Grandi manovre nucleari alla Camera

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manifesto

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

03.10.2017

Il giorno prima che il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari venisse aperto alla firma alle Nazioni Unite, alla Camera dei deputati è stata approvata il 19 settembre, a grande maggioranza (296 contro 72 e 56 astenuti), una mozione Pd a firma Moscatt e altri.

Essa impegna il governo a «continuare a perseguire l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari attraverso la centralità del Trattato di non-proliferazione (Tnp), valutando, compatibilmente con gli obblighi assunti in sede di Alleanza atlantica, la possibilità di aderire al Trattato per vietare le armi nucleari, approvato dall’Assemblea generale dell’Onu».

La mozione Pd, «su cui il governo ha espresso parere favorevole», è una cortina fumogena per nascondere il fatto che l’Italia è accodata al crescente riarmo nucleare Usa/Nato ospitando, in completa violazione del Tnp, le bombe nucleari Usa B-61 che dal 2020 saranno sostituite dalle ancora più pericolose B61-12.

La vera posizione del governo Gentiloni è emersa il giorno dopo quando, attraverso il Consiglio nord-atlantico di cui fa parte insieme agli altri 28 governi della Nato, ha respinto in toto e attaccato il Trattato Onu. Alla Camera dei deputati la mozione Pd è stata votata da Forza Italia, Fratelli d’Italia, Scelta Civica, Alternativa Popolare, Democrazia Solidale e Gruppo Misto.

La Lega Nord, assente in aula al momento del voto, con una sua mozione chiama il governo «a non rinunciare alla garanzia offerta dalla disponibilità statunitense a proteggere anche nuclearmente l’Europa e il nostro stesso paese, non necessariamente rispetto alla Russia».

Come se l’Italia fosse in grado di stabilire contro chi debbano essere puntate le armi nucleari Usa. Sinistra Italiana e Articolo 1, nelle loro mozioni respinte dalla Camera, chiedono la rimozione delle armi nucleari Usa dall’Italia in base al Trattato di non-proliferazione e l’adesione dell’Italia al Trattato Onu. Però, sulla mozione Pd, entrambi i gruppi non hanno votato contro ma si sono astenuti. Ha invece espresso voto contrario il Movimento 5 Stelle.

Nella sua mozione, anch’essa respinta, esso non chiede però al governo né la rimozione delle armi nucleari Usa dall’Italia in base al Trattato di non-proliferazione, né l’adesione dell’Italia al Trattato Onu, ma di «relazionare al Parlamento sulla presenza in Italia di armi nucleari, non facendosi più paravento di un vincolo atlantico alla riservatezza inesistente per i cittadini e i parlamentari Usa» e di «dichiarare l’indisponibilità dell’Italia ad utilizzare armi nucleari, a non acquisire le componenti necessarie per rendere gli aerei F-35 idonei al trasporto di armi nucleari».

La mozione del M5S rispecchia la posizione espressa dall’aspirante premier Luigi Di Maio che «non vogliamo uscire alla Nato» (come ha dichiarato lo scorso aprile in una conferenza negli Usa), che (come ha dichiarato in un’intervista lo scorso giugno) «vogliamo restare nella Nato, ma vogliamo parlamentarizzare gran parte delle scelte».

Illusione o peggio.

Nel Consiglio nord-atlantico, stabiliscono le norme Nato, «non vi è votazione né decisione a maggioranza», ma «le decisioni vengono prese all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con gli Stati uniti cui spettano per diritto la carica di Comandante supremo alleato in Europa e gli altri comandi chiave, compreso quello del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato.

Promettere che gli F-35, aerei concepiti per l’attacco nucleare soprattutto con le B61-12, possano essere usati dall’Italia con una sorta di sicura che impedisca l’uso di armi nucleari, equivale a una favola raccontata ai bambini per fargli dormire sonni tranquilli.

SIRIA, VENEZUELA: TRIONFALISTI MORGANATICI

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MONDOCANE

LUNEDÌ 18 SETTEMBRE 2017

Gira da sempre nella sinistra, specie in quella che cerca di restare autentica, rivoluzionaria, la tendenza che Mao esemplificò con la definizione della “tigre di carta”. Quanto fossero di carta capitalismo e imperialismo  s’è visto da allora ad oggi, con il capitalismo che, a parte l’URSS, s’è addirittura mangiato il paese di Mao, Cuba, il Vietnam e con il socialismo che, per vederlo ancora sognato e auspicato, tocca aggirarsi per El Alto di La Paz, o in qualche quartiere proletario di Caracas, tipo il “23 De Enero”.

Nell’attualità questa realtà travisata in prodotto del desiderio si manifesta con grande evidenza in Siria e in Venezuela. Una storicamente incrollabile fiducia nella Russia, URSS o Federazione che sia, trascura completamente la realtà sul terreno in Siria e anche davanti alle evidenze di compromessi al ribasso, rispetto alla riconquista della sovranità e integrità territoriale da parte di Damasco, formula ardite e volontaristiche teorie che lascino intendere scaltre manovre di Putin di aggiramento del nemico. Si torna a sentire l’antico mantra: tempo al tempo. Intanto Netaniahu bombarda impunemente siti strategici e trasporti cruciali, senza che entrino in funzione i celebrati S300 o S400 russi o siriani, vaste zone di confine e nel cuore del paese sono affidate (pro tempore, ad perpetuum?)  a coloro che hanno eseguito il mandato di sgozzare o espellere il maggior numero di siriani e di frantumarne l’unità, si tollera che i mercenari curdi dell’invasore statunitense espandano il proprio territorio compiendo terribili pulizie etniche, si accetta come normalità il fatto che un occupante straniero e i suoi scagnozzi intimino alle forze armate del governo di non superare, con l’Eufrate, un limite dai primi imposto con incommensurabile protervia e plateale violazione del diritto internazionale.

Si può e si deve esultare per la forza, la resilienza e l’eroismo di un popolo e della sua nobilissima leadership che, da ormai quasi sette anni, ha tenuto testa e parzialmente rigettato l’assalto di una muta di licantropi dotati di ogni mezzo tecnologico, finanziario, subumano e di ogni mancanza di scrupoli, accompagnati dall’uragano di menzogne e calunnie di media asserviti alle due più feroci tirannie del mondo, USA e Israele, con il bonus aggiuntivo della complicità immoralmente ideologica delle sinistre di complemento imperiale. E si deve rendere omaggio e riconoscenza, nel nome dei popoli liberi o ansiosi di libertà, al contributo offerto da Hezbollah e dalle brigate internazionali irachene e iraniane, queste sì eredi di quelle antifasciste di Spagna. Ed è anche vero che, per un motivo o per l’altro, Mosca ha aggiunto di suo una potenza militare e una sagacia diplomatica cui non è possibile negare un ruolo cruciale negli esiti  fin qui raggiunti.

