Montanari, il vicesindaco di Torino che difende la piazza: «Dov’è il problema?»

http://www.corriere.it/politica/17_ottobre_03/montanari-vicesindaco-torino-che-difende-piazza-dov-problema-m5s-a0206a96-a7ad-11e7-8b29-3c19760df94c.shtml

«Non tollero atti di violenza fisica e morale nei cortei. E li condanno con forza. Ma rivendico il diritto dei cittadini a organizzare manifestazioni»

Guido Montanari

Professor Guido Montanari, vicesindaco di lotta e di governo? 
«Una semplificazione ingiusta. Una amministrazione ospita un vertice adempiendo a un dovere istituzionale. E poi alcuni suoi responsabili ne criticano i contenuti. Non vedo dove sia il problema».

È normale che la sindaca pranzi con i ministri del G7 mentre i suoi consiglieri marciano contro di loro?
«Se Forza Italia avesse fatto il suo congresso avremmo dovuto osannare Berlusconi? Se ci fosse stato il convegno dei macellai avremmo dovuto ingozzarci di carne? Il diritto di critica in questo Paese mi sembra davvero messo male».

L’aggressione alla Polizia e la finta decapitazione di Matteo Renzi rientrano nel diritto di critica?
«Non tollero atti di violenza fisica e morale nei cortei. E li condanno con forza. Ma rivendico il diritto dei cittadini a organizzare manifestazioni».

Qual è il limite?
«Non ci deve essere limite al diritto di critica, purché civile. Chi, come Renzi, ci attacca per aver permesso quel corteo, si mette su una china anticostituzionale, quindi illegale».

L’amministratore indegno citato dal segretario del Pd era lei?
«Curioso che un partito almeno in teoria ispirato dai valori di Antonio Gramsci si schieri in modo strumentale contro il diritto di critica».

Se è così perché non c’è andato anche lei al corteo contro il G7?
«Avevo un convegno a Jesi sull’architettura eclettica. Lo organizza un mio antico maestro».

Suvvia professore…
«Non ci sarei andato comunque. Temevo una strumentalizzazione della mia presenza. Ma questa mia paura non ha senso, non dovrebbe esistere».

Vede che c’è un problema?
«Non trovo nulla di male nella partecipazione dei nostri consiglieri. Non si può pensare che chi ha idee politiche non le manifesti».

Insieme a centri sociali noti per le loro pratiche piuttosto radicali? 
«Quel corteo è stato pacifico. Poi alcuni violenti hanno provocato le forze dell’ordine, brave a reagire con misura. Personaggi da isolare».

Ma non sono quelli con cui ha fatto alcune riunioni prima del G7?
«Questo è un falso sostenuto da alcuni esponenti del Pd. Io ho partecipato a un solo dibattito, organizzato da Sinistra italiana. Dove ho espresso le mie posizioni di critica per le politiche del G7 contro lavoratori e popoli».

Non è ambiguo dare solidarietà agli agenti senza condannare gli autori degli scontri e della finta ghigliottina? 
«Invece lo abbiamo fatto. Più volte, in tempi diversi. La nostra sindaca aveva già stigmatizzato le prove generali di quella ridicola messa in scena. Non vogliamo alcuna contiguità con quel mondo».

Lei è davvero il «signor No» della giunta torinese?
«Definizione grottesca. Io sono un urbanista, con la sua storia. Sono un convinto No Tav, ho animato un comitato contro il grattacielo di Intesa-San Paolo, mi batto per una università democratica».

La svolta radicale delle proteste ha nuociuto alla causa No Tav?
«L’estremizzazione del dissenso non fa mai bene. Ma in Italia non è mai stato aperto un dibattito su quell’opera. Governo e Stato non hanno mai dialogato con i cittadini».

Sta giustificando la guerriglia del biennio 2011-2013?
«No. Sto elencando dei fatti».

La tragedia di piazza San Carlo è uno spartiacque nella percezione della giunta Appendino?
«Spero di no. Un episodio grave, che però ha radici in una serie di elementi non prevedibili. Tutto si poteva far meglio, ma tutto era sempre stato fatto così. Non siamo entrati in sintonia con i tempi: è una cosa che ci dispiace tanto».

La luna di miele con Torino è finita?
«I cittadini si aspettavano in modo legittimo un cambiamento più veloce, dall’oggi al domani. Finora, per tutta una serie di ragioni, non ci siamo riusciti. Anche questo va riconosciuto».

G7, Di Maio replica a Renzi: “Sterile polemica, la violenza non è nel Dna dei Cinque stelle”

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/10/01/news/g7_dopo_l_arresto_del_leader_di_askatasuna_fuoco_di_polemiche_su_appendino-177029016/

Ma una consigliera regionale M5S chiede di liberare il leader antagonista arrestato dopo gli scontri di ieri

01 ottobre 2017

 

“Torno a casa e in tv vedo che i manifestanti contro il G7 di Torino stanno decapitando due manichini, uno col mio volto, uno col volto del ministro del lavoro. Questi signori hanno installato una ghigliottina e pensano di essere simpatici ricordando le macabre esecuzioni del passato. Non mi fanno impressione le pagliacciate”. Lo scrive, su Facebook, il segretario dei Ds Matteo Renzi che elogia poi l’operato delle forze dell’ordine. “Però in questa vicenda – dice – ci sono agenti di polizia, carabinieri, uomini delle nostre forze dell’ordine che vengono feriti sul serio, non a parole. Le botte le hanno prese davvero, loro: hanno prognosi fino a 40 giorni. E ci sono squallidi amministratori comunali che non hanno avuto la forza – o la voglia – di spendere una parola per prendere le distanze da certe formazioni anarchiche o presunti tali, da centri sociali, da persone abituate a vivere di violenza quantomeno verbale. Non mi fa effetto vedere la mia testa rotolare. Mi fa effetto vedere persone che rinunciano a pensare con la loro testa e vivono di slogan legati a un passato ideologico e fumoso. E mi fa effetto vedere amministratori comunali pagati da tutti i cittadini che anzichè schierarsi con le forze dell’ordine e con le istituzioni rilanciano le immagini della rivoluzione francese e dei tempi della ghigliottina. Troppo facile – conclude – prendere le distanze a parole e poi però sfilare con i violenti nei cortei. Ci avevano chiesto di portare il G7 a Torino e poi hanno fatto fare una figuraccia all’anima profonda e solidale di questa città, prima capitale d’Italia. Peccato. Il mio affetto, la mia solidarietà, la mia gratitudine alle forze dell’ordine e agli agenti feriti”. Anche se non è mai citata la giunta di Torino appare uno dei bersagli dell’ex premier.

A Renzi risponde il candidato premier M5S Luigi Di Maio con un post su Facebook: “Le violenze non fanno parte del Dna del MoVimento 5 Stelle ed è bene sottolinearlo. Soprattutto davanti a Renzi che perde l’occasione di tacere per attaccare l’amministrazione di Torino. Anziché sfruttare cinicamente questi episodi di violenza per una sterile polemica politica, avrebbe potuto limitarsi a solidarizzare con gli agenti e le istituzioni”.

“La sindaca di Torino Chiara Appendino – prosegue Di Maio – ieri, in seguito agli scontri, ha espresso sostegno alle forze dell’ordine per gli attacchi subiti e augurato pronta guarigione agli agenti feriti. Io sto con lei, con la città e con l’amministrazione che si è messa a disposizione per il G7. Non mi è piaciuta e non è giustificabile neppure la macabra provocazione che ha visto protagonista dei manichini con le sembianze sue e di Poletti. Le nostre battaglie le abbiamo sempre fatte in parlamento e in nessuna nostra manifestazione di piazza (e sono tante) è mai avvenuto alcuno scontro nonostante le migliaia di persone partecipanti. Accuse rispedite al mittente. E ora faccia lavorare i suoi per migliori politiche del lavoro e per i giovani visto che purtroppo, ancora per qualche mese, governare tocca a loro”.

A Renzi risponde anche, con una nota diffusa nel pomeriggio dal portavoce della giunta Appendino, il vicesindaco Guido Montanari: “Amministratori e consiglieri che, a Torino, hanno espresso posizioni critiche o hanno partecipato ai cortei (contro il G7, ndr) sono stati accomunati ai delinquenti che hanno bruciato cassonetti o attaccato le forze dell’ordine. Respingo questa visione provocatoria che è lontana dalla realtà”.

Ma Francesca Frediani, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle in Piemonte, in un tweet scrive: “Sembra impossibile. Andrea libero subito”, alla notizia dell’arresto di uno dei leader del centro sociale torinese Askatasuna, Andrea Bonadonna . L’uomo è stato preso in consegna ieri sera dalla polizia al termine del corteo di protesta contro il G7.

Il senatore Dem Stefano Esposito stamattina ha postato sui social questo messaggio rivolto proprio a Chiara Appendino:  “Non basta la solidarietà ai poliziotti feriti senza la condanna di Askatasuna”. Il riferimento è all’arresto nella notte di Andrea Bonadonna, leader del Centro sociale Askatasuna, per aver aggredito un poliziotto. Ma c’è di più. Esposito torna all’attacco anche del vicesindaco di Appendino Guido Montanari accusato di aver preso parte alle organizzazioni contro il G7 sebbene poi nel weekend fosse lontano da Torino. “Il vicesindaco Montanari – aggiunge Esposito – è vergogna per Torino. Licenzialo”.

“Che vergogna a Torino. In democrazia si manifesta liberamente. E pacificamente. Condivido parole di @matteorenzi”. Lo scrive su Twitter Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera. E il “fuoco” di domande da parte dei Dem nei confronti del Movimento Cinque stelle arruola altri esponenti del Pd. “Il G7 doveva essere per Torino una grande opportunità di visibilità internazionale. Invece, la città è stata devastata di fronte al mondo. Qualcuno che siede tra gli scranni del Comune dovrebbe condannare con decisione e prendere le distanze da ciò che è avvenuto. Registriamo invece solo dalla sindaca Appendino un comunicato di circostanza che non dice assolutamente niente”. Così Alessia Morani, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera dei deputati, che esprime “tutta la nostra solidarietà e vicinanza alle forze dell’ordine”. “Chissà perché – aggiunge – il candidato premier Di Maio che, nell’immediatezza dei fatti di piazza Indipendenza, a Roma si è precipitato a fare dichiarazioni di vicinanza alle forze dell’ordine, per i fatti di Torino tace. Sarà mica perché con questi gruppi ci hanno flirtato per le elezioni comunali?”.

E il deputato Emanuele Fiano scrive su Facebook: “A Torino arrestato Bonadonna, uno dei capi del centro sociale Askatasuna. Ha picchiato un poliziotto. La consigliera regionale M5S Frediani scrive: ‘Andrea libero subito’. Con chi sta cinque stelle sindaco Appendino? Noi con il poliziotto picchiato. Non di certo con quei delinquenti che hanno decapitato i manichini di Renzi e di Poletti o che picchiavano i poliziotti”.

“Quello che sta accadendo a Torino mi colpisce. Ci sono gli scontri organizzati sempre dai soliti. E poi c’è il partito che guida la città e che esprime il sindaco, che invece di prendere le distanze, solidarizza con chi sta usando la violenza. Hanno chiesto che il G7 si svolgesse a Torino. E poi flirtano con quelli che lo contestano e con i delinquenti che sfasciano tutto”. Lo scrive in un post su facebook il presidente del Pd Matteo Orfini. “Non è solo un problema di inadeguatezza di un gruppo dirigente. È qualcosa di più profondo. È un pericoloso analfabetismo democratico. La verità è che a loro va bene tutto, purché l’odio sia rivolto contro gli avversari. E chi se ne frega se in mezzo c’è una città danneggiata, forze dell’ordine malmenate, cittadini terrorizzati. Sia chiara una cosa però: quelli che usano la violenza per manifestare le proprie opinioni e chi con loro solidarizza, con la sinistra non hanno nulla a che fare”, attacca Orfini.

