LE FOTO DI BIN LADEN MORTO? TRATTE DA “BLACK HAWK DOWN” DI RIDLEY SCOTT

2  maggio 2011, il presidente  Obama annuncia l’uccisione di Bin Laden  da parte di un commando americano ad Abbotabad, Pakistan.  A tutta prima si rifiuta di diffondere le foto, perché particolarmente atroci. Tre giorni dopo, la Casa Bianca emana la foto.
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Ora una rivista francese di divulgazione scientifica racconta  la verità.
L’originale dal film di Ridley Scott
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L’articolo che spiega la manipolazione digitale.
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A proposito di bufale, vero, o presidenta Boldrini?
Maurizio Blondet 4 agosto 2017

MIGRANTI, LA FILIERA DEL CRIMINE DON ZERAI E FRATEL DEL RIO, SANTI SUBITO

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/08/migranti-la-filiera-del-crimine-don.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 10 AGOSTO 2017

Le ragioni di Lombroso

L’antropologo Cesare Lombroso (1836-1909) aveva ragione e aveva torto. Aveva ragione nell’individuare indicazioni sul carattere delle persone dai tratti facciali e cranici. Aveva torto a concludere che si trattava di caratteristiche genetiche, strutturali in partenza e valide una volta per tutte. Molti hanno poi correttamente ritenuto che la teoria di Lombroso, seppure anche in questo caso mai di valore assoluto, andava applicata a quanto sui visi delle persone si è andato formando in conseguenza della vita vissuta, dei pensieri e sentimenti nutriti, degli atti compiuti e delle vicende occorse. Ad alcuni è dato di mascherare per un buon tratto, magari con l’aiuto dei cerusici, gli effetti di tale vissuto. Pensiamo ad Obama, un pluriassassino e un falsario come nella Casa Bianca non erano ancora mai entrati, le cui fattezze solo ora iniziano a mostrare i primi segni rivelatori di tanta abiezione.

Ma è abbastanza ragionevole considerare che alla nascita tutti i visi sono innocenti e puri, diciamo una pagina pulita su cui ancora nulla è stato scritto, né dall’esterno, né dall’interno. E’ dopo qualche decennio, che su quella pagina incominciano ad apparire, più o meno espliciti, i segni di cosa uno è stato e ha fatto. Esempi  di quanto di più turpe, depravato, deforme, la propria condotta e il proprio spirito possa, lombrosianemente, incidere su un volto, originariamente creato, dicono certuni, a immagine e somiglianza di un loro perfetto dio, se ne trovano quanti se ne vuole nell’empireo delle nostre classi dirigenti. Se pochi arrivano all’abiezione estetico-morale di un George Soros o di un Henry Kissinger, molti ne inseguono con successo gli esiti morfologici. Pensate a Sharon, a Gianni Agnelli, a Andreotti, alla regina Elisabetta, allo stesso Trump, a Eltsin, a Scilipoti, a Migliore, al padre di Renzi…

Facevo queste estemporanee considerazioni quando l’occhio m’è caduto sull’ennesimo “santo subito” del “manifesto” e del dirittoumanismo da tanti migranti al chilo, il prete eritreo, ma forse etiopico, Mussai Zerai, di cui, nella faccia pasciuta e liscia, parte uno sguardo che, piuttosto che “santo subito”, mi suggerisce un “qui gatta ci cova subito”. Lui e la sua agenzia di sollecitazione, ritrovamento e collocamento di migranti africani, Habeshia, costituisce uno dei più efficienti push and pull factor della fenomenologia migratoria. Ora l’occhiutissima, per quanto prudente, procura di Trapani lo ha avvisato di reato e il “salvatore di 4000 naufraghi” rischia di finire sul banco degli imputati di tratta di esseri umani, accanto a eccellenze dell’ “Operazione Svuotare Africa e Medioriente – Affogare l’Europa del Sud”, dall’élite mondialista affidata a Soros, come Jugend Rettet, MSM e, non ancora, ma speriamo presto, Save the Children, MOAS, Open Arms, Sea Eye e tutti gli altri privatizzatori del fenomeno e dei relativi trasporti e trasbordi. Gente le cui funzioni all’interno della citata Operazione il “manifesto” e suoi comparielli cercano affannosamente di occultare con l’urlo assordante, ossessivo, che vorrebbe essere ipnotico, di “salvataggi, salvataggi”.

Malta umana per l’edificio del potere

Sono sempre più numerose e rivelatrici le prove  del malaffare che unisce le Ong ai trafficanti nella filiera criminale che parte dalla promozione di partenze nei paesi d’origine e finisce nella guerra politica, economica e sociale condotta contro il Sud Europa utilizzando come strumento, non tanto gli spasmodicamente propagandati “disperati” di indefinite guerre e miserie (mai noti i responsabili con nome e cognome), quanto una varietà di soggetti dal retroterra niente affatto omologabile. Soggetti che tutti gli attori della filiera riducono a merce umana da utilizzare, come fosse il dollaro, o gli attentati terroristici, o le bombe, o il jihadismo, o la clava dell’austerità, per gli aggiustamenti di potere interni e geopolitici.

I rinnovati flussi dalla Siria e dall’Iraq sono diretta e voluta conseguenza degli attentati Isis e paralleli bombardamenti Usa sui civili che, nel silenzio dei ferventi soccorritori di naufraghi davanti alla Libia, stanno svuotando le maggiori città irachene e siriane. Si fa posto per i mercenari curdi e si priva il futuro di questi paesi delle forze della ricostruzione e rigenerazione. Tre milioni di morti iracheni, 8 milioni di sradicati interni e all’estero, mezzo milione di morti siriani, 6 milioni di sfollati interni, 2 milioni di profughi. Non male per chi si accinge a fare di quelle floride nazioni discarica e pompa di benzina. Peccato che nessun Zerai, nessun Del Rio, nessuna delle solite anime belle, truccate di umanitarismo, che oggi “sul manifesto” firmano per le Ong, si sia mai vista sotto l’ambasciata americana, o israeliana, o saudita, da cui pure varrebbe la pena salvare qualche naufrago.

Africa, come la vogliono

Poi ci sono coloro che gli Usa e la “comunità internazionale” hanno condannato all’inedia, come l’Eritrea, quelli a cui sono inibiti ogni sviluppo autonomo e pacifico dall’intervento militare coloniale diretto (Mali, Ciad, RCA, Niger), o per surrogati etnici o jihadisti (Nigeria, Sud Sudan, Somalia). Mezza Africa, poi, è costretta a venir via dalla perdita dell’elemento costitutivo dell’economia continentale, l’agricoltura, sottratta per il 40% di tutti i terreni fertili alla sussistenza e consegnata, con tanto di villaggi bruciati e popolazioni deportate, all’agroindustria intensiva delle multinazionali. Tutti delitti dei soliti ignoti, del fato. Eppure quanti nomi ci sarebbero da mettere in fila: Usa, Ue, Onu, Monsanto, Exxon, Glaxo, Microsoft, Lockheed, Boeing, Obama, Clinto, Bush, Trump, Cia, Goldman Sachs….

A chi dovesse indugiare, a chi volesse dedicare alla propria comunità sociale, culturale e, pardon, nazionale, i propri strumenti conoscitivi, ivi formatisi,  per arricchire il patrimonio collettivo e garantirgli continuità nello spazio e nel tempo, a chi anche avesse preservato un minimo agio economico, arriva l’offerta dei pifferai  del primo anello della filiera: “Hai 10mila dollari? C’è un doganiere alla frontiera, un camionista sul ciglio del deserto, un carceriere in Libia, uno scafista sulla costa, una Ong a un tiro di sasso e poi l’eldorado europeo. Lo stesso trovato dagli albanesi, dai marocchini, dalle moldave. Nei vari passaggi avrai lasciato il tuo gruzzolo, ma che fa. Le prospettive sono tante, per le donne c’è la mafia nigeriana della prostituzione, per gli uomini i caporali, a volte travestiti da manager, per i minori le immense risorse del pedoporno, per tutti lo spaccio, per molti il Centro d’Espulsione.