Si interpreta, nell’esaminare i risultati dei vertici russo-iraniano-turchi di Astana, l’affidamento, letteralmente a scatola chiusa, di vasti settori del territorio nazionale siriano ai turchi con le loro riserve jihadiste, ai pulitori etnici curdi sotto comando statunitense, ai raggruppamenti terroristi Isis o Al Qaida, come una manovra di largo respiro che si esaurirebbe nel tempo per non si capisce quali resipiscenze degli stessi soggetti che, fino a dieci minuti fa, hanno sbranato il paese nel nome del Nuovo Medioriente USraeliano. Si confida, si vaticina, si divina. E si coltivano false e pericolose (auto)illusioni che potrebbero anche portare, non solo alla “riduzione della conflittualità”, come le macchie del leopardo israelo-americano-turco-curdo-jihadiste vengono benevolmente chiamate, ma al calo di quella tensione alla resistenza per l’affermazione di una patria libera, sovrana e integra, per la quale in tanti tanto hanno sacrificato. Tutto questo nel segno di una grande integrità morale e di un’altrettanto profonda sapienza politica dei russi. Come chiamarlo, fideismo?  L’irrisolto, eterno bisogno di mamma?

Intanto, proprio mentre sto scrivendo queste note, mi arriva dal Ministero degli Esteri una nota che respinge ogni permanenza turca su territorio siriano, come risulta sancita ad Astana e afferma, in netta opposizione a quanto Mosca e Ankara avrebbero concordato, primo, che il governo siriano considera la presenza turca illegale e, secondo che, ponendosi come garanti di soluzioni al conflitto, Russia e Iran hanno il dovere di pretendere dai turchi il ritiro da Idlib. Sono felice di questa dimostrazione di autonomia e dignità e spero che i russi non vogliano rischiare di perdere la faccia davanti ai siriani, agli arabi, al mondo libero.

Sarà interessante vedere la risposta degli alleati di Damasco, quella di netto rigetto del governo siriano è già stata espressa, all’oscena intimazione della soldataglia ascara curda e della giunte dei Tre Generali di Washington di non varcare l’Eufrate e di non azzardare attacchi a chi quell’area ha deciso di fare un cuneo puntato al cuore della Siria.. Questo detto a una nazione e ai suoi alleati, che legittimamente si battono in difesa, da invasori, predatori, terroristi, del territorio di uno Stato membro dell’ONU, da chi ha violato ogni norma del diritto internazionale e ha commesso ogni possibile crimine di guerra e contro l’umanità, non può essere considerato termine di discussione, oggetto di mediazione. Neanche da chi, scevro da ubbie morali o ideologiche, pratica il pragmatismo della realpolitik, essendo ogni Stato, come scrive un mio amico, in prima linea “amico di se stesso”.

 Kurdistan prima e dopo

Ho grande rispetto per il ruolo mondiale, che Putin ha assegnato al suo paese, di contrasto all’espansionismo imperialista, al bellicismo della criminalità  neocon-liberal organizzata nel complesso militar-industriale-securitario-mediatico statunitense ed europeo. Ma questo non mi acceca davanti ad equilibrismi tattici  che, nella fase presente, spuntano la lama dell’offensiva vittoriosa di Damasco e dei suoi alleati, nel momento in cui il nemico era in rotta, il risultato della liberazione totale pareva a portata di mano, la leva che i russi esercitano su Ankara alle prese con il rafforzamento USraeliano della quinta colonna curda, poteva limitarne l’espansionismo nel nord siriano. E non mi impedisce di udire l’assordante silenzio di Mosca sull’invasione USA del suolo siriano, sulla costruzioni di basi progettate permanenti, sul protettorato curdo che divora arti del corpo siriano e, e questo è davvero il colmo, sul connubio curdi-Isis benedetto dagli Usa in funzione antisiriana. Bella evoluzione di un YPG-PKK che per i nostri sinistrati era laico, femminista, egualitario, partecipativo, socialista.

Già i bombardieri Usa avevano sostenuto ripetutamente i jihadisti a Deir Ez Zor massacrando l’esercito regolare siriano, ma ora hanno superato ogni limite nel sostenere l’alleanza tra i curdi, di per sé già rotti a ogni oscenità, e i terroristi che dicono di combattere. Roba da immediatamente sollevare al Consiglio di Sicurezza dell’ONU con l’accusa dimostrata e, davanti al consesso internazionale, davvero imbarazzante per Washington, .della fusione dei due mercenariati, curdo e jihadista, ufficialmente sulla lista dei terroristi Usa, per l’ illegale  occupazione di un paese sovrano e per lo sterminio della popolazione autoctona. Invece niente.

Curdi, Israele e Isis uniti nella lotta

Se il progetto era quello di rovesciare Assad e il suo governo, se ne deve registrare il fallimento. Se invece, come è storicamente dichiarato e documentato, al regime change si doveva far seguire la divisione dello Stato unitario in frammenti etnico-religiosi, beh, al momento non si può disconoscere che quel risultato è stato raggiunto. Solo tattico e non strategico? E chi lo dice? Parrebbe wishful thinking. Parrebbe proprio un compromesso che salvaguarda, sì, la permanenza del presidente e della struttura dello Stato, ma ne taglierebbe drasticamente l’ambito territoriale, nel quale inserirebbe fattori endemici e cronici di destabilizzazione. E tra le zone d’influenza delle grandi potenze e di Israele così fabbricate, Mosca almeno manterrebbe la sua, nel paese e nel Medioriente, con tanto di base a Latakia.

Il Venezuela di Amnesty e “il manifesto”

“Il manifesto” e, con lui, le solite larghe intese pseudo sinistra-destra, festeggiano “il ritorno al dialogo” a Caracas. Confortato dagli otto, Indiscutibili,  milioni che hanno votato per l’Assemblea Costituente, estrema risorsa per togliersi le castagne dal fuoco di un’assemblea parlamentare a maggioranza di destra, Maduro porta un paese allo stremo e un governo minato da sabotaggi, sedizione violenta, ma anche da errori e corruzione, al confronto con un avversario che, da golpista, stragista, pogromista, veicolo del neocolonialismo Usa, viene da Amnesty, “il manifesto” e tutto il mondo perbene, elevato a legittima opposizione. Come l’hanno definita dall’inizio della rivolta governi e media della sedicente “comunità internazionale” (Usa, UE e Nato). Come, dopo aver defenestrato l’inviata Geraldina Colotti (nel silenzio dei bravi collaboratori comunisti e antimperialisti del fogliaccio) per essersi troppo appiattita sulle posizioni del “regime”, la definisce ora “il manifesto” con il suo nuovo corrispondente Roberto Livi (nomen omen), uno che ritiene gli sviluppi amerikani di Cuba un nuovo passo verso il socialismo.