E vanno all’attacco della sindaca anche Fratelli d’Italia. “E’ ridicolo che il sindaco Appendino pensi di cavarsela con lacrime di coccodrillo sugli attacchi sofferti ingiustamente dalle forze dell’orine quando è proprio il Comune di Torino che lei amministra a fornire agli antagonisti le basi logistiche per le loro violenze politiche, dalla Cavallerizza occupata fino al centro sociale Askatasuna”. Lo dichiarano in una nota congiunta Augusta Montaruli e Patrizia Alessi, esponenti torinesi di Fratelli d’Italia. “Ancora una volta – aggiungono – gli autonomi di Askatasuna si rivelano i registi delle violenze di piazza, con il loro leader arrestato. Perché Appendino, se davvero condanna i violenti, non richiede alla Questura lo sgombero del centro sociale Askatasuna?”.

VAL DI SUSA, IL TEMPO SI È FERMATO A CHIOMONTE

 http://www.eddyburg.it/2017/10/val-di-susa-il-tempo-si-e-fermato.html?m=1

di GIANNI BARBACETTO   

il Fatto Quotidiano, 2 ottobre 2017. «dopo 6 anni il cantiere è ancora militarizzato: già scavati sette km di galleria esplorativa. il no-tav qui è ancora molto forte, anche se in italia se ne parla assai meno» (p.d.)

Per raggiungere il cantiere più difeso del mondo in tempo di pace bisogna salire da Torino fino a Bussoleno e da qui fino a Chiomonte, per una strada statale impavesata di bandiere bianche con la scritta No Tav e percorsa da camionette di carabinieri, polizia, esercito. Poi ci si inerpica ancora fino alla galleria che inghiotte l’autostrada del Frejus, per risputarla verso Bardonecchia e Modane, in Francia.

Sopra Chiomonte, il primo posto di blocco. Cancelli, alte barriere difese con rotoli di filo spinato. Da un prefabbricato escono i carabinieri del check-point che chiedono i documenti, fanno i controlli, parlottano alla radio, si segnano il numero di targa dell’auto, chiedono perché vuoi passare. Ricevuto il via libera, si prosegue su una strada dove sono parcheggiati i pullman azzurri della polizia, attrezzati con alte grate di metallo che proteggono parabrezza e finestrini. Su uno, restano i segni di una vecchia battaglia: la vernice rossa che macchia fiancata e parabrezza. Oltre, ci sono solo le vigne di avanà, che tra qualche giorno sarà vendemmiato e darà un vino rosso che si trova solo qui, in Val di Susa. Solo qui, del resto, succedono tante altre cose. L’auto prosegue lentamente fino al museo della Maddalena, che un tempo era visitabile e che mostrava monete, frammenti di stoviglie e di tombe, dal Neolitico alla Seconda età del Ferro. Non si può proseguire oltre. Il passo è sbarrato da due alte recinzioni, sormontate dal filo spinato. Al cancello “Museo 5” chiedo di entrare per visitare la necropoli del 4000 a.C. Al di là delle grate, un gruppo di alpini in tuta mimetica. Un ufficiale mi chiede di nuovo il documento, si allontana, chiede ordini alla ricetrasmittente. Dopo qualche minuto d’attesa, torna al cancello e mi dice che no, non è possibile passare.
Il buco nella roccia scavato dopo vent’anni di progetti, dibattiti, polemiche, battaglie non si vede, da qui, e non si può vedere, come la vicina necropoli del Neolitico. Eppure è a poche centinaia di metri. È l’accesso al tunnel geognostico che è stato finalmente scavato: 7 km per saggiare la roccia, in vista dello scavo del tunnel più contestato d’Europa, quello per farci passare i treni ad alta velocità e ad alta capacità della Torino-Lione. Lo scontro Tav-NoTav, che ha a lungo occupato le prime pagine dei giornali e ha infiammato e diviso politici e cittadini, oggi è dimenticato. Fuori dalla Val di Susa, nessuno parla più della Torino-Lione e nessuno ricorda più l’esistenza di un movimento NoTav. Che fine hanno fatto i proclami di guerra lanciati dalle due parti? C’è ancora la volontà politica di realizzare la Torino-Lione? E c’è ancora il movimento NoTav? Per rispondere a entrambe le domande bisogna salire fin quassù, tra le barriere di filo spinato e le vigne di avanà della Valsusa.
Gli elefanti di Annibale
Prima notizia. Il progetto Tav c’è ancora. Dopo vent’anni di progetti, lotte, modifiche, cambiamenti e incertezze, il tanto contestato grande buco nella montagna lo vogliono ancora fare. Sembrava tutto rallentato, anzi sospeso. In due decenni, non è stato ancora scavato neppure un metro del tunnel di base e i 7 chilometri del tunnel geognostico realizzati finora sembrano più un risultato da sventolare come una bandiera, per non darla vinta ai NoTav. “Il Tav ha un alto valore simbolico, che è quasi superiore a quello effettivo”, ha dichiarato a luglio 2017 il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. La Francia, d’altra parte, aveva annunciato nella primavera scorsa una “pausa di riflessione” e il nuovo presidente Emmanuel Macron non perde occasione per ripetere che deve mettere a posto i conti dello Stato.
Ma due incontri, la settimana scorsa, hanno rilanciato il progetto. Martedì 26 settembre, Roma: la Conferenza nazionale dei servizi, con i rappresentanti di governo, Regione, Comuni valsusini e della società italofrancese Telt che dovrà fare i lavori, ha discusso l’ultima variante del progetto. Mercoledì 27 settembre, Lione: il vertice tra il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni e il presidente francese Macron ha confermato il progetto. “Siamo entrambi impegnati affinchè il troncone transfrontaliero della Torino-Lione sia portato a buon fine. Il tunnel di base deve essere concluso”, ha dichiarato Macron. In realtà qualche problema resta ancora aperto e sarà affrontato da un gruppo di lavoro misto italo-francese. Macron vuole passare dall’attuale finanziamento annuale a quello pluriennale e soprattutto vuole alleggerire i conti dell’opera, facendola pagare almeno per il 50% non allo Stato francese, ma ai camionisti che passano sulle strade della Francia, attraverso l’Eurovignette. Quanto costa il grande tunnel? Già spesi 1,8 miliardi per la progettazione. Per la costruzione, ne servono altri 8,3 che dovranno essere pagati al 25% dalla Francia (2 miliardi), al 35% dall’Italia (3 miliardi) e al 40% dall’Europa (3,3 miliardi). Ai francesi costa 200 milioni l’anno per dieci anni, 300 l’anno all’Italia. “Assurdo che noi italiani dobbiamo pagare di più, per un tunnel che è in gran parte in territorio francese”, protestano i NoTav. “Dei 57 chilometri della galleria, 45 sono in Francia e solo 12 in Italia”, spiega Claudio Giorno, storico esponente del movimento. “Ma noi pagheremo di fatto il 58% dei lavori: ogni chilometro ci costerà 245 milioni, mentre i francesi pagheranno solo 48 milioni a chilometro”. Gli risponde a distanza Mario Virano, direttore generale di Telt: “È una normale compensazione, poi la linea francese, dal tunnel a Lione, è tripla di quella italiana, dal tunnel a Torino”. Avanti tutta, dunque. Con una sola variante di rilievo, quella discussa dalla Conferenza dei servizi del 26 settembre: il cantiere non si fa più a Susa, per cominciare a scavare la galleria su verso la Francia, ma resterà qui a Chiomonte e scaverà giù verso Susa. Per motivi di “sicurezza”, dicono. “Ma nel senso di security, non safety”, ribatte Giorno. “Non è la sicurezza dei lavoratori che faranno gli scavi, né dei cittadini che li subiranno, bensì la difendibilità militare del cantiere, più facile quassù e quasi impossibile a Susa”.
Il governo: “Farà bene all’economia”
La Torino-Lione, sostiene il ministro Graziano Delrio, “farà bene all’economia, alla logistica, alle persone, insomma all’Italia. La direttrice Ovest ha bisogno di una cura del ferro per spostare su rotaia le merci che viaggiano ancora soprattutto su gomma”. Gli fa eco Gentiloni: “Questa linea è di importanza strategica”. Il movimento NoTav risponde ripetendo le cifre diffuse dagli economisti e dagli studiosi dei trasporti: i passeggeri e le merci in viaggio tra Italia e Francia sono in continuo calo da oltre vent’anni. “Per i passeggeri, l’alta velocità fra Torino (o Milano, o Roma) e Parigi c’è già e si chiama voli low cost”, dice con una battuta Marco Ponti, professore del Politecnico di Milano. Quanto alle merci, la linea ferroviaria esistente è già più che sufficiente a coprire il fabbisogno: può trasportare fino a 20 milioni di tonnellate l’anno. Nel 1994 ne ha portate 10, poi è cominciata una diminuzione ininterrotta fino alle 3 tonnellate di oggi. Verso ovest è in calo, del resto, anche il trasporto su gomma. “È chiaro che la Torino-Lione è un’opera inutile”, scandisce Sandro Plano, storico sindaco di Susa, oggi presidente della Comunità montana, esponente del Pd ma da sempre schierato con i NoTav. “È un progetto figlio degli anni Ottanta, oggi i numeri ci dicono che basta e avanza la linea che c’è già. La nostra protesta è cominciata negli anni Novanta, quando il sentire comune degli amministratori locali e dei cittadini era di non far devastare la nostra valle da un’opera inutile. Qui ci hanno già fatto passare la ferrovia, la statale, l’autostrada, l’elettrodotto. Ci fanno passare di tutto, fin dai tempi di Annibale che ci ha portato anche gli elefanti. Immaginatevi di vivere in un appartamento con il corridoio sempre occupato da gente che passa. La Val di Susa è così”.
Gemma Amprino, sindaco di Susa per un mandato, aveva come slogan: “Susa di nuovo grande”. Aveva anticipato Donald Trump? No, aveva creduto alle sirene Tav che promettono di creare a Susa una “stazione internazionale”: “Ma chi mai arrivando da Lione o da Parigi vorrebbe fermarsi a Susa prima di raggiungere Torino?”. Resta invece ottimista Virano, secondo cui l’offerta creerà la domanda: “Io a casa ho una vecchia, bellissima Valentine, la macchina per scrivere rossa disegnata da Ettore Sottsass. Funziona benissimo, potrebbe scrivere migliaia di pagine, non è ‘satura’, ma non la uso, perché per scrivere adopero il computer. Così la vecchia linea ferroviaria: non è ‘satura’ ma va fuori mercato, ci vogliono tre locomotori per portare i treni merce su fino a 1.300 metri. In Italia ci sono sette valichi alpini: tutti hanno un tunnel di base. Lo avrà anche il passaggio a ovest, altrimenti i trasporti verso la Francia (e la Spagna) passeranno dalla Germania e l’Italia sarà tagliata fuori”.
Il Cappellaio Matto progettista
Le seconda notizia che si scopre venendo quassù, nelle nebbioline che annunciano l’arrivo pieno dell’autunno, è che il movimento NoTav c’è ancora. Nel resto d’Italia contano solo gli scontri, le battaglie, gli attacchi violenti al cantiere, i processi, gli antagonisti, gli anarchici. Qui c’è una comunità che da anni costruisce iniziative, discussioni, ma soprattutto stili di vita, luoghi d’incontro, reti di conoscenze e di affetti. Giovani cresciuti a pane e NoTav o vecchi che hanno identificato la loro vita con la difesa della valle hanno un’esperienza in comune: non sono persone che fanno la loro vita e poi impegnano qualche ora del loro tempo nelle attività di un movimento; no, per loro vita e movimento sono una cosa sola. Così oltre il check-point della Maddalena trovo Gianni, che cura il pezzo di terra comprato insieme ad altri mille per poter entrare nell’area di cantiere, cura gli alveari e raccoglie il miele. Tutti i mercoledì, aperipranzo alla Colombera. Tutti i venerdì, apericena fuori dal check-point. Domenica 24 settembre c’è stata una festa dopo che per tutta la settimana erano stati dipinti in valle i murales di Blu e di Scift. A luglio a Venaus c’è stato il “Festival dell’Alta felicità” con musicisti e artisti, Elio Germano e Stefano Benni, Luca Mercalli e Lo stato sociale, Africa Unite e Bandabardò. “Siamo un movimento che mette insieme madamine ben educate e ragazzi con i capelli rasta”, dice il guardaparco Luca Giunti. Al presidio NoTav di Borgone trovo un gruppo di pacifici cittadini che chiacchierano amabilmente. Una madamina sorride: “Il progetto del Tav sembra disegnato dal Cappellaio Matto. A una manifestazione mi sono guardata attorno e ho pensato: chissà che cosa avrebbe detto la mia mamma se mi avesse visto oggi, attorniata da tutte queste bandiere anarchiche. Ma noi difendiamo la nostra valle dall’ennesimo Annibale che ci tratta come un corridoio dove passare; e difendiamo il nostro Paese, l’Italia, da un’opera inutile”.

