Il maschicidio e le 50 sfumature di violenza

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Il maschicidio, silenzioso ma reale. In arrivo il libro che approfondisce a 360° il fenomeno violenza domestica: 50 Sfumature di violenza, femminicidio e maschicidio in Italia (Cairo Editore).  

Fatti di cronaca, ricerche statistiche, testimonianze, lo dicono a chiare lettere nel nuovo libro di Barbara Benedettelli in uscita il 9 novembre 2017: la violenza all’interno della coppia è reciproca. Eppure si parla solo di femminicidio.

E c’è spesso intolleranza, odio politico, chiusura, verso chi sposta la lente d’ingrandimento sul lato nascosto dell’”amore” malato e violento: quello delle donne che odiano gli uomini.

Barbara Benedettelli lo ha fatto prima con il pamphlet Il maschicidio silenzioso. Perché l’amore violento è reciproco e le donne non sono solo vittime (Collana Fuori dal Coro, Il Giornale), uscito a marzo 2017 e con il quale ha introdotto l’argomento.

AQUISTA ORA SU AMAZONPoi con un’inchiesta corposa in 50 sfumature di violenza, femminicidio e maschicidio in Italia (Cairo Editore)in libreria dal 9 novembre (prenotabile si da ora su Amazon).

Un argomento Tabù, specialmente in Italia. Eppure sono decine i casi di cronaca riportati nel nuovo libro dall’autrice e attivista per i diritti delle Vittime. Casi spesso nascosti nelle poche righe delle ultime pagine dei giornali locali e che meritano invece attenzione.

Fatti di cronaca, dati e testimonianze che dimostrano come l’assunto donna/vittima e uomo/colpevole sia falso e rinforzi i pregiudizi sessisti.

Perché se è vero che le donne sono le prime Vittime di un mondo degli affetti sempre più vuoto e malato, è vero anche che a volte possono essere perfino più crudeli degli uomini. E’ vero anche che il senso di possesso è comune, così come un sottile (ma evidente) odio per un intero genere.

Nel pamphlet Barbara Benedettelli aveva riletto alcuni dati relativi al Femminicidio, come il rapporto Eures sulle Caratteristiche e profili di rischio del femminicidio del 2015, in ci emerge un quadro inquietante: per il quinquennio 2010-2014 un totale di 923 vittime di omicidio avvenuto nel contesto familiare o di coppia: 578 femmine e 345 maschi.

Nel nuovo lavoro emergono ulteriori dati che devono essere divulgati se vogliamo davvero prevenire le “stragi degli affetti”, e che riguardano anche responsabilità femminili. Responsabilità che non possiamo sottovalutare o negare. Nel rispetto delle Vittime, soprattutto nelle aule dei tribunali.

Riconoscere anche l’uomo come vittima di una donna non significa negare la realtà di quelle donne che subiscono violenza, significa invece avere il coraggio di guardare la realtà intera, con tutte le sue sfumature; dare dignità e supporto anche alle altre Vittime; aprire forse la strada che possa aiutare a sconfiggere la vera radice del male.

Barbara Benedettelli in 50 sfumature di violenza non de-costruire il lavoro fatto fino ad oggi per le donne, però invita a rientrare dentro i margini di un fenomeno ( il femminicidio) anche attraverso l’analisi corretta dei dati. Dati che spesso nascono o vengono utilizzati in modo strumentale a obiettivi più politici che umanitari. E invita a inserire il fenomeno nella più ampia dimensione violenza domestica.

Violenza che, come afferma perfino la Convezione di Istanbul (e come ben illustrato e commentato nel libro), colpisce anche gli uomini. Così come i bambini e gli anziani. Vittime di serie B? No!

Bambini, uomini e anziani che sono anche Vittime, come dimostra il libro, di quella violenza sessuale, di quegli stupri e di quelle molestie di cui in questi ultimi mesi si è parlato molto. Ma solo per quanto riguarda le Vittime femminili.

Chi si occupa di loro? Come possono superare i traumi, la sofferenza, se pensiamo che questa violenza non esiste? Invece esiste. Ed è più grave e consistente di quello che si pensa. E’ arrivato il momento di mostrarla.

E perché sottovalutare la malvagità di quelle donne che con cinismo, cattiveria, senso del possesso, distruggono la vita dei loro ex compagni e dei padri dei loro figli?

La visione unilaterale e unidimensionale di un insieme non è mai risolutiva. Può anzi aggravare i fenomeni: tamponi da una parte ma perdi acqua dall’altra. E alla fine affondi. E’ quello che vogliamo?

Il libro sarà presentato a Milano Domenica 19 novembre 2017, all’interno della rassegna  BookCity. Ore 16,30 Castello Sforzesco – Sala della Balla

Barbara Benedettelli

50 Sfumature di Violenza

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In libreria “50 sfumature di violenza. Femminicidio e maschicidio in Italia” (Cairo Editore Novembre 2017).

La violenza domestica, che erroneamente pensiamo veda vittime solo le donne, è un fenomeno ampio e ricco di sfumature che devono essere individuate.

Le donne sono certamente colpite in modo sproporzionato, anche a causa della minor forza fisica, della disparità economica ancora presente, della dipendenza emotiva.

E’ tuttavia un dato che maltrattino e uccidano anche loro. Femmine e maschi: adulti, bambini, anziani, sono tutti intrecciati in quelle costellazioni di orrore che nascono spesso dall’analfabetismo emotivo e dall’incapacità di amare.

Le massicce campagne di sensibilizzazione però semplificano l’intero fenomeno in una parola: femminicidio. E in un assunto: gli uomini sono “tutti” carnefici, le donne sono “sempre” vittime, la radice di tutto è la cultura patriarcale.

Ma se è così, come si spiega la violenza femminile, psicologica e anche fisica, che questo libro estrae dall’oscurità per dare dignità a tutte le vittime e per aggiungere verità a un fenomeno grande come l’oceano?

Dati, fatti e testimonianze dimostrano che i ruoli possono essere invertiti: ci sono uomini demoliti dalle loro donne con vessazioni sistematiche, accoltellamenti, attacchi con l’acido, fucili. Nel senso comune lo fanno quasi sempre per difendersi. E’ davvero così?