Copertosi a sinistra con la rampogna a coloro che definiscono “dittatore” Maduro, Livi fa finta di non aver notato la prima vera presa di posizione utile del successore di Chavez, dopo la convocazione dell’Assemblea Costituente, che è la sostituzione dello Yuan al dollaro nella transazioni petrolifere. Un deciso diretto al mento del cospiratore statunitense e alla sua indecente fabbrica di dollari a debito universale. Per molto meno  Saddam Hussein e Gheddafi sono stati rovesciati e assassinati e il loro paese raso al suolo. Non è dunque questa mossa davvero coraggiosa che rallegra il commentatore del “manifesto” e di tutto il cucuzzaro a larghe intese imperialiste. Anzi. Si compiacciono, invece, per il ritorno al dialogo, già promosso con tanta buona volontà da super partes tipo Bergoglio e Zapatero con di rinforzo la zannuta vandea filo-golpe della Chiesa venezuelana e quel presidente colombiano, omaggiato dal papa per aver cessato di macellare indigeni e FARC, che si pregia di lavorare per il bene del vicino spedendoci sabotatori paramilitari e profittando del contrabbando transfrontaliero dei beni sottratti dalla grande distribuzione venezuelana.

A parte un paio di formazioni minori nella coalizione del MUD, che non hanno aderito, il grosso della Tavola di Unità Democratica, quella capeggiata dai noti Lopez e Capriles, fattisi le ossa nel golpe e nella serrata affamatrice del 2002, si è precipitata ad accettare il ritorno all’agone elettorale, l’eliminazione dei fili di ferro tagliateste attraverso le strade e la rinuncia a incendiare chavisti e scuole. Forti della vittoria alle ultime legislative, quando il chavismo non era ancora stato messo in forse da disastri sociali, inflazionistici, di boicottaggio dei rifornimenti alimentari, non sorprende che coloro il cui pogrom violento si è arenato nel rifiuto delle masse e nella resistenza dell’unità chavista civico-militare, abbiano colto al volo l’occasione di tornare a misurarsi sul terreno elettorale (regionale), in un quadro di disagio sociale più forte rispetto a quello delle legislative vinte.

Per cui esprimere soddisfazione per questa svolta non suona del tutto convincente. Sempre che soddisfatti per il dialogo non lo siano, sotto sotto, anche per il fatto che Maduro abbia rinunciato a quanto gli veniva chiesto dalla base bolivariana: provvedimenti drastici contro i sabotatori della grande distribuzione, dell’accaparramento, del contrabbando, della speculazione sui cambi, del feudalesimo terriero, delle Ong e dei media eversivi e vendipatria. Vale a dire espropri e nazionalizzazioni di tutte le strutture strategiche, dalla Grande Distribuzione alle banche. E finalmente strumenti decisivi per la lotta al debilitante fenomeno della criminalità.

Per il “manifesto” e gli affini di destra nelle larghe intese l’idea colottiana e di tutta la sinistra vera latinoamericana che in Venezuela un pogrom sanguinario commissionato dagli Usa agli eredi del vecchio regime, quello delle atroci diseguaglianze, dello schiavismo operaio e contadino, della totale subordinazione agli interessi yankee, puntava a un colpo di Stato come quelli realizzati in Honduras e Paraguay, non era altro che una, pur dura, “contrapposizione fra due parti della società”. Parti, dunque, equipollenti, entrambe sullo stesso piano, entrambe legittime, quella patriottica e quella golpista su mandato USA che per due anni aveva messo a ferro e fuoco il paese.

Tanto più che, ora, con le elezioni regionali proposte da Maduro, l’opposizione (sic) può dimostrare che ha veramente quella maggioranza che ha reclamato la sua mobilitazione di massa (sic). Constatazione o auspicio?

Viva la democrazia, la nonviolenza, il dialogo. E il rispetto per chi ti vuole tagliare la testa.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:57

LE ‘11 SEPTEMBRE’, UN BOOMERANG DIRECTEMENT ISSU DE LA POLITIQUE D’AGRESSION DES USA : EN 15 ANS RIEN N’A CHANGE !

Luc MICHEL/En Bref/

Avec PCN-SPO/ 2017 09 11/

LM.NET - EN BREF en finir avec le 11 sept (2017 09 11) FR

 

Et les mêmes causes continueront à produire les mêmes retours de bâton meurtriers  pour les USA !

LM.NET - EN BREF pr en finir avec le 11 sept (2017 09 11) FR

Deux Dessins du grand Latuff illustrent avec son immense talent le fait qu’en quinze ans rien n’a changé :

* le premier est de septembre 2011, ce sont les « bombardiers boomerangs yankee ».

* Le second est de ce matin, il lie l’agression contre la Syrie – décidée par Obama-Clinton (« Yes we can ») et continuée par Trump-Mattis (« la géopolitique américaine s’impose à Trump », dit Stratfor) – au « 11 septembre » …

POUR EN FINIR AVEC LE « 11 SEPTEMBRE » !

Quinze ans de matraquage incessant sur le «11 septembre» se marquent comme chaque année par un pic de propagande pro-américaine. Il s’agit toujours de la même rengaine éculée. Destinée à conditionner les cerveaux sur le thème, parfaitement résumé dans le titre d’un édito du MONDE (Paris) du 12 septembre 2001 : « Nous sommes tous américains »… Nous pas ! Notre position sur « 11 septembre » est parfaitement résumée par ce dessin de presse de 2001, précisément, dû au Brésilien Carlos Latuff, et qui a illustré plusieurs couvertures de notre presse : deux boomerangs géants aux couleurs US sont venus frapper les tours jumelles de Manhattan.

* Lire aussi mon édito pour PCN-INFO :

L’AUTRE ‘11 SEPTEMBRE’ …

sur http://www.lucmichel.net/2017/09/11/pcn-info-lautre-11-septembre/

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/

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GEOPOLITIQUE DE LA CRISE COREENNE (SUR PRESS TV, IRAN)

EODE-TV/

LUC MICHEL: GEOPOLITIQUE DE LA CRISE COREENNE.

LA CRISE COREENNE, LE CONTEXTE GEOPOLITIQUE REGIONAL ET MONDIAL ET LE DOSSIER DE LA BOMBE DE PYONG-YANG …

(SUR PRESS TV, IRAN, DANS ‘REPORTAGE’, 3 SEPT. 2017) sur https://vimeo.com/232528055

EODE-TV - LM geopol coree presstv (2017 09 10) FR

PRESS TV, la télévision iranienne internationale francophone, interroge le géopoliticien Luc MICHEL …

PRESS TV :

« La Corée du Nord a annoncé ce dimanche 3 septembre avoir mené un essai souterrain d’une bombe à hydrogène destinée à être montée sur un missile à longue portée.

