpo di scena più grosso è quello di Lucky Luciano che denuncia Al Capone per mafia a don Corleone. Donald Trump, successore di una combriccola di presidenti Usa che del terrorismo hanno fatto lo strumento principe per prendersi il mondo e disfarsi di mezza umanità, piomba a Riad e promette alla più sanguinaria monarchia del mondo 110 miliardi di strumenti per insistere nella loro pratica (specie in Yemen, dove opportunamente il colera, come negli Usa dei 18 milioni di pellerossa da eliminare, arrivato a 150mila casi, facilita il genocidio all’arma Nato, italiana compresa). In cambio i decapitatori principi dell’universo mondo, massimi fornitori, addestratori e finanziatori del terrorismo in tutti gli emisferi, devono unirsi al loro mandante nella lotta, quella vera, al terrorismo. Come? Strangolando il Qatar. Una specie di prepuzio della protrusione arabica, fino a ieri sotto le ali dello stesso mandante e padrino (don Corleone), azionista di buona caratura del terrorismo Isis, Al Qaida, califfati dei vari emisferi e relative affiliazioni.

Questione di gas

Cosa c’era di meglio, per i supermonarchi sauditi, che prendersela con il minuto prepuzio aggettante nel Golfo Persico, che da rana voleva gonfiarsi a bue e che, con quel “parvenu beduino” di Al Thani, la sua emittente Al Jazieera e i suoi scherani jihadisti, pretendeva di riportare tutto l’Islam sotto la ferula dei Fratelli Musulmani, sottraendolo all’egemonia wahabita della Casa di Saud? Senza contare – anzi, contando soprattutto – che quell’escrescenza peninsulare sta immersa nel più vasto giacimento di gas del mondo, che quel giacimento lo condivide in armonia con gli “orridi” iraniani, che da lì ambisce a farsi fornitore dell’Europa, a dispetto dei sauditi e degli israeliani e del loro nuovo gasdotto Israele-Cipro-Italia, con un altro gestito d’amore e d’accordo con i satanacci persiani, in combutta con i quali diverrebbe il primo fornitore di gas del mondo.

In questo atto della commedia c’è chi fa sul serio e chi meno. Sul serio fanno i sauditi, che si vedono spuntare sotto casa un potenziale agglomerato del Golfo, Iran-Qatar, che, in tempi di petrolio calante e gas montante, è quanto di più letale quella monarchia possa temere, per quante tonnellate di armi Usa, Italiane, tedesche, Nato possa infilare in un esercito di coscritti immigrati, tanto demotivati che, per mettere sotto i più sfigati arabi del mondo, gli yemeniti, non gli sono bastati gli F16 e l’artiglieria manovrati da centrali Usa. Tanto più sul serio fanno questi pervertiti trogloditi dalle caverne d’oro per aver sentito sotto i piedi i fremiti sismici di metà paese a confessione scita. Già il Qatar se la fa con Iran e Turchia. L’Iran ha espresso il suo dissenso verso le misure prese da Usa, Saudia e Golfo. Truppe turche si sono piazzate in Qatar contro eventuali ideuzze saudite che intendessero accentuare l’embargo diplomatico ed economico con misure militari. E l’idea che possa spuntare nel deserto il fiore di un’intesa tra Fratelli Musulmani e sciti sparsi un po’ ovunque tra Afghanistan e Bab el Mandeb farebbe saltare parecchi tavoli.

Che gli Usa non vogliono vedere saltare. Tanto che, appena svaniti dalle specchiere di palazzo reale a Riad i riflessi della sua lampeggiante chioma e dissoltesi nell’etere i suoi anatemi contro il terrorismo del Qatar, a Trump il Pentagono ha fatto vendere allo stesso Qatar armi per 12 miliardi di dollari e Tillerson, segretario di Stato, ha detto “non facciamola troppo lunga con questa storia del Qatar sentina di ogni infamia”. Si erano ricordati di colpo che lì, nel prepuzio, ci sta la più grossa base militare Usa del Medioriente, con tutti i suoi 110mila marines. Finchè si scherza….

Usa, Saudia, Israele: per i curdi Padre, figlio e spirito santo.

Parrebbe, dunque, che ci sia molto fumo e poco arrosto. O, quanto meno, che un sacco di fumo non faccia ben vedere che cosa stia cuocendo. Più riconoscibili appaiono le vicende sul campo di battaglia. Decimando a tutto spiano le popolazioni irachene e siriane, oltre a spingerle a svuotare i loro paesi e, insieme ad altre, resettare l’Europa, gli Usa non recedono dall’intento di annientare queste nazioni frantumandole in “espressioni geografiche”. Con i mercenari curdi sostituiti a quelli Isis, curdi rivelatisi vera feccia etica e politica nel loro servizio agli straziatori della Siria, nell’amicizia dichiarata per Israele e, ora, nell’apprezzamento per il ruolo “antiterrorista” dei sauditi (incredibile ma vero), gli Usa stanno prendendo Raqqa e consolidando un loro protettorato nel nord-est della Siria.

Quella dei curdi amerikkkani, filosauditi e filoisraeliani, fatti passare dai collateralisti della “sinistra” e del “manifesto” per il fior fiore della democrazia partecipativa, socialista, femminista, è una delle vergogne supreme della storia, al pari del tradimento di certi capi del comunismo occidentale e di tutti i farlocconi finti-sinistri da sempre vezzeggiati da quel giornale e utilizzati per diseducare il pupo. Autentici prostituti, al pari di quelli iracheni, miserabile strumento di un nuovo colonialismo, stavolta genocida oltreché predatore; stupide zoccole di lenoni che se ne disfaranno al primo volgere dei venti; schiuma della storia, materiale da discarica che stinge anche sul tanto rispettato PKK turco, che da questa feccia non ha mai preso le distanze e si fa dichiarare madrepatria.

Grande è il disordine sotto il cielo. Di chi fidarsi?

Dando prova di incredibile resilienza, a sette anni dall’inizio dell’aggressione l’esercito arabo siriano,  a dispetto dei ricorrenti bombardamenti della coalizione Usa, qui come in Iraq addirittura con il criminale fosforo bianco, ha riconquistato larghe fasce di territorio nel deserto che unisce Siria e Iraq e pare possa riprendersi anche Deir Ezzor, centro strategico assediato dall’Isis dal 2013. Che si possa congetturare uno scambio Raqqa-Deir Ezzor concordato tra Usa e russi? E la svolta anti-Qatar, con turchi e iraniani uniti nel sostegno dello spuntone gassifero, modificherà il ruolo, fin qui scellerato, del Qatar in Siria? I jihadisti, sostituiti dai curdi e sotto tiro, quanto meno verbale, di sauditi e Usa, metteranno la coda tra le gambe e svaporeranno, o saranno adibiti ad altri compiti, tipo terrorismo stragista dove occorre? I britannici, da sempre affettuosi padrini dei Fratelli Musulmani, li molleranno per affinità anglosassone con gli Usa e rapporti di mercato e istituzioni con i Saud?

E i russi? Che assistono abbastanza passivi alle ricorrenti incursioni di israeliani e Usa contro civili ed esercito siriani, limitandosi a una deplorazione e a un’invocazione che non si faccia più. E che hanno sancito le aree di de-escalation sottratte al  governo di Damasco. Eppure sono impegnati nella guerra all’Isis. Eppure figurano da difensori della Siria e del diritto internazionale…Ora, finalmente, dopo lo scandaloso abbattimento di un jet siriano che stava operando contro l’avanzata della marmaglia curdo-statunitense su Deir Ezzor, la reazione russa pare diventare più dignitosa: qualsiasi intervento aereo della coalizione Usa al di qua dell’Eufrate (perché non al di là???) sarà legittimo bersaglio delle forze patriottiche. Se son rose fioriranno

Le variabili sono parecchie. E così le domande in attesa di risposta. Però le spine ci sono e pungenti. Azzardo, io, una variabile. La risposta che i russi hanno annunciato nel caso che gli invasori Usa e i pulitori etnici curdi continuassero a colpire le truppe siriane – risposta difensiva che per il “manifesto”  si deve definire “minaccia” – potrebbe essere uno zuccherino offerto a Damasco per l’ormai evidente abbandono dell’impegno all’integrità territoriale del paese. Con il progetto di costituzione “decentralizzata” (leggi spartizione) fatto circolare a inizio anno e l’istituzione delle quattro aree di de-escalation lasciate in mano a turchi, jihadisti e curdi, ci sarebbero buoni motivi per sospettare che tra russi e Usa si sia arrivati a un tacito accordo sul male minore per entrambi: la divisione del paese in sfere d’influenza. Fine della Siria libera, indipendente, laica, sovrana, democratica. La domanda è se gli altri ci stanno.