Esiste, come affermano gli studiosi internazionali, una reciprocità della violenza che può essere fatale? E che dire di quelle madri che denunciano i padri dei loro figli di abusi sessuali mai commesso o di quelle che invece sono loro ad abusarli i bambini? Perché questo silenzio sul lato malvagio del femminile?

Il discorso che questo libro affronta non nega la realtà delle donne vessate o uccise. Fa appello a etica e razionalità per decifrare interamente, anche dove sembra scomodo, un male che dobbiamo guardare bene, ovunque arrivi, se vogliamo sconfiggerlo davvero.

Barbara Benedettelli

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ESAGERUMA NEN

https://claudiogiorno.wordpress.com/2017/11/04/esageruma-nen/

novembre 4, 2017

Avvertenze: questa volta il mio articolo è molto più lungo del solitamente già lungo. Temo che i miei tre lettori si riducano a due (tra cui il sottoscritto che per eliminare almeno gli “errori da matita blu” è costretto a rileggersi). Ma mi conforta il fatto prima di tutto che non sia obbligatorio leggermi e secondo che pubblicando su un blog virtuale ancorché semiclandestinon  non viene sacrificato neanche un rametto per produrre la carta (con tutti i boschi appena bruciati…).

come detto nel testo le foto che documentano i danni dell’incendio nelle borgate di Mompantero sono di Luca Perino e si può vedere l’intera raccolta al seguente link https://photos.app.goo.gl/JDY60YhMs3cyAavn1

Esageruma nen”.

Come tutte le frasi dialettali è intraducibile: letteralmente significa “non esageriamo”, ma manca il tono che condurrebbe piuttosto a “non drammatizziamo”, o meglio “non facciamola più grande di quello che è”, ma ancora – per chi è nato e vive nel profondo nordovest della nostra penisola – mancherebbe qualcosa. Soprattutto è impossibile spiegare a coloro per cui sono altri gli idiomi di origine, come una frase  così elementare abbia potuto diventare il manifesto di uno dei professionisti della politica più longevi e fortunati del regno subalpino: Segiochiamparino. La usa abitualmente con concittadini, corregionali e non – anche con una delegazione di cinesi in cerca di approdo per una improbabile riesumazione della viadellaseta – se gli sembra che ci azzecchi. Forse è la prova essenziale – come essenziali sono le due parole che la compongono, che l’ex sindacalista post-comunista è un genio (ancorché un tantino incompreso): perché è vero che piace ai torinesi, è piaciuto anche ai piemontesi, ma – per adesso, non è ancora riuscito a sfondare nell’arena nazionale. Non che non ci abbia provato: tentò anche un ticket con Massimocacciari all’epoca in cui la Leganordvestiva la canottiera di Bossi (e Maroni si esibiva alla tastiera a Pontida)… Ed è riuscito dove persino Corradopassera ha fallito, a staccare un biglietto di andata & ritorno per e dalle fondazioni bancarie. Ma ha finito per fare il gregario di uno sbarbatello sopravvalutato come Matteorenzi. Tutta colpa della intraducibilità di Esageruma nen sotto il Po: così il manifesto incompreso del “moderatismo né di destra, né di sinistra” è rimasto confinato in qui Piemunt…

Chiampa (come lo abbreviano amici e nemici), non ha usato la frasestorica che meglio lo rappresenta sotto la cappa mai così pesante che gravava sul Consiglioregionale del 31 ottobre: né nelle interviste e nelle dirette partecipate prima e dopo la liturgia istituzionale. Ma ha fatto ampio ricorso a quel tono, anche attraverso l’uso – per una volta non parsimonioso – di espressioni che si potrebbero definire “didattiche” e comunque meglio compressibili dalla platea nazional-popolare di trasmissioni come “l’aria che tira” (ironia involontaria ma raccapricciante del titolo): “siamo in emergenza da venticinque giorni” – si è lamentato con l’”amica-Ansa” – “e non c‘è stato un danno alle persone, e sono stati marginali i danni alle cose o alle infrastrutture”.

Ma a parte l’indelicatezza verso il giovane di Cantalupa (forse perché morto “solo” di infarto e non bruciato?) c’è di che sobbalzare ascoltando la sua replica istituzionale dal “Palazzo” di via Alfieri http://www.cr.piemonte.it/seduteconsiglio/interventi/appl/index.php?pagina=3(dal minuto 13:46):

“non abbiamo  avuto per fortuna vittime, non abbiamo avuto danni alle case di prima abitazione significativi, (verificheremo poi bene sul territorio ma intanto non risulta), ci sono danni a seconde case, in alcuni casi perché sono esplose bombole che erano all’interno (…), non mi risulta che (da quel che risulta a me alle 7 di ‘sta mattina) ci siano danni agli allevamenti (ci saranno sicuramente danni agli animali selvatici, alla fauna, anche qualche animale non di grandi allevamenti ma non ci sono stragi, non mi risulta. Ci sono sicuramente molti danni e da questo punto di vista posso dire che oltre ai fondi di coesione sociale che abbiamo già impegnato per contrastare (Lapsus freudiano?!NdR.) l’assetto idrogeologico che sono circa 40 milioni ma che vanno più sul versante di progetto di contenimento di frane che già si erano verificate, noi abbiamo a disposizione 82 milioni di fondi di coesione sociale da portare in cabina Cipe(…)”.

 

Secondecase

Figlio unico di genitori immigrati non ho potuto godere di questa ricchezza. Ma Roberta, mia moglie – valsusina da sette generazioni – aveva una nonna “proprietaria” di una baita in una borgata della vasta montagna di Condove (il paese con la maggior estensione di territorio montano della nostra valle)… Nonnaspirita rimasse vedova molto giovane, con una figlia piccola (mia suocera)  da da allevare e il salario offerto dall’imprenditore svizzero che aveva impiantato i cotonifici nel fondovalle non bastava. La baita non era circondata da un verde pascolo, ma da altre povere costruzioni simili: la stalla senza pavimento a pian terreno, un pezzo di un cugino che ci teneva gli attrezzi agricoli. L’unica vacca che gli aveva lasciato il marito mangiava l’erba che la donna andava a sfalciare nei terreni di uso civico quasi mille metri più su, al colle della Porta, tra la valle del Gravio e la Val Viù e che si caricava nella gerla. Poi altri mille metri di dislivello per scendere fino a Borgone, a cardare il cotone raccolto dagli schiavi in un mondo sconosciuto, per poi risalire a fare il burro.