Cet essai, le sixième mené par la Corée du Nord depuis 2006, a été ordonné par le dirigeant Kim Jong-un, peu après l’annonce officielle que Pyongyang était parvenu à développer une nouvelle arme nucléaire dotée d’une « grande capacité destructrice », précise la télévision. Pékin a « condamné vigoureusement » ce test, tout en exhortant Pyongyang à « cesser d’aggraver la situation » avec des « actes qui ne servent pas ses intérêts ».

Cette nouvelle escalade de la crise dans la péninsule coréenne fait suite à des provocations américaines à l’encontre de Pyongyang, qui se sont traduites surtout par des menaces de guerre, la multiplication des manœuvres militaires conjointes avec la Corée du Sud ou encore l’installation de batteries de missiles Patriot au Japon et en Corée du Sud. Mais pourquoi ne cesse-t-on pas d’accuser Kim Jong-un ? Que cherchent les USA à travers ces menaces ?

Luc Michel, géopolitologue, nous répond.» _____________________

EODE ORGANISATION …

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# ЕВРАЗИЙСКИЙ СОВЕТ ЗА ДЕМОКРАТИЮ И ВЫБОРЫ (ЕСДВ)/ EURASIAN OBSERVATORY FOR DEMOCRACY & ELECTIONS

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LE TERRORISME DJIHADISTE EST UN MONSTRE A 3 TETES WAHHABITES (SAOUDS, ARMÉE PAKISTANAISE, QATAR)

PANAFRICOM-TV/

LUC MICHEL:

sur https://vimeo.com/232257958

PANAF-TV - LM 3 têtes wahhabites (2017 09 01) FR

Luc MICHEL,

Dans EDITION SPECIALE Sur AFRIQUE MEDIA

THEME DE L’EMISSION :

« LE QATAR, VERITABLE FINANCIER DES GROUPES TERRORISTES ? »

Le sujet vu par AFRIQUE MEDIA :

« Comment éviter le plan de déstabilisation de l’Afrique centrale par le Qatar ?

Le Tchad, l’Arabie saoudite, l’Egypte, les Emirats arabes unis et Bahreïn ont rompus leurs relations diplomatiques avec le Qatar. Ceux-ci  ont  invoqué des questions de sécurité nationale pour justifier la rupture des relations diplomatiques avec leur voisin. Ils l’accusent, en effet, de déstabiliser la région et de soutenir des « groupes terroristes ». D’après des sources concordantes, le Qatar serait impliqué très considérablement dans le financement des groupes terroristes tels que ( Boko haram, Al-Qaida, l’organisation Etat islamique et la confrérie des Frères musulmans ) ».

LE POINT DE VUE DE LUC MICHEL (QUI A UNE AUTRE VISION DU DOSSIER) :

« LE TERRORISME DJIHADISTE EST UN MONSTRE A 3 TETES – WAHHABITES – SAOUDS, ARMÉE PAKISTANAISE, QATAR – ET IL FAUT COUPER LES TROIS ! »

Le géopoliticien Luc MICHEL traite notamment les thèmes suivants :

* Le terrorisme est un monstre à trois têtes : Saouds, Pakistan, Qatar.

Ne pas se focaliser sur une seule tête, ce qui serait l’erreur majeure !

* Pourquoi le choc Ndjaména-Doha est purement une affaire locale Tchad-Lbye-Qatar !?

Hissein Brahim Taha, ministre tchadien des Affaires étrangères confirme, dans une interview accordée à RFI que « Le problème actuel avec le Qatar est un problème bilatéral. Ce n’est pas la poursuite de la crise diplomatique née dans le pays du Golfe » …

* Mythes et réalités du Terrorisme qatari.

* Voir aussi sur EODE-TV/

LUC MICHEL: LE TERRORISME EN AFRIQUE,

GENESE, EVOLUTION, FORCES EN PRESENCE

(LIGNE ROUGE, 25 AOUT 2017, AFRIQUE MEDIA) sur https://vimeo.com/231549968

* Sur SYRIA-COMMITTEES-TV/

LUC MICHEL : POUTINE – ASSAD – DEBY ITNO.

LES TROIS PRESIDENTS QUI COMBATTENT VRAIMENT LE DJIHADISME !

(PCN-TV)

sur https://vimeo.com/228646110

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Multiplex avec Douala-Malabo

Emission EDITION SPECIALE du 30 août 2017 Sur AFRIQUE MEDIA

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REGENI, NEW YORK TIMES, “DITTATORI” – CARO ALESSANDRO DI BATTISTA, GUARDA MEGLIO

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MONDOCANE

VENERDÌ 8 SETTEMBRE 2017

Questa è una lettera che avevo indirizzato ad Alessandro Di Battista in merito al suo intervento alla Camera sul caso Regeni-NYT e, per conoscenza, ad alcuni parlamentari 5Stelle di mia conoscenza. Non ho ricevuto risposta e questa lettera diventa pubblica, anche perché contiene considerazioni che possono essere indirizzate a molte altre persone

Questa che è una critica all’intervento del deputato 5Stelle e un invito a riconsiderare certe sue posizioni, non mette minimamente in questione la stima e la solidarietà che ho nei confronti di tante ottime battaglie condotte da Di Battista, alcune delle quali sono state anche da me condivise sul campo

Caro Alessandro Di Battista,

faccio il giornalista da oltre mezzo secolo, oggi indipendente ma  vengo da organi come la BBC, Paese Sera, Panorama (pre-Berlusconi), L’Espresso, The Middle East, Giorni Vie Nuove, Astrolabio,  Rai-TG3. Ho sostenuto molte attività del M5S e con il MoVimento e suoi illustro sostenitori ho organizzato nella mia zona pubbliche iniziative (con Morra, Ruocco, Imposimato, Lanutti, Scibona, Bertorotta…) Ho intervistato deputati e senatori del MoVimento, compreso te, sono amico della senatrice Ornella Bertorotta e ho partecipato a numerose vostre iniziative alla Camera e al Senato. Miei documentari sono stati presentati al Senato. Ho lavorato con militanti  5Stelle sul territorio per i miei documentari e articoli No Tav, No Muos, No Triv, No Basi, terremotati. Spero che tutto questo mi dia un po’ di credibilità.

Conosco la tua esperienza in America Latina e nel Sud del mondo e quindi presumo una tua conoscenza del modus operandi di certe grandi potenze dagli insopprimibili appetiti coloniali in quelle parti del mondo.