L’artiglieria umanitarista, quella che ogni giorno spara a palle infuocate da quasi metà della foliazione del “manifesto”, si articola nelle sterminate espressioni operative dell’Open Society Foundation di George Soros. Fondazione che rappresenta una voce eminente, non sempreconfessata,  del bilancio di quasi tutte le Ong umanitarie, LGBT, Arci e affini, e di tutte le forze del regime change, a partire da Otpor a Belgrado, passando per i battaglioni nazisti a Kiev, per le università di Budapest, per le Ong dei diritti umani come Arci Gay o la Fondazione Bator in Polonia, testè esaltata, insieme ad altre della lobby talmudista, dal “manifesto”.

e non solo

Il quale “giornale comunista”, ancora firmato da qualche “comunista”dallo stomaco di amianto, non si fa scrupolo di muoversi in perfetta sintonia e sui binari da lui fissati con il più efferato bandito della speculazione finanziaria di tutto il globo terracqueo. Quel George Soros che allestì il convegno navigante (le operazioni in mare gli sono congeniali) del 1992 sullo yacht della Regina, il “Britannia”, dove, in combutta con una panoplia di briganti della finanza mondiale e di massoni, con la complicità di rinnegati italioti come Mario Draghi (direttore del Tesoro) e Nino Andreatta, ministro del Bilancio che aveva il merito di aver privatizzato la Banca d’Italia separandola dal Tesoro, attaccò la lira, fece bruciare a Ciampi 40mila miliardi e deprezzò la lira del 30%. E fu la tavola apparecchiata per i predatori a prezzi di saldo del nostro apparato industriale, prima pubblico, poi privato, garantito dagli Amato, Prodi, D’Alema, Berlusconi e via via tutti gli altri. Gente da processo per alto tradimento. Ma al “manifesto” va bene così. Come andranno bene anc he i milioni con cui Soros ha foraggiato il golpe nazista a Kiev.

Questa artiglieria si è ora dotata di due nuove bocche di fuoco. Quella del santo subito don Mussie Zerai, consegnato dagli inquirenti di Trapani, emuli del mangiatore di bambini cristiani Settimio Severo, al martirio della Chiesa dell’Accoglienza Universale; l’altro è Graziano del Rio, per grazia di Dio e volontà di Soros ministro dei Trasporti e, quindi, del mare.

Vediamo il primo. Spiaggiato in Italia e poi in Svizzera, ma soprattutto in Etiopia, all’età di 17 anni, in fuga dall’Eritrea in lotta di liberazione contro, guarda un po’, proprio l’Etiopia e, da allora mai rientrato in Eritrea di cui pur tuttavia racconta, fin nei più intimi dettagli, il regno dell’orrore, della tortura, delle migliaia in carcere, dei campi alla Auschwitz. Al punto da aver ottenuto dall’UE, caso unico dopo quello concesso dagli Usa aigusanos cubani in fuga dalla rivoluzione, la concessione automatica a tutti i migranti eritrei dell’asilo politico.Pull factor non da poco, pari per efficacia al push factor delle sanzioni Usa-Onu-Ue all’unico paese africano che non accetta presenze militari Usa, né crediti ricattatori FMI e BM.. E’ qual è il riferimento africano del don, il suo buen retiro? Ovviamente l’Etiopia, regime sanguinario, massacratore delle minoranze, in particolare Oromo, paradiso dei devastatori con dighe (Impregilo) e con il land grabbing (cinesi, indiani, sauditi), assalitore periodico, su commissione Usa, dell’Eritrea, responsabile di quasi centomila morti eritrei nel corso delle varie aggressioni tra il 1952 e oggi.

Un nuovo padre Dall’Oglio, come lui santo subito

Questo equivalente africano del noto Padre Dall’Oglio, il predicatore della Chiesa di Bergoglio visto sulla tribuna Isis di Raqqa arringare tagliagole e loro supporter a stelle e strisce perché cristianamente sgozzassero Assad, ha dedicato la sua vita a tre cose: diffamare l’Eritrea in linea con le motivazioni che Obama produceva a supporto delle sanzioni e della successiva guerra di sterminio umanitaria; agganciare più eritrei possibili per contrastare, col ricatto dell’asilo politico, la forza e la compattezza della comunità eritrea in Italia ed Europa che si riconosce nelle istituzioni e nel destino seguito dalla madrepatria; diffondere per tutta l ‘Africa, insieme al numero del suo cellulare, la consapevolezza che, attraversati indenni il deserto, scampati ai briganti nelle terre di attraversamento, pagati i vari oboli utili a finanziare la filiera, imbarcati su un qualche mezzo degli scafisti, basta un trillo a Don Mussie Zerai e, in un batter d’occhio, sempre che prima non affondi, ti arriva il natante che ti soccorre, rifocilla e deposita ai piedi del governo più accogliente del mondo. Vengano, signori, vengano…Che ci stai a fare in un paese che i miei amici vanno comunque ad annientare?

Viva Viva San Graziano delle processioni

L’altro howitzer dell’armata che cannoneggia all’insegna del Sinite parvulos venire ad mesi chiama Graziano del Rio, ministro dei trasbordi in mare perchè neanche un parvulo o un magnulo sia privato dell’occasione di raccogliere pomodori, o aspettare in baita, o davanti alla stazione di Milano, che arrivi Juncker a trarlo d’impiccio. I giornali di questi giorni afosi, infuocati solo dal clima e dalle iniziative terroristiche parigine, atte a prolungare per l’ennesima volta  lo stato d’emergenza e, dunque, mettere in campo forze adeguate per far passare la mannaia della loi travail, se la spassano alla vista del remake de “I duellanti”. Capolavoro stavolta in versione farsa: Minniti contro Del Rio. L’uno, di evidente tradizione PCI, l’altro virgulto dell’eterno democristianino. Nell’ormai consolidato contesto del rovesciamento di ogni cosa ideologica, politica, linguistica, nel suo contrario, quello di destra, forcaiolo, respingente, sovranista e repressore, è Minniti; quello di sinistra, umanitario, accogliente, multiculturalista, integrazionista, assimilazionista, è Del Rio.

Di sinistra è coprire con l’ipocrisia e le bugie i veri e propri crimini contro  l’umanità perpetrati contro l’Africa e gli africani, connivenza Ong inclusa. Di destra è chiedere cortesemente agli operatori privati nel marasma del mediterraneo e del sud del mondo allestito dai loro padrini, di accettare un minimo di regole perché nel quadro, che peraltro ne è già zeppo, non s’infilino malintenzionati. E già. Questi sono riusciti a far diventare parolacce quanto è costato la vita e un bel po’ di sangue e pene a decine di italiani che, in armi, in carcere, in parola, si battevano per la sovranità, per la patria, la nazione. Mica per l’Unione Europea. Quella l’hanno fatta dei manigoldi alle spalle nostre. A italiani, francesi, russi e a milioni di africani, asiatici, arabi, latinoamericani, che con queste parole sulle loro bandiere, hanno dato ai padroni della sovranità in esclusiva la migliore lezione dell’intera vicenda umana.

Due paroline ancora su Graziano Del Rio. Ma non era lui quel sindaco di Reggio Emilia che ha scandalizzato e fornito di pesanti sospetti la nostra opinione pubblica non democratizzata quando, sindaco di una città ad alto tasso di criminalità ‘ndranghetista, per questo sotto osservazione della DDA di Bologna, secondo i giornali sarebbe stato visto al ristorante in compagnia con una gruppo di imprenditori sui quali aleggiava, come nuvola di Fantozzi, un forte olezzo di ‘ndrangheta?