Sono ancora oggi queste la maggior parte delle “secondecase” della bassa Val di Susa (in cui Chiampa passa da sempre distratto quando non visibilmente contrariato per andare a trovare qualche amico nelle “vere” seconde case, quelle della Valleolimppica: quella alta…).

Anche qualcuna  delle “nostre” è stata venduta negli anni (magari dopo la morte dei proprietari). E qualcuna persino ristrutturata dando fondo ai risparmi di due generazioni: spesso per motivi affettivi, qualche volta per ricavare un po’ di reddito da agricoltura montana per integrare o sostituire quello diminuito o sparito grazie alla Grandecrisi innescata dalle Grandibanche che hanno scommesso in Grandiopere e non finanziano la Piccolainiziativa (almeno questo il presidentebanchiere dovrebbe saperlo). Appartengono a questa tipologia le secondecase, che nelle borgate di Mompantero, Susa, Bussoleno, Chianocco, Caprie e Rubiana sono state toccate o distrutte dal fuoco. E magari dovranno essere ancora accatastate, perché il Governo deve fare cassa e le regioni ripianare il deficit dalla sanità. Altri soldi da spendere: la parcella del geometra e l’obolo per lo stato che con una mano ti da ottanta euro e con l’altra te ne chiede ottocento.

da destra: Romano Perino, Massimo Maffiodo e il sottoscritto negli uffici VIA del Ministero dell’ambiente a Roma a gennaio 1993 – aguzzando al vista si può notare l’adesivo No Tav – disegnato da Massimo Molinero – appiccicato al muro

Romano Perino

Per illustrare questo ennesimo inutile sfogo uso alcune immagini di Luca Perino, fotoamatore evoluto (più bravo di tanti professionisti), attivista No Tav, figlio del mai abbastanza rimpianto  Romano, già sindaco proprio di Mompantero (e di cui l’attuale primacittadina – Piera Favro – fu consigliere comunale). Romano Perino era democristiano e fiero della sua appartenenza, ma non esitò a mettersi contro il partito, a inimicarsi le gerarchie ecclesiastiche, a compromettere la sua salute quando si affacciò all’orizzonte (prima del Tav) il rischio di un nuovo elettrodotto ad alta tensione sulle pendici del Rocciamelone: fu grazie alla sua straordinaria energia e a chi promosse la protesta popolare per una volta vincente contro l’inutile raddoppio di cavi e tralicci se quella Grandeopera fu accantonata. Accadde qualche anno dopo la battaglia persa contro il raddoppio della viabilità con l’autostrada del Frejus e qualche anno prima del conflitto tuttora in atto contro “il raddoppio di una ferrovia raddoppiata”. Grazie a quella lotta vinta, vigili del fuoco, volontari e piloti di elicotteri e canadair hanno potuto – se non altro – ridurre il rischio di restare impigliati in una ragnatela da mezzo milione di volt!

Ricordo il viaggio notturno – cuccette di seconda classe – con lui e con Massimo Maffiodo, (già sindaco di Condove e presidente della Comunità Montana della bassa valle) alla volta di Roma, via delle coppelle,  sede degli uffici della Commissione di Valutazione di Impatto ambientale che doveva decidere se il nuovo elettrodotto era “ambientalmente sostenibile” (come si dice adesso): fu come viaggiare con Don Camillo e Peppone, ma non quando fanno a botte, bensì quando il prete e il miscredente si confrontano sui rispettivi dubbi rispettando le poche certezze. Non dormimmo neanche un minuto: loro a parlare, io ad ascoltarli. Di li a qualche ora dovevamo scoprire che due terzi degli impiegati non erano funzionari del ministero, ma “distaccati” in prestito da ENI, ENEL, FS, Autostrade ecc ecc e capimmo perché era così difficile far prevalere le ragioni del territorio su quelle delle imprese. Per “rappresaglia” appiccicammo alla moquette della sala di attesa il primo adesivo No Tav appena disegnato dall’avvocato Massimo Molinero (a proposito di rimpianti)…

l’articolo di Giuliano Dolfini su Stampa Sera

Massimo Maffiodo.

E’ stato scelto qualche giorno fa da Don Luigi Ciotti per commentare il Vangelo del giorno, nella più cattolica delle trasmissioni della Reteammiraglia: “a sua immagine”, in onda su Raiuno il sabato e la domenica prima e dopo l’andata in onda della Santamessa. Il fondatore di Libera, del Gruppo Abele ha scelto lui – operaio comunista, dichiaratamente ateo – per commentare la parola di Dio. Non credente,  ma “contaminato” da frequentazioni e letture gandhiane e incuriosito da un prete, anche lui un po’ eretico: Achille Croce e Don Giuseppe Viglongo cofondatori del Gruppo Valsusisno di Azione Nonviolenta. Con precisi punti di riferimento non solo nel pacifista per antonomasia, ma in Aldo Capitini, Don Primo Mazzolari, Don Lorenzo Milani. Achille era anche lui operaio, anzi era delegato sindacale come Massimo (Cisl e Cgil, non poteva essere altrimenti): lavoravano entrambi per le Officine Moncenisio che avevano in Condove la loro sede principale: uno stabilimento metalmeccanico dove si era costruito di tutto: dalle capriate metalliche per capannoni, alle prime macchine per produrre le calze di nylon. Dai carrelli per tram e vetture ferroviarie ai siluri per la marina militare (se nei nostri paesi vedevamo tornare in licenza qualche coetaneo non in divisa da alpino ma – stravagantemente – da marinaio, sapevamo che aveva fatto l’apprendista alla Monce, abbreviazione di Officinemoncenisio).