Quanti miliardi incassano i sindacati: i bilanci segreti di Cgil, Cisl e Uil

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/09/17/news/quanti-miliardi-incassano-i-sindacati-i-bilanci-segreti-di-cgil-cisl-e-uil-1.230063

I conti delle grandi associazioni dei lavoratori sono uno dei segreti meglio custoditi d’Italia. 
“L’Espresso” però ha fatto un po’ di analisi, sommando i proventi delle iscrizioni ai finanziamenti pubblici. Risultato? Un montagna di denaro

DI STEFANO LIVADIOTTI 

23 settembre 2015

Quanti miliardi incassano i sindacati: i bilanci segreti di Cgil, Cisl e Uil
Susanna Camusso della Cgil e Carmelo Barbagallo della Uil

Per Susanna Camusso è quasi un’ossessione. Da quando si è insediata al vertice della Cgil (il 3 novembre 2010) si è arrampicata 67 volte su palchi di ogni ordine e grado per invocare trasparenza. La leader del più grande sindacato italiano se ne è poi però puntualmente dimenticata man mano si avvicinava la fine dell’anno e il momento per la Cgil di fare due conti sui contributi degli iscritti rastrellati nei dodici mesi.

Sì, perché il sindacato di corso d’Italia, che non è tenuto a farlo per legge, si guarda bene dal pubblicare un bilancio consolidato: come del resto i cugini di Cisl e Uil, si limita a mettere insieme in poche paginette i numeri che riguardano la sola attività del quartier generale romano. Spiccioli, rispetto al vero giro di soldi delle confederazioni, che negli anni si sono trasformate in apparati capaci di lucrare pure su cassintegrati e lavoratori socialmente utili (nell’ultimo anno l’Inps ha versato a Cgil, Cisl e Uil 59,4 milioni di trattenute su ammortizzatori sociali)

«I sindacati hanno un sacco di soldi», si è lamentato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che non li ama davvero. Diversi recenti episodi di cronaca confermano che di denari nei corridoi delle sedi sindacali ne girano parecchi. E che il loro uso è molto spesso un po’ troppo disinvolto.

Ai primi di novembre 2014 ha mollato di colpo il suo incarico il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: nel palazzo circolava un dossier dove si documentava l’impennata del suo stipendio dai 79 mila euro precedenti la nomina ai 336 mila del 2011. E quest’estate una mail di un dirigente della Cisl ha alzato il velo sulla retribuzione d’oro di alcuni suoi colleghi capaci di mettere il cappello su più incarichi: il presidente del patronato Inas-Cisl, Antonino Sorgi, per esempio, nel 2014 ha portato a casa 77.969 euro di pensione, più 100.123 per l’Inas e altri 77.957 per l’Inas immobiliare.

I soldi dunque li hanno. Ma sapere quanti è quasi impossibile. I veri bilanci dei sindacati sono uno dei segreti meglio custoditi del Paese. Loro si rifiutano di fornire dati esaustivi. E chi conosce le cifre preferisce non esporsi. Così, almeno su alcuni capitoli, bisogna andare per approssimazione. Vediamo.

IL TESORETTO DEI TESSERATI
Lo zoccolo duro delle finanze sindacali è la tessera, che ogni iscritto paga con una piccola quota dello stipendio di base (o della pensione). Nei bilanci delle tre confederazioni sono indicati complessivamente 68 milioni 622 mila 445 euro e 89 centesimi. Ma è una presa in giro bella e buona. Si tratta infatti solo delle quote trattenute dalle holding. Per avvicinarsi alla cifra vera bisogna seguire un altro percorso. Cgil, Cisl e Uil dichiarano di rappresentare tutte insieme 11 milioni 784 mila e 662 teste (che scendono in picchiata quando è il momento di versare i contributi alla Confédération Européenne des Syndicats, dove si paga un tanto per iscritto). I sindacati chiedono per l’iscrizione lo 0,80 per cento della retribuzione annua ai lavoratori attivi e la metà ai pensionati.

Conoscendo la ripartizione degli iscritti tra le due categorie, gli stipendi medi dei dipendenti italiani (25.858 euro lordi, secondo l’Istat) e le pensioni medie (16.314 euro lordi, per l’Istat), è dunque possibile fare il conto. La Cgil dovrebbe incassare 741 milioni di euro e rotti (loro ammettono poco più della metà: 425 milioni). Alla Cisl si arriverebbe a 608 milioni (in via Po parlano di 80 milioni circa). E la Uil intascherebbe 315 milioni (in via Lucullo ridimensionano a un centinaio di milioni).

Solo le tessere garantirebbero dunque quasi 1,7 miliardi. Ora: è possibile che i calcoli de “l’Espresso” siano approssimati per eccesso, se si considerano il mix degli iscritti (full-time, part-time, stagionali); la durata del versamento, non sempre ininterrotto; l’incidenza di eventuali periodi di cassa integrazione. Ma una cosa è certa: il tesoretto delle tessere non vale solo i circa 600 milioni e spicci che dicono Cgil, Cisl e Uil. Secondo quanto “l’Espresso” è in grado di rivelare, infatti, nell’ultimo anno solo l’Inps ha trattenuto dalle pensioni erogate, e girato a Cgil, Cisl e Uil, 260 milioni per il pagamento della tessera sindacale. Una cifra alla quale va sommata la quota-parte di competenza delle confederazioni sui 266 milioni che l’Inps incassa da artigiani e commercianti e poi trasferisce alle organizzazioni dei lavoratori per la tassa di iscrizione. Già con queste voci si arriva vicino alla somma totale ammessa da Cgil, Cisl e Uil. I conti dunque non tornano.

Tito Boeri
Tito Boeri

Fin qua abbiamo comunque parlato di soldi di privati e quindi di affari dei sindacati e di chi decide di finanziarli (anche se Cgil, Cisl e Uil non sempre giocano pulito: una serie di meccanismi impone a chi straccia la tessera di continuare a versare a lungo il suo obolo). Poi c’è, però, tutto il capitolo dei quattrini pubblici, dove la trasparenza non dovrebbe essere un optional. In prima fila si trovano i Caf, i centri di assistenza fiscale che aiutano i cittadini per la dichiarazione dei redditi (e intanto fanno proselitismo): in teoria sono cosa a parte rispetto ai sindacati, ma il legame è strettissimo.

La legge di Stabilità 2011 ha tagliato i loro compensi. Così piangono miseria, tanto più oggi con l’arrivo della dichiarazione precompilata, che toglierà loro clienti. Ma che presidino un business ricchissimo lo dimostra un fatto: per scardinare il loro monopolio è dovuta intervenire, il 30 marzo del 2006, la Corte di Giustizia Europea, che ha imposto al governo italiano di consentire la presentazione dei modelli 730 anche a commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro.

All’Agenzia delle Entrate dicono che su 19 milioni, 41 mila e 546 dichiarazioni 2014 quelle passate dai Caf sono più di 17,6 milioni (il 92,6 per cento). Siccome i centri di assistenza incassano dallo Stato 14 euro per ogni dichiarazione (e 26 per i 730 presentati in forma congiunta dai coniugi) e il 45 per cento del settore è appannaggio dei sindacati è facile calcolare il loro giro d’affari: se anche le dichiarazioni che compilano e presentano fossero tutte singole (e così non è) si arriverebbe a più di 111 milioni. In questo caso, i dati ufficiali del ministero dell’Economia non si discostano troppo dalle stime: dicono che nel 2014 il Caf della Cgil ha incassato 42,3 milioni di euro (oltre ai contributi volontari della clientela), quello della Cisl 38,6 milioni e quello della Uil 15,5 milioni. Ai quali vanno sommati i 20,5 milioni che l’Inps ha versato nell’ultimo anno ai Caf confederali per i modelli 730 dei pensionati. E gli ulteriori 33,9 milioni sborsati sempre dall’istituto presieduto dal professor Tito Boeri a favore dei Caf confederali per la gestione di servizi in convenzione (dalle pratiche relative agli assegni di invalidità civile a quelle dell’Isee, l’indicatore per l’accesso alle diverse prestazioni assistenziali).

SOLO DALL’INPS 423 MILIONI
Poi ci sono i patronati, che forniscono gratuitamente servizi di assistenza a lavoratori e pensionati per prestazioni di sicurezza sociale e vengono poi rimborsati dagli istituti di previdenza. Secondo la “Nota sul finanziamento diretto e indiretto del sindacato”, messa a punto da Giuliano Amato su incarico dell’allora premier Mario Monti, solo nel 2012 l’Inps ha versato loro 423,2 milioni di euro (quattrini esentasse, per giunta, in base a una logica imperscrutabile).

Secondo quanto risulta a “l’Espresso”, a fare la parte del leone sono stati Inca-Cgil (85,3 milioni di euro), Inas-Cisl (65,5 milioni) e Ital-Uil (31,2 milioni). «Sembra evidente che il funzionamento dei patronati non comporti un finanziamento pubblico, sia pur indiretto, delle associazioni o organizzazioni promotrici (i sindacati, ndr)», ha scritto Amato nella sua relazione. Poi però lo stesso Dottor Sottile si è sentito in dovere di aggiungere una postilla: «C’è per la verità un’unica disposizione (non legislativa, ma statutaria) che può essere letta in questa chiave e cioè quella secondo cui, nel caso di scioglimento dell’ente (il patronato, ndr), è prevista la devoluzione dell’intero patrimonio di quest’ultimo in favore dell’organizzazione promotrice. Al di la di ciò…». Ma come sarebbe a dire “al di la di ciò”?

No Tav, per la Cassazione l’attacco di Chiomonte non fu terrorismo: “Nessun grave danno al Paese”

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/09/28/no-tav-per-la-cassazione-lattacco-di-chiomonte-non-fu-terrorismo-nessun-grave-danno-al-paese/3883406/

No Tav, per la Cassazione l’attacco di Chiomonte non fu terrorismo: “Nessun grave danno al Paese”

Così la Corte nelle motivazioni della sentenza dello scorso marzo in cui si respingeva il ricorso della procura di Torino. Nel maggio 2013 quattro attivisti lanciarono delle molotov nel cantiere dell’Alta Velocità in Val Di Susa. Confermate le condanne per i reati di danneggiamento, detenzione e porto d’armi e resistenza a pubblico ufficiale
 

L’attacco dei No Tav a Chiomonte in Val di Susa non fu un atto di terrorismo. Con la pubblicazione delle motivazioni, la Cassazione mette un nuovo punto fermo sulla vicenda dell’assalto al cantiere dell’alta velocità Torino-Lione del 14 maggio 2013. Il terrorismo presuppone la volontà di produrre “un grave dannoad un Paese o a un’organizzazione internazionale“,  e anche “il compimento oggettivo di condotte” “idonee allo scopo”. Per i giudici non è avvenuto nulla di tutto questo, perché l’azione non fu tale da “costringere i poteri pubblici a rinunciare alla realizzazione della linea ferroviaria” o, appunto, da “produrre un grave danno al Paese”.