Capitò nel 2013. Può capitare. Anche se sarebbe stata una ricaduta. Giacchè nel 2009, come Del Rio ha ammesso a denti stretti alla DDA, il sindaco della città ex-rossa s’era recato in devota processione a omaggiare i santi patroni di Cutro in Calabria. Quelli stessi che, per la DDA, imperversano nel reggiano (e dappertutto nel Nord). Che ci fa un sindaco di Reggo nella roccaforte della ‘ndrangheta della provincia di Crotone? In processione? Quando si sa bene cosa significhino quelle processioni. E certi “inchini”. Diversi prefetti sono saltati sulla sedia per molto meno. Poi l’ex-DC Del Rio insorge contro il suo stesso governo, componente ex PCI, in difesa di personaggi accusati dalla magistratura di operare d’intesa con malfattori.

Cambiasse mai qualcosa in questo paese dell’eterno ritorno. Democristiano..

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:41

MEDITERRANEO – VENEZUELA: UOMINI E TOPI

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MONDOCANE

LUNEDÌ 7 AGOSTO 2017

Insistendo nella mia campagna, nobilmente venefica e correttamente politicamente scorretta, contro i falsari, ipocriti, infiltrati, infingardi, onanisti del pulviscolo sinistro e di richiamo a quelli sedicenti della sponda opposta che tuttavia sui primi spargono foglie di fico, annuncio che, dopo aver rosicchiato il fondo nel corso degli ultimi anni nel segno di Soros, la più grande mistificazione giornalistica del pur poco limpido panorama storico e attuale italiano ha in questi giorni sfondato il fondo.

Il manifesto non raschia, sfonda.

Prima di passare all’argomento sul quale “il manifesto”, perfezionando il trapanamento del fondo, ha esercitato la punta d’acciaio, il Venezuela degli inviati all’ombra della Casa Bianca e di Langley sostituiti, con schietta adesione al Jobs Act, alla reproba caracasiana Colotti, mi s’impone un parallelo. Di Geraldina Colotti non condivido l’affermazione categorica, orba se non cieca, dell’integrità delle Brigate Rosse e affini (mica eravamo nella Germania di Baader-Meinhof, eravamo nell’Italia di Cia, mafia e P2), che mi pare piuttosto una non necessaria difesa della propria integrità. Ma le sue corrispondenze dall’America Latina sono stati in Italia l’unico controcanto cartaceo e audiovisivo, professionalmente impeccabile, al diluvio che pecore e scagnozzi al seguito della riconquista imperialista del continente hanno belato e latrato dall’inizio dell’assalto a Maduro e alla rivoluzione bolivariana. E che i nuovi washingtoniani del “manifesto” hanno ripreso con la solita perizia dell’infiltrato scaltro che dà un colpetto al cerchio e una mazzata alla botte.

Anche a me è capitato, tanto per confermarci nella convinzione che quanto si dice di sinistra, o con faccia tosta inaudita “comunista”, grattando anche poco poco (volendo grattare, vero Dinucci e Co.?), si rivela il volto sporco dell’ opportunismo, se non della controrivoluzione. 2003, dalle parti di maggio. La solita canea tuona contro Cuba (ancora in piedi) per aver arrestato spioni, terroristi e provocatori pagati dall’incaricato d’affari Usa. Per tutti, dal Corriere all’Avvenire, erano nobili “dissidenti”, “intellettuali”, “giornalisti”. Anche Bertinotti, appena emerso da un congresso in cui aveva abolito l’imperialismo, sposato il sub Marcos e Luca Casarini e proclamato la non-violenza, anche retroattiva per i partigiani. Avevo una rubrica su “Liberazione”, Mondocane, e quella puntata sfuggì al maggiordomo Sandro Curzi e rivendicò a Fidel il diritto di proteggere popolo e quanto restava della rivoluzione dagli sguatteri dell’imperialismo. Mi si licenziò come Geraldina. Su due piedi, alla faccia di norme, leggi e contratto. E di un granello anche microscopico di decenza morale. Procedimenti di destra per chi della destra ha assunto gli orizzonti.

Geraldina se lo poteva aspettare. Quando i duri scendono in campo, i molli gli raccattano le palle.

Torniamo alla stupro del fondo. Un bell’ “approfondimento” verso abissi maleodoranti “il manifesto” l’ha compiuto il giorno 6 agosto 2017 con uno sfondamento su quattro fronti: una velina sulla Somalia, in continuità con gli spurghi obamiani sull’Eritrea renitente alla sottomissione, dove tutto il terrorismo è degli Shabaab che colpiscono i mercenari dell’Amisom, forza interafricana che da anni brutalizza i somali per puntellare il fantoccio Imposto (per “il manifesto”, eletto) da neocolonialismo a guida Usa. Di lieve passaggio si parla poi dei comprensibilissimi bombardamenti Usa sui civili somali (finalizzati, come a Mosul, Raqqa e Deir Ezzor, a colmare i barconi dei trafficanti libici e le barcone dei trafficanti Ong). E neanche un’ombra di passaggio si dedica a chi ha scientemente e pervicacemente ridotto la Somalia nello stato contro cui gli Shabaab si ribellano. Per esempio la Folgore e i carabinieri, passati alle cronache per il fugone dalla Somalia dopo avervi lasciato tracce su prigionieri torturati e donne violentate.

Di prammatica e, nel contesto, facile facile, la stilettata alla Corea del Nord che con quattro missili in mare salvaguarda la propria esistenza da chi la circonda, e circonda il mondo intero, di basi (forze d’occupazione, 90 in Italia), esercitazioni e installazioni missilistiche, tipo il THAAD, proprio ai piedi del Nordcorea. Nulla ha da aggiungere “il manifesto” ai consiglieri militari (McMaster) di Triump quando si stracciano le vesti sulle “mortali minacce” di Kim Jong Un.. Chi tace, si sa, acconsente.

Per nulla sorprendente, alla luce di una russofobia storica (Astrid Dakli, albanese con la bava alla bocca, ricordate?) che non ha nulla da invidiare alle creatività paranoide di Hillary e dei suoi scagnozzi e padrini nello Stato Profondo, che il fidato giornale rilancia l’ennesima bufala di Novaja Gazeta, il quotidiano della “martire” Politovskaja che, oltreche lì, spargeva le sue intemerate contro Putin sull’ emittente Cia Radio Liberty/Free Europe. Giornale credibilissimo, dunque, che, a dispetto della repressione di ogni libertà di stampa dello Zar, esce regolarmente e oggi può pure imbastire un caso sul fermo di un immigrato clandestino ricercato in Uzbekistan. Niente fonti, niente verifiche, ma oltre ogni dubbio, maltrattamenti e pestaggi da parte dei secondini russi. Lo dice, e come potrebbe non dirlo, Amnesty International e, noblesse oblige, lo dice “il manifesto”.

Pinzillacchere, quisquilie rispetto all’armata di carri armati e la flotta di bombardieri che “il manifesto” lancia contro chi ha osato mettere in dubbio, no, addirittura sospettare, macchè, perfino, oddio!, indagare, accusare, confiscare, esibire prove di reati immondi, santi rigogli dell’umanitarismo europeo. Piccoli eroi della guerra che, a nome di dominanti globali, Soros e soci e subalterni, conducono contro chi pretende di essere lasciato in pace e a casa. Noi come campione di questa congerie abbiamo nientemeno che Roberto Saviano. Quello che, con libro e film, insegna ai napoletani come fare il boss. Mediatori del meticciato a perdere che, a costi immani e a prebende pur esse cospicue di operatori e finanziatori, agevolano la tratta di esseri umani a partire da chi li induce o costringe a lasciar casa, terra, famiglia, identità e, passando per traversie varie, compreso il do ut des tra trafficanti e Ong, arriva tra caporali e imprenditori schiavisti che, secondo Tito Boeri, gli fanno produrre l’1% del PIL

Scoperto con il sorcio tedesco di “Juventa” in bocca, anziché chiedere scusa ai suoi lettori per avergli fatto passare manigoldi della tratta umana per soccorritori, “il manifesto” si è attaccato alle pantegane Medici senza Frontiere e Save the children, appena un attimo prima che pure queste venissero inchiodate dagli inquirenti. Sfiga.