Perciò sono rimasto sinceramente esterrefatto per le tue dichiarazioni alla Camera sulla questione Giulio Regeni e, in particolare, per aver accreditato la manifesta bufala di un giornale come il New York Times sulle presunte “prove inconfutabili”, di un suo articolo assolutamente privo di prove inconfutabili, che sarebbero state fornite da un oscuro e anonimo funzionario dell’amministrazione Obama. Prove di cui da allora non si è saputo più nulla. Documenti di cui il governo italiano dice di non aver mai saputo nulla (e mi sembra difficile negare qualcosa che potrebbe poi, apparendo, ritorcersi in maniera disastrosa su chi aveva negato). Considerare il NYT lo standard aureo dell’informazione è perlomeno azzardato, visto il ruolo che questo quotidiano, espressione dell’estrema destra israeliana, ha sempre sostenuto nell’avallare le ragioni, false, per tutte le guerre d’aggressione Usa, comprese le famigerate armi di distruzione di massa.

 La questione Regeni è complessa e vi si incrociano interessi dichiarati e altri molto poco dichiarati. Merita un’analisi attenta come quella che in parecchi, compreso il sottoscritto, vi hanno dedicato. Va inquadrato nella contesa geopolitica sul controllo dell’Egitto e dei suoi rapporti con un paese cruciale nel Mediterraneo come l’Italia, controllo che è diventato oggetto di contesa tra potenze varie,  soprattutto da quando l’Egitto, sotto la spinta di  una rivolta di massa (molto meno che di un golpe militare che l’ha solo assecondata), si è liberato del regime oppressivo e integralista  dei Fratelli musulmani, da sempre fiduciari degli interessi coloniali occidentali nel mondo arabo e matrice di buona parte del terrorismo che oggi vi imperversa.

 Ciò che turba  nell’accanita campagna per la verità per Giulio Regeni è che tutti trascurano i precedenti professionali del giovane e in particolare il suo lavoro per un gruppo di persone specializzate in operazioni sporche: i dirigenti dell’impresa transnazionale di spionaggio “Oxford Analytica” John Negroponte, organizzatore degli squadroni della morte in Nicaragua e Iraq, Colin McColl, già capo dell’MI6, e David Young, processato e incarcerato per il suo ruolo nello scandalo Watergate. E tutti fingono anche di non vedere come, nelle sue trattative con il capo del sindacato ambulanti, Regeni rifiutasse di sostenere le cure per la moglie dell’interlocutore ammalata di cancro, ma fosse disposto a pagargli  ingenti somme purchè presentasse “progetti”. Quali “progetti”, a nome di chi? Comportamento sufficiente per alimentare sospetti, non solo nel suo interlocutore. E’ stato mai chiesto all’Università di Cambridge, o a Oxford Analytica, per quali progetti a Regeni fossero state messe a disposizione decine di migliaia di euro?

L’interesse di governi Nato, in particolare anglosassoni e francese, concorrenti con quello italiano nella corsa alle risorse energetiche (incalcolabili, al largo dell’Egitto) nel Mediterraneo e in Libia, e, quindi, una strategia per emarginare un’Italia una volta fortemente egemone in quel settore (come accadde con Enrico Mattei), si è resa evidente con l’intensificarsi dei rapporti di questi governi con il pur tanto deprecato Al Sisi, nel momento spesso in cui, con scoperta ipocrisia, i media più rappresentativi di queste potenze si accanivano sul caso Regeni e condannavano l’Italia per aver ristabilito rapporti diplomatici con l’Egitto.

Ne risulta evidente che l’interesse del NYT, portavoce dei circoli neocon del complesso militar-industrial-finanziario Usa, a sollevare il caso Regeni, ha molto poco a che fare con i diritti umani (sul cui abuso lo stesso giornale tace ostinatamente quando si tratta di regimi alleati o subalterni), o con la sorte del giovane ricercatore. Ha a che fare con la negazione all’Italia di qualsiasi sovranità e autodeterminazione in politica estera ed economica. 

L’esperienza storica, da Enrico Mattei ad Aldo Moro, ma anche con Minniti oggi, dimostra che la coalizione israelo-euro-atlantica non consente all’Italia una politica estera autonoma, che valorizzi i nostri rapporti di mutuo beneficio con i paesi arabi. Il nostro, per l’alleanza diseguale in cui siamo inseriti, era e dovrebbe rimanere un ruolo ancillare. Quanto al Medioriente, l’attuale offensiva contro l’Egitto è con ogni evidenza la persecuzione di una strategia che punta alla frantumazione di Stati arabi forti, laici e indipendenti. Che ha già lasciato sulla sua strada la Libia e persegue la sua opera con  i tentativi di disgregazione, tra aggressioni dirette, surrogati jihadisti e della Fratellanza Musulmana, di Siria, Iraq, Sudan. Ne abbiamo ricavato esclusivamente conseguenze negative.

Il M5S ha dato ripetute dimostrazioni di autonomia e chiaroveggenza nelle sue iniziative di politica estera. Penso alle posizioni sulle sanzioni alla Russia, su Nato, i paesi dell’A.L.B.A, l’Iran, la guerra alla Siria. L’allineamento con una campagna chiaramente strumentale contro l’Egitto, fondata su premesse del tutto indimostrate e su altre mistificate e occultate, mi auguro possa essere, alla luce di quanto sopra, sottoposto ad accurata verifica.

Per finire, permettimi di avvisarti sulla pericolosità di ricorrere a stereotipi assai sospetti e invariabilmente  strumentali, come quello di affibbiare la qualifica di “dittatore” a destra e manca. A parte che  in alcuni casi la qualifica è del tutto arbitraria (Milosevic, Putin, governanti eletti in modo molto meno fraudolento di quelli con cui si condizionano gli elettori nella cosiddette democrazie) e, in altri, non tiene conto di una realtà storica, culturale, politica, del tutto diversa dalla nostra, non solo mostra un’inclinazione all’eurocentrismo sempre un po’ colonialista, ma contribuisce a spianare la strada alle aggressioni delle potenze che si arrogano il diritto di impartire tali etichette. Si tratta di questioni che, come constatiamo ogni giorno, coinvolgono la vita e provocano la morte di milioni di persone, sulle quali non è consentita approssimazione o ripetizione di stereotipi.