Spartizione sottobanco? Chi ci sta e chi no.

Gli altri sono Damasco, che ha già manifestato una sua autonomia in merito attaccando la coalizione Usa-curdi-Isis in avvicinamento dalle parti di Raqqa; l’Iran, che, per la prima volta, ha tirato missili sull’Isis a Deir Ezzor; gli Hezbollah che hanno liberato aree sul confine siro-iracheno e i turchi che stanno con chiunque stia contro i curdi. Sullo sfondo anche il Qatar, in odio ai concorrenti del Golfo, con però la libertà di manovra che (non) gli concede quella grande base Usa. Usa, Sauditi con satrapi minori e Israele, la triade fine-del mondo arabo (e non solo), questi sviluppi non li avevano calcolati e ora gli tocca vedere se, pur di far fuori il renitente Iran, gli conviene giocarsi il più forte contraente militare alleato, la Turchia, gia contrappostasi vigorosamente con l’invio di truppe in Qatar. In Iran, poi, va visto chi tiene il mattarello, se il filoccidentale neoliberista Rouhani, o la Guida Khamenei con le Guardie della Rivoluzione impegnate in Siria sul terreno.

L’Egitto di Al Sisi e “il manifesto” degli utili compatibili

Poi c’è l’Egitto. Tanto detestato dai sinistri quanto questi, in logico sequitur, se ne stanno ammansiti, e perfino compiaciuti, agli ordini del giorno dei feldmarescialli imperiali. Nell’organo della sinistra imperialista, “il manifesto”, riescono a convivere, senza attriti e peli sullo stomaco (che nel caso dovrebbero essere setole), da un lato gente che in geopolitica fornisce viveri politici e supporto morale alle armate di quei feldmarescialli e, dall’altro, un crocchietto di comunisti,antimperialisti, terzomondisti e filo palestinesi. Schierarsi con i palestinesi è giusto, ma, nella loro attuale inoffensività, assolutamente tollerabile. Sostenere i progressisti dell’America Latina non importuna né l’ENI, né il nostro turismo. Fare il bignamino, in fondo alla penultima, dell’armamentario terrestre, aereo, navale, spaziale, nucleare di Usa e Nato, non disturberebbe neanche la rivista della Pinotti, “Analisi Difesa”.

Decisivo per questa gazzetta dei “valori occidentali” e per il nulla osta che conta, è condividere tutto quello che pensa, dice e fa Soros, far passare l’emergenzialista post-nazista Macron teneramente per “centrista”, spendersi appassionatamente per Hillary, far l’occhiolino a Fassina&Fratoianni e l’occhiolone a Pisapia-Bersani, esaltare come martire la spia Regeni, lanciare brigate internazionali rossandiane contro la Libia, deformare ogni governo ostico alla civiltà euroatlantica in feroce dittatura, lubrificare con l’ipocrisia della solidarietà lo spopolamento del Sud del mondo per mano di Soros, Ong e F16 Usa-Nato  e puntellare qualsiasi truffa, menzogna, false flag, che l’Impero s’inventi per sodomizzare qualcuno. Ogni nefandezza è salva se piangi sugli esodati, o brandisci la CGIL, o dai dello xenofobo, dell’omofobo, del populista a chi non si accompagna a Vladimir Luxuria o non picchia in testa agli euroscettici. Ma l’appartamento in cui si fanno riunioni contro l’ascensore che manca, o le barriere architettoniche, o perché il cortile accolga 32 senegalesi, o per protestare contro il chiasso che  fanno le parate Nato, è perfettamente integrabile in un edificio dal cui terrazzo si spara sulla folla.

Dicevo dell’Egitto e chiudo. In apertura vi ho invitato a visitare questo link

https://www.pandoratv.it/?p=16566

E’ uno straordinario intervento del presidente egiziano, Al Sisi, quello che sostiene Haftar e i gheddafiani in Libia, al vertice Usa-arabo di Riad. E’ una denuncia articolata, veemente e completa del terrorismo e di chi lo ha inventato, se ne serve, lo recluta, lo finanzia, lo addestra ne promuove i genocidi e la distruzione di popoli e nazioni. Sono le cose che noialtri “complottisti”, populisti, sovranisti, eversori anti-establishment e, parlando seriamente, onesti comunicatori e autentici antimperialisti, denunciamo da anni. Venendo dal capo del più influente e importante paese arabo e africano, piagato dal terrorismo dei Fratelli musulmani-Isis da quando il popolo egiziano si era liberato del despota islamista Morsi, l’accusa di Al Sisi e un atto di coraggio fenomenale e di verità incontestabile. Notare nel video le reazioni di Trump e di Re Salman, a cui Al Sisi quelle accuse le ha lanciate in faccia.

Non stupisce per niente che “il manifesto”, capogita delle spedizioni mediatiche contro l’Egitto laico e indipendente, Egitto oggi amico di Mosca e della Libia liberata, ne abbia tratto lo spunto, con la stridula voce dei suoi cantori sorosiani, per rovesciare sul paese e sul suo presidente l’ennesima caterva di calunnie e menzogne. Pretesto, come giorni prima con la Russia, la messa sotto sorveglianza delle Ong. Niente che possa essere confrontato con la repressione delle Ong israeliane che sostengono i diritti dei palestinesi, tipo Betselem. Alle Ong in Egitto, come a quelle i n Russia, Venezuela, Ungheria, che sappiamo essere ciò che i missionari erano per i colonialisti, si registrino e denuncino i fondi che ricevono dall’estero. Ed evitino di utilizzarli per operare in favore di potenze nemiche, alla maniera del Regeni, l’operativo di una multinazionale dello spionaggio e degli squadroni della morte.  Chissà se Soros ne sarà contento. Dopotutto risparmia.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:58

IL GRAN MAESTRO, ROOSEVELT E L’OMINO DI PUTIN ( E DI RADIO LIBERTY)

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/06/il-gran-maestro-roosevelt-e-lomino-di.html

MONDOCANE

DOMENICA 18 GIUGNO 2017

Il 14 marzo scorso a Londra, capitale storica della massoneria inglese, alla quale obbedisce il Grande Oriente italiano, organizzato da un’associazione di stampo mondialista e amerikkkano (Roosevelt Movement London), si incontrano, confrontano, condividono e filmano per quasi tre ore il Gran Maestro Gioele Magaldi – quello “democratico”– e Giulietto Chiesa.

Il video si trova in Youtube digitando Magaldi e Chiesa: https://youtu.be/tYPa4TarfKs. In allegato riporto un testo tratto dal sito InformISKRazione.

Testo ironico, anche troppo soft, su un fatto che io trovo sconvolgente per cinismo, disinvoltura politica, implicazioni altamente sospette.

Altri vi troveranno niente di sconcertante. A me riporta alla mente i 10 anni in cui Giulietto Chiesa ha lavorato per Radio Liberty/Radio Free Europe, emittente della rete Cia che negli stessi anni seminava depistaggi, menzogne e distorsioni finalizzate a destabilizzare la Jugoslavia e altri paesi nel mirino imperialista.