E così, anche per oggi, “il manifesto” ha fatto la sua porca figura e il suo porco lavoro. Sotto a chi tocca. Parliamo di Venezuela, recente tacca sul fucile con cui sinistri e destri sparano alla verità.

Venezuela: uomini e topi. E papi

Basta sapère chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto, costi quel che costi. Dietro e con i golpisti del 2016-17, gli stessi del 2002 (Capriles, Lopez, Ledezma) che obliterarono presidenza, parlamento e tutte le istituzioni e instaurarono una dittatura sotto la guida di Bush, del suo consigliere Kissinger (quello dell’operazione nazista Condor), del segretario di Stato Colin Powell (quello delle armi di distruzione di massa di Saddam, a proposito di fake news), ci sta lo Stato Profondo Usa, cioè quel carcinoma planeticida composto da servizi segreti, armieri, banchieri e imprenditori apicali come i maltusiani Rothschild, Warburg, Goldman Sachs, Rockefeller, Bill Gates, tutta la lobby talmudista.

A dirci dello stato del mondo basta vedere come agli ordini e al servizio della suddetta consorteria si siano congiunti in unico blocco di cemento, da appendere al collo del popolo venezuelano, sinistre radicali, sinistre moderate, destre moderate, destre radicali, i grandi media e la manovalanza tipo “manifesto”, violenti e nonviolenti, lobby ebraica, cristiani integralisti e cattolici detti progressisti (un controsenso). In testa a tutti, svettante di bianco, il nonviolento par excellence, il caudillo del Vaticano con tutti i suoi cacicchi locali. Dismessa la maschera del “mediatore”, si è trovato con naturalezza dalla parte dei suoi: “Non riconosco la Costituente di Maduro!” ha tuonato. Segue scomunica? I suoi sono quelli stessi con i quali ha serenamente convissuto e collaborato quando torturavano e ammazzavano gli oppositori, ne passavano i figli ai carnefici e, al largo delle coste argentine, facevano volare dagli aerei migliaia di chavisti ante litteram. Dalla Siria al Venezuela, dai divorziati, pur sempre peccatori, al diavolo, pur sempre tra noi: è l’infallibilità del pontefice.

Intanto, dalla pioggia di merda fake news piovutaci addosso da questi facilitatori di imprese kissingeriane, estraiamo e buttiamo subito quel pacco di melma dei presunti brogli nelle votazioni per la Costituente. Il risultato certificato dalla Commissione Nazionale Elettorale di 8.089.320 è stato certificato dopiamente dalla scheda e dal controllo delle impronte digitali di ogni elettore. I documenti sono a disposizione dell’opposizione e di qualunque verificatore. Cosa mai verificatasi per la farsa del plebiscito del MUD del 16 luglio: elettori senza documenti, voti ripetuti a volontà dagli stessi votanti, tutti i registri bruciati una volta conclusa la buffonata. Verifiche impossibili.

I Black Bloc delle manifestazioni europee, additati dai benpensanti al ludibrio e all’ostracismo, anatemizzati come violenti fascistoidi, bastonati e carcerati dalle forze dell’ordine democratico (che, così provocate, possono magari anche trascendere, come a Genova), rispetto a quanto s’è visto in piazza in Venezuela a partire dal 2014, sono angeli del mutuo soccorso. Qui una vetrina infranta è vandalismo, un cassonetto di traverso un attentato all’ordine costituito. Lì, fili di ferro attraverso la strada per tagliare teste di poliziotti, assalti all’arma bianca, alla bottiglia incendiaria, alla rivoltella, agenti incendiati, sedi chaviste, negozi, edifici istituzionali dati alle fiamme, cecchini infilati tra i dimostranti (come li avevo visti al tempo del golpe del 2002). Si tratta di democratica protesta di popolo contro la dittatura. E chi difende l’ordine legittimo con idranti e pallottole di gomma, di quella dittatura è il custode.

Sono i classici due pesi e due misure cui siamo abituati dai primordi della lotta di classe. E anche da prima, quando bruciare pagani era buono e fare martiri cristiani era cattivo. Ma non è questo il punto. Il punto è che ogni schierarsi con la manovalanza sanguinaria che l’oligarchia sconfitta 18 anni fa spedisce in piazza (si parla di 15mila teppisti bene addestrati) equivale a far fare all’umanità tutta un passo indietro. Che poi equivale a un passo avanti verso l’abisso. E questo dovrebbe essere pacifico. Il punto è anche che una mattanza orrenda come quella del Messico dei 130mila ammazzati sotto gli ultimi due presidenti, delle 30mila sparizioni forzate, del giornalista ammazzato al giorno, degli innumerevoli femminicidi, del narcostato che, con la supervisione anche armata Usa, finge la guerra alla droga per massacrare contadini, lavoratori, studenti e sterminare oppositori, non solleva un ciglio. E neppure l’Honduras, che dopo il golpe di Obama e Hllary, è diventato il nuovo hub della droga per i mercati Usa e il mattatoio dei difensori del popolo e dei suoi diritti, come la grandissima Berta Caceres. E neppure la Colombia. Dove dall’inizio dell’anno sono stati uccisi 46 leader di movimenti sociali, mentre tra il 2012 e il 2017 ne sono stati eliminati 678. Sono specialisti dello sguardo orbo le sedicenti sinistre. Il PC argentino ha preferito stare con Videla piuttosto che con Peron.

Colpetto al cerchio, mazzata alla botte

Ma il punto vero è ancora un altro ed è l’immonda complicità dei cerchiobottisti in malafede e l’ottusità di quelli che, in buonafede, vanno lì a misurare col bilancino torti e ragioni. Tanto sono democratici i capi della sedizione venezuelana, Ledezma, Capriles e Lopez, da essere stati tra i promotori del colpo di Stato contro Chavez nel 2002 e dei successivi pochi giorni di dittatura vera. Sono gli stessi che per i loro pogrom di oggi godono del sostegno dei presidenti dei paesi neocolonizzati dagli Usa: Macri, Temer, Santos e Pena Nieto. E basterebbe per prendere posizione.

Il nemico principale di una sinistra che si ponga a difesa delle masse da riscattare o da difendere sono le destre reazionarie e l’imperialismo. Schiacciarli è la priorità assoluta. Allende sbagliò su diversi piani, ma come non stare dalla sua parte contro Pinochet? Quando si intravvede un golpe è essenziale individuare i responsabili della crisi: coloro che provocano un disastro non sono gli stessi che non sanno risolverlo. Vale per l’economia. Gli errori compiuti da Maduro e che Geraldina Colotti dovrebbe illustrarci con maggiore severità, sono numerosi e gravi. Ma i colpevoli della situazione attuale sono gli oligarchi teleguidati dagli Usa, del cui mostruoso tasso di criminalità sarebbe cecità dubitare. Non si devono confondere responsabilità di diversa natura.

Errori hanno riguardato gli andirivieni incerti su valuta, cambio e circolazione monetaria, su ricerca di consenso negli ambienti strutturalmente ostili (grande distribuzione, proprietà terriera, finanza), l’inaccettabile debito esterno causato in gran parte dal mancato sviluppo manifatturiero e agricolo e dalla dipendenza dal petrolio, gli insufficienti controlli sui prezzi e contrabbando e su chi li manipolava e gestiva, su chi non tagliava gli artigli a coloro che, utilizzando i non nazionalizzati circuiti privati, imboscavano e creavano penurie artificiali. La crescita di una cosiddetta bolibourgeoisie all’ombra di Chavez e Maduro ha prodotto inefficienze e corruzione, connivenza con miliardari travestiti da chavisti.