Non occorre essere grandi etnologhi, antropologi o storici per capire che i modelli istituzionali usciti in Europa dalle rivoluzioni borghesi difficilmente sono applicabili a contesti completamente diversi. I paesi che si definiscono disinvoltamente e strumentalmente “dittature”, da parte, tra l’altro, di chi è sottoposto alla più feroce dittatura finanziaria e alle più proterve manipolazioni mediatiche, hanno alle spalle una storia diversa. E sono usciti all’indipendenza e alla modernità solo da pochi decenni, dopo secoli e millenni di tirannie imperiali. Erano dominati da autocrazie distanti e sanguinarie, romana, ottomana, britannica, francese e altre. Non gli era consentita la minima autodeterminazione politica, se non una limitata gestione degli affari locali minori, specie sulle controversie giudiziarie. Ogni forma di organizzazione politica era bandita. La tribù poteva darsi al massimo un capo, nella persona più anziana o autorevole, per le questioni locali e per l’interlocuzione con gli emissari dell’impero. Nell’immaginario collettivo, all’inizio dell’era dell’indipendenza e della nazione, il quadro era quello tribale del capo e dell’assemblea degli anziani. Non poteva non perpetuarsi all’alba della nascita dello Stato, tanto più se questo era da attribuirsi al merito di un padre della patria come è stato il caso nella maggioranza dei paesi decolonizzati. Credo che la legittimità di un governo, poi, si misuri anche dal consenso e dal confronto con la situazione del passato. Quella determinata da noi democratici europei.

Noi italiani, poi, del resto come gli inglesi, che con Churchill hanno gasato i civili iracheni, o i francesi delle torture algerine, dovremmo adottare un po’ di cautela nella condanne. Il maresciallo Graziani ha sterminato un terzo del popolo libico, 600mila, Gheddafi ha dato a tutti i libici dignità, acqua potabile e benessere, come riconosciuto dall’ONU che, nel 2011, aveva ancora classificato la Libia prima per “sviluppo umano” in Africa.

Aggiungo alcuni illuminanti dettagli, già ripetutamente riferiti in miei articoli sul blog e su FB, oggi riassunti da chi si occupa del caso da tempo e che non dovrebbero essere trascurati da chiunque voglia occuparsi, in alternativa ai produttori di fake news nei massa media al servizio del revanscismo neocoloniale, di politica estera con onestà e competenza.

Grazie dell’attenzione.

Con stima per tanta parte che il M5S e tu avete avuto nel prospettare agli italiani una sorte migliore.

Fulvio Grimaldi

www.fulviogfrimaldicontroblog.info

-Giulio Regeni è stato un brillante studente che ha studiato a lungo negli USA 
e poi in Gran Bretagna (UK).
-Nel momento in cui è stato inviato in Egitto per effettuare una non ben precisata “ricerca” sui sindacati indipendenti egiziani, stava per conseguire un dottorato di ricerca presso la prestigiosa Università di Cambridge.
-In precedenza, nell’UK, aveva lavorato negli anni 2013-2014 anche per la Oxford Analytica, una vasta organizzazione con migliaia di dipendenti, presente in molti paesi del mondo, incaricata ufficialmente di svolgere “analisi politiche”i cui principali dirigenti erano:
John Negroponte (cittadino USA), già importante agente della CIA ed organizzatore degli squadroni della morte in America Centrale che uccidevano gli oppositori antimperialisti di quell’area;
David Young (cittadino USA), già membro del gruppo di spie implicato nello scandalo Watergate, incaricato dal Presidente Nixon di spiare e raccogliere informazioni sul rivale Partito Democratico;
Colin McColl (cittadino UK), già alto dirigente del noto servizio di spionaggio britannico M16 (quello di 007).
-In Egitto Regeni era anche “visiting scholar” dell’Università Americana del Cairo, notoriamente implicata in iniziative atte a diffondere il pensiero e l’influenza USA nella classe colta egiziana e difendere gli interessi statunitensi.
-Durante il periodo in cui è stato in Egitto, Regeni ha pubblicato con uno pseudonimo vari articoli sui sindacati egiziani, anche sul “Manifesto”, ma si sa pochissimo sulla sua attività di “ricerca”.
-E’ certo che Regeni avesse aggangiato il sindacalista Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti.
-In una registrazione (parziale) diffusa da organi di stampa italiani qualche mese fa, si sente Regeni offrire 10.000 dollari ad Abdallah in cambio di fantomatici “progetti” non meglio specificati. Abdallah, già in contatto con la polizia egiziana,  registra il colloquio e chiede a Regeni denaro per sé. 
Regeni rifiuta e si mostra molto prudente. Forse già sa, o sospetta, che Abdallah lo sta registrando e lo ha già denunciato alla polizia. Di fatto Regeni è “bruciato”.
-Il 25 gennaio 2016 Regeni scompare in circostanze mai chiarite. Il suo cadavere, recante segni di gravi maltrattamenti e percosse, viene ritrovato il 3 febbraio in un luogo aperto, non nascosto e di facile accessibilità, presso l’inizio dell’autostrada per Alessandria.
-Proprio in quei giorni è in corso al Cairo un’importante riunione economica tra una delegazione italiana guidata dalla Ministra Federica Guidi ed una delegazione del Governo Egiziano. Tra gli argomenti trattati anche eventuali concessioni all’ENI relative al più grande giacimento di gas off-shore del Mediterraneo scoperto presso la costa egiziana.
-Il Ministro Guidi rientra precipitosamente in Italia (anche se si ritiene che trattative economiche siano continuate sottobanco).
-Le autorità italiane accusano gli inquirenti egiziani di scarsa collaborazione nelle indagini sull’assassinio e l’ambasciatore italiano viene fatto rientrare dal Cairo.Tutta la stampa italiana, ed i partiti ed i movimenti politici, tranne poche eccezioni, si scatenano in una prolungata campagna contro il Governo Egiziano, accusato quale mandante dell’omicidio (ma senza prove concrete). 
-L’Università di Cambridge rifiuta di collaborare con gli inquirenti italiani per chiarire l’esatto mandato ricevuto da Regeni. Nessuna pressione viene fatta dal Governo Britannico sull’Università di Cambridge o sulla Oxford Analytica perché forniscano chiarimenti sull’attività di Regeni. Lo stesso si può dire per il Governo USA nei confronti dell’Università Americana. Il Governo italiano non esercita pressioni e non prende alcun provvedimento verso le istituzioni ed i Governi di cui sopra.
-Solo pochi gruppi o persone in Italia si pongono il problema del “cui prodest”. L’omicidio Regeni ha certamente messo in difficoltà il governo egiziano, posto sotto accusa, e che non aveva interesse ad eliminare un informatore di basso profilo già “bruciato”. L’assassinio ha invece fortemente favorito gli interessi economici di altri paesi, come UK e Francia, che si sono affrettati a concludere una serie di accordi economici con l’Egitto profittando dell’allentamento dei rapporti Italia-Egitto e non mostrando nessuna solidarietà con l’Italia. Non appare peregrina l’ipotesi che l’informatore di basso profilo Regeni, già “bruciato”, sia stato “sacrificato” per creare una situazione come quella descritta sopra, magari con la complicità di qualche gruppo deviato dei servizi egiziani (eventualmente infiltrato dalla Fratellanza Musulmana, all’opposizione).
-Recentemente il Governo italiano decide di cambiare politica e riallaccia relazioni con l’Egitto, parlando di partnership ineludibile e di una possibilità di una maggiore collaborazione dei due stati anche nelle indagini..
-Si scatena l’attacco di ampi settori politici e della stampa, spesso facenti parte dell’area dell’interventismo “umanitario” (già sponsor delle guerre in Jugoslavia, Libia e Siria) al Governo, reo di un eccesso di realismo politico. 
Si comincia però in vari settori ad avanzare anche una critica alla non collaborazione di Cambridge e ad porre ipotesi alternative sull’omicidio e domande sulla reale attività di Regeni.
-In un’intervista il gen. Tricarico, ricoprente incarichi governativi (vedi sotto), ribatte alle accuse, parlando di “utili idioti” che non comprendono il reale contesto di questi tragici avvenimenti.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:07