Già solo partecipare da interlocutore, alla pari, ospite pagato di un’organizzazione di dichiarata tendenza reazionaria e globalista, a un incontro con un alto rappresentante di quella sentina di ogni fetenzia antipopolare, elitista, irrazionalista, anticomunnista, che è la massoneria, lo trovo raccapricciante. Anche se Chiesa fosse arrivato lì solo per tirare in faccia a Magaldi un bicchiere di acqua. Tutto questo mentre ancora una volta benintenzionati in Parlamento, della Commissione Antimafia, tentavano invano di ottenere dalle logge i nominativi dei membri. Alla faccia della Costituzione, di Tina Anselmi e della più elementare democrazia.

Sconveniente almeno quanto rilanciare e riaccreditare la balla dei piloti sauditi che dirottano quattro Boeing e demoliscono tre torri e un Pentagono. Scusate se insisto, ma il dato apre questioni grosse.

Il dibattito è aperto.

Difensori di Chiesa a prescindere, armatevi e partite.

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DENS DŎLENS 259 – MASSONI E CHIESA

di MOWA

Una ne fa e cento ne pensa il leggendario giornalista “un po’ filorusso” Giulietto Chiesa.

Questa volta, Giulietto Chiesa, ci ha sorpresi più di quando ha partecipato alla trasmissione de “La gabbia” di Gian Luigi Paragone, infatti è stato ripreso al tavolo di chi presiedeva un’iniziativa organizzata dal The Roosevelt Movement UK, alla London Metropolitan University, insieme al presidente e massone del Grande Oriente d’Italia Democratico, Gioele Magaldi.

Ben due ore e 42 minuti di insensati motivi a partecipare ci devono far riflettere su dove si voglia andare a parare visto che la massoneria si sta ulteriormente posizionando sul versante dei movimenti della contestazione al sistema capitalistico con una visione della storia, ovviamente borghese, fortemente rivisitata per non dire revisionisticamente deleteria per gli oppressi.

Si è rimasti sorpresi per lo spot pro-massoneria (e come non avrebbe potuto esserlo!) vista la presenza di Gioele Magaldi e della sua creatura movimentista, tutto ciò non avrebbe dovuto lasciare indifferente Giulietto Chiesa viste le continue castronerie sostenute dal maestro.

In particolar modo, Chiesa, avrebbe dovuto reagire sentendo il massone, in più occasioni, sostenere dei veri e propri ammiccaménti:

“…nonostante la differenza di analisi potremmo trovare una sintesi accettabile, in termini di azione… E questo è molto importante…” (34′ 00”)

oppure,

“…si ricorda che Giulietto Chiesa è stato comunista… lo è stato, come tanti, anche mio padre era stato comunista”… “io il comunismo non l’ho mai amato fin da ragazzo…” (37′ 40”)

e, ancora,

“…detto tutto questo, e quindi ci sono molte ragioni, per le quali (io credo), potremmo fare un bel pezzo di stada insieme, per costruire in qualche modo, senza prosopopee e senza (voglio dire) velleitarismi… ma occorre, invece, di frazionare unire le forze di tutti, nella prospettiva, facendo ognuno quello che può e quello che deve, di costruire un mondo più giusto…” (41’10”)

Cosa voleva intendere, Magaldi, con il pronunciamento che “occorre, invece, di frazionare unire le forze di tutti” visto il suo punto di vista lontano (ed ammesso) dai comunisti?

Sappiamo cosa produsse e quanti soggetti riuscì ad infinocchiare sulle prospettive il “concerto” suonato in sintonia tra Magaldi con il trotzkista Moreno Pasquinelli, di qualche tempo fa.

Tanto più quando il, volutamente e determinato confusionario massone, ascrive la più grande (quanto probabilmente il suo ego) panzana parlando di un Marx metafisico (57’45”), inoltre critica le analisi di Marx sulle rivoluzioni di quel periodo, dicendo che non erano borghesi ma interclassiste, la sua è proprio una “falsificazione storica” (54’18”) che non persuaderebbe nemmeno il più impreparato dei comunisti.

Senza contare che Gioele Magaldi, nella sua sciorinata profusione di complimenti pro-massonici, continuava ad intercalare un “diciamo” che, per modulazione della voce, ricordava moltissimo il baffetto Massimo D’Alema e lo rendeva ancor più antipatico di quel che empaticamente fosse.

Sentendo parlare Magaldi, possiamo affermare che Antonio Gramsci, sulla massoneria, avesse ragione, quando pronunciò il discorso alla Camera [16 maggio 1925] contro il disegno di legge Mussolini-Rocco:

“…Che cos’è la massoneria? Voi avete detto molte parole sul significato spirituale, sulle correnti ideologiche che essa rappresenta, ecc.; ma tutte queste sono forme di espressione di cui voi vi servite solo per ingannarvi reciprocamente, sapendo di farlo.

La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo. Non bisogna dimenticare che poco meno che venti anni dopo l’entrata a Roma dei piemontesi, il Parlamento è stato sciolto e il corpo elettorale da circa 3 milioni di elettori è stato ridotto ad 800mila.

È stata questa la confessione esplicita da parte della borghesia di essere un’infima minoranza della popolazione, se dopo venti anni di unità essa è stata costretta a ricorrere ai mezzi più estremi di dittatura per mantenersi al potere, per schiacciare i suoi nemici di classe, che erano i nemici dello Stato unitario. …”

“…la massoneria è la piccola bandiera che serve per far passare la mercé reazionaria antiproletaria! Non è la massoneria che vi importa? La massoneria diventerà un’ala del fascismo. La legge deve servire per gli operai e per i contadini, i quali comprenderanno ciò molto bene dall’applicazione che ne verrà fatta. A queste masse noi vogliamo dire che voi non riuscirete a soffocare le manifestazioni organizzative della loro vita di classe, perché contro di voi sta tutto lo sviluppo della società italiana…”

Ma, soprattutto, quanta poca memoria hanno alcuni comunisti, “un po’ filorussi” alla Giulietto Chiesa, ad accettare tali inviti da parte di massoni di così “alta levatura” come Gioele Magaldi (Gran Maestro)! Un Gioele Magaldi che appartiene ad un’organizzazione massonica che di democratico ha solo il nome e che prefigura una lotta senza quartiere contro i propri antagonisti naturali: i comunisti ed il comunismo. Un comunismo, oltretutto, osteggiato in tutti i modi dalle formazioni della massoborghesia perché, nella sua impostazione culturale, non accetta la logica della piramide dove un’èlite di uomini primeggia su altri uomini, riconoscendo, invece, una società, in cui gli esseri umani siano, veramente, tutti eguali …, e non nelle sole enunciazioni di principio come affermano le varie “fratellanze”.

Un mondo comunista, si diceva, come sviluppato negli studi storico-scientifici dai vari Marx, Engels, Lenin, Stalin, Gramsci, Togliatti… osteggiato nel tempo, più per discredito ideologico che per conoscenza, da diversi soggetti politici, nel tentativo di diffonderne una pessima immagine in tutte quelle realtà che stavano (e stanno) provando a realizzarlo.

Infatti (anche in quest’occasione), le due presenze all’iniziativa londinese (Magaldi – 1h 25’08” – Chiesa – 25’35”) erano accomunate nel discredito della Repubblica Popolare Cinese che sta tentando, tra mille difficoltà, di realizzare un modello ad indirizzo socialista. Un paese descritto da entrambi (anche se con diversa enfasi) come castrante delle libertà benché, per loro stessa ammissione, non lo conoscessero a fondo .

D’altronde, ad un giornalista che replica all’esponente della massoneria, Magaldi:

“…io alcune di queste questioni non ne ho conoscenza, non sono mica preparato. La mia conoscenza storica è molto limitata… Io non ho nulla da obiettare alla distinzione all’elogio della massoneria del secolo XVI-XVII. Non la conosco… ma le cose che più o meno so non contraddicono quello che dice Gioele Magaldi. Ma quella massoneria, di oggi, che abbiamo di fronte non ha nulla a che vedere con quella massoneria. Quelli che io considero padroni universali sono dei criminali intenzionali…” (1h31’44”)

cosa si può dire?