Ma il collasso della produzione, l’inflazione che ha comportato (insieme alla caduta del prezzo del petrolio) il taglio a interventi sociali, i limiti alla redistribuzione della ricchezza, insomma una frenata al più grandioso processo di emancipazione mai visto in America Latina dopo i primi anni della rivoluzione cubana, sono opera dell’oligarchia spodestata. Opera finalizzata a rovesciare Maduro, bloccare il processo bolivariano, recidere i legami, già insufficientemente curati, tra masse e istituzioni.Tornare al prima di Chavez. Cioè a quella diseguaglianza spaventosa, quella totale soppressione di diritti sociali e democratici, la miserabile dipendenza dal padrone yankee, che ha caratterizzato l’America Latina quando gli Usa ne avevano fatto il cortile di casa e che ora si è riaffermata in Honduras, Argentina, Brasile, Cile.

Nel bene e nel male che sta facendo, tipo riuscire a mobilitare la stragrande maggioranza del popolo, invisibile ai media occidentali; tipo non smantellare la burocrazia che ha soffocato la marcia verso il socialismo, Maduro non cede. Non è Tsipras. Non è Raul. Il chavismo non si arrende. Non è Syriza. La Costituente è una sacrosanta risposta al golpismo: fa emergere quello che vuole il popolo. Costituisce un’espressione democratica rispetto a un parlamento delegittimato, non solo dal golpismo endemico, quando dall’aver rifiutato di annullare l‘elezione di deputati segnata da crimini. Che le “sinistre”, se conservano un briciolo di onestà intellettuale e di integrità morale (non parlo del “manifesto”), piuttosto che con un Maduro, aggredito da tutti i fronti e da tutto il peggio del mondo, come Gheddafi, come Saddam, come Assad, come Milosevic, se la prendano con gli stronzissimi ricchi del Venezuela (infestati di predatori italiani), con i razzisti anti-indigeni e anti-proletari di Plaza Altamira, con la Cia e sue dependances, Amnesty International e Ong varie.

O vogliono Kiev a Caracas?

 

FIN DE PARTIE EN SYRIE POUR LES SAOUDIENS !

SYRIA COMMITTEES/ COMITES SYRIE/

КОМИТЕТЫ СИРИИ/ 2017 08 07/

SYRIA - Syrie perdue pr les saouds (2017 08 07) FR

Syrie: Riyad hisse le drapeau blanc !

L’Arabie saoudite reconnaît son échec en Syrie !!!

Les “rebelles syriens” (comme Riad Hijab coordonnateur du Haut comité des négociations ou HCN) avaient tout misé sur Riyad, croyant à la lettre les officiels saoudiens quand ils disaient vouloir “mettre à la porte” Bachar Assad, de gré ou de force.

Les voilà tombés des nues depuis qu’Adel al-Jubeir leur a affirmé qu’ils n’avaient plus de choix et qu’il leur faudrait se faire à l’idée d’une présidence Assad.

Au lendemain de cette annonce, Riyad a choisi la voie du déni, affirmant que les propos de Jubeir avaient été tirés de leur contexte. Mais le mal était fait. Le journal Raï al-Youm revient dans son éditorial sur ce coup de tonnerre provoqué par le ministre saoudien des AE et écrit: “Ce fut avec une extrême férocité que le chef de la diplomatie saoudienne a annoncé au chef de la délégation de l’opposition anti-Assad, venue à Riyad évoquer la crise, ceci: Bachar Assad restera président de la Syrie. Il vous faut une approche nouvelle de la crise sinon nous allons trouver une solution à la crise sans la participation de l’opposition !” 

L’onde de choc provoqué par ce message au sein de l’opposition syrienne fut énorme. Cependant on s’y attendait puisque la donne a bien changé sur le champ de bataille en faveur de l’État syrien. En effet, il n’appartient plus aux grandes puissances de décider du sort du président syrien vu que son armée avance sur tous les fronts et gagne du terrain perdu. Mais l’opposition syrienne a eu tort d’avoir fondé tout espoir en Arabie saoudite. D’ailleurs, elle aurait dû sentir le vent tourner quand Trump a décidé sous le conseil du chef de la CIA, Mark Pomepo, de cesser d’envoyer les armes aux rebelles de l’Armée syrienne libre (ASL). C’était là une décision qui ne pouvait que renforcer Assad dans sa fonction de président, et c’est vrai que le président syrien est plus fort qu’en 2011.

MAIS QUEL SORT EST-IL RESERVE AUX REBELLES SYRIENS?

Tout au plus celui que les Américains ont réservé aux Contras: après l’arrivée à la présidence de Ronald Reagan, en 1981, les États-Unis coupent l’aide économique au Nicaragua et commencent à financer les Contras, des opposants au régime sandiniste. Cette politique a entraîné une guerre civile qui a duré 10 ans et qui a fait plus de 30 000 morts, mais les miliciens ont fini par rendre des armes.

Or, c’est cette connaissance historique qui semble manquer à l’opposition syrienne: en réalité, ce qu’a fait Riyad n’a rien de surprenant puisque ce n’est pas lui, le décideur. Les Saoudiens n’ont ni l’autorité ni la capacité de décider de leurs moindres agissements sans concerter au préalable avec les Américains.

CETTE ALLIANCE SYRIE/RUSSIE/IRAN QUI A MILITAIREMENT LE VENT EN POUPE ET QUI CUMULE LES SUCCES MILITAIRES …

Jubeir ne l’a pas annoncé publiquement mais tout le monde le sait: en Syrie, les États-Unis ont abandonné la partie au profit de la Russie qui s’occupe désormais de tout en compagnie de ses alliés que sont l’Iran, le Hezbollah et l’armée syrienne. C’est cette alliance Syrie/Russie/Iran qui a militairement le vent en poupe et qui cumule les succès militaires: la prise d’al-Sokhna, ultime bastion de Daech à Homs, constitue d’ailleurs son dernier gain, laquelle lui permet de faire marche sur Deir ez-Zor, cette province stratégique qui se trouve dans l’est et le sud de Raqqa.

On ignore quelle est l’approche que Jubeir propose à l’opposition anti-Assad. Mais une chose est sûre: Riyad veut que les “rebelles” négocient avec le président syrien dans le cadre d’une trêve généralisée. Quiconque refuserait de voir cette réalité en face, ferait du tort à lui-même. La Syrie de 2017 n’est pas celle de 2011. Tout comme l’Arabie saoudite qui n’est plus le royaume qu’elle était il y a six ans.

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DAMAS REJETTE TOUTE DEMEMBREMENT DE LA SYRIE AU PROFIT D’UN PSEUDO-ETAT KURDE !

SYRIA COMMITTEES/ COMITES SYRIE/

КОМИТЕТЫ СИРИИ/ 2017 08 07/

La détestation des djihadistes ne doit pas nous faire oublier que les milices kurdes (celles du PYD-PKK – unités de protection du peuple kurde – comme celles de la Région autonome du « Kurdistan irakien » de Barzani) ne sont que des mercenaires des USA ! Il faut prescrire tout « romantisme kurde », notamment envers les unités féminines du PYD. Nous, COMITES SYRIE, nous défendons l’unité nationale de la Syrie ba’athiste …

SYRIA - Damas vs pyd (2017 08 07) FR

DAMAS DÉCONSEILLE LES KURDES D’ORGANISER DES ÉLECTIONS

Le vice-ministre syrien des Affaires étrangères, Fayçal Mokdad a insisté sur l’intégrité territoriale de la Syrie avant de qualifier d’une blague la décision des Kurdes du nord syrien censée organiser des élections. Les Kurdes du nord syrien ont fixé la semaine dernière des dates pour l’élection de conseils locaux et d’une assemblée régionale, dans les régions où ils en ont repris le contrôle, une mesure qui a apparemment vu le jour en vue de cimenter l’autonomie en pleine croissance du Kurdistan syrien.

Lors d’une interview accordée à Reuters Fayçal Mokdad s’est penché sur cette décision des Kurdes pour dire :

« La Syrie ne cédera le moindre centimètre de son territoire et ne permettra jamais le démembrement du pays. La décision des Kurdes censée organiser des élections n’est qu’une blague ». « Le gouvernement consolidera enfin ses pierres angulaires sur les régions étant sous l’emprise des Kurdes », a-t-il rassuré.