Così la Corte di Cassazione – che si era espressa lo scorso marzo – ha respinto il ricorso della Procura di Torino, che insisteva nel sostenere questa accusa nei confronti di quattro attivisti, Claudio Alberti, Niccolò Blasi, Chiara Zenobi e Mattia Zanotti, che avevano partecipato partecipato all’attacco contro il cantiere lanciando delle molotov. Se per il pg di Torino per parlare di attentato non è necessaria un’azione con dolod’omicidio o di lesioni, ma basta un’azione con volontà di mettere in pericolo l’incolumità o la vita delle persone, per la Cassazione la questione è differente. Secondo il tribunale supremo “l’obiettivo primario dell’attacco” era “la distruzione dei mezzi d’opera destinati alla realizzazione del tunnel geognostico”. Dunque non quella di recare danno agli addetti ai lavori “che non furono mai i diretti destinatari dei gesti di lancio” di molotov. L’attacco, scrive la Cassazione, provocò “costi economici che la collettività ha dovuto sopportare per assicurare la prosecuzione e il completamento dell’opera, presidiando il cantiere”. Ma la finalità di terrorismo si riferisce ad azioni dirette contro lo Stato, al fine “di intimidirela popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o a destabilizzare o distruggere le strutture fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese”. Inoltre, non basta il solo “finalismo”, ma “occorre” che ci sia anche “il requisito dell’idoneità delle condotte in concreto”. Insomma, devono esserci azioni esplicite che abbiano come conseguenza un “grave danno al Paese o un’organizzazione internazionale”. Caratteristiche, spiega la Cassazione, che come ha rilevato e motivato la sentenza d’appello, l’attacco di Chiomonte non ebbe.

Nelle motivazioni della sentenza rese note oggi, la prima sezione penale della Cassazione ha comunque confermato le condanneinflitte dalla corte d’assise d’appello –  tre anni e sei mesi – per danneggiamento, fabbricazione e trasporto d’armi e resistenza a pubblico ufficiale, escludendo invece la finalità di terrorismo che l’accusa chiedeva a carico. L’assalto a Chiomonte della notte tra il 13 e il 14 maggio del 2013 si concluse in brevissimo tempo con il danneggiamento di un compressore, senza feriti. I lavori per il sondaggio geodetico furono interrotti per mezz’ora.

NO TRIV AL CARRO DEI RADICALI

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/no-triv-al-carro-dei-radicali.html

MONDOCANE

SABATO 30 SETTEMBRE 2017

 Bonino e Soros

Panella “Ustascia” in Croazia

Seppure mi verrà risposto che non ho titoli per intervenire sulle decisioni del Coordinamento Nazionale No Triv, per quanto da anni io lavori su suoi temi e li sostenga con articoli e documentari e sia iscritto alla sua lista, onestà intellettuale e un minimo di senso della correttezza democratica mi impongono di chiedere agli iscritti se ritengono appropriato che un’associazione tematica costituitasi sull’impegno di contrasto alle operazioni e agli interessi legati all’industria degli idrocarburi inviti i suoi iscritti, motu proprio e senza previa consultazione, ad aderire a un’iniziativa di chiaro segno politico di un partito, quello radicale, oltre tutto a discapito di altre forze politiche pure impegnate contro le trivelle. 


Pannella israeliano
L’identificazione con l’iniziativa dei Radicali – spudoratamente strumentale alla luce delle posizioni belliciste e ultracapitaliste da sempre proprie dei radicali – al punto di sollecitarvi l’adesione, ignora l’esistenza di una dialettica del tutto rispettabile (e non mi riferisco qui alle esternazioni xenofobe di leghisti e fascisti) sulle modalità di affrontare la questione delle migrazioni. Ignora anche una lunga storia dei radicali a sostegno di tutte le guerre lanciate dalle potenze occidentali, del neoliberismo più selvaggio, di Berlusconi, a coloro che eseguono un genocidio strisciante nei confronti del popolo palestinese. Radicali che voglio proprio vedere, dati i precedenti, se sarebbero disposti ad aderire formalmente alla battaglia No Triv contro i petrolieri. Ignora anche gli inquietanti finanziamenti da fonti del tutto squalificate che arrivano a entità sostenute dal Partito Radicale.

La mia denuncia di una scelta di campo autoritaria e politicamente impropria verrà certamente censurata, come è successo a una mia precedente espressione di perplessità per la richiesta di firme sotto un appello relativo ai migranti. Di conseguenza diffonderò questo scambio sui canali a mia disposizione confidando che non tutti gli aderenti a un movimento prezioso e insostituibile come il No Triv si facciano condurre dai vertici in recinti che magari non riconoscono come loro.

 

Bonino bacia Soros

Fulvio Grimaldi
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From: Coordinamento NO TRIV 

Sent: Saturday, September 30, 2017 8:10 AM
To: referendum-notriv-list@googlegroups.com ; notriv-list@googlegroups.com ; territoriperilno@gmail.com 

Subject: Fwd: SOSTIENI ASSIEME A NOI LA CAMPAGNA “ERO STRANIERO-L’UMANITA’ CHE FA BENE”

PER ADERIRE C’E’ ANCORA TEMPO FINO AL 7 OTTOBRE 2017

CONNESSIONE TRA POLITICHE ENERGETICHE E MIGRAZIONI

E SOSTEGNO ALLA CAMPAGNA “ERO STRANIERO-L’UMANITA’ CHE FA BENE”

Carissim* Tutt*,

dopo i tragici eventi di questa estate, centinaia di morti e dispersi nel Canale di Sicilia, che hanno portato a 30.000 il bilancio dei migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Italia, ci siamo lungamente interrogati sulla necessità di dimostrare e motivare la stretta interconnessione tra i temi cari a noi tutti (democrazia energetica, conversione ecologica del sistema produttivo, rispetto del diritto di autodeterminazione dei territori e delle comunità, ecc.) e l’inviolabilità dei diritti della persona, tra cui il diritto di ogni individuo di poter circolare e vivere ovunque desideri.

Entro il 2050 le politiche di sfruttamento su cui si fonda la sopravvivenza del nostro sistema economico porterà sull’orlo del precipizio tra i 200 ed 250 milioni di bambini, donne ed uomini che saranno costretti ad emigrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici.

La connessione, non diretta ma certa, tra sfruttamento umano ed ambientale, cambiamenti climatici e migrazioni non può più essere ignorata e deve essere affrontata alla radice e nelle sue conseguenze.

Non è più prorogabile una radicale conversione ecologica del sistema energetico e produttivo e non si possono ignorare, appunto, le conseguenze dell’attuale sistema economico: i quasi 9 milioni di morti per fame, denutrizione e guerre, l’impoverimento di molti milioni di persone che annulla le loro aspettative di vita e viola i diritti inalienabili dell’Uomo. Queste persone non possono che cercare di migrare con un’unica motivazione: sopravvivere e sfuggire ad atroci sofferenze.

La distinzione tra profughi di guerra, ambientali e migranti economici non solo non ha senso, ma nasconde una voluta mistificazione delle cause reali che hanno portato all’attuale dramma globale.

Nulla di nuovo -si potrebbe dire- soprattutto per chi si è battuto in questi anni contro la petrolizzazione e per dar voce alle comunità locali ed ai territori, se a rendere ancor più pesante la situazione negli ultimi frangenti non fossero emersi tutti i tratti egoistici, razzisti e xenofobi delle politiche dell’Unione Europea e dei singoli governi nazionali.

Quello italiano non è stato da meno rispetto agli altri: la guerra mediatica condotta contro le Ong, il giro di vite dato alle procedure di soccorso in mare ai migranti in pericolo di vita, la loro consegna nelle mani dei mercanti di vita e di morte libici, l’appalto del lavoro sporco alle milizie, il sostegno indiretto al mantenimento di campi di detenzione e lager che sfuggono al controllo degli organismi internazionali, sono elementi costitutivi di una politica miope ed ispirata alla più cruda delle ragion di Stato che, in realtà, nasconde la difesa degli interessi di pochi.

A tutto questo fa da sponda, con drammatica coerenza, la criminalizzazione dei migranti e dei poveri e d il totale vuoto delle politiche di accoglienza.

Ciò a cui stiamo assistendo è la sistematica violazione del diritto di emigrare ed alla mobilità, sanciti e riconosciuti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite del 1948, dalla Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, da tutta la giurisprudenza del Diritto d’Asilo, della Tutela Internazionale dei Diritti Umani e, infine, dalle due Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Eppure la maggior parte delle forze politiche, il sistema informativo-mediatico ed una parte consistente dell’opinione pubblica (gravemente influenzata e condizionata dai media), asseconda ed alimenta una preoccupante spirale razzista che dà sfogo ai peggiori istinti di odio, violenza e sopraffazione.

A chi getta benzina sul fuoco o celebra i successi per la temporanea drastica diminuzione degli sbarchi di migranti sulle coste italiane, abbiamo il dovere di rispondere facendo una grande operazione di verità, di informazione sulle cause, indicando le possibili soluzioni.

La soluzione principale attiene l’avvio di una radicale conversione energetica dell’economia, oggi concretamente fattibile se solo ci fosse la volontà politica, per arrivare, nel qui ed ora, al superamento della legge Bossi-Fini e alla costruzione di un vero sistema di integrazione.

Nel nostro Paese le politiche di accoglienza e di integrazione sono state gestite sempre in termini emergenziali e mai nell’ottica di una seria programmazione.

Mai come ora è necessario creare una stretta connessione tra le lotte e le proposte che, da punti di vista diversi, non possono che convergere in un’unica direzione. Dobbiamo agire concretamente, bene e subito, per riportare al centro del dibattito il merito delle questioni, in primis quelle umanitarie e che attengono ai diritti della persona, per sottrarle al cinismo di una campagna elettorale iniziata prematuramente e che rischia di sfuggire di mano. In un periodo di grave crisi economica creare un “capro espiatorio“ su cui dirigere il malcontento premia sicuramente dal punto di vista elettorale ma può condurre in quelle direzioni che credevamo per sempre archiviate dopo la Seconda Guerra Mondiale .

Il superamento della Bossi-Fini e l’avvio di un nuovo sistema di accoglienza e di integrazione: investe direttamente punti di cui intendiamo occuparci ed è su questi punti che chiediamo a Tutt* Voi -simpatizzanti/militanti/attivisti e comitati/associazioni- di convergere, sostenendo, ciascuno secondo le sue possibilità e disponibilità, la campagna “ERO STRANIERO-L’UMANITA’ CHE FA BENE”, lanciata da Radicali Italiani, Arci, Acli e da numerose altre realtà associative e realtà del volontariato.

E’ possibile consultare la documentazione della campagna cliccando qui:


http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/#download

Tra i punti salienti della proposta di legge di iniziativa popolare per cui ci battiamo ricordiamo:

Permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari;
Reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta);
Regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”;
Nuovi standard per riconoscere le qualifiche professionali degli immigrati;
Misure per l’inclusione attraverso il lavoro dei richiedenti asilo;
Riconoscimento del godimento dei diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati;
Uguaglianza nelle prestazioni di sicurezza sociale;
Garanzie per un reale diritto alla salute dei cittadini stranieri;
Effettiva partecipazione dei soggiornanti alla vita democratica;
Abolizione del reato di clandestinità.