Non sapeva, forse, il giornalista “un po’ filorusso” Giulietto Chiesa che Marx, Lenin, Gramsci… si pronunciarono duramente contro la massoneria perché antitetica al comunismo tanto da arrivare ad estromettere (cacciare!) alcuni membri dall’ Associazione internazionale dei lavoratori, membri come il gran maestro della massoneria Bakunin e Mazzini?

Ricordiamo che Marx, nella seduta della conferenza di Londra dell’Associazione internazionale dei lavoratori del 22 settembre 1871, indirizzando il discorso ai massoni Mazzini, Bakunin e al suo socio Neciaev, per i metodi settari e terroristico-cospirativi, affermava:

«Nei Paesi in cui la regolare organizzazione dell’Associazione internazionale è resa temporaneamente impossibile a causa dell’interferenza del governo, l’Associazione e i suoi gruppi locali possono essere ricostituiti sotto qualsiasi altro nome, ma le società segrete nel senso proprio della parola sono formalmente proibite».

Marx, poi, proseguiva nel ragionamento:

«…questo tipo di organizzazione è in contraddizione con lo sviluppo del movimento proletario, dato che queste associazioni (segrete), invece di educare i lavoratori, li assoggettano a leggi autoritarie e mistiche che ostacolano la loro autonomia e indirizzano la loro coscienza in una direzione sbagliata. Le società segrete violerebbero il carattere dell’Associazione internazionale dei lavoratori; di esse possono servirsi i carbonari; esse non servono gli interessi del movimento proletario».

Non suggerisce nulla, al giornalista “un po’ filorusso” Giulietto Chiesa, quanto scritto nel libro di Gioele Magaldi Massoni , l’appartenenza di Putin alla massoneria?

E, al leggendario “un po’ filorusso” Giulietto Chiesa non viene qualche dubbio, ascoltando la battuta rivoltagli da Magaldi (fatta, forse, per portarlo fuori pista visto che l’ex presidente dell’URSS apparteneva in qualità di presidente ad uno dei più importanti ed esclusivi think tank come il Centro Pio Manzù) “…sicuramente ho più simpatia per Gorbaciov, come te…” (1h25’36”)?

Non dicono nulla, al leggendario giornalista“un po’ filorusso” Giulietto Chiesa, le parole di Gramsci che definiva i massoni “l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo” e che hanno come unico scopo quello di “…far passare la mercé reazionaria antiproletaria!”

E, per rimanere con Gramsci,in “Passato e Presente” quando sosteneva, anche,

“…che è preferibile il briccone allo sciocco, perché col briccone si può venire a patti e fargli fare il galantuomo per tornaconto, ma allo sciocco… sequitur quodlibet.”

Si sottolinea che il The Roosevelt Movement UK, è quello a cui fa riferimento il Presidente Franklin Delano Roosevelt, presidente che assunse il comando delle forze armate statunitensi dopo l’attacco a Pearl Harbour, che fece la dichiarazione di guerra al Giappone l’8 dicembre 1941, che maturò il Progetto Manhattan che si concluse con il drastico sganciamento di due bombe atomiche contro i cittadini inermi di Hiroshima e Nagasaki da parte del suo successore, il neo presidente Truman.

Nello storytelling (narrazione) di Magaldi traspirava tanto di quel revisionismo storico che se ostinato qualcuno potrebbe essere convinto della bontà della massoneria invece di riconoscerne la pericolosità onde evitare che si formino suggestive ma, pur sempre fantasiose culture. Le narrazioni dei massoni sono un po’ come il caso di quello scolaro delle elementari (se non fosse stato ripreso dalla maestra), che, in una interrogazione di storia, ripeteva l’episodio di “Roma contro Cartilagine” e a cui l’insegnante, per stare al gioco sullo strafalcione dell’alunno, replicava con altrettanta ironia “Sì, nella famosa battaglia di Artrosi!”… Dopo, però, l’educatrice spiegò bene all’alunno cosa successe e non rimase l’equivoco storico-lessicale.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:39

25 APRILE: INCOMPATIBILITA’: vecchi e nuovi partigiani, vecchi e nuovi nazisti

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/04/25-aprile-incompatibilita-vecchi-e.html

MONDOCANE

VENERDÌ 21 APRILE 2017

“Dicono che il silenzio sia la voce della complicità. Ma il silenzio è impossibile. Il silenzio urla. Il silenzio è un messaggio, come il fare niente è un atto. Lasciate che chi siete si manifesti e risuoni in ogni parola, in ogni azione. Diventate quelli che siete. Ciò che fate è ciò che siete. Siete la vostra stessasalvezza. Diventate il vostro stesso messaggio. Siete il messaggio. Nello spirito di Cavallo Pazzo” (Leonard Peletier, prigioniero politico negli Usa)INCOMPATIBILITA’ TRA COMUNITA’ EBRAICA E PD ROMANO E IL 25 APRILE DELLA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO. A MILANO il sindaco Sala, emerso dal pozzo nero dell’Expo, e un’ANPI milanese sclerotizzata e consociativa, proibiscono la partecipazione alla manifestazione dell’organizzazione BDS (Boicottaggio, Disinvestimeno, Sanzioni) che si oppone all’occupazione e allo sfruttamento della Palestina.

Tutto questo non deve stupire. Le forze dell’esclusione e della censura, che siano la comunità ebraica o il Partito Democratico, è logico che sentano aliena una celebrazione della vittoria sul nazifascismo. La loro identificazione con Stati come gli Usa e Israele, o come aggregazioni oligarchiche e antidemocratiche come la UE, palesemente avviati verso forme di organizzazione della società e dei rapporti internazionali fondati sul dominio del più forte sul più debole, sulla repressione delle voci altre, sull’annientamento di ogni opposizione, con l’uso pretestuoso anche del terrorismo, sulla rapida involuzione antidemocratica verso Stati autoritari alla Erdogan e su rapporti con gli altri popoli basati su prevaricazione, aggressione, genocidio, in Israele e, più che mai, nell’Israele di un premier tanto corrotto quanto feroce e razzista, doveva logicamente portare a un esito in cui chi ricorda e perpetua la lotta contro ogni fascismo, oggi imperialismo, globalizzazione, sionismo, è considerato nemico da obliterare.

Noi, che vediamo nella lotta di liberazione antimperialista e antisionista di palestinesi, siriani, iracheni, libici, afghani, nella resistenza all’imperialismo Usa, che vorrebbe reintrodurre dittatura e schiavismo in America Latina, nell’autodeterminazione di popoli che non si piegano, come l’Eritrea, continuità, affinità e fratellanza con la lotta di liberazione antinazifascista della resistenza partigiana, riteniamo che il sabotaggio tentato nei confronti del 25 aprile sia un chiarificatore elemento di verità. E, come sappiamo, la verità è rivoluzionaria.

In questo 25 aprile non sarebbe male porre al centro della mobilitazione, nel quadro della lotta al tecnofascismo di guerra interna ed esterna, l’eroica figura del dirigente di Fatah e capo della seconda Intifada Marwan Barghuti, condannato a cinque ergastoli dagli invasori occupanti, da 15 anni in carcere, perlopiù in isolamento e che, indomito e il più amato tra i leader palestinesi, ha ora innescato, con il suo, lo “sciopero della fame per la dignità e la libertà” di mille detenuti politici palestinesi. Una risposta all’incessante escalation della brutalità repressiva israeliana, agli utili idioti e amici del giaguaro nel mondo che si fanno ricattare da Israele e dalla sua lobby, spesso attraverso la speculazione sulle vittime della Shoah, e alla pavidità di una dirigenza palestinese rinnegata, corrotta e collaborazionista.

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A seguire comunicati.