Plus loin dans ses propos le vice-ministre syrien des Affaires étrangères a tenu à réitérer :

«  Nous croyons que les citoyens syriens, habitant dans le Nord du pays, ne mettront pas en péril la situation du pays et qu’ils ne se dirigeront jamais dans le sens du démembrement de leur patrie. Ceux qui s’acheminent sur cette direction paieront le prix de leurs actes ».

À la question de savoir si Damas s’intéresse ou pas à “destituer” aux Kurdes des régions étant sous leurs contrôles, ce diplomate de haut rang syrien  a réaffirmé :

« Il n’est pas question de volonté et de désir. Mais il est préférable que les kurdes n’organisent pas ces élections car il est hors de question de transiger sur l’intégrité territoriale syrienne ».

Il a appelé les États-Unis à cesser leurs activités à l’intérieur du territoire syrien et mettre fin à leurs mesures illégales débouchant sur le massacre des milliers de civils.

LES ÉTATS-UNIS DE TRUMP SEMBLENT AVOIR DÉCIDÉ DE JOUER SUR LES DEUX TABLEAUX, TURC ET KURDE …

Les Kurdes de Syrie et leurs alliés contrôlent une grande partie du Nord de la Syrie. Les Unités de protection du peuple constituent les forces militaires des Kurdes considérées comme colonne vertébrale d’une coalition intitulée les Forces démocratiques syriennes qui sont soutenues par les États-Unis dans la lutte contre Daech. Ce soutien est toutefois bien opaque et change de façon conjoncturelle : inquiets de froisser la Turquie, les États-Unis semblent avoir décidé de jouer sur deux tableaux, ne pas aller jusqu’au bout de son soutien aux kurdes et faire semblant de les soutenir pour inciter la Turquie à intervenir militairement dans le nord syrien.

* Photo :

Al-Malikiyah (Syrie), le 25 avril 2017. Un officier américain, de la coalition dirigée par les États-Unis, parle avec des combattants des unités de protection du peuple kurde.

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LA VERITABLE GUERRE CONTRE LE TERRORISME (II): L’ARMEE ARABE SYRIENNE LIBERE RAQQA !

 

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КОМИТЕТЫ СИРИИ/ 2017 08 07/

Alors que les médias de l’OTAN nous désinforment en permanence sur les soi-disants exploits à Raqqa – la capitale du « Kalifat » de Daech – de la « Coalition américano-occidentale » et de ses mercenaires kurdes des soi-disants « Forces démocratiques arabes » (sic), l’Armée Arabe Syrienne libère, elle, la ville.

 SYRIA - Damas libère raqqa (2017 08 07) FR

* Voir sur PCN-TV/

LUC MICHEL : POUTINE – ASSAD – DEBY ITNO.

LES TROIS PRESIDENTS QUI COMBATTENT VRAIMENT LE DJIHADISME !

sur https://vimeo.com/210829901

 LIBERATION DE TOUS LES BATIMENTS GOUVERNEMENTAUX DE RAQQA !

Après que le ministre saoudien des Affaires étrangères Adel al-Joubeir a fini par se soumettre à l’idée du maintien au pouvoir du président syrien Bachar al-Assad, l’information faisant état de la libération de nouveaux quartiers de la ville de Raqqa et de celle de tous les bâtiments gouvernementaux de la ville nous est parvenue. Il faut aussi ajouter que l’armée syrienne continue de progresser dans le sud-est de la province de Raqqa.

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LUTTE ANTI-DAECH: L’ARMEE LIBANAISE N’EXCLUT PAS UNE EVENTUELLE COOPERATION MILITAIRE AVEC DAMAS

SYRIA COMMITTEES/ COMITES SYRIE/

КОМИТЕТЫ СИРИИ/ 2017 08 07/

 Le ministre libanais de la Défense Yaacoub Al-Sarraf, n’a pas exclu une éventuelle coopération militaire de l’armée libanaise avec Damas dans le cadre de la lutte anti-Daech.
SYRIA - Armée libanaise ctre daech (2017 08 07) FR

Bien que le ministre libanais ait toujours rejeté une coordination militaire entre l’armée libanaise et celle du gouvernement syrien, il n’exclut pas aujourd’hui une éventuelle coopération entre les deux pays. Dans une interview accordée à l’une des radios locales du pays, le ministre libanais a déclaré: «La coopération militaire avec Damas ne poserait aucun problème si elle allait dans le cadre des intérêts nationaux du Liban.»

Revenant sur l’échange négocié de prisonniers entre le Front al-Nosra (actif à la frontière libano-syrienne) et le Hezbollah libanais (qui soutient militairement le gouvernement syrien face aux terroristes), cette haute autorité militaire libanaise a exhorté l’opinion public de son pays à ne pas mettre sous pression l’armée et à ne pas saper ses plans antiterroristes. Les cinq combattants du Hezbollah récemment libérés étaient en captivité pendant deux ans en Syrie.

À cette fin, le ministre libanais de la Défense a appelé le peuple et les responsables libanais, à soutenir unanimement l’armée qui se prépare pour une offensive militaire dans les villes de Ras Baalbek et d’al-Qaa, près des régions libanaises sous contrôle des terroristes.

YAACOUB AL-SARRAF A REJETE TOUTE DEMANDE D’AIDE AUX ÉTATS-UNIS

Interrogé sur une éventuelle aide militaire américaine à l’armée libanaise dans sa lutte contre Daech, dans les hauteurs à l’Est du Liban, Yaacoub al-Sarraf a rejeté toute demande d’aide aux États-Unis. Au Liban, la décision militaire revient à l’armée, mais la politique de défense est décidée par le gouvernement, ce qui met parfois l’armée dans l’embarras en ce qui concerne ses objectifs opérationnels, et cela malgré les multiples menaces proférées dernièrement par des terroristes aux portes du Liban.

Dimanche 6 août, l’armée libanaise a pilonné les positions des rebelles armés dans les hauteurs de Ras Baalbek et d’al-Fakiha. Les détonations se sont fait entendre jusqu’à Baqaa, une région périphérique du Liban, frontalière de la Syrie.

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SUR PRESS TV (IRAN) LUC MICHEL ANALYSE LE ROLE DE LA FRANCE DANS LE GENOCIDE RWANDAIS

# PANAFRICOM-TV/

TRUMP – MACRON – FRANCAFRIQUE

ET NOUVELLE ARMEE FRANCAISE III

2017-07-30_211628

PANFRICOM-TV/

SUR PRESS TV (IRAN)

LUC MICHEL ANALYSE LE ROLE DE LA FRANCE DANS LE GENOCIDE RWANDAIS

(DANS ‘REPORTAGE’ CE 30 JUILLET 2017)

PRESS TV, la télévision iranienne internationale francophone,

interroge Luc MICHEL (géopoliticien, président de PANAFRICOM) :

PRESS TV :

« Suite aux changements au sein de l’une des plus puissantes armées de

la planète, nous nous sommes intéressés à son nouveau commandant, le

général Lecointre, nouveau chef d’état-major de l’armée française.

Mais à peine nommé chef d’état-major des armées en remplacement du

général Pierre de Villiers, François Lecointre pourrait d’ores et déjà

faire face à une polémique durable : celle du rôle des militaires

français lors du génocide rwandais.

Luc Michel, géopoliticien et expert politique, analyse la question.»

LECOINTRE DEVANT LA CPI ?

Dans ‘REPORTAGE. L’INTERVIEW’,

PRESS TV (Iran) interroge Luc MICHEL, géopoliticien,

* PRESS-TV/

Emission complète « Reportage »

http://www.presstv.com/DetailFr/2017/07/30/530201/Lecointre-devant-la-CPI-

____________________

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PANAFRIcan action and support COMmittees :

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VENEZUELA E GLI ALTRI: GLI AMICI DEL GIAGUARO E GLI UTILI IDIOTI CHE SI TIRANO DIETRO

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MONDOCANE

DOMENICA 30 LUGLIO 2017

Sono assolutamente d’accordo con Enzo Brandi e trovo che qualcuno sia sempre troppo superficiale e ingenuo e sistematicamente perda d’occhio il contesto. Troppo facile, troppo comodo.