Vi invitiamo a far pervenire, NUMEROSE, le Vostre adesioni entro il 7 OTTOBRE prossimo

al seguente indirizzo: mailto:coordinamentonotriv@gmail.com oppure rispondendo alla presente mail.
Decideremo assieme, in una seconda fase, come renderle pubbliche.

Grazie a Tutt* dell’attenzione.

Abbraccio circolare.

Roma, 16 settembre 2017

Coordinamento Nazionale No Triv

 

MEANA ACCOGLIE LO SMARINO DEL TAV

http://www.radionotav.info/2017/09/meana-accogliera-lo-smarino-del-tav/
Meana cava tav

Il comune di Meana ha dichiarato in conferenza di servizi la disponibilità a riempire di smarino l’ex cava Palli

E’ ufficiale: il comune di Meana desidera ricevere lo smarino del tav  per “rinaturalizzare” (tradotto dalla neolingua: fare una discarica) le cave del territorio. Il comune da sempre ambiguo di fronte all’opera ora si schiera apertamente, in cerca di qualche “compensazione”. Ma non ci sono compensazioni possibili alla distruzione del territorio…

La decisione, tenuto nascosta prima della dichiarazione direttamente al governo, e a Telt, sembra bilanciare le delibere negative fatte a Caprie e a Torrazza. Ma le cave di Meana non saranno comunque sufficienti ad accogliere tutto il materiale. Sarebbero però sufficienti ad accogliere il materiale dissequestrato a Salbertrand, che cerca collocazione. Una volta rimosso, farebbe spazio ai capannoni di processamento del materiale
A descrivere il quadro Monica, consigliera a Giaglione e rappresentante all’unione montana dei comuni

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Oggi saranno anche discusse, all’unione montana dei comuni, delle osservazione alla variante di progetto proposta dai comuni dell’alta valle. I sindaci si premurano di tenere libera la statale e non intralciare il turismo. Per quanto queste premure possano valere, rimane comunque un buon momento per agitare le acque nella tranquilla alta valle, che ora scopre che i danni del tav saranno anche qui.

Ascolta le riflessioni fatte da Monica ai nostri microfoni:

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La realizzazione della NLTL è un processo reversibile.

http://www.marcoscibona.it/home/?p=1237

Dal vertice italo-francese del 27 settembre 2017 sono emersi prepotenti le parole del Presidente della Repubblica francese Macron a supporto di quelle della ministra Borne in tema TAV.

La ministra, in audizione al Senato d’oltralpe, aveva affermato lapidaria: “Pas de nouveau chantier ni de nouvel appel d’offrers” (nessun nuovo cantiere e nessuna gara di appalto).

Questa frase, che sicuramente ha colpito profondamente anche i vertici TELT e i sostenitori nostrani, sottende una decisione già presa: la nuova linea torino-lione, in territorio francese, non si farà.

Ricordo che l’intera NLTL, oggetto dell’accordo bilaterale del 2001, è di quasi 250 km ed è a questo che si riferisce la ministra a Borne.

Nel corso della legislatura avevo presentato un ddl volto ad abrogare la legge di ratifica dell’accordo bilaterale del 29 gennaio 2001. Le parole francesi dimostrano che questo è possibile perché esse stesse ne costituiscono una tacita abrogazione ovvero non si darà esecuzione all’accordo.

Il percorso di realizzazione della NLTL è quindi dimostrato essere reversibile, anzi, oggi il partner francese si è sfilato dagli impegni. Come Italia dobbiamo fare lo stesso.

Non aspettiamoci nulla da questi politicanti con le mani in pasta. Possiamo però sperare in un Governo a 5 Stelle che ha tra le sue priorità, come di recente affermato dal candidato premier Di Maio a Torino, la cancellazione degli accordi internazionali e lo stop immediato dell’opera.

TAV, LA FRANCIA NEI FATTI PRENDE TEMPO, IL TESTO DEL VERTICE PARLA CHIARO AL NETTO DELLA SOLITA PROPAGANDA

https://www.piemonte5stelle.it/2017/09/tav-frediani-m5s-francia-prende-tempo/

Tav, la Francia prende tempo

Le decisioni della Francia sul Tav arriveranno solo nel primo trimestre 2018, è quanto emerge, nero su bianco, leggendo il documento redatto al termine del vertice Italo Francese di ieri a Lione.

Quindi la pausa di riflessione francese continua, al di là dei festeggiamenti dei Sì TAV, e proseguirà fino al termine del tavolo di approfondimento. E’ ormai chiaro che la Francia non ha intenzione di spendere troppe risorse proprie in quest’opera ed in questo momento mira ad ottenere solo la certezza dei fondi europei. Invece il Governo italiano, che pagherà la quota maggiore dei costi, tira dritto senza preoccuparsi di altro.

Da questo vertice non emerge nessuna certezza, ma solo l’ennesimo tavolo di confronto ma le decisioni definitive, in particolare per la Francia, saranno ulteriormente rinviate.

Tanto basta alla macchina della propaganda Sì Tav, e ai soliti parlamentari talebani dell’alta velocità, per cantare vittoria anche quando non ci sono novità all’orizzonte. L’unica vittoria sarà quando l’Italia avrà un Governo responsabile in grado di fermare questa follia.

Francesca Frediani, Capogruppo regionale M5S Piemonte

UN ’68 LUNGO UNA VITA

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/un-68-lungo-una-vit.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 25 SETTEMBRE 2017

Questo testo viene pubblicato in Germania nel catalogo della Mostra del ‘68

Per qualche settimana sarò impegnato nel montaggio del nuovo docufilm “O LA TROIKA O LA VITA – Epicentro Sud” e dovrò rinunciare a qualche intervento sull’attualità politica e geopolitica. Nel frattempo lascio ai miei interlocutori questo lungo testo su quello che considero il periodo più significativo nella storia del nostro paese, il decennio ’68-’77. Un decennio di cui non si dovrebbe perdere la memoria e di cui si devono contrastare le analisi strumentali, quelle fatte con il facile senno di poi, spesso denigratorie, o mettendo al centro le scelte opportuniste e il degrado politico e morale di alcuni personaggi allora molto in vista. Si tratta anche di una mia esperienza personale di grandissima intensità e che alle radici molto lontane nel tempo aggiunge un retaggio che non muore.

  1. Sparare dalla parte sbagliata contro la parte giusta

Quella dal ’68 in poi è una storia di contestazione, rifiuto, rivolta, nuovo modo di vivere e stare insieme. La mia storia “contro lo stato di cose presente” preso inizialmente, molto inizialmente, un indirizzo diverso, sbagliato, a giudicare dagli esiti storici. E’ che stare nello Jungvolk, l’organizzazione della NSDAP per i ragazzetti tra i 10 e i 14 anni (poi si passava alla Hitlerjugend, se si faceva in tempo prima del Bunker), a me era piaciuto. Si era in compagnia di coetanei, si aveva una bella divisa – pantaloncini blù, camicia kaki, fazzolettone nero e, nientemeno un pugna- letto al cinturone. Si facevano un sacco di giochi, battaglie tra romani e germani intorno ai ruderi del Vallo di Adriano nell’Odenwald, palle, palloni, escursioni, cameratismo, canzoni esaltate ed esaltanti. E, soprattutto, si marciava attraverso il paese, banda in testa, con la gente che sorrideva (o ghignava) da finestre e lati della strada. In più, si credeva di avere un ideale e lo si cantava a gola spiegata.

Che ci faceva un ragazzetto italiano nello Jungvolk?  Scherzi del destino. Papà sotto le armi nell’esercito del re, mamma, sorella ed io in vacanza in Baviera. Eravamo alleati, ospiti graditi. Ma scattano il 1943 e l’8 settembre e passiamo da alleati a nemici, peggio, traditori. Non più graditi e perciò costretti dal Gauleiter al domicilio coatto in una bellissima cittadina della Franconia. Dal momento che ci siamo dovuti restare fino al 1946, costretti prima dal Gauleiter e, poi, dal comandante americano, Ci ho fatto le medie inferiori e, quando i tank americani si sono presentati all’imbocco della statale, gli ho pure sparato addosso. Addosso, per dire. C’erano armi dappertutto, abbandonate dalla Wehrmacht allo sbando. Con amici più grandi rimediammo una Maschinengewehr Messerschmidt e, da dentro al bosco, tirammo sulla colonna in arrivo. Non ho idea di dove fosse finita quell’unica raffica. Ma ricordo che, in risposta, ci fu uno schianto e un boato dietro di noi, e terra e rami che piovevano. Scappammo come quei gatti  alla cui coda si usava appendere micette. Ma avevamo difeso “l’onore della Germania”

Una questione personale

Avevo anche una ragione più personale per fare quella cazzata nobilissima. Eravamo sul finire del 1944, frequentavo la seconda media. Venivamo bombardati e mitragliati, per quanto fossimo una piccola cittadina, strategica forse solo perché c’era un ponte sul Meno. Era stato convocato il Volksturm, l’estremo tentativo di Hitler di mobilitare quel che restava di un popolo già decimato, affamato, evacuato. Partirono tutti i maschi, tra i 14 e i 65 anni, qualche volta con le vanghe in spalla come arma. Partì il lattaio un po’ matto, partì il libraio pelato con tanto di pancetta e il capottone. Partirono i compagni delle medie superiori. Unici maschi rimasti, quelli sotto i 14 anni, facevamo da protezione civile. Quando suonava l’allarme aereo e tutti si precipitavano nei rifugi o in cantina, dovevamo correre al centro raccolta dello Jungvolk e da lì partivamo a spegnere gli incendi e a raccogliere i feriti, a togliere le macerie dalle strade.

C’era un insediamento di profughi dalla Colonia distrutta, sistemati in baracche al di là del fiume. Un giorno, mentre ancora suonava la sirena, quelle baracche presero a fumare. Accorremmo, ovviamente in uniforme. C’erano corpi dappertutto, le baracche incenerite e fumanti. C’erano cavalli con la pance squarciate. C’era un mio compagno di classe. Steso davanti alla sua casetta di legno. Tanta gente,  ma non si sentiva un suono, un lamento. Solo quel rombo degli aerei che andavano e venivano. E l’ormai inutile urlo della sirena.  Il mio amico aveva i calzoncini corti, gli occhi spalancati sul cielo, le gambe piegate e le viscere sparse sull’erba. Ho pensato a lui quando spingemmo il pulsante della raffica sui carri americani.

Breve marcia di ideologia in ideologia. Un po’ grazie al militare, un po’ grazie a Swinging London

Prima di uscire da un’idea contro che mi avrebbe procurato nel tempo un sacco di improperi e illazioni maligne, dopo tutto ero un bambino, ci misi un po’. In piccolissimo parevo un po’ il Malaparte dalla parte dei vinti. Se Totò parlava di uomini e caporali, stavolta i caporali erano i miei compagni, nella Genova tutta partigiana, che mi sfottevano per l’acquisito accento tedesco. Pensare che i miei compagni tedeschi mi davano del “Badoglio” e spesso finiva a cazzotti. Credo che la svolta vera capitò quando ero di leva, nel corpo dei bersaglieri. Li avevo scelti perché erano quelli di Porta Pia e della fine dello Stato Pontificio, quelli delle battaglie vittoriose contro gli austriaci  Feci una grande, indimenticabile amicizia con Marcello, carrista, studente di architettura e comunista. La violenza prevaricatrice del sistema e della sua gerarchia ottusamente autoritaria dettero una mano per il cambio di paradigma. Però devo dire che, dopo tutti quegli anni in Germania, diventai anche più italiano: la Leva era l’occasione per mescolarsi agli altri diversi per regione, dialetto, classe. E di conoscerli e di conoscere il paese.