Il rifiuto del PD e degli ebrei romani (immagino non tutti) di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile in quanto tale e alla manifestazione che include le organizzazioni di sostegno al popolo palestinese

Il prossimo 25 aprile la comunità ebraica romana, spalleggiata ufficialmente dal PD, boicotterà il corteo per il 25 aprile non tollerando la presenza dei Palestinesi e delle organizzazioni che sostengono la resistenza palestinese.

A Milano il sindaco Sala, istigato dai gruppi sionisti, incredibilmente “vieta” la partecipazione al corteo del movimento BDS che promuove il boicottaggio di Israele per le sue politiche di apartheid contro i Palestinesi

Di seguito il comunicato del Comitato “Con la Palestina nel Cuore”, con preghiera a tutti di massima diffusione:

“Oggetto: 25 Aprile – Solidarietà all’ANPI Roma e al suo Presidente.

Considerato lo strumentale attacco da parte della Comunità Ebraica e la non adesione del PD al corteo indetto dall’Anpi Roma per l’anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo.

Visto che l’Anpi e le nostre organizzazioni non hanno mai negato alla comunità ebraica e tanto meno alla “Brigata Ebraica” di partecipare all’evento.

Ci preme sottolineare che il 25 Aprile 2014, diversamente da quanto dichiarato dalla rappresentante della “Comunità Ebraica”, fu il nostro spezzone e la comunità palestinese a essere unilateralmente aggredita da un gruppo di sionisti.

Nel ribadire la nostra fraterna solidarietà all’Anpi e a tutti i partigiani, rilanciamo l’appello a tutti i sinceri antifascisti, antirazzisti, antisionisti, a tutte le resistenze internazionali e metropolitane, alla partecipazione al corteo del 25 Aprile 2017 ore 9,00 Piazzale Caduti della Montagnola.

Ora e sempre resistenza!”

 

12 AVRIL 1961 : LE SOVIETIQUE GAGARINE PREMIER HOMME DANS L’ESPACE/ СЕГОДНЯ В РОССИИ ОТМЕЧАЕТСЯ ДЕНЬ КОСМОНАВТИКИПОМНИТЕ, МЫ ПЕРВЫЕ ПОБЫВАЛИ В КОСМОСЕ !

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/ 

2017 04 12/

2017-04-13_161731

Gagarine ou le message de paix de la Science soviétique au monde !

Сегодня в России отмечается день космонавтики

Помните, мы первые побывали в космосе.

Capture TWEET II 472

#поехали #космос #гагарин 

#денькосмонавтики #LucMichel #ЛюкМишель 

#LucMichelPCN #Russosphere

* Capture Twitter MFA russe

et Dessin de Vialy Podvitski.

* Sur PCN-TV/

THE FIRST MAN IN SPACE:

YURI GAGARIN SPEAK (April 12, 1961)

https://vimeo.com/212970182

LUC MICHEL / ЛЮК МИШЕЛЬ

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel/

http://www.lucmichel.net/

https://twitter.com/LucMichelPCN

A MARTIN S’È ROTTO IL CUORE, ALL’IRLANDA LA SPERANZA. IN MORTE DI MARTIN MCGUINNESS, GIÀ COMANDANTE DELL’IRA

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/03/a-martin-se-rotto-il-cuore-allirlanda.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 21 MARZO 2017

A Martin si è rotto il cuore, all’Irlanda la speranza.

In morte di Martin McGuinness, già comandante dell’IRA.

Con Martin McGuinness sul luogo di Bloody Sunday

Il modo più efficace per distruggere i popoli è negare loro e cancellarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)

Erano le cinque della sera e anche in Irlanda a quell’ora si finiva di morire. E iniziava l’inganno dei vivi, di quelli che lo subirono, di quelli che lo inflissero. Erano le cinque della sera tra il 30 e il 31 gennaio 1972 e si era compiuta la mattanza di Derry, quella che poi avremmo chiamato la Domenica di Sangue. Gli U2 ci avrebbero fatto una canzone, Paul Greengrass ci avrebbe fatto un film che avrebbe perpetuato l’inganno scaricando la mattanza ordinata dal governo di Sua Maestà su qualche militare fuori di testa, Ci feci un film anch’io. Anzi, era il momento culminante di un film che avevo iniziato a girare due anni prima e che dei “troubles”, dei guai, come chiamavano la guerra di liberazione nordirlandese,.raccontava ciò che non è mai più stato raccontato. Me lo aveva montato Marco Ferreri, nientemeno. Non c’è più, disperso nei caveau delle polizie nordirlandese, irlandese e di Scotland Yard. che lo confiscarono. La mia copia andò dispersa con il resto dell’archivio di Lotta Continua, quando l’organizzazione fu uccisa dai suoi fondatori.

Alle cinque della sera gli spari del 1° Reggimento Paracadutisti erano finiti. Camminando per i vicoli di Bogside, il cuore del ghetto repubblicano, nazionalista, cattolico, irridentista, come lo volete chiamare, si udivano lamenti e imprecazioni terribili. Ogni casa trasudava il dolore per la perdita di un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico. Da ogni casa usciva l’urlo della verità: 14 esseri umani, inermi e innocenti, massacrati a freddo dai sicari in divisa di chi a Londra aveva ordinato che alle manifestazioni, alle proteste, agli scontri con sassi e molotov, andava posto fine. O questi “bastardi fenians” (antica definizione ingiuriosa della minoranza autoctona) si sarebbero lasciati intimidire, terrorizzare e l’avrebbero smessa di rivendicare parità con i coloni protestanti, unionisti con la Corona, classe dirigente, classe ricca. Ma anche un proletariato e sottoproletariato altrettanto escluso, ma fanatizzato dall’illusione di essere della stessa “razza” dei padroni, nel giro nobile, comunque non quello degli ultimi. Destino tragicomico dei sudditi operai dei signori colonialisti.  Avrebbero, i cattolici, rinunciato a chiedere lavoro, case che non fossero “match boxes”, accesso alla pubblica amministrazione, alla sanità, a scuole decenti e non britannizzate, la fine delle sevizie degli “Special B”, il corpo di picchiatori della polizia, e quella degli incursori e piromani unionisti dai quartieri dove sventolava l’Union Jack.

O, se non l’avessero capita, testa dura quella degli irlandesi, in  lotta contro il colonizzatore da oltre due secoli, che lo scontro da civili contro le forze d’occupazione si militarizzasse pure. Che tirassero fuori dalle vecchie pagine di storia – ultima insurrezione dell’IIRA negli anni ’50 – la fanfaluca dell’Irlanda unita e da sottoterra le vecchie spingarde. Per l’esercito di Sua Maestà sarebbe stata un passeggiata e la simpatia del mondo verso chi brandiva miseria, discriminazione, apartheid, repressione, volontà di riscatto, si sarebbe tramutata in revulsione verso i “terroristi” dell’IRA. Vecchio trucco. Che non funzionò, neanche dopo vent’anni, dato che era la lotta di un popolo. Funzionò solo quando una delle due parti accettò di disarmare. La parte di Martin McGuinness.

Alle cinque della sera  stavo davanti a una tazza di tè, accanto a un camino, in una “casa sicura”, nelle parti di Free Derry dove l’esercito di occupazione non osava penetrare. Sullo schermo un Tg esibiva un tronfio e arrogante generale, tronfio e arrogante come solo i generali sanno essere, quelli anglosassoni poi… Generale Ford, comandante in capo delle forze britanniche in Nordirlanda, cosa cazzo stai dicendo? Che a ignari e pacifici parà i cecchini dell’IRA avevano sparato dai tetti (neanche un ferito tra i militari) e che i parà a malincuore avevano dovuto difendersi, rispondere ai terroristi? Che pare ci siano alcuni feriti…..

Dopo la mia esperienza di inviato di guerra in Palestina, Guerra dei Sei Giorni del 1967, dove si raccontava di un popolo, qui insediato dalla Bibbia, a rischio di essere gettato in mare da sbrindellate armate arabe, mentre invece il suo esercito, il quarto al mondo, radeva al suolo villaggi con i vivi dentro, pensavo di essermi corazzato rispetto alle verità dei padroni. Ma qui la faccia tosta arrivava al sublime e ti insegnava che di quelle “verità” non devi fidarti mai, che il padrone, il dominatore, il capitalista mente sempre e sempre per la gola. La sua gola di antropofago.