Quanto al turpe “manifesto” basta vedere come l’emarginazione e censura alla storica corrispondente per l’America Latina, Geraldina Colotti, (di cui accetto che sia stata a volte troppo appiattita sulle posizioni del governo Maduro), proprio nel momento decisivo dell’assalto imperialista e reazionario-clericale al Venezuela bolivariano, sia stato sostituito oggi da quattro articoli del tutto cerchiobottisti, quando non implicitamente comprensivi nei confronti della sollevazione “popolare”, dei cui retroscena e strumenti (boicottaggio, imboscamento, terrorismo, paramilitarismo) si tace e, anzi, si suddividono equamente le oltre cento vittime, in stragrande maggioranza uccise dai terroristi, tra repressione e manifestanti contro. C’è un Serafini che attribuisce a Porto Alegre e agli inani ed equivoci Social Forum (Tobin Tax, uno 0,0 qualcosa al municipio) il grande movimento che avrebbe poi avuto come ricadute Chavez, Morales e gli altri, quando è vero il contrario e fu il Venezuela chavista a innescare la grande emancipazione culminata nell’A.L.B.A., mentre i portoalegrini diffidavano di Chavez, lo ostracizzavano e non hanno mai pronunciato la parola imperialismo (perciò cari a Bertinotti, quanto l’infiltrato subcomandante in Chapas). Diciamo che, come poi s’è visto, nei social forum si facevano le ciarle, a Caracas, La Paz, Quito, i fatti.

Qui ne va del popolo venezuelano e dell’intero movimento latinoamericano di cui ai quattro gazzettieri del manifesto poco cale, come poco gliene cale di analizzare e denunciare i vari complotti Usa e Cia di destabilizzazione (Honduras, Uruguay, Colombia, Argentina, Messico, Guatemala…..).

Personalmente avrei molte rimostranze da avanzare nei confronti di Maduro (corruzione boliborghese dilagante, mancata diversificazione produttiva dall’estrattivismo petrolifero, sordità nei confronti dei movimenti antagonisti bolivariani seri, mancate nazionalizzazioni della grande distribuzione e dei settori finanziari del boicottaggio. costanti compromessi al ribasso con il nemico che punta alla morte del bolivarismo, fiducia in un papa che invece innesca i suoi nazi-cardinali in loco….). Ma guai, oggi come oggi, di fronte al mostro Usa e al revanchismo di una destra clericofascista e, da sempre, golpista agli ordini della CIA, non schierarsi incondizionatamente dalla parte del governo e del popolo bolivariani. Quello che è stato realizzato a favore delle masse da sempre deprivate e sfruttate in Venezuela e, per contagio, in gran parte dell’America Latina, la luce di speranza accesa sul mondo intero assalito dalla necrofora globalizzazione imperialista neoliberista, hanno fatto della rivoluzione bolivariana l’episodio più avanzato di questo inizio millennio e il nuovo riscatto dopo le sconfitte di Zapata e i ripiegamenti dei Castro. Ciò che le forze dell’oscurantismo, della militarizzazione, del nuovo colonialismo, della decerebrazione di massa vorrebbero sostituirgli è esattamente quanto Orwell e Huxley hanno previsto e descritto. L’ulteriore avanzata della notte sul mondo.

Non diamo retta ai pesci in barile, agli sporchi opportunisti, i lanzichenecchi mediatici del sociocida Soros. Qualsiasi possano essere stati i limiti, evitabili e non, della resurrezione bolivariana, essa rappresenta un grandioso tentativo di arrestare la marcia della morte che l’umanità aveva intrapreso al suono dei pifferi della sua componente subumana. Non permettiamo che fallisca, che sia l’ultimo.

Tutto questo vale anche per l’eroica resistenza degli arabi che. dalla Libia all’Iraq, dalla Siria allo Yemen, si oppongono al ritorno dei barbari, sacrificandosi per noi tutti.

Quanto all’articolo “migranti” qui in fondo, pietismi, accoglienze indiscriminate, respingimenti indiscriminati, hanno tutti il difetto, in piena malafede, di ciurlare nel manico: di occultare l’immane, epocale operazione euroatlantico-talmudista di distruzione, a fini di depredazione, dell’Africa da ricolonizzare, grazie allo svuotamento delle sue generazioni giovani, e di messa in ginocchio di un’Europa del Sud che si sa avere nell’uscita da UE ed euro , dalla morsa euroatlantica e dalla partnership di pace e rispetto con l’Oriente, l’unica chance di sopravvivenza

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From: brandienzo@libero.it
Sent: Sunday, July 30, 2017 10:39 AM
To: Marco Palombo
Cc: nowaroma ; comitatononato ; Fulvio ; piero.pagliani@gmail.com ; Alessandro Bianchi ; zambon@zambon.net ; mcspin@libero.it
Subject: R: Re: (ListaNoNato) R: [nowaroma] Liana Vita (Manifesto)- La missione in Libia viola il divieto di respingimenti

Infatti Haftar è l’unico esponente libico che in questo momento difenda in qualche modo l’indipendenza e la sovranità della Libia.
La missione navale italiota è solo un patetico tentativo del nostro governicchio targato PD di sostenere l’incerto “governo” Serraj di Tripoli, nostro alleato, e di opporsi in qualche modo all’attivismo molto più incisivo della Francia nella regione.
Illustriamo chiaramente le ragioni politiche del patetico intervento italiota e non facciamo finta di parlare solo di migranti.

—-Messaggio originale—-
Da: “Marco Palombo” 
Data: 30/07/2017 10.24
A: “brandienzo@libero.it”
Cc: “nowaroma”, “comitatononato”, “Fulvio”, , “Alessandro Bianchi”, “zambon@zambon.net”
Ogg: Re: (ListaNoNato) R: [nowaroma] Liana Vita (Manifesto)- La missione in Libia viola il divieto di respingimenti

Haftar si è pronunciato contro la missione italiana, questa è molto fragile.

Purtroppo il Movimento 5 stelle per ora non ha detto una parola.

Ma è possibile che siate sempre così faziosi.

Il giorno 30 luglio 2017 10:19, ‘brandienzo@libero.it’ via ComitatoNoNato ha scritto:

Trovo l’articolo del Manifesto al solito evasivo e fuorviante, tutto impostato solo su sospette tematiche “umanitarie”.
Nessuna analisi sulla drammatica situazione politica della Libia e sulle chiare responsabilità dell’imperialismo europeo e nordamericano. Quelli che oggi piangono sui “migranti” sono molte volte gli stessi che invitavano a distruggere la Libia, ovviamente sempre per ragioni “umanitarie” e per “la responsabilità di difendere i civili”. Vero Rossanda? Vero Levy?

—-Messaggio originale—-
Da: “Marco Palombo” 
Data: 30/07/2017 9.36
A: “Marco Palombo”
Ogg: [nowaroma] Liana Vita (Manifesto)- La missione in Libia viola il divieto di respingimenti

il Titolo che ho messo al post è la segnalazione sulla prima pagina del manifesto dell’ articolo posto in una pagina interna.
M.P.
Missione senza tetto (costa 7 milioni) né legge internazionale
La missione Gentiloni. Il costo dell’invio di navi militari italiane in Libia non sarà inferiore a Mare Nostrum ma molto più pasticciata

Liana Vita

EDIZIONE DEL
30.07.2017

PUBBLICATO
29.7.2017, 23:58
Innanzitutto serve un ripasso di diritto internazionale. Il principio di non-refoulement così come enunciato nella Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati del 1951 non lascia margini interpretativi: l’obbligo di non inviare un rifugiato, o un richiedente asilo, in un paese dove potrebbe essere a rischio di persecuzione, non è soggetto a restrizioni territoriali. Se non bastasse, una esplicita norma sul non respingimento è contenuta nell’art. 3 della Convenzione contro la tortura del 1984, che proibisce il trasferimento di una persona in un paese dove vi siano fondati motivi di ritenere che sarebbe in pericolo di subire tortura, arbitraria privazione della vita o altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti.