Un’altra spintarella verso un conflitto con il nuovo esistente, capitalista, me lo diede, eminentemente sul piano del costume e della distruzione di certi tabù autocastranti, la Swinging London e la sedicente rivoluzione hippy degli anni ’60. C’ero capitato, a Londra, avendo vinto un concorso per la radio BBC World Service . L’istinto di bastian contrario, forse legato a cromosomi, forse alle botte di mia madre,  forse alle risse con i compagni, si politicizzò meglio quando presi a lavorare come corrispondente da Londra per un quotidiano di sinistra romano che dava addosso, con grande baldanza, al regno democristiano e a chi, di là dall’Atlantico, sminuzzava il paese e il popolo del Vietnam.

Dentro le guerre, annusando rivoluzioni

Qualcosa di drastico e, a quanto risulta, di definitivo, è legato a tre missioni di inviato di guerra per giornali italiani vari. In Palestina, quando vidi la Guerra dei Sei Giorni bruciare villaggi di contadini; in Irlanda del Nord, dove pacifici, allora, ma affamati e discriminati proletari repubblicani che manifestavano venivano massacrati da poliziotti unionisti e bande fasciste, prima, e poi sparati dai soldati di Sua Maestà; in Eritrea dove, dai primi anni ’60, un intero popolo lottava in armi per la sua liberazione dal colonialismo etiopico e io ci marciai insieme tra le fiamme e le bombe e le gazzelle abbattute per un boccone di carne.

La rivolta di Berkeley, settembre 1964, prima scintilla di uno Zeitgeist che avrebbe incendiato mezzo mondo per molti anni, quando la Guardia Nazionale sparò, ferì e uccise, aveva subito dato alla contestazione giovanile ed intellettuale di quegli anni ancora in fasce una connotazione internazionalista e terzomondista, con al centro il Vietnam. Parole d’ordine antimperialiste che echeggiavano anche sopra la strage della piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco, in un Messico impoverito e umiliato, quando l’esercito sparò sugli studenti alla vigilia della solita festa olimpionica dell’ordine capitalista, facendo centinaia di morti (il numero esatto è sempre stato occultato). Il seme era germogliato già prima, con la solidarietà delle sinistre mondiali alle lotte di liberazioni anticoloniali che per vessillo e modello avevano l’Algeria di Ben Bella. La guerra dei Sei Giorni, 1967, e poi quella del Kippur (1973), avevano acceso e poi alimentato la fiamma della resistenza palestinese, prima dei guerriglieri Fedayin, poi delle varie Intifada dei sassi.

A questi appuntamenti un sessantottino e, perlopiù, uno specialista degli affari internazionali in Lotta Continua non poteva mancare. Sostenendo i viaggi e i materiali non certo con i contributi di Lotta Continua, che non pagava un soldo, ma con gli articoli che mi pubblicavano i settimanali “Giorni Vie Nuove” e “ABC” e con le fotografie che distribuivo alle agenzie internazionali, ho potuto frequentare anche l’epopea dei combattenti palestinesi, prima con le incursioni nei territori occupati partite dalla Giordania, poi nella lunga battaglia in Libano contro la destra filo-israeliana dei Falangisti di Gemayel e Chamoun.

Fe-fe-Fedayin!

La base del fedayin del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, dove, con tanto di autorizzazione del leader Nayef Hawatmeh, trascorsi l’intera primavera del 1970, è in una caverna nei monti che guardano da est la valle del Giordano, a un tiro di Kalachnikov dal fiume. E’, naturalmente, una base internazionalista: accanto ai figli della deportazione del 1948, ci sono egiziani, giordani, algerini, francesi, britannici e questo italiano. Di giorno si pensa ai rifornimenti, ai pasti, alle letture, al montaggio e smontaggio delle armi. Di sera almeno un paio d’ore sono impegnate nel dibattito politico, su imprescindibile base marxista-leninista, con innesti di Mao, dato che, anche qui tra gli autoctoni, soprattutto di contadini si tratta, in qualche caso diventati studenti. Qualcuno suona, qualcuno canta. Il capo, un palestinese di poche, utili parole, gentile, che emana consapevolezza e autorevolezza da ogni quadratino della sua kefiah, si chiama Mehdi. Se l’’è portato via il Settembre Nero.

Alle ore piccolissime del nuovo giorno si parte per l’appuntamento con le pattuglie israeliane che percorrono le terre lungo il Giordano. A volte si guada il fiume, si pongono mine, o si allestisce l’imboscata. Altre, ci si annida tra i cespugli sulla riva sinistra e si attende il passaggio del blindato. In quel caso, appena i fedayin hanno scaricato il caricatore e, io, il rullino della fotocamera, senza che si intromettesse un frammento di minuto, dall’altra parte arriva l’inferno. Ci tirano addosso di tutto, mitragliatrici, mortai, cannoni senza rinculo, razzi. Il trucco sta nell’istante, mille volte provato, dell’acrobatico balzo, carpiato con torsione all’indietro, dall’appiattimento proni sotto il cespuglio alla posizione pancia a terra sul terreno libero, per subito strisciare col passo del leopardo, sgomitando tra le zolle, verso la copertura del bananeto a un centinaio di metri e, poi, del canalone secco ad altri cento. Freneticamente, prima che, nel giro di minuti, si alzino gli elicotteri israeliani e inevitabilmente ci facciano secchi. Per tutto il tempo della mia villeggiatura nelle grotte sul Giordano, c’ è sempre andata bene.

Poi venne il Settembre Nero. Re Hussein obbedisce alle intimazioni dei pratici di genocidi, massacra le organizzazioni della Resistenza, che si rifugiano in Libano, e migliaia di civili palestinesi. Di operazioni dei fedayin in Giordania non si parlò più.

E venne il 30 gennaio 1972, Bloody Sunday. Di nuovo inviato di guerra per “Giorni Vie Nuove” e “ABC”, nel Nordirlanda dell’insurrezione. Per i più elementari dei diritti civili, per la liberazione dell’ultima colonia in Europa, per l’unità dell’isola celtica squartata dai britannici. Era bellissimo, a Belfast e a Derry come nella Comune di Parigi. Una rivolta di popolo, che marciava, cantava, accoglieva, sparava. Ne parlo dopo.

Siamo operai, compagni, braccianti e gente dei quartieri / siamo studenti, pastori sardi, divisi fino a ieri!

Bello gasato, di ritorno da Derry, Nord Irlanda, capitai all’università di Roma in un concerto di tale Pino Masi. Era il cantore di Lotta Continua, prima e massima organizzazione rivoluzionaria italiana di quella fase in cui studenti, operaie e donne pensavano di dover riprendere il discorso della lotta partigiana contro il nazifascismo, ma anche contro l’establishment capitalista e contro l’imperialismo. E fu la musica a darmi il tocco magico, a farmi risuonare dentro strumenti sconosciuti. Lotta Continua, tra le tante cose belle e le tante cazzate, era il motore di una cultura alternativa. Più di altri gruppi produceva cultura, letteratura, arte, musica, cinema, canzoni che, come succede nei bei periodi della storia dei cambiamenti, raccontavano la vicenda in corso, quella sofferta, quella sperata. Individuavano i buoni e i cattivi, sparavano idee ed emozioni. Fu amore a prima vista.

Rimasi per un po’ a fare il cronista di Paese Sera, che ebbe la malaccortaggine di mandarmi a seguire le manifestazioni studentesche e operaie del ’68-‘69. Cioè degli anni turbolentissimi della prima contestazione, più tardi truculentissimi. Ma non eravamo più noi. A manipolare l’impasto si era infiltrata una manina spuria.

Un po’ per volta, più che andare ad annotare cosa succedeva tra manifestazioni, presidi, assemblee universitarie, barricate, pestaggi della polizia e la sempre più robusta risposta di popolo, mi succedeva di starci dentro, di partecipare, di condividere, di fare amicizia con gli esponenti in vista, di ospitarli in casa, protetti dal mio status di giornalista, quando le retate della polizia gli davano la caccia. Il che si rifletteva inevitabilmente nei miei resoconti che divenivano via via meno sobri, meno distaccati, e più solidali con chi  le prendeva di più e le dava di meno, pur avendo, nel sistema sclerotico, corrotto, autocratico, dalla famiglia al lavoro, dalla scuola alla fabbrica,  tutte le ragioni del mondo.

E questo al mio giornale non tornava tanto. Il partito al quale faceva riferimento e che, sulle prima aveva pensato di sostenere e, più che altro cavalcare, l’ondata di protesta di tutta una generazione, con al fianco il meglio dell’intellighenzia nazionale ed europea, tutt’a un tratto si rese conto che la cosa gli stava sfuggendo di mano, che gli obiettivi del movimento erano di mille lunghezze avanti ai suoi, che minacciava di sorgere e crescere qualcosa alla sinistra del PCI, cosa che nessun partito comunista, per quanto normalizzato e integrato, avrebbe mai potuto tollerare. Il PCI divenne un nostro nemico, “burocrati revisionisti che facevano da cane di guardia al capitale”. E quanto avevamo ragione! Il ministro degli interni, Pecchioli, menava peggio di Rumor. Sotto la sede nazionale del partito, a Roma, Via delle Botteghe Oscure, si transitava intonando al segretario beffe e insulti: “be-be-be-Berlinguer”.

Qui c’erano operai del Sud, che ieri erano contadini spossessati e strangolati da mafia e Stato e oggi erano operai rinserrati nelle baracche ai margini della Fiat o della Pirelli. Qui c’erano studenti che mettevano in discussione un apparato e metodo dell’istruzione, della magistratura, della stampa, ereditato pari pari dal fascismo, peggio, dai Borboni, peggio, dai Savoia, come pari pari era stata recuperata l’intera amministrazione mussoliniana dello Stato. Qui c’erano donne che se la prendevano col patriarcato che ne riduceva gli spazi pubblici, economici, sociali, politici, a meno di un terzo di quello degli uomini. Qui c’era un ambiente ridotto a pascolo di speculatori, cementifica tori, inquinatori.

L’unica cosa che ci rimane è questa nostra vita…

Qui c’erano le periferie degli espulsi dalla montagna, dalla campagna, dal mare e, infine, anche dalla città che gli chiedeva di accontentarsi di fornire manodopera a saldi, quando andava bene. Il celebrato boom degli anni ’60 aveva fatto schizzare in alto una cerchia di redditieri, parassiti, o astuti imprenditori dal respiro corto (glielo avrebbe poi mozzato definitivamente il mercato dei beni industriali italiani messo su dagli Andreatta, Draghi, Amato, Prodi, D’Alema, Bersani). Qui c’erano ragazze e ragazzi che si lasciavano alle spalle preti, indissolubilità del matrimonio, delitti d’onore, illibatezza, padronanza clericale sul proprio corpo, padri e mariti padroni, superstizioni e menate varie, onanismo in testa, e passavano alla conoscenza reciproca, alle demistificazione e deretoricizzazione dei sentimenti, dalla melassa al buon vino.