McGuinness nei giorni in cui mi salvò dai parà.

A quel punto era necessario salvare le mie foto e registrazioni audio. Documentavano tutto, il corteo pacifico dei 20mila, l’irruzione del battaglione parà sulla coda della marcia, dai primi agli ultimi spari, il panico, la folla disperata o furibonda in fuga, le urla delle donne, le bestemmie e gli insulti degli uomini. Le teste fracassate, le pance bucate, i colori del viso che diventavano gialli e poi bianchi, il pilastro scheggiato dalla pallottola sopra la mia testa, i buchi nella finestra mentre scattavo foto e che erano la reazione della carabina Sterling di uno degli assassini.

C’era il parà che, ginocchio a terra, prende la mira, il ragazzo di 16 anni, Jack Duddy, che fermo, a braccia aperte, come inciso nell’aria, non ci credeva e la pallottola la becca nel cuore, crolla, sbianca. Piovono raffiche, ma siamo tutti lì attorno a lui che scolora, a occhi spalancati come attoniti, il prete eroico, l’infermiere eroico, un vecchietto eroico, per soccorrere, indifferenti alla morte che stava loro addosso. Lo sollevano, lo portano via a braccia, braccia penzoloni, curvi per schivare gli spari che continuano. Io sparo scatti su scatti contro gli spari su spari. Su Jack e poi su Barney, su Jim, su Patrick…..Oggi una di quelle foto ci saluta da una facciata, quando entriamo a Derry, ancora “free”.

La radio militare, intercettata dai ragazzi di un’IRA allora nascente a Derry, aveva ordinato di “arrestare quel fotografo straniero, utilizzando qualsiasi mezzo necessario”.  Mettere le mani sul materiale che avrebbe potuto incriminare, non solo soldataglia abbrutita, ma un governo, un’eccellenza dell’Occidente civile. La stampa internazionale, accorsa per la manifestazione dei diritti civili più grande dall’inizio della rivolta, era stata confinata nella cittadella protestante, dietro le barriere tirate su dall’esercito. Non doveva vedere, raccontare. Ma noi giornalisti poveri abitavamo tra le famiglie del ghetto, eravamo già al di qua della barriera, avevamo visto, potevamo raccontare. Qualcosa di diverso di quanto blaterato dal generale Ford. Dovevamo essere fermati, i materiali sequestrati.

Conoscevo Martin McGuinness, neanche vent’anni, già capo della brigata di Derry dell’IRA Provisional. La serietà e l’allegria di un combattente antico e giovane. Un carisma sconfinato. Era una notte buia e tempestosa, consentitemi la citazione banale, ma appropriata. Per la nebbia non si vedeva a tre metri dalla macchina. Una fortuna. Per vie secondarie, carrarecce, tratturi, fendendo una nebbia che ci occultava ai britannici, Martin mi portò alla vicina frontiera con la Repubblica, contea di Donegal. Scambio di vetture e accompagnatori, efficienza che avrebbe mantenuto in piedi la resistenza fino al 1998, Venerdì Santo, accordo del disarmo e della “pacificazione”. E oltre. E così che, dai giornali e dalla tv di Dublino, una verità altra, rispetto a quella del generale serial- e masskiller, potè raggiungere il mondo e far capire, a chi a capire era disposto, “di che lacrime grondi e di che sangue” il monopolio della forza dei padroni che si proclamano Stato. Il loro.

Nel corso della mia lunga frequentazione di quel popolo indomito, la più lunga lotta anticoloniale della storia umana, Martin McGuinness l’ho incontrato tante volte. Mi informava, mi faceva conoscere cose, aspetti, compagni partigiani, il capo di Stato Maggiore a Dublino, allora McStiofain, la sua bellissima mamma che mi cucinava l’arrosto di agnello. Mi ha onorato della sua fiducia. Gli ho voluto bene anche dopo che le scelte, più del gran capo Gerry Adams che sue, avevano contrapposto la sua visione su ciò che sarebbe stato bene, per la sua comunità e per l’Irlanda tutta, alla mia e a quella di coloro che ritennero  di mantenere fede al giuramento di liberazione, al poeta combattente Bobby Sands e ai suoi dieci compagni, morti, avvolti in coperte luride, dopo due mesi di sciopero della fame, per non essersi fatti travestire e degradare da criminali comuni. Come alle migliaia di martiri dell’unità, dell’identità, della libertà.

Bobby Sands e Nelson Mandela

Un quarto di secolo di lotte, dopo due secoli di lotte, dopo la carestia – “disastro naturale” come i tanti manovrati dai potenti – a metà dell’800, che aveva dimezzato, tra morti ed emigranti, la popolazione d’Irlanda perché abbandonata al morbo delle patate, mentre i latifondisti inglesi si arricchivano con l’esportazione di ogni bene irlandese. Dopo la mutilazione della nazione, con la negazione dell’indipendenza alle sei contee del Nord. Dopo Bobby Sands e i suoi compagni assassinati da Margaret Thatcher. Dopo una storia infinita di sogni e sangue, di sopportazione al limite del sovrumano, non poteva finire così. Con un governo provinciale fantoccio a Belfast, comandato a distanza da Londra e in cui gli schiavisti d’antan e di sempre dividono un potere vernacolare con gli schiavizzati di ieri e di sempre. Perché nelle condizioni di vita, nelle privazioni sociali, nella subalternità politica, nello spadroneggiare degli unionisti (a cui non si è chiesto di disarmare!) nulla è cambiato. 

Qualche serie di casette a schiera in più. Un posto da subalterno in polizia, o nell’amministrazione. Le strade rattoppate. I pub riverniciati. Le scuole alla pari. Ma sempre, come ribadiscono episodi che ricorrono oggi come ieri, a rischio di teppisti unionisti armati.

Martin McGuiness ne era diventato il co-premier accanto ai proconsoli di Londra, gli unionisti orangisti, dichiaratamente fascisti, di Ian Paisley. Se il cuore di un combattente temprato come lui non ha retto, a soli 66 anni, penso di poter immaginare che sia stato anche per quella resa, per quell’Irlanda verde e unita sparita dall’orizzonte, per quell’inchino alla regina, per la rabbia di tanti, per i sogni di gioventù, per dover affrontare nella sua Derry gli sguardi di dolore e di sgomento dei suoi, di coloro di cui a vent’anni aveva impersonato la dignità e la certezza della vittoria. Per dover collaborare, con padroni e nemici di una vita, alla persecuzione e repressione di quanti, nel Nord, soffrono esattamene come prima e di coloro, suoi compagni d’un tempo, che insistono a non arrendersi e continuano a chiamarsi IRA, Real IRA, Continuity IRA, come nei secoli.

Gerry Adams se ne è andato al Sud, nella Repubblica. Sinn Fein, il partito che si diceva braccio politico dell’IRA, è diventato braccio politico di una tenue socialdemocrazia sud- irlandese che, irritata dalla Brexit, sogna di proseguire un boom, che è tutto del capitale e delle multinazionali, restando nell’UE, nelle fauci di chi macina nazioni e classi subalterne..

Il 24 gennaio 2013 moriva Dolours Price. Militante repubblicana, non era ancora una volontaria dell’IRA Provisional quando la portai in Italia, per un giro di conferenze nelle università. Lei e la sorella Marian, nel 1973, misero bombe al palazzo di giustizia di Londra, l’Old Bailey. Un atto simbolico, non ci rimase nessuno. Ma furono condannate all’ergastolo, poi ridotto a vent’anni. Accusò Adams di tradimento, di aver addirittura negato di essere stato capo di stato maggiore dell’IRA. Per questo, denunciò, fu minacciata da elementi del Sinn Fein. Morì per un eccesso di barbiturici, senza aver mai dato segni di volontà di morte, combattiva più che mai. Non ci furono indagini.