SIRIA, VITTORIE! – Liberata la Stalingrado siriana

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/siria-vittorie.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 6 SETTEMBRE 2017

Dopo tre anni di micidiale assedio,dell’Isis all’ultima grande città siriana ancora sotto suo controllo, Deir Ez Zor, il 138° battaglione dell’Esercito Arabo Siriano ha raggiunto la parte ovest della città e si è ricongiunto con l’eroica guarnigione che dal 2014, insieme ai 100mila abitanti, ha tenuto a bada, in una situazione di penurie di ogni genere, le orde del mercenariato Usa-Israele-Golfo. Foto dell’incontro danno la misura della gioia provata dai soldati, gli uni per aver tenuto duro in condizioni inimmaginabili, riforniti solo dall’aria, visto che erano riusciti a mantenere il controllo anche sull’aeroporto; gli altri, per aver visto la loro rapidissima avanzata, una vera guerra lampo, coronata dal successo e dalla salvezza di questo pezzo della patria. Un successo reso possibile anche dai costanti bombardamenti russi con missili Cruise sulle postazioni dei terroristi.
 
 
Ora l’esercito siriano proseguirà la riconquista verso i territori ancora occupati a est e a sud. Resta l’amarezza per un’altra importante città siriana, Raqqa, caduta in mano agli ascari curdi degli Usa e di cui non si intravvede la liberazione, insieme a tutto il territorio sul quale questi nuovi mercenari Usa hanno compiuto una terrificante pulizia etnica.
Oggi, comunque, è giorno di festa per la vittoria di un popolo e della sua leadership che sono riusciti a scompaginare i piani di distruzione e annientamento allestiti dai peggiori Stati-canaglia della storia umana.
Aggiungo il video dell’esultanza dei tifosi della Nazionale Siriana, avviata verso la qualifica ai Mondiali di calcio. Un’altra impresa-simbolo di un popolo impareggiabile in condizioni che è difficile immaginare altri avrebbero potuto superare. Grande Siria, grande Assad, grande Putin.
 

ВОЙНА ЕСТЬ ВОЙНА!/ LA GUERRE C’EST LA GUERRE, SALE TEMPS POUR LES ELITES COMPRADORES EN RUSSIE !

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/
2017 09 06/

LM.NET - RU+FR ultimatum oligarques (2017 09 06) FR + RU

Война есть война.
Продажной элите все равно пришлось бы определяться. Просто изначально ставка была сделана на продажность народа. Санкции, курс доллара, цены, недовольство, восстание. Как сейчас помню вой на “эхе” о том, что вот вот, оставшиеся без пармезана, голодные обозленные “крымнашисты” выйдут на Красную площадь сносить режим. Реально ждали по часам, но не прошло и русские люди поддержали президента и суверенитет. (Наелись девяностых мы). Теперь очередь за элитами и президенту будет несладко. Но ему не привыкать, ибо он боец по природе. Хотя, на мой взгляд, это будет бой не на жизнь а на смерть. Элиты с%кливы, да и народу мало что могут предложить. Президент силен, но не всемогущ, но за него простые люди.
Да уж. Сложное время впереди.

АМЕРИКАНЦЫ РОССИЙСКУЮ ЭЛИТУ «ПОСТАВИЛИ НА СЧЕТЧИК», ЧАСЫ ТИКАЮТ

Обозреватели обращают внимание на появившийся в сети перевод принятого (некогда горячо любимым в Госдуме) президентом США Дональдом Трампом «Закона в целях противодействия агрессии иранского и российского правительств». В части России в течение 180 дней (до начала февраля 2018 года) необходимо выявить самых влиятельных российских олигархов и тех физических лиц, которые наиболее активно занимаются внешнеполитической деятельностью. Кроме того, президент США должен потребовать от российского правительства вывести войска с территории Абхазии, Донбасса, Крыма и Приднестровья, после чего передать контроль над границами властям Грузии, Украины и Молдавии соответственно.

Таким образом, российской финансово-политической и экономической элите дали 180 дней (до 2 февраля) на размышление и «сборы чемоданов». Это практический ультиматум, для одних дистанцироваться от «режима Путина», для других просто покинуть Кремль. Необходимая информация с большой вероятностью уже давно собрана. После 2 февраля 2018 года начнется преследование по «американским законам». Так сказать, посылка от доброго «дядюшки Трампа» на этапе российской предвыборной президентской кампании. Как говорится, «думайте-думайте ребята». Российскую элиту «поставили на счетчик», часы тикают.

Фактически Вашингтон зашел с «козырной карты», 26 лет зависимую элитку «воспитывали», давали в этой стране зарабатывать. Теперь задали конкретный вопрос: «вы все-таки с нами или не с нами».
Три года после присоединения Крыма российские элитарии «домкратили» как могли американскую экономику (за счет населения), уступали в рамках «консенсуса» во внешней политике и ожидали нормализации. Однако, получили не нормализацию, а конкретный ультиматум в «лучших американских традициях».

ЧТО В ЭТОЙ СИТУАЦИИ БУДУТ ДЕЛАТЬ НАШИ ОЛИГАРХИ И КРЕМЛЕВСКАЯ ПОЛИТИЧЕСКАЯ ЭЛИТА?
Срок ультиматума нашим олигархам истекает в феврале 2018 года в аккурат к президентским выборам в России. Если до этого момента олигархи не решат проблему Путина, то им будет очень грустно. Самое интересное то, что, если даже они и решат проблему Путина, то им будет грустно все равно. Что значит закон о санкциях, подписанный Трампом? Это означает, что американцы, приняв этот закон, сожгли за собой все мосты. Задний ход американцы теперь дать не смогут, иначе это будет их поражением. Бескомпромиссные условия, выдвинутые США российским олигархам, надо либо выполнять, либо посл.

LA GUERRE C’EST LA GUERRE …
PAR ULTIMATUM WASHINGTON SOMME LES ELITES COMPRADORES RUSSES DE CHOISIR LEUR CAMP !