Don Ciotti non l’ha fatta lunga come la sto facendo io, i tempi televisivi sono tiranni anche per Santamadrechiesa. (Solo con Matteorenzi si può “sforare”… fin che dura). Ma ha voluto che il dialogo si svolgesse nei vecchi capannoni in stato di abbandono (la crisi non ha risparmiato le acciaierie – ultima riconversione toccata alla fabbrica di Condove – ancorché di proprietà di un qualche oligarca russo)… E ha chiesto a Maffiodo di raccontare come è stato possibile  – 47ani fa – non nella Olivetti del visionario e “Comunitario” Adriano, o alla Nuovopignone gestita a mezzadria da Mattei e La Pira, ma in una misconosciuta azienda di una periferica vallata alpina far pronunciare alla unanimità una assemblea di ottocentocinquanta operai contro la fabbricazione di armi e a costo di rifiutare commesse e di rischiare di perdere il lavoro! E Massimo lo ricorda qui https://drive.google.com/folderview?id=0B_hfkq9-kN7NfkR0V0pmZjJUX0pERzM2QVhCSTlYajNBb2hLS2NPSDNBV3JZYmpLZkxrODg&usp=sharing; che è il link al video ospitato sul sito ANPI di Condove: non cercatelo sul “sito ufficiale Rai” dove nello stesso mese c’è si Don Ciotti, ma “a fare da spalla” a Vascorossi (che – con tutto il rispetto per i suoi fans, quarantasette anni or sono aveva appena smesso di succhiare lambrusco dal biberon). Ne diede notizia una gloriosa testata chiusa da anni –  “La Gazzetta del Popolo” – a pagina 3 del giornale che andò in edicola 15 gennaio 1971 a firma di Piero Bianucci, allora giovane giornalista; ma che sarebbe poi divenuto nientemeno che il curatore delle pagine scientifiche de Lastampa, tanto per riba-dire che non sono cose di cui abbiamo memoria solo in questa Valle: semmai che in questa Valle avremmo diritto se non a un risarcimento, a una narrazione

-altra persino se fossimo davvero quel che ci hanno accusato d’essere e non siamo.

Cosa che non è avvenuta (anzi) neanche in occasione della devastazione di questi giorni se è vero che l’attuale direttore del quotidiano subalpino si è sentito – excusatio non petita – di giustificare il poco spazio e lo scarso rilievo che ci è stato dato scrivendo che un giornale non ha solo la primapagina!

l’articolo di Piero Bianucci su La Gazzetta del Popolo

Primapagina:

è una trasmissione di radio3 che ascolto e cito spesso: è condotta in queste settimane da Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano che fa riferimento alla Conferenza Episcopale Italiana. Sentite come ha riferito – durante la lettura delle prime pagine (appunto) dei giornali del 31 ottobre   l’invettiva di un  specialista del livore un tanto al kilo che va molto nei da talk e nei reality show che ammorbano soprattutto l’ultima parte della vita di tanti anziani relegati davanti al video e che avrebbero invece diritto a una vecchiaia serena: siamo alla fine della rassegna – al minuto 39:30 e dopo il lungo pastone sulla politica estera ed economica si torna brevemente a parlare di incendi perché – dice – “la vicenda è citata in prima pagina solo sul giornale di Feltri con un editoriale polemico”; prima di leggere si scusa perché si accorge che l’editoriale non è di Feltri” legge la firma e si direbbe imbarazzato perché commenta: “guardate la polemica dove va“: “dov’erano i No Tav?, gli stonati ambientalisti pronti a difendere la loro valle con fionde, biglie, pietre ecc ecc“; si ferma ancora e aggiunge di suo: ” questa – come avete capito – è la polemica che Libero decide di imbastire: non è su presunti o veri ritardi, sottovalutazioni, ma con settori ben precisi difatti il titolo è la valsusa brucia a differenza dei no tav e dei grillini. Questa la scelta per mantenere l’attenzione su questo fatto!” Poi va a concludere il mattinale… Inutile telefonare alla trasmissione, impossibile sperare che le commoventi lettere (pubblicate in questi giorni prevalentemente sui “social”, i vituperati social) che testimoniano come molti di noi (non chi scrive) si siano spesi per salvare la nostra Valle anche dalla follia dei piromani oltre che dalla bulimia del partito del calcestruzzo, arrivi almeno sulle pagine interne, (men che meno nei Tiggì in servizio attivo permanente dell’eterna campagna elettorale di un paese che pure viene chiamato al voto sempre più raramente)…

Inventario:

oggi dei danni degli incendi è in corso l’inventario, mentre la siccità allunga la striscia-record e nessuno può ancora dormire sonni tranquilli in attesa dei fondistrutturali del Chiampa (i numeri che ha dato rappresentano un terzo scarso di quanto speso solo per l’ennesimo buco denominato cunicolo esplorativo di Chiomonte); e siamo ben oltre un ordine di grandezza al di sotto di quanto “bruciato” per il TAV in un quarto di secolo di promozione, progetti e lavori (sulla linea esistente): interventi molto onerosi ma dichiarati bizzarramente inutili già in corso d’opera! Dopo mezzo secolo di centrali, autostrade, e speculazione edilizia (di conclamata marca mafiosa) la nostra Valle (in questo caso bassa e alta) è un colabrodo. Ma non è ancora niente rispetto a quel che gli stessi proponenti il Tav (per mettere le mani avanti dopo le inchieste sul Mugello?) ammisero attraverso un expertise commissionato a uno studio di ingegneria del nord Europa circa il rischio concreto di perdita definitiva di risorse idriche. Il Presidentemattarella ha appena lanciato un monito (con la mano sinistra?) mentre con la destra firma qualsiasi cosa promuova la crescita…e anche altro; tant’è che si è sentito di dover spiegare a una scolaresca che ha l’obbligo di firmare anche quel che non gli piace.

Allora custodiamo e narriamo noi (visto che nessuno lo farà al posto nostro) ciò che di buono c’è stato anche in questo momento drammatico che ha riportato in montagna i nipoti di chi ci era salito oltre settant’anni fa a Falcimagna, verso il rifugio Stellina, al Colle del Lys per difenderle (le nostre montagne) da un altro nemico (anche allora esterno e interno).

Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per stabilire se i Canadair arrivavano dalla Croazia, da Imperia o da Roma-Ciampino. Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per verificare se è vero che appartengono a 7 società private indagate per aver fatto cartello di modo da fare lievitare il prezzo dell’appalto. Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per capire se è tollerabile che  Elicotteri e aerei siano “un nolo a caldo” ( = comprensivo dei piloti che rasentano l’eroismo ad ogni tuffo e a ogni picchiata tra rocce, fiamme e i tralicci di Terna). Tempo e modo per dimostrare anche a Mattarella e anche ai giornalisti dei quotidianicattolici  che gli F35, con i valorosi cui vengono affidati, possano invece essere acquistati e pagati direttamente dal contribuente (e fuori persino da qualunque “logica di mercato”)! E se chi lavora nelle aziende dove li assemblano non sia arrivato – quarantasette anni dopo la Monce – a fare un pur più modesto salto di dignità.

le due ultime foto sono tratte dalla raccolta reperibile al link https://photos.app.goo.gl/7T1MWvc2FHsztHoH2 (qualcuno lo segnali al quotidiano Libero (… di gettare fango su chi si fa il culo e di sparare impunemente sulla “Crocerossa”)

Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per stabilire se uomini e mezzi in quantità adeguata  non potevano essere chiamati prima (o se sono arrivati solo dopo che il Chiampa ha deciso di compiere un atto di sottomissione verso l’Astronascenteminniti  o dopo la dichiarazione, comunque tardiva, dello stato di calamità).

Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per denunciare la ministracompetente per l’improvvida riforma che ha annesso ai CC il Corpo forestale dello Stato.

Ci sarà (ci dovrà essere) il tempo e il modo per analizzare se dopo il passaggio di Attilabertolaso la superstazioneappaltante chiamata Protezionecivile riesce almeno a svolgere una funzione di coordinamento e se c’è qualcuno in grado si assumersi la responsabilità di mobilitare uomini, mezzi – e capitoli di spesa – prima che i politici di professione – nominati da S&P – lottizzino anche tempi ed entità degli “interventi di somma urgenza” a seconda di come votano i cittadini malcapitati di turno.  Ci sarà (ci dovrà essere) soprattutto il tempo e il modo per chiedere il risarcimento dei danni (altro che compensazioni) a lobby e politici di riferimento responsabili del cambiamento climatico come dell’impoverimento diretto e indiretto delle risorse idriche,,,

E di sperare – quindi – almeno che “Bambi non sia morto invano”.

Ma intanto ancora un grazie a “quei temerari sulle macchine volanti” e ancor di più a quegli altri temerari che hanno combattuto le fiamme stando per dieci giorni e dieci notti ininterrottamente in prima linea e  che col calare dell’oscurità si sono dovuti arrangiare come la fanteria che deve esporsi senza la “copertura aerea” ma la cui azione non è risultata altrettanto fotogenica (anche perché o si facevano i “selfie” o si davamo da fare per salvare il salvabile).

Borgone Susa, 4 novembre 2017 – festa della “Vittoria” – Claudio Giorno

SPAGNA, GRECIA, ITALIA: “DISCORSO DELL’ODIO” (COPYRIGHT BOLDRINI) SUI PREDATORI DEL SUD PERDUTO

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/11/spagna-grecia-italia-discorso-dellodio.html

MONDOCANE

DOMENICA 5 NOVEMBRE 2017

Appare oggi sul Fatto Quotidiano, a integrazione delle sue aberranti pagine di disinformazione e manipolazione della politica estera (pari per indegnità alla dignità delle sue pagine di vituperio alla classe dirigente vernacolare), un appello su intera pagina intitolato “Il silenzio della UE sulla crisi mette in pericolo l’Europa”, con occhiello attribuibile alla direzione del giornale: “Principi a rischio. L’avallo del comportamento del governo spagnolo compromette lo stato di diritto dei Paesi membri dell’Unione”.

Spinelli, questi sì tossici

Prima firma quella della nota Barbara Spinelli, vedova dell’illustre esponente della cupola finanziaria mondialista e scarnificatore della classe lavoratrice italiana, Padoa Schioppa, già militante del “Movimento pro-Tsipras a prescindere” e candidata al parlamento europeo, poi fedifraga, della Lista “L’altra Europa con Tsipras” (nella quale insistono a boccheggiare alcune tessere del mosaico radical chic del manifesto, tipo Marco Revelli). Più di queste gemme nel curriculum della parlamentare brilla quella della diretta ascendenza ad Altiero Spinelli,. di cui è prediletta figlia e prosecutrice.

Breve inciso. Spinelli, con altri due ultrà dell’americanofilia, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, fu l’autore del Manifesto di Ventotene considerato la magna charta dell’europeismo, movimento ispirato dall’élite capitalista con la testa negli Usa e le gonadi nelle banche Rotschild e affini, e finanziato fin dalle sue origini dall’OSS, poi CIA, guidata da William Donovan. L’intento era quello di far fuori i futuri Stati nazionali emersi dalla lotta antifascista, con a capo gruppi dirigenti di orientamento socialista e, comunque, democratico, ansiosi di sovranità nazionale. Bisognava immergerli in una struttura burocratica, poi rapidamente divenuta antidemocratica, che tutti li abbracciasse, livellasse e si offrisse inoffensiva al colonizzatore e occupatore militare statunitense tramite NATO e Piano Marshal. Prodromi del Nuovo Ordine Mondiale e della teoria del meticciato indistinto, governato totalitariamente dal un grumo cancerogeno capitalfinanziario mondialista, molto omogeneo, per niente indistinto.

Da Ventotene al Nuovo Ordine Mondiale
l manifesto di Ventotene è considerato a buon titolo la carta costituzionale di un’entità globalista sovranazionale a nettissimo carattere autoritario. Basta la parola: “Nel breve periodo… in cui gli Stati nazionali giaceranno fracassati al suolo e in cui le masse popolari saranno materia fusa suscettibile di essere calata in forme nuove (sic), capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata delle passioni internazionaliste…” Non vi pare che nella lettera della BCE e poi di quella di J.P.Morgan, che impongono al governo italiano di massacrare ogni welfare, ogni diritto dei lavoratori e farla finita con il diritto di sciopero, vi sia un’eco di questi propositi? Propositi cari alla grande finanza italiana, capeggiata dal foraggiatore di Spinelli, Gianni Agnelli, e agli imperscrutabili gnomi giganti di Bilderberg che Spinelli annoveravano come promettente membro e agitpro.

Torniamo a bomba, il nipotino della promessa totalitaria di Ventotene, partorito da Barbara Spinelli sotto forma di appello contro Madrid e pro-Barcellona. In sostanza, il paginone, che, accanto a quella della patentata amica del giaguaro reca anche le firme di utili idioti come Zagrebelsky, volponi come Varoufakis, guru del pacifismo come Moni Ovadia, marxisti da tinello come Toni Negri e altri 170, con preponderanza della solita lobby, assegna al governo spagnolo il ruolo di carnefice e agli indipendentisti dell’eroico capitano della nave abbandonata, Puidgemont, quello della vittima. Sul piano giuridico, questi tardoventotenini si arrampicano sugli specchi per dimostrare che l’attuazione della norma costituzionale da parte di Madrid è illegittima e aberrante, mentre quel referendum votato da una minoranza e costellato di divertissements democratici, come i voti multipli e di minorenni, in minima porzione della regione, ha i caratteri del giusto e del sacro. A sostegno di tale argomentare viene esibita Human Rights Watch, segno di calda approvazione da parte dello Stato Profondo Usa.