Se oggi giri per i quartieri delle opposte comunità, trovi che non è cambiato niente. A Falls Road di Belfast come a Derry, repubblicani, a Shankill Road come a Coleraine, unionisti, gli stessi murales, gli stessi vessilli, le stesse invocazioni di giustizia, le stesse accuse di repubblicanesimo, gli stessi simboli e ricordi di guerra. Hai voglia a parlare dell’accordo del Venerdì Santo 1998, Good Friday, qui in sostanza non è cambiato niente. Ci sono ricapitato l’anno scorso, per deporre all’ennesima inchiesta su Bloody Sunday, stavolta condotta dalla polizia nordirlandese, figurarsi. Già i militari della strage si sono rifiutati di deporre e nessuno li condannerà mai. Tanto meno i mandanti. Il mio avvocato e grande amico, Ciaran, che è anche il legale di molti prigionieri repubblicani e di coloro che dai filo- britannici sono stati offesi,  mi ha portato in giro per tutta Belfast. Pareva il 1970, o 80, o 90.

A Derry ci sono tornato per il 45° anniversario della Domenica di Sangue. C’ero stato, invitato dal Comitato delle Famiglie delle vittime, nel 1992, al ventesimo anniversario. Al 30° no. Niente invito, c’era stata la “pacificazione” e uno come me, che agli inglesi, nuovi partner, le palle le aveva rotto parecchio, avrebbe stonato nell’atmosfera della pacificazione. Stavolta sono  stato invitato dai “dissidenti”, gli “Artisti di Bogside”, Tom Kelly, suo fratello William (morto da poco) e Kevin Hasson. Sono gli autori dei più bei murales di Derry, compreso quello tratto dalla mia foto di Jack Duddy. Vanno in giro per il mondo a far raccontare ai muri dolori e onori degli oppressi, infamie e ottusità degli oppressori. 

Anche a Derry non è cambiato niente. La povertà è la stessa di allora, la gente più malmessa, il corteo della ricorrenza ancora combattivo, ma senza sorrisi. La brutta, la tragica novità è la spaccatura all’interno di una comunità che era rimasta compatta a dispetto di tutto. I cambiamenti, le svolte, le “innovazioni” di Gerry Adams non sono passati. Non nella maggioranza. Così Adams la sua cerimonia l’ha fatta quasi da solo, davanti all’ingresso di “Free Derry”, attorniato da pochi. Nel corteo per il solito percorso, dal verde della collina di Creggan alla valle delle casette “match box” di Bogside, c’erano tutti gli altri, con le bandiere dell’Irlanda unita.

Solo la mattina, davanti al cippo con i nomi delle vittime, s’è vista un po’ di unità. Gli stanchi, gli irriducibili. E qui c’era anche Martin McGuinness. Si era dimesso dal governo di Stormont (così si chiama il palazzo a Belfast), un po’ perché gravemente sofferente di cuore, ma anche perché la collega, co-premier della destra-ultrà unionista, era rimasta coinvolta in uno scandalo immobiliare e non si voleva dimettere. E forse, ancora, per cose più profonde. Che quella mattina segnavano il suo viso pallido.

Ci siamo visti e, mentre venivano pronunciati dal cippo i nomi dei 14 caduti, ci siamo abbracciati. Ho abbracciato il ragazzo che difendeva Derry. Anche quella volta in cui salvò me e la documentazione della strage di Stato. Un ragazzo che oggi non ce la faceva più, sotto il peso di tante cose. Gli ho detto, sapendo di come il tempo passa sopra le fisionomie: “Sono Fulvio”. E lui: “Ma so bene chi sei, lo saprei anche fra cent’anni”. “Come stai?” “Mica tanto bene, vieni a casa più tardi?” Non ci fu il tempo. Ero con dei ragazzi di Roma che giravano un documentario sui murales, su Derry, su me testimone.

Sono contento di averlo rivisto, Martin, e mi prende una stretta mentre lo scrivo. Ha tenuto duro per tanti anni. Per tanti anni è stato una bandiera. Non ha mai né rinnegato, né occultato il suo ruolo di combattente. Questo, più che altro, resterà di lui a Derry, in Irlanda, accanto a James Connelly, a Bobby Sands. Chi sono io per non condividere un frammento del dolore che ha portato a spezzarsi il suo cuore?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:22