Anche l’art. 19 della Carta dei diritti fondamentale dell’Unione Europea è molto chiara: il divieto di respingimento non può in alcun modo essere aggirato, neanche quando si chiamano i respingimenti in maniera diversa, e cioè azioni di soccorso in mare oppure operazioni tese a stroncare il traffico di persone. Così dice la Corte europea dei diritti umani nella parte finale della sentenza di condanna all’Italia nel 2012 sul caso Hirsi-Jamaa e altri, definendo illegali i respingimenti verso la Libia del 2009.

E già in una sentenza del 2001 la Cedu aveva sostenuto che la competenza giurisdizionale di uno Stato può essere estesa extra-territorialmente se quello Stato «attraverso l’effettivo controllo del territorio in questione e dei suoi abitanti all’estero come conseguenza di occupazione militare o attraverso il consenso, l’invito o l’acquiescenza del governo di quel territorio, esercita tutti o parte dei pubblici poteri che di norma sono esercitati da quel governo».

E, più recentemente, il regolamento istitutivo dell’agenzia Frontex del 2014 specifica ulteriormente che gli Stati membri impegnati a prestare assistenza a qualunque natante o persona in pericolo in mare e durante un’operazione marittima, devono assicurare che le rispettive unità partecipanti si attengano all’obbligo internazionale di non respingimento, indipendentemente dalla cittadinanza o dalla situazione giuridica dell’interessato o dalle circostanze in cui si trova.

Rispolverati i fondamentali, la domanda è: può tutto questo impianto di diritto internazionale essere accantonato – e di fatto scavalcato – se a fare il lavoro sporco davanti alle coste di Tripoli non saranno i mezzi della Marina militare italiana ma il più esile – e tutto da mettere in piedi – dispositivo della Guardia costiera libica?

Immaginare lo scenario che potrebbe verificarsi nei prossimi mesi in quel tratto di Mediterraneo evoca immagini terribili o drammaticamente comiche, se non stessimo parlando di esseri umani disperati e già duramente provati da quanto subito in Libia prima di imbarcarsi: gommoni carichi di donne, uomini e bambini in mare, senza motore, alla deriva, in attesa che vengano prima intercettati dalle nostre navi militari e poi avvicinati dalle motovedette libiche per essere riportati indietro in modo che tecnicamente non si possa parlare di respingimento. E una volta in Libia? A chi verranno riconsegnati? Ci saranno i campi delle organizzazioni internazionali? Ci saranno i funzionari europei pronti a raccogliere le richieste di asilo e a smistare i richiedenti nei diversi Stati europei? Domande a cui oggi evidentemente non si può dare una risposta.

Tutto ciò sempre che la situazione in mare non sia grave e i gommoni non stiano per affondare, circostanza che comporterebbe invece l’obbligo immediato da parte dei nostri militari di intervenire, come tra l’altro orgogliosamente fatto finora. E a quel punto? Non potremmo riportare i profughi in Libia e, secondo quanto previsto dal diritto del mare, ci si dirigerebbe in Italia, luogo sicuro più vicino.

Il piano del governo Gentiloni dovrebbe costare circa 7 milioni di euro al mese, cifra di poco inferiore al costo mensile dell’operazione Mare Nostrum. Un dettaglio su cui interrogarsi profondamente di fronte alla svolta rischiosa e irresponsabile che si sta attuando.

LA SCOMPARSA DI PADRE DALL’OGLIO: MA CHI ERA VERAMENTE IL GESUITA CHE ESALTAVA LA “LIBERAZIONE” DI RAQQA?

Ricevo e inoltro per la massima diffusione, onde sia demolita l’ennesima campagna di inganni, menzogne dei disinformatori massmediatici e di esaltazione di un volgare propagandista dei genocidi imperialisti e dei loro mercenari. Aspettiamo il commento del confratello in tonaca e in ispirito Padre Zanotelli…
Fulvio

Dopo quattro anni dalla scomparsa di Padre Dall’Oglio a Raqqa, le nostre TV e i nostri giornali ricordano in modo stranamente concertato la figura del gesuita, presentato unanimemente come “uomo di pace” e sostenitore del dialogo interreligioso.

Ma chi era in realtà questo personaggio, già presente in un convento in Siria prima della guerra, e poi allontanato dal governo come persona non grata?

Chi scrive può fornire una testimonianza diretta di chi fosse realmente Dall’Oglio per averlo conosciuto personalmente e per aver sostenuto con lui un vivace confronto in un convegno pubblico tenuto a Roma all’inizio della crisi in Siria. 

Il convegno, in cui Dall’Oglio era il principale relatore, era sostanzialmente un’iniziativa a sostegno della ribellione armata iniziata in Siria nel 2011 con il decisivo appoggio esterno di USA, Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Israele, ed altri paesi della NATO e monarchie del Golfo Arabico.

Dall’Oglio sosteneva apertamente che i combattenti estremisti sunniti, sostenuti dalle potenze esterne, erano delle brave persone, pieni di patriottismo e senso della giustizia, “PARAGONABILI AI NOSTRI PARTIGIANI CHE SI BATTEVANO CONTRO I NAZISTI”.

Il governo laico del Baath era un “guscio vuoto” che aveva fallito nelle sue politiche riformatrici, compresa la riforma agraria. Non era vero che la comunità cristiana siriana, attaccata dagli estremisti sunniti wahabiti, fosse dalla parte del governo che la proteggeva.

Per nulla impressionato dalle obiezioni poste dal sottoscritto e da altri presenti, Dall’Oglio ha poi continuato a fare dichiarazioni a favore dei cosiddetti “ribelli”, sempre più esaltate, in numerosi convegni in Italia ed in altri paesi anche extraeuropei (se ben ricordo, anche in USA e Canada).

Successivamente il padre gesuita ha raggiunto clandestinamente le zone della Siria orientale occupate dalle bande armate, recandosi a Raqqa, già allora capitale della cosiddetta “ribellione”occupata da varie bande jihadiste che poi sarebbero confluite nello Stato Islamico .

Il telegiornale delle 8,30 di RAI 2 di stasera, 29 luglio 2017, lo ha mostrato in una rara immagine di repertorio, mentre arringa a Raqqa, con espressione esaltata una folla di jihadisti esultanti con le parole. “RAQQA E’ LIBERA E LIBERATA, IN ATTESA DELLA LIBERAZIONE DI DAMASCO”.

Subito dopo dall’Oglio è scomparso, molto probabilmente vittima delle sue illusioni e di qualcuno di quegli stessi gruppi armati che il padre gesuita paragonava incautamente ai nostri partigiani antifascisti. E’ difficile che sia ancora vivo e prigioniero, visto che di lui non si è saputo più nulla.

Da alcune parti non è stata nemmeno esclusa la possibilità (spero non vera) che abbia finito col perdere completamente la testa cambiato identità e si sia unito ai jihadisti.

Il modo con cui i nostri mass media parlano di Dall’Oglio è un’ulteriore dimostrazione della gigantesca manipolazione con cui vengono trattate le vicende della Siria (e ancor prima quelle della Libia, della Jugoslavia, o dell’Iraq, o oggi del Venezuela), quando gli aggrediti diventano aggressori, gli aggressori diventano “liberatori”, le sostenitrici dei jihadisti (come le sciagurate Greta e Vanessa) diventano “cooperanti”, i governi nazionali che cercano di difendere l’indipendenza e l’unità dei paesi sotto attacco diventano “dittature”.

I nostri governanti e la maggior parte dei giornalisti, pubblicisti, commentatori che li sostengono ormai non sanno altro che raccontarci favole e dire bugie.

Roma, 29.07.2017                  Vincenzo Brandi