Quelli che Rajoy è reazionario e i sorosiani di Barcellona democratici
Ora, precisiamo, qui nessuno fa il tifo per Rajoy e la sua cosca di succhiasangue e bastonatori . Ma nessuno dovrebbe neanche fare il tifo per la contrapposta, ma speculare espressione della più corrotta e vampiresca borghesia catalana (con al guinzaglio qualche sedicente sinistro tipo “manifesto”) che, finanziata da George Soros (denuncia fatta e mai smentita), esegue l’ordine di servizio dell’ élite prefigurata da Spinelli (Altiero): frantumare tutto quello che è unito, si è unito nei secoli, inserire nel frullatore mondialista e disperdere al vento. Dà un bel segnale il fatto che i celebrati Mossos, la polizia catalana, viene tutta addestrata in Israele alla repressione interna dai massimi maestri della materia.

Divide et impera e anche junge et impera

Parrebbe esserci un paradosso. Ma come, il papà, membro di Bilderberg, e il suo movimento promosso da Washington e Wall Street, si spendono per l’eliminazione degli Stati e un calare delle masse nell’unico mondo governato da “uomini seriamente internazionalisti”, mentre la figliola rovescia l’assunto e favorisce addirittura la nascita in Europa di una nazioncella tutta nuova? Paradosso apparente e obiettivo sempre quello. Spezzettare quel che è unito e unire quel che è separato, ma unirlo sotto chi ci pare a noi. La Spagna, la Grecia, l’Italia, già in Europa non contano una mazza. Figuriamoci una Catalogna e, se è per questo, una Scozia, o un Lombardoveneto. Ma Spagna, Grecia, Italia, a dispetto delle classi dirigenti di merda, hanno tuttora, per quanto sempre più formalmente, assetti democratici e costituzionali di chiara natura antitotalitaria, antifascista, egualitaria, di diritto. C’è sempre il rischio che qualcuno si ispiri alla Brexit. E questo non va bene e se Catalogna, Scozia e altri frammenti si fanno statarelli, è come se non lo fossero, e come se non ci fossero, tanto più se entrano in quello che Lafazanis, leader dell’opposizione a Tsipras, in un’intervista (poi la pubblico) mi definisce carcere europeo.

Una Brigata Kalimera è per sempre
Tutto questo per arrivare al punto. Ricordate l’allegra Brigata Kalimera. Quella, capeggiata dall’immancabile (per ogni cantonata di sinistra con retropensiero di destra) Luciana Castellina, dalla fisologica Barbara Spinelli, dagli eterni di Sarajevo, di tutte le rivoluzioni colorate, di tutti gli affogandi, di tutti gli anatemi ai “dittatori”, che dalle nostre coste si avviavano su corazzate di carta del “manifesto” verso piazza Syntagma a celebrare Tsipras e a sbaciucchiarsi con lui fin dopo il suo tradimento del referendum con cui i greci avevano ricacciato i memorandum in gola a Merkel, Schaeuble, Juncker, Lagarde e Draghi, l’orrida Trioika. C’erano anche i Cinque Stelle, ad Atene, ma furono schifati da Tsipras e, per quanto “nuovi, inesperti e ingenui”, giustamente lo schifarono e stettero con la rivolta popolare.

Quinte colonne, nemico in casa, gente da sorriso davanti e pugnalata di dietro

Bene il punto è questo ed è mirabilmente epistemiologico. Proprio la stessa masnada di tsiprasiani in Grecia la vediamo all’opera in Italia quando si tratta di battersi alla morte per l’accoglienza senza se e senza ma, che crea paesi d’origine vuoti e depredabili, forza schiavistica per campi, fabbriche e ambienti domestici, che zufolando canzonette melense sulla solidarietà, coltiva sradicati, alienati, contrastati e gettati nelle macerie sociali della guerra tra poveri. E gloria e guiderdoni morali, ma non solo, a Ong finanziate da Soros, o che collaborano con il mercenariato Blackwater. Ed è pure la stessa che oggi si straccia le vesti su una secessione in Spagna, probabilmente rientrata, e che qualcuno ha voluto imporre alla maniera di Tsipras, con un voto che più truffa non si può, sodomizzando la maggioranza dei catalani. 

Goldman Sachs e suoi domestici

Questa è gente che, terrorizzata dalla Brexit, ha gettato fango e ridicolo su precari, disoccupati, poveri, sottopagati, periferici, “lobotomizzati, ignoranti, rozzi e plebei”, che ha votato per far uscire il Regno Unito dalla mostruosa tagliola dei mafiomassoni europei. Brexit contro cui ha lanciato una poderosa campagna Peter Sutherland , come ci rivela nel suo blog Claudio Messora. Sutherland per vent’anni presidente di Goldman Sachs, poi della British Petroleum e oggi, udite udite, alto rappresentante per il Segretariato Generale della Migrazione internazionale alle Nazioni Unite. Il cerchio si chiude tra Ong dei salvataggi e Golem del colonialismo. Come sintetizza Messora: soldi, energia, dominio, migrazioni di massa. Migrazioni di massa che sono la materia prediletta di tutti i sedicenti dirittiumanisti. 

Dirittoumanisti cui non passa per la mente di battersi per i diritti umani feriti o annientati nelle guerre economiche o bombarole, di scendere in piazza, esprimersi su carta o schermi contro la Nato, lo Stato dell’apartheid israeliano, le sanzioni contro Stati detti canaglia. Che, con il solito houseorgan sorosiano “manifesto” in veste di pifferaio, hanno sostenuto Hillary Clinton, belva sanguinaria, ma donna, che hanno taciuto e continuano a tacere sulle prove che disintegrano la versione ufficiale dell’11/9, madre di tutti i terrorismi e di tutti gli Stati di polizia in atto o in fieri.