La storia si riscrive

ClintonMediaLe storiche elezioni americane si sono concluse con la vittoria di Donald Trump. Al mondo gira la testa; alle élites mondiali non basterà l’aspirina ad alleviare l’emicrania. Con la vittoria di Trump si è girato decisamente pagina, lasciando fuori dalla Casa Bianca una associazione a delinquere: la famiglia Clinton.
Dopo otto anni di Bill Clinton, dodici anni dei Bush, con l’intermezzo degli otto anni di Obama, ci si aspettava un ritorno al passato con la signora Clinton.
Un monopolio rotto solo dall’avvento di una figura estranea alla politica.
Certo che diventa sempre più difficile sfatare le teorie della cospirazione, che vedono nel sistema politico un’oligarchia a cerchio chiuso asservita a poteri sovranazionali. In retrospettiva Donald Trump ha già raggiunto la più grande delle vittorie: mettere fuori gioco e consegnare agli annali della storia due potenti dinastie, la famiglia Bush e la famiglia Clinton. I Bush e i Clinton, ma ci aggiungerei anche Obama, colpevoli di aver causato la morte di milioni di vittime innnocenti in guerre, rivoluzioni colorate, cambiamenti di regime avviati e sostenuti e attraverso l’intero globo negli ultimi trenta anni: Somalia, Serbia, Honduras, Iraq, Afghanistan, Egitto, Siria, Libia, Ucraina e via dicendo.
In questa ottica ci vuole un bel coraggio a sbandierare il pericolo dei fantasmi nazionalistici e populistici di Trump.
Con Trump gli americani hanno riaccarezzato l’idea di eleggere il primo presidente “nazionalista” dall’assassinio, nel Settembre 1901, del presidente William Mckinley. Tre cose suggellarono il destino di McKinley: la sua opposizione al primo concetto di globalismo, l’opposizione alla creazione di una banca centrale (la Federal Reserve) e la decisione di mantenere il dollaro agganciato al valore dell’oro, rifiutando l’idea di un sistema inflazionistico. Diceva McKinley: “…Sotto il libero scambio, il prodotto diventa il maestro e il lavoratore lo schiavo… Il libero scambio distrugge la dignità e l’indipendenza dei lavoratori americani…”
Due altri presidenti si sono opposti a questo sistema e tutti e due hanno fatto la fine di McKinley: Lincoln e Kennedy.
Alla morte di Mckinley assunse il potere il suo vicepresidente, Theodore Roosevelt; un interventista, globalista, anche lui vincitore, guarda caso, di un premio Nobel per la Pace (1906).
A pensare male si fa peccato, ma probabilmente Trump dovrà guardarsi molto alle spalle…
La Clinton ha basato la sua campagna elettorale su due punti fondamentali:
• eleggere la prima donna presidente alla Casa Bianca, mobilitando l’elettorato femminile contro Trump e usando l’espediente del sessismo come arma per distruggere il repubblicano
• presentare Trump come un personaggio pericoloso, amico di Putin e amante di dittatori e per questo nemico dell’America. Descritto inoltre come incapace di autocontrollo, così da squalificarlo come depositario delle chiavi dell’armamento nucleare. Un uomo pericoloso insomma, un Hitler reincarnato.
Una trovata semplice ma efficace che ha invertito le parti, rendendo la Clinton una donna accettabile e “moderata” e Trump un estremista fanatico.
Questa ultima tattica non è nuova ma è stata rispolverata dalla campagna presidenziale del 1964, tra il democratico Lyndon B. Johnson e il repubblicano Barry Goldwater. In quella famosa campagna, Goldwater viene descritto come un’estremista di destra, potenzialmente pericoloso, dal grilletto facile; un personaggio instabile, capace di innescare la minaccia nucleare. In un video famoso, pagato dai fondi della campagna di Johnson e trasmesso dalla televisione americana, si vede una bambina sfilare i petali della margherita in un conto alla rovescia che porta alla detonazione di un ordigno nucleare. Nel sottofondo si sente la voce di Johnson commentare il video con una famosa frase: “Questa è la posta in gioco…o ci amiamo a vicenda oppure periamo..” https://www.youtube.com/watch?v=dDTBnsqxZ3k
Osteggiato sia dai Rockefeller repubblicani (l’establishment di allora), sia dai Democratici per questa sua visione populista, Goldwater venne attaccato pesantemente su tutti i fronti; una battaglia impari che lo vide sconfitto, sommerso dalla valanga di voti a favore di Johnson.
Dopo le elezioni Goldwater, un uomo dal temperamento mite, ritornerà nell’anonimato come senatore in Arizona. Il suo rapporto con il partito Repubblicano rimarrà tormentato durante tutta la sua carriera politica, accusando i repubblicani, in più occasioni, di essere troppo radicati a destra, quindi posizionandosi più su una piattaforma di tipo centrista-liberale. Un politico ragionevole insomma che venne dipinto come un pericoloso guerrafondaio. Il pacifista Johnson, salvatore dell’umanità dall’altro canto mise in moto la macchina militare e politica che portò gli Stati Uniti alla guerra in Vietnam, con il sacrificio di oltre 50000 militari americani e oltre due milioni di vittime tra civili e militari vietnamiti. Se la storia insegna qualcosa, tenendo conto che la Clinton non ha mai affrontato una guerra con qualche dispiacere, se fosse stata eletta, allora il futuro del mondo sarebbe stato decisamente fosco…
La stessa tattica, è stata impiegata contro Trump. Una strategia politica brillante, già testata nella sua efficacia, talmente efficace da dipingere un uomo, senza nessun precedente politico decisionale su cui basare un giudizio, come un guerrafondaio e dall’altra parte, una donna, con anni di documentata schizofrenia geopolitica, amante delle guerre esportatrici di democrazia, come una persona calma e ponderata. L’unica cosa e che i Clinton non hanno calcolato è che, rispetto al 1964, il mondo dell’informazione e molto più aperto grazie ai social media; i crimini della Clinton sono stati esposti, non dai mass media tradizionali, ma dagli utenti Facebook, Twitter, YouTube e sopratutto WikiLeaks.
Trump entra alla Casa Bianca dopo una battaglia disumana, impari, combattuta su tutti i fronti, contro molteplici nemici sia all’interno che all’esterno del proprio schieramento. Trump ha dovuto difendersi dall’ establishment del proprio partito, dai falchi neocons i quali più volte sono usciti allo scoperto sostenendo la Clinton; da tutti i mass media, nazionali e internazionali; dalle grandi multinazionali, come Apple, General Motors, Ford, solo per menzionare alcuni; da banche e finanziarie, tipo Goldman Sachs, da investitori di hedge found come George Soros; dalla macchina Hollywoodiana, con attori e attrici famosi, musicisti e celebrità in genere; dalla segreteria dell’ONU, per finire dalla magistratura federale e statale.
Gli attacchi a Trump sono avvenuti in varie forme e modalità. Si sono inventati fantomatiche vittime di abusi sessuali (le sue accusatrici si sono tutte dileguate dopo le elezioni), hanno travisato le sue parole, costruendo una retorica al vetriolo intorno al suo personaggio, fino a reinventarlo, costruendoci intorno una figura alternativa a quella reale. Un Trump fittizio, venduto al mercato di masse semi-colte e di intellettuali elitisti, che lo hanno assorbito e regurgitato come veritiero.
Bisogna dare atto alla macchina Clintoniana. Politici navigati che hanno sfruttato al meglio il loro potere mediatico, politico e finanziario con oltre un miliardo di dollari in contributi ricevuti dai soliti globalisti, moderni oppressori di popoli, burattinai della classe politica. In un mondo sano ed equilibrato una minaccia come la Clinton non avrebbe neanche dovuto arrivare cosi vicina alle soglie della Casa Bianca
Trump ha vinto, ma i suoi nemici rimangono, le nubi all’orizzonte sono sempre cupe e si preannunciano per lui quattro anni difficili. Sono i nemici interni più di quelli esterni da cui dovrà ben guardarsi. Gli ultimi saliti sul carro saranno i primi a saltarne fuori, al primo segno di rallentamento.
di Gianfranco Campa – 12/11/2016
Fonte: italiaeilmondo

SPUTNIK ! SOUVENONS NOUS …

# LUCMICHEL .NET/

SOUVENONS-NOUS :

LE 4 OCTOBRE 1957 SPUTNIK ETAIT MIS EN ORBITE PAR L’URSS !

Capture TWEET II 100

Premier satellite dans l’espace et souvenir d’un autre monde

Premier round dans la course à l’Espace perdu par le camps impérialiste …

Je me souviens de cet autre monde

Où l’Oncle Sam avait perdu la guerre au Vietnam

Où des villes combattantes disparues s’appelaient Leningrad ou Stalingrad

Où une Armée populaire allemande dénonçait le fascisme et le militarisme

Où des mondes perdus s’appelaient URSS, DDR ou Yougoslavie …

« Le futur appartiendra à celui qui aura la mémoire la plus longue » disait avec raison le prophète Nietzsche.

N’oublions pas, n’oublions jamais !

L’Histoire n’est pas finie

Une bataille perdue n’est pas une guerre terminée …

Ce monde triste, gris et froid, où l’or a figé l’humain, où le profit a écarté la solidarité et l’honneur, n’est pas le mien !!!

Luc MICHEL

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SIMON PERES OU UN PRIX NOBEL USURPE : MYTHE, REALITES, MEDIAMENSONGES !

LM pour PCN-INFO/ 2016 10 04/

Avec AFP – Libé – PCN-SPO/

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PIH - LM pérès nobel usurpé (2016 10 04) FR

Barack Obama et des dizaines de dirigeants du monde entier ont rendu à Jérusalem, capitale usurpée de la Palestine, un ultime hommage à l’ancien président israélien Shimon Pérès, « avec l’espoir que ses rêves de paix avec les Palestiniens ne soient pas enterrés avec lui », écrit sans rire Libération (Paris).

LE MYTHE PERES DOMINE LES MEDIAS OCCIDENTAUX …

Les funérailles du prix Nobel de la paix Shimon Pérès ont débuté à Jérusalem en présence de dizaines de dirigeants du monde entier, dont les présidents américain et palestinien Barack Obama (autre Prix Nobel donné à un criminel de guerre, ce qu’est « Obama, yes I can Drone ») et Mahmoud Abbas. « Les obsèques ont commencé avec l’acheminement, au son de prières funéraires juives, du cercueil ceint du drapeau bleu et blanc frappé de l’étoile de David jusqu’à une tribune, non loin des lieux où Shimon Pérès sera inhumé en fin de matinée au cimetière national du mont Herzl ».

PERES L’IMPOSTEUR : UN PRIX NOBEL USURPE !

Le président de l’Autorité palestinienne Mahmoud Abbas, seul leader arabe à faire le déplacement, doit faire face à une forte opposition de son opinion publique. A Gaza, le Hamas a organisé une soirée spéciale de protestation.

Les députés arabes israéliens seront eux absents. Ils boycottent les funérailles pour dénoncer l’implication de Pérès dans la «Nakba» – le terme employé pour désigner l’exode palestinien de 1948 au moment de la création de l’Etat d’Israël (marqué notamment par une purification ethnique menée au travers d’Oradour sionistes, comme le tristement célébre Der-Yassin) – et, plus tard, dans la colonisations des territoires occupés. Eux ne sont pas dupes du Prix Nobel usurpé et de l’imposture Pérès !

Dessin de Carlos Latuff (Argentine).

LM / PCN-INFO

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