Culi caldi e morti al freddo

E fu fisiologicamente il passaggio da Paese Sera alla libera professione e di quello che un po’ narcisisticamente, ma con molta convinzione, chiamavamo  “rivoluzionario di professione”, la militanza a tempo pieno. Militavo in LC e scrivevo per qualunque foglio o radio, e allora mille fiori erano fioriti, che accettasse le intemperanze, le passioni, le esplosioni di collera, le esagerazioni, che succhiavo dal sangue di quel decennio. Un decennio che fu il terzo risorgimento italiano, dopo quello per l’unità  nazionale e quello della liberazione dal nazifascismo. Roba che mi è rimasta attaccata e che mi pare tenga insieme le mie sinapsi, a barricata contro tempo e riflussi. Come mi sono rimasti attaccati certi nomi, certe facce: Saverio Saltarelli, Mariano Lupo, Tonino Miccichè,  Walter Rossi, Francesco Lorusso…. Tanti tantissimi. Uccisi dal padrone o dai fascisti, dicevamo. Uccisi da uno Stato che stava già diventando di Polizia. Diversamente da altri, sono morti sepolti in una memoria  in coma.

Rispetto alle altre organizzazioni antagoniste europee, marxiste, leniniste, maoiste, anarchiche, trotzkiste, hippiccheggianti, Lotta Continua era quella con maggiore seguito numerico, ma anche la più versatile e creativa, con un’inedita ma vivace mescolanza di marxismo dei Grundrisse, scuola di Francoforte, terzomondismo alla Fanon e Malcolm X, spontaneismo. Questo la portava ad allargare l’azione politica oltre i tradizionali confini della classe operaia. Furono coinvolti sottoproletari dei campi e delle periferie, i senzatetto con le occupazioni, i carcerati, i soldati di leva, perfino i poliziotti. L’intervento si allargò da fabbrica, scuola, università, all’universo mondo. Un nuovo programma si chiamava “Prendiamoci la città” e contemplava studi, analisi, mobilitazioni a 360 gradi su tutte le problematiche della vita urbana. Si ragionava in termini gramsciani delle casematte da conquistare.

Lavoravo a tempo pieno nella redazione esteri del quotidiano omonimo di LC. E, dato il mio curriculum di esperienze internazionali e il patrimonio di lingue, venivo spedito di qua e di là, dalla guerra civile del Libano alla rivolta nordirlandese, alle sedi di LC all’estero. E ne riferivo in articoli, libri e documentari filmati. Tipo Francoforte, da dove un nostro nucleo, in coabitazione con i tedeschi, faceva intervento politico tra le decine di migliaia di operai italiani e stranieri nelle fabbriche della Ruhr. A Roma avevo casa nel centro storico, a Trastevere, vicino alla sede del giornale, che era anche quella della direzione. Il che faceva sì che a me si chiedesse di ospitare chiunque che, nel gran traffico di scambi con i compagni stranieri, capitasse a visitare l’organizzazione. E tutti venivano, dormivano, la sera cantavano (avevamo formato un gruppo e componevo canzoni rivoluzionarie che strepitavamo in giro), mangiavano, scopavano. Nessuno che avesse mai lavato i piatti o rifatto il letto.

Compagni a passo di gambero

Mi capitò anche un non molto gradevole, ma molto preso di sè, Daniel Cohn Bendit, “Danny il rosso” (si confermò rosso di pelo, ma presto smentì radicalmente il rosso politico), che ricordo masticare pasticcini all’hashish e bere tè alla marijuana e, quando gli ricambiai una volta la visita a Francoforte, girare nudo per un grande appartamento di boiserie grattandosi le palle. Suscitavamo molta simpatia tra intellettuali intelligente, anche stranieri. Ci sostenevano regalandoci quadri, facendoci concerti, intervenendo a convegni, offrendo donazioni. Con uno di questi, particolarmente esimio, diventammo amici per anni. Uno dei massimi scrittori americani, critico al vetriolo della degenerazione yankee: Gore Vidal.

Un altro con cui a pelle non mi ci trovavo era l’allora già osannato e poi santificato tout court (probabilmente dagli amici del giaguaro) Alex Langher, ebreo altoatesino convertito a un cattolicesimo di rigido buonismo. Nella cupola capeggiato dal principe della supponenza soperchieria (dove tale qualità porta s’è visto), Adriano Sofri,  aveva il ruolo del Fouché, ministro di polizia. Allestiva processi popolari. Fui processato anch’io. Un cupo suqallidoneNon ricordo più se fu questione di spinelli o di donne. Si riciclò, come molti suoi soci nell’azionariato rivoluzionario, da verde. Verdissimo. Predicava lentezza, gentilezza, pace. Quando il papa, Berlino e i fascisti croati incominciarono ad azzannare la Jugoslavia, fu prontissimo a invocare, senza tanta lentezza, gentilezza, pace, bombardamenti Nato sulla Serbia. Finì con l’impiccarsi. Un ipocrita. C’era di meglio tra noi.

Bloody Sunday

 Mie

Mie foto della Domenica di Sangue

Capitai nuovamente a Derry in un momento stellare, a cavallo tra 1971 e 1972, quando la protesta civile di cattolici repubblicani stava assumendo, sotto la violenza repressiva, forme un tantino più energiche. Era ricomparsa l’IRA e noi eravamo con essa. Momenti esaltanti come la cacciata dal ghetto di Derry, a furor di popolo e di Molotov, degli occupanti britannici e la costituzione della Free Derry, emula della Free Belfast, piccole riproduzioni della Comune di Parigi. Momenti drammatici come la Domenica di Sangue, Bloody Sunday, il 30 gennaio 1972. Un pacifico corteo per i Civil Rights, con tutto il popolo del ghetto, 20mila tra donne, uomini, bambini, aggredito alle spalle, su evidente ordine di Londra, dal 1° Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. Ammazzarono a freddo 14 persone, ne ferirono decine. Ero l’unico giornalista straniero sul posto e fotografai e registrai su nastro quelle che erano nient’altro che esecuzioni extragiudiziali di innocenti inermi. Tutta la stampa convenuta per l’evento del corteo, era stata tenuta lontana dalle barriere dell’esercito. Da povero cronista, abitando già nel ghetto, mi ero trovato dalla parte giusta. E fu lo scoop. E un mio sguardo nell’abisso della nequizia del potere. Tale da conoscerlo per sempre.

Con quella feroce provocazione, Londra intendeva trasformare il conflitto civile in armato, contando di vincerlo in quattro e quattrotto. Ma l’Ira crebbe, ebbe dietro di sé la totalità della minoranza e una vera e proprio guerra anticolonialista, l’ultima in Europa, durò fino al 1998. Fu in quell’anno con un accordo a perdere, quello del “Venerdì Santo”, da Gerry Adams, che avevo conosciuto comandante dell’Ira, l’organizzazione storica della resistenza irlandese, accettò il cessate il fuoco, l’accordo per un governo provinciale delle Sei Contee sotto tutela di Londra e la consegna delle armi. Consegna che non fu chiesta alle organizzazioni paramilitari protestanti e unioniste. Bobby Sands e i suoi nove compagni, uccisi dalla Thatcher per sciopero della fame, morti invano?

Recenti visite in Nordirlanda, per testimoniare alle inchieste che il Regno Unito, sotto pressione popolare, dovette condurre sul massacro di Derry, mi confermarono che lassù nulla è risolto e che il fuoco continua a covare sotto la cenere. Al di là di ogni “compromesso storico”. A riunificarsi gli irlandesi non hanno rinunciato per tre secoli e milioni di morti. Non si vede perché dovrebbero adesso.

Le mie foto e registrazioni della mezz’ora di stragismo britannico costituivano un materiale che avrebbe messo i responsabili con le spalle al muro. Il comando inglese diede ordine, via radio, di fermarmi in ogni modo e prelevare quanto portavo addosso. Ragazzi dell’Ira che avevano intercettato la comunicazione, mi presero in carico, mi nascosero nel cuore del ghetto e, la notte stessa, per vie solo a loro note, mi trasferirono nella Repubblica dove, a Dublino, la mattina dopo, potei fornire a televisione, radio e stampa le mie immagini e le mie voci di verità. Verità che, intanto, nelle trasmissioni dei canali britannici avevo sentito raccontare così dai comandanti sul campo: “Un nostro reparto a Derry ha dovuto rispondere a un’imboscata dell’Ira che ci ha sparato dai tetti. Ci risultano alcune vittime”. Una volta per tutte mi ero reso conto di chi  siano i maestri massimi di fake news. Tutto questo lo riversai in due libri “Un Vietnam in Europa”, “Blood in the street” e in un docufilm, che Marco Ferreri, il grande regista, mi montò e che LC diffuse. Tutte le copie confiscate dalle varie polizie interessate, disperse, perdute. Ci ne sapesse qualcosa, me lo faccia sapere.

Direttore di giornale: 150 processi

L’assassinio, nel 1972, di Mario Calabresi, il commissario di polizia di Milano che aveva puntato sugli anarchici e su tutto il movimento di quegli anni e che la controinformazione ritenne responsabile dell’uccisione dell’anarchico Giuseppe Pinelli, volato da una finestra della questura, provocò un editoriale di Adriano Sofri, leader di LC, che definì l’uccisione giustizia popolare e le conseguenti dimissioni  di una scandalizzata direttrice responsabile del quotidiano, la scrittrice Adele Cambria. Successore di questa, ma anche di Pier Paolo Pasolini e altri più illustri di me, assunsi io la direzione responsabile e ne ricavai un bombardamento di denunce e processi. Non tanto per quanto il giornale stampava, o tantomeno per quanto io scrivevo di Palestina, Irlanda, Vietnam, lotte anticoloniali, Cuba. Piuttosto per le follie di manifesti, volantini e dazebao che inconsulti, onanistici e irresponsabili compagni diffondevano localmente invitando a impiccare Gianni Agnelli, a sparare sugli ufficiali, a dar fuoco all’ambasciata Usa. O almeno questo era il pretesto dell’Ufficio Politico della Questura.

A tal punto crebbe la montagna dei rinvii a processo che, a un certo punto, inizio del 1973, si sentì aria di mandato di cattura. Già era stato arrestato il direttore del giornale di Potere Operaio. Si ritenne, non di liberarmi del fardello da capro espiatorio, ma di farmi per un po’ sparire dalla circolazione. Rimasi fuori fino al 1975. Prima a Londra, ambiente familiare, e poi a Bruxelles, per sopravvivere (avevo una compagna e un figlioletto): riuscii a farmi prendere come interprete dalla Commissione Europea. Non fecero la benché minima ricerca sul latitante!

Londra: Lotta Continua diventa “Fight On”

A Londra fu molto bello. Non c’era niente di paragonabile a Lotta Continua. Così, approfittando dell’ospitalità, collaborazione e sede di un simpatico  gruppo di anarchici, insieme a diversi espatriati politicizzati, fondammo “Fight On”, cioè Lotta Continua di Gran Bretagna. Nientemeno. E ci demmo da fare, mica no. Eravamo una trentina e, più esperti degli inglesi nello scasinare, avevamo l’impatto di dieci volte tanti. Il nostro quartiere, Ladbroke Grove, contiguo a Notting Hill, formicolava di poveri, immigrati, squatter, tutti molto giovani. Il ciclostile dei compagni anarchici lavorava fino all’incandescenza. Organizzammo occupazioni di case, assemblee di quartiere, su tasse, trasporti, repressione, colonialismo, discriminazioni, imperialismo, formammo un gruppo canterino e tradussi in inglese le nostre canzoni. Non mi fu mai chiaro se le facce attonite del nostro pubblico in piazza esprimevano meraviglia, ammirazione, o sgomento.

Facevamo decine di chilometri per volantinare addirittura a Dagenham, la più grande fabbrica di automobili, Ford, dell’Inghilterra. E, se su tutto il resto la Special Branch, polizia britannica addetta agli insubordinati politici, sembrava aver sorvolato, la nostra penetrazione in un ambito di classe più strategico, dove ci affiancavamo ad altri con attività e obiettivi affini, prefigurava qualcosa di fastidioso. Una gola profonda ci avvertì del girolonzolio intorno alla nostra abitazione (occupata) di elementi sospetti. Aria pesante. La sacra famigliola aveva appena fatto in tempo a levare i suoi quattro stracci e a prendere il traghetto per Ostenda, che fummo avvertiti dell’irruzione della Special Branch nell’alloggio abbandonato. Fìuuuu!