Sono anche quelli degli eufemismi ipocriti e depistanti di “società civile” e delle cose “dal basso”, nebulose nelle quali è stata fatta passare la privatizzazione di ogni cosa sotto la bandiera della sussidiarietà, sventolata dagli sradicatori e trafficanti di migranti come da quelli dell’sms per la ricerca sul cancro. Allo Stato esonerato da ogni responsabilità sociale, rimane la repressione concessa dal monopolio capitalista della violenza, quelle fiscale, militare, della sorveglianza totale, come da NSA..

Sono ancora quelli delle megamistificazioni commissionate dalle centrali geopolitiche dell’Impero e formulate dalle solite Ong Amnesty, HRW, Save the children, tipo il martire-spia Regeni per inchiappettarsi un Egitto fastidioso a Israele e Cia, o la minaccia fascista che sarebbe dei quattro scalmanati di Casa Pound e non dell’apparato occidentale delle guerre interne ed esterne come modello di governo del mondo.

Sono sempre loro, quelli di Kalimera, dei diritti (e interventi) umani, del credito dato a tutte le vere Fake News (non quelle su cui si accanisce Laura Boldrini) che hanno lastricato la strada dei genocidi in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, del politically correct, dello ius soli donato qui e negato a casa loro. 

Sono i perennemente pronti a portare l’acqua con le orecchie ai complottisti del Nuovo Ordine Mondiale, a quelli che, da Ventotene in qua, fabbricano popoli dispersi che nome non hanno. E quali sono questi popoli? Ovviamente i PIGS (ricordate come, sfruttando un lurido acronimo, ci qualificarono a Bruxelles?), maiali: Grecia, Spagna, Italia, l’orlo liso della grande Europa merkeliana e macroniana, marca privilegiata dell’Impero. Gli europei in eccesso, spendibili. E, ovviamente, i popoli del Sud più Sud, da sradicare, destoricizzare, disidentificare, meticciare al ribasso. Nel mio nuovo film m’è venuta una battuta che mi sembra azzeccata: uomini neri + uomini bianchi = uomini grigi. L’altra, la nuova faccia dell’eterno colonialismo cristiano occidentale.

Vuoi mettere come si viaggia meglio su una bella strada liscia, asfaltata a specchio, come quelle di Germania, piuttosto che su carrarecce e sentieri di campagna con tutti quei dossi, massi, fossi, alberi, uno diverso dall’altro, che ancora intralciano uniformità e velocità nel meridione del mondo? Ci vuole il bulldozer. E che quelli di Kalimera, di Medici Senza, frontiere, di Sutherland, di Mattarella e di Spinelli, accorrano a oliargli i mozzi del rullo compressore.

 

QUELLA VALLE MERAVIGLIOSA E’ DEVASTATA DA INCENDI DISTRUTTIVI CHE STANNO INCENERENDO I SUOI BOSCHI, SENZA CHE I MEDIA NAZIONALI, INCREDIBILE, NE DIANO NOTIZIE DIFFUSE ……………………… PERSONE DAL CARATTERE GRANITICO COME LA ROCCIA DELLE LORO MONTAGNE E CHE SAPRANNO RISORGERE ANCHE IN QUESTO CASO A TESTA ALTA

Stefano Mazzanti, Maggiore dei Carabinieri

Treviso, 29 ottobre 2017

Sono sempre restio a commentare avvenimenti su fb. Un po’ per la mia ritrosia alla ribalta e poi per evitare che le mie frasi possano essere fraintese dai “leoni da tastiera”.

Non posso tacere, tuttavia, quello che sta accadendo in Valsusa. Una terra bellissima, che mi ha ospitato per sei anni aprendomi, pur tra mille difficoltà, alle sue tradizioni.

Ebbene, quella Valle meravigliosa da settimane è devastata da incendi distruttivi che stanno incenerendo i suoi boschi; senza che i media nazionali, incredibile, ne diano notizie diffuse.

Vi chiedo, pertanto, di poter condividere quanto sta accadendo, per rispetto di quelle persone che stanno vivendo questo dramma.

Persone dal carattere granitico come la roccia delle loro montagne e che sapranno risorgere anche in questo caso, a testa alta.

Vi abbraccio Tutti.

8 marzo 2010 – Presidio No TAV contro una trivellazione a Rosta

Matilde consegna a Stefano Mazzanti,  Capitano dei Carabinieri di Rivoli, un volantino No TAV accompagnato da una caramella

DIVIDE ET IMPERA,GUERRA PER BANDE ANGLOSASSONI E GUERRA TRA I SESSI

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/11/divide-et-imperaguerra-per-bande.html

MONDOCANE

VENERDÌ 3 NOVEMBRE 2017

Ma vi paiono credibili tutti questi cialtroni, tardivi denuncianti di robe o robette di decine di anni fa? O non vi pare che ci sia dietro una manina politica che ha innescato questa cosa che poi, come una slavina, si moltiplica per effetto emulazione di esibizionisti, mitomani e narcisisti frustrati, come succede con i mattocchi del jihadismo, prima allestito e innescato dagli aggressori imperiali e subimperiali e poi rilanciato da un’emulazione di disturbati, sotterraneamente stimolata e guidata dai soliti noti. 

Lo scopo è di far emergere dall’anonimato ratti ricattatori, mettere in crisi l’apparato hollywoodiano incistato con i necons, Soros e i Clinton (con qualche straccio da far volare anche altrove) e, soprattutto, attraverso la satanizzazione tout court del genere maschile, rilanciare la guerra tra sessi. Un ministro britannico si deve dimettere perchè ha toccato le ginocchia di un’intervistatrice trent’anni fa. Ci annegano in sollecitazioni erotiche fino alla nausea e poi provocano lo scollamento tra i sessi dove ogni sacrosanto approccio, corteggiamento, fischio di apprezzamento, “Signorina la posso accompagnare, diventa molestia e atomizza ulteriormente una società da fondare sulla distanza, sul sospetto, sulla paura, sull’avversione per tutto ciò che è corpo e non virtuale.

Si tratta di giganteschi depistaggi dalle contraddizioni vere, quelle TRA DOMINANTI E DOMINATI, tra alto e basso, tra Stati carnefici e Stati vittime e di ulteriori disseminazione di conflittualità artificiali, come tutta la menata gender e la criminalizzazione dell’etero, base della vita, il conflitto giovani-anziani, catalani e spagnoli, quello tra etnie, seguaci di una o dell’altra perversione religiosa, minoranze e maggioranze. 

La manina ha letto e interpretato Malthus. Decerebrare, frantumare, spopolare. E’ il Nuovo Ordine Mondiale, bellezza.
 

I VIGILI DEL FUOCO, I VOLONTARI AIB E LE CITTADINE E I CITTADINI UNITI NELLA DIFESA DELLA VALLE DI SUSA. UNA TOCCANTE TESTIMONIANZA DI UN VIGILE DEL FUOCO. MA CHI MINACCIA LA VALLE DI SUSA CON IL FUOCO ? I COMUNICATI STAMPA DEI SINDACI – OMAGGIO DI DOMENICO QUIRICO ALLA VALLE DI SUSA

Approfittando degli incendi che hanno devastato la Valle di Susa, un giornalista ha scritto un pezzo di bravura sulla prima pagina del quotidiano Libero del 31 ottobre. Bravura nello stile dei violenti bravidi manzoniana memoria.

Si è trattato di un ennesimo esercizio di pessimo giornalismo scritto per attaccare le cittadine e i cittadini che difendono la Valle di Susa e l’Italia tutta opponendosi alla costruzione di un inutile e distruttivo tunnel ferroviario sotto le alpi di 57 chilometri che costerà svariati miliardi.

A seguito di questo articolo del 31 ottobre 2017 di Filippo Facci su Libero un cittadino della Val di Susa ha inviato questa lettera al Direttore di Libero, ma Feltri non ha risposto.

Egregio sig. Vittorio Feltri, Direttore di Libero

Mi scuso per il tempo che dovrà perdere se mai deciderà di leggere queste poche righe.

Sono un cittadino della Valle di Susa che, come tutti gli altri miei conterranei, non dorme da molti giorni. La mia terra è stata devastata da terribili incendi e non le nascondo che ho pianto e continuo a piangere nell’assistere a tanta devastazione.

Quindi mi comprenderà quando Le dico che le parole scritte sul suo quotidiano da Filippo Facci mi hanno ferito profondamente, come hanno ferito tutti i Valsusini sia NO TAV che SI TAV.

Purtroppo noi cittadini non abbiamo molti modi per rispondere alle infamie che vengono scritte da certi giornalisti. Ci restano i Social, dove funziona meglio l’insulto che il ragionamento e il confronto, ma certamente non hanno efficacia nel controbattere alle parole (non confortate dall’esercizio di verifica dell’attinenza alla verità) scritte su un quotidiano come il Suo.

Ecco, io non la faccio più lunga nella premessa.

Volevo solo Lei sapesse che, pur comprendendo che un giornale più urla e più vende, ritengo che ci dovrebbero essere dei limiti e che lo sciacallare su una tragedia ambientale e umana che sta colpendo una popolazione e un territorio intero dovrebbe stare molto lontano da un giornale che ha l’ambizione di fare informazione e financo opinione.

Di TAV e NO TAV possiamo parlare per cento anni … Parlarne utilizzando una tragedia mi pare davvero immorale e offensivo.

Concludo rispondendo alla domanda che pone (già dando una risposta) il Suo giornalista “dove cazzo erano i NO TAV?”.

Dica per cortesia a Facci che i NO TAV non sono un partito o una squadra di calcio, sono dei cittadini che vivono la loro quotidianità opponendosi a un’opera che ritengono antieconomica, dannosa e inutile. E allora i NO TAV in questi lunghi dieci giorni, insieme a tutti i cittadini della Valle, erano a cercare di fermare le fiamme.

Chi sotto il casco della protezione civile, chi sotto quello dei vigili del fuoco, chi sotto i berretti di cittadini comuni che hanno lavorato rischiando la vita e respirando PM 10 oltre dieci volte le soglie di sicurezza. Erano insomma cittadini che insieme ad altri cittadini hanno fatto il possibile per salvare almeno le case e in Valle di Susa non si è soliti fare queste cose mettendosi magliette di riconoscimento o divise. Forse a Facci sembrerà strano ma una collettività vera vive così. Ci si tira su le maniche e tutti insieme si cerca di reagire alle intemperie della vita. Anche al di là dei tanto sbandierati aiuti di Stato che cita Facci e che qui si sono visti  con il contagocce e solo dopo sette giorni di fuoco. Il resto lo abbiamo fatto noi valsusini (NO TAV e non), pensando che così dovrebbero fare tutti, senza troppe lamentazioni e senza troppa ricerca di visibilità.

Disponibile a qualsiasi confronto, La ringrazio e La saluto.

Luigi Casel, cittadino della Valle di Susa


LA TESTIMONIANZA DI RICCARDO, VIGILE DEL FUOCO

Riportiamo la lettera di un vigile del fioco che con semplicità ed efficacia racconta la sua esperienza di lotta contro il fuoco insieme ai volontari AIB e alle ragazze e ai ragazzi No TAV.

“Così fra le nostre due motoseghe e i 14 colleghi, una squadra di operai forestali, qualche AIB e tanti ragazzi NO TAV volenterosi è stata fatta una pulizia di tutte le zone circostanti l’abitato fino a pochi minuti prima dell’arrivo delle fiamme, quando ormai era troppo pericoloso e vennero invitati ad abbandonare la zona”.

Mompantero, 29 ottobre 2017

Salve, io mi chiamo Riccardo, sono un Caposquadra dei Vigili del fuoco, nella mia quasi trentennale carriera pensavo di aver visto di tutto, di più ma una simile devastazione del patrimonio boschivo per me è la prima volta.

Giunto a Mompantero da Torino mi venne affidato il compito di presidiare la frazione di Marzano, in quanto gli incendi boschivi avrebbero potuto interessare anche le abitazioni.

Da subito mi attivavo per capire quali forze e mezzi avevamo, e venni preso dallo sconforto. I tagli voluti dalla politica si fanno sentire, pochi uomini pochi mezzi e purtroppo alcuni solo parzialmente funzionanti, fra tutti avevamo solo 2 motoseghe.

Con due sole motoseghe era una partita già persa prima ancora di cominciare, ma la fortuna volle che a San Giuseppe in mattinata incontrai Daniele, un mio amico d’infanzia, il quale mi disse che si stava adoperando con tanti amici NO TAV per ripulire le zone boschive