La guerre c’est la guerre.
Les élites compradores qui vont essayer de la vendre doit encore être déterminées. Tout d’abord, un pari a été fait sur la vénalité des gens. Les sanctions, le taux du dollar, les prix, le mécontentement, l’insurrection. Comme maintenant, on nous a dit dans les médias pro-occidentaux, sans « Echo », que « le peuple en colère, ce même peuple qui a applaudi au retour de la Crimée à la mère-patrie, affamé viendra sur la Place Rouge pour abattre le régime ». On a attendu ce moment, mais il n’est jamais arrivé, et les Russes ont soutenu le président et la souveraineté du Pays. Les Russes ont digéré les années quatre-vingt-dix. Maintenant, la ligne à tenir pour les élites compradores et le président sera difficile. Mais le Président lui n’est pas impressionné, car il est un combattant par nature. Bien que, à mon avis, ce ne soit pas une bataille pour la vie et la mort. Les élites compradores et leurs gens ont peu à offrir. Le président est fort, mais pas omnipotent. Mais les gens ordinaires sont pour lui.
Des temps difficiles sont à venir.

LES AMERICAINS ONT DONNE UN ULTIMATUM A L’ELITE COMPRADORE RUSSE, L’AGENDA COÏNCIDE AVEC LA PRESIDENTIELLE RUSSE DE 2018

Les observateurs doivent prêter attention à la Loi adoptée par le président américain Donald Tramp, dans le but de « contrer l’agression des gouvernements iranien et russe ». Dans toute la Russie, dans les 180 jours (jusqu’au début de février 2018), il s’agit d’identifier les oligarques russes les plus influents et les personnes les plus actives dans les activités de politique étrangère. En outre, « le président américain doit exiger que le gouvernement russe retire les troupes des territoires d’Abkhazie, de Donbass, de la Crimée et de la Transnistrie, puis transfère le contrôle des frontières aux autorités de la Géorgie, de l’Ukraine et de la Moldavie, respectivement ». Ni plus ni moins !

Ainsi, il a été donné à l’élite financière-politique et économique 180 jours (jusqu’au 2 février) pour la réflexion et la fuite des avoirs. C’est un ultimatum pratique, pour que certains se distancient du «régime de Poutine», pour d’autres simplement de quitter le Kremlin. Les informations nécessaires ont été collectées depuis longtemps. Après le 2 février 2018, la persécution commencera selon les «lois américaines». Pour ainsi dire, le cadeau du bon “oncle Trump” au premier stade de la campagne électorale présidentielle russe. L’agenda coïncide !

QUE FERONT LES OLIGARQUES ET L’ELITE POLITIQUE DU KREMLIN DANS CETTE SITUATION?

Le délai de l’ultimatum aux oligarques expire en février 2018, juste à temps pour les élections présidentielles en Russie. Si, jusqu’à ce moment là, les oligarques ne résolvent pas « le problème de Poutine », ils seront dans une sale situation. Le plus intéressant est que, même s’ils résolvent « le problème de Poutine », ils seront dans une sale situation de toute façon. Quelle est la portée de la loi sur les sanctions, signée par Trump ? Cela signifie que les Américains, après avoir adopté cette loi, ont brûlé tous les ponts et tous les vaisseaux derrière eux. Les Américains ne seront pas en mesure de donner un coup de barre arrière, sinon ce sera leur défaite. Les conditions intransigeantes, imposées par les États-Unis aux oligarques russes, doivent être remplies sans alternative. La guerre c’est la guerre !

#LucMichel #ЛюкМишель
#LucMichelPCN #Russosphere #Подвицкий
#США #Россия #Санкции #Почитать
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* Dessin et commentaires du grand Vitaly Podtviski (adaptation française de Luc Michel).
Les USA veulent la guerre, mais avec quelles élites compradores contre le Kremlin ?

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SYRIA-COMMITTEES-TV/ DEIR EZ-ZOR LIBÉRÉE: LES DESSOUS DE LA VICTOIRE (SUR PRESS TV)

* Sur SYRIA-COMMITTEES-TV :

https://vimeo.com/232522963

SYRIA-TV - Deir ezzor libérée II (2017 09 05) FR

Trois ans et un mois de siège sont brisés : les forces syriennes et leurs alliés ont réussi il y a à peine une heure de briser le siège du centre-ville.

oir l’aéroport militaire T-4. Cette victoire vient d’être remportée malgré les actes de sabotage des Américains.

SYRIA-COMMITTEES-TV

(Source : PressTV)

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# DEFENSE DE LA SYRIE ARABE BAATHISTE

ET DE L’AXE DE LA RESISTANCE :

SYRIA COMMITTEES + COMITES SYRIE + SURIE KOMITESI +

КОМИТЕТЫ СИРИИ + SYRIA COMMITTEES WEBSITE

http://www.syria-committees.org

https://www.facebook.com/syria.committees

https://www.facebook.com/suriye.komitesi

https://vimeo.com/syriacommitteestv

https://vimeo.com/syriacommitteestv2

LES DESSOUS DU REPORT DE LA LIBERATION DE DEIR EZZOR (PRESSTV)

* Sur SYRIA-COMMITTEES-TV II :

https://vimeo.com/232515411

SYRIA-TV - Deir ezzor libérée I (2017 09 05) FR

Trois ans et un mois de siège est brisé : les forces syriennes et leurs alliés ont réussi il y a à peine une heure de briser le siège du centre-ville. Les forces “alliées” se trouvent désormais dans le siège du régiment 137 et avancent vers la deuxième section assiégées à savoir l’aéroport militaire T-4. Cette victoire vient d’être remportée malgré les actes de sabotage américains.

La chambre d’opération des alliés de la Syrie a déclaré dans un communiqué que les États-Unis jouaient un rôle dans le report de la libération de Deir ez-Zor. « Que la nation syrienne sache que le soutien direct des États-Unis et de leurs partenaires aux groupes extrémistes armés explique le report des victoires des alliés de la Syrie », ajoute le texte. Selon le communiqué, c’est grâce à la résistance de l’armée et du peuple syrien que le pays accumule des victoires spectaculaires. Les forces syriennes arrivent dans la ville via l’entrée occidentale. Bien avant les forces kurdes soutenues par les Américains qui eux, tentent de faire une percée vers le nord.

La TV syrienne qui diffuse en directe la liesse populaire à Deir ez-Zor, a fait état de l’arrivée de la garde présidentielle et de leurs alliés du Hezbollah au siège du régiment 137 sur fond d’effondrement des rangs terroristes dans l’ouest de la ville. Les forces “alliées” ont avancé de 20 kilomètres en deux jours.

SYRIA-COMMITTEES-TV II

(Source : PressTV)

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