Un latitante alla Commissione Europea

A Bruxelles riuscii ad arruolarmi nella Comunità Economica Europea, da interprete,. cambiando solo il nome (di cognomi Grimaldi ce ne sono quanti i grani di sabbia). Sguazzai nell’impunità e in un tardivo sussulto di vita goliardica per quasi due anni. Da squattrinato totale, mi ritrovai con belli eurosoldini in tasca. Da motociclista divenni automobilista  e per un po’ il mondo mi fece l’occhiolino.

Parve che a metà 1975 il famigerato mandato di cattura al direttore responsabile del quotidiano Lotta Continua, e irresponsabile dei supplementi al giornale pubblicati altrove, fosse stato ritirato. Tornammo e ripresi il mio posto al giornale, agli esteri, non più come direttore. 150 processi per reati di stampa erano bastati. Era il tempo degli ultimi fuochi di una grande speranza di riscatto dei deprivati e offesi. Si era già diffuso l’obnubilamento di una  militarizzazione suicida, perché del tutto anacronistica e fuori contesto. Ovviamente indotta e manipolata. Al di là di una manovalanza, quanto meno onesta, che vi si smarrì. Il giornale, diretto da Enrico De Aglio, si addomesticò spontaneamente. O perché glielo raccomandò il nuovo nume tutelare, Claudio Martelli, braccio destro di Craxi. Chissà.

1977, tra indiani senza tomahawk e gente con la P38

Il ’77 vide la comparsa di nuove forme di organizzazione di opposizione radicale. Gli Indiani Metropolitani, situazionisti e luddisti, un po’ tardiva swinging London, un po’ Sioux da pellicola. E Autonomia Operaia, erede dei precedenti Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e altri, vagamente più rozzi, con un guru ideologicamente poco classificabile, ma molto ambiguo, il filosofo Toni Negri da Padova. Un altro di quelli che Pannella tirò fuori dai guiai. Eppoi c’erano ancora cospicui resti di irriducibili lottacontinuisti. Tra cui il sottoscritto. Di quella effimera fase, che comunque si trascinò negli anni con esiti sempre più solipsisti, il momento per me più alto fu quello della cacciata dall’Università, dove aveva tentato di insediare i suoi al posto degli universitari in lotta, di Luciano Lama, segretario del massimo sindacato italiano, la  CGIL. Uno che si tingeva i capelli tra il color fragola e il castagna.

Erano lontani i tempi, chiamati dell’ ’”Autunno Caldo”, 1969-1970, troncati con l’attentato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, la “Strage di Stato”, come rivelò una fantastica inchiesta di Lotta Continua. Tempi in cui il sindacato era stato costretto dalla mobilitazione di massa dei movimenti ad abbandonare le posizioni consociative mantenute per lunghi anni, in subordine ai padroni, e aveva guadagnato nuovi diritti, come lo Statuto dei Lavoratori, nuovi rapporti di forza in fabbrica e nella pubblica istruzione, provvedimenti contro la rendita fondiaria. Da sempre cinghia di trasmissione dei partiti di sinistra, il sindacato di Lama era ripiegato sulle antiche usanze e si poneva oggettivamente come forza di normalizzazione. Ebbe la temerarietà di allestire un comizio nel piazzale della maggiore università italiana, presidio delle sinistre radicali da sempre, la Sapienza di Roma. Ebbe modo di dare sfogo alla classica retorica parolaia di tanti sindacalisti solo per pochi attimi. Poi si scatenò la baraonda. Indiani Metropolitani intesta, tutti gli altri dietro. Palco rovesciato, Luciano Lama, circondato dai suoi guardiaspalle, in indecorosa fuga. Non so se a ragione, ma allora mi parvero soddisfazioni. E anche adesso.

Giorgiana e Cossiga

12 maggio del 1977, ci fu una grande manifestazione di tutti noi, intendo quelli nati politicamente nel ’68, a Valle Giulia, alla Sapienza, a Mirafiori, alla Pirelli, a San Basilio. Era la ricorrenza del divorzio, ma era anche una protesta contro il governo Andreotti, un primo ministro poi trovato connivente con la mafia. Era anche il mio compleanno. Nella zona di Campo dei Fiori, Roma, la polizia attaccò brutalmente, senza ragione. La consegna era far fuori quanto restava di un movimento di massa giusto e rispettabile e ridurre ogni cosa allo scontro tra Stato e partito armato. Fare anni di piombo. Un po’ come a Derry.

Gli scontri proseguirono per tutto il pomeriggio, fino a notte inoltrata e si dipanarono per i vicoli di quello storico quartiere e poi, oltre, a Trastevere. A Campo de’ Fiori mi beccai di rimbalzo un candelotto lacrimogeno sul ginocchio. Riuscii a trascinarmi fino al di là del Tevere, verso casa. Il Ponte Garibaldi divenne una specie di trincea. Dal lato Trastevere erano tornati a raccogliersi i manifestanti. Sul lato opposto la polizia, i carabinieri e una novità. Inventata dal capo dello Stato più vicino a all’idea di chi non si vorrebbe mai come capo di Stato: i “Falchi”, poliziotti travestiti da dimostranti con licenza di sparare. E uccidere. E spararono. E uccisero. Giorgiana Masi, 17 anni, all’imbocco del ponte. Sono passati 40 anni è ancora l’assassino non è noto. La questura incolpò gli autonomi. Ma io ero a pochi metri da Giorgiana e da queste parti, giuro, non c’era nessuno che sparasse. C’era chi tirava bocce, Molotov, e sassi. Basta. Del resto, se lo sparatore fosse stato uno di noi, vuoi che non lo avrebbero preso? Prendevano anche quelli che sparavano chewing gum.

Nuova fuga: Yemen

Con quel ginocchio gonfio come un cocomero, il giorno dopo evitai gli ospedali, infestati di agenti. Mi feci visitare da un urologo, non c’era di meglio e poi era un compagno. SI chiamava Giorgio Alpi ed era il padre di quella che sarebbe poi stata la mia collega in RAI, al TG3, Ilaria, trucidata con il suo operatore in Somalia, inviata di guerra, da coloro di cui aveva scoperto i traffici di armi e rifiuti.

Giorgio mi consigliò di darmela a gambe, con tanto di ginocchione. E finìì in Yemen. Per 18 mesi. Paese bellissimo, ospitale, intelligente, antico e consapevole di ciò. Con una grande presidente-poeta, nasseriano, Ibrahim El Hamdi, con il quale divenimmo amici, a chiederci reciprocamente delle rispettive rivoluzioni e degli amori letterari. I sauditi gli fecero un colpo di Stato e lo ammazzarono. Feci corrispondenze per vari giornali, ebbi modo di visitare e conoscere parti dei Medioriente che non avevo ancora frequentato. Paesi decolonizzati, a cui più tardi la propria autodeterminazione non sarebbe stata perdonata: Iraq, Sudan, Siria. Divenni corrispondente anche di giornali del meraviglioso Iraq di Saddam. Dopo il rovesciamento di El Hamdi, dal generale golpista fui dichiarato persona non grata ed espulso dal paese. Tornai a Roma.  Qui tutto tranquillo.

 Ma qualcosa era cambiato in profondità. Dal rosso si era passati al rosa. Erano apparsi gli Indiani Metropolitani e ll baricentro era diventato, da una militanza rivoluzionaria per cambiare il mondo, a qualcosa di come goderselo, il mondo. La durezza dello scontro era stato lasciato ai gruppi armati, prima nati da una genuina convinzione che dal movimento di massa si dovesse sviluppare la lotta armata, poi presto pesantemente infiltrati dallo Stato avviato alla piena restaurazione, dai suoi propri servizi e da quelli delle potenze da sempre padrine e padrone del paese. Svolta esemplificata dal rapimento e dall’uccisione di Moro, dalla contrapposizione “estremisti di sinistra-estremisti di destra”, nella strategia statale della tensione.

Il vento non fischia più, ma c’è chi lo fiuta

Fiutato il vento, la direzione, da sempre clanica, di Lotta Continua, riunita attorno al “carismatico” Adriano Sofri, ora inseguito dall’accusa e poi dai processi di mandante dell’omicidio Calabresi, indifferente a qualche decina di compagni falciati dalla polizia o dai fascisti delle varie organizzazioni gestite dai servizi segreti, indifferente a un’intera generazione lasciata senza direzione, progetto, futuro,  se la diede a gambe. Chiuse formalmente l’esperienza dell’organizzazione nel corso di un memorabile, lacerante congresso finale, Rimini, novembre 1976, Sofri e tutto il clan transitarono sotto la tutela del Partito Radicale di Marco Pannella, profondamente atlantico e filo-israeliano, per poi accasarsi in casa Craxi e soprattutto nei grandi media di regime. Dove ricevettero ampi spazi e remunerazioni, come spettano a coloro che all’establishment trionfante rendono il disonore del pentimento e del cambio di cavallo.

Tre erano state le personalità apicali della più grande organizzazione rivoluzionaria d’Europa. Adriano Sofri, ideologo e capopopolo, che dopo una serie interminabile di processi, fu condannato a una ventina d’anni per il caso Calabresi, ma se ne uscì molto prima per assurgere a testa d’uovo del nuovo corso amerikano e a penna di punta del quotidiano La Repubblica; Giorgio Pietrostefani, addetto all’organizzazione e al servizio d’ordine, condannato anche lui, ma contumace e tranquillo a Parigi, dove per lunghi anni ha gestito la flotta aerea di Mimmo Cardella, un delinquente fuggito in Nicaragua e poi  trapassato che, per coprire affari sporchissimi di armi e rifiuti, gestiva una “Comunità per tossici” a Trapani; Mauro Rostagno, il leader movimentista e un po’ luddista del movimento, responsabile del passaggio dal leninismo di ferro alla psichidelia arancione e, infine, membro del gruppo Cardella a Trapani, dove venne ucciso. Secondo alcuni investigatori, per diatribe interne al gruppo criminale, secondo altri, che prevarranno nei processi, per aver irritato la mafia con i suoi interventi in una radio privata.

La vicenda personale di questi personaggi passati, insieme ad altri del clan originario, da una faccia della luna a quella opposta, scura, non coincide, anzi contrasta, con quella delle decine di migliaia di giovani e meno giovani che, molti per oltre 10 anni, hanno speso per l’impegno quotidiano e la prospettiva di un mondo opposto a quello esistente, tra mediocre, corrotto e prevaricatore, una larga fetta della loro vita. Molti il posto di lavoro, gli studi, la casa, la famiglia. Diversi la vita. Forse sbagliando molte cose, ma facendone anche di sublimi e, soprattutto, mai viste più. E, diversamente da quanto si vede oggi, girando lo sguardo a 360 grandi, credendoci. Non è lecito che la storia imbratti la loro nobiltà, il loro sacrificio, spesso il loro suicidio, con la penosa vicenda di una cosca di opportunisti.

Anche, per quanto alcuni protagonisti lo abbiano rinnegato, perché quel decennio resta il migliore, il più dignitoso, il più vivo, nel tanto bene, nell’inevitabile male dei folli, della desolante storia della Repubblica. E, come ho detto sopra, si allaccia in ideale continuità ai momenti alti della rinascita del paese, dal Risorgimento alla liberazione partigiana. Se dallo squallore drammatico di un  presente in disfacimento morale, intellettuale, sociale, dovesse mai risorgere un sentimento di alterità radicale, di recupero dello smarrito, di progetto umano, saranno i semi del ’68 ad averlo nutrito.

Ce ne fossero!

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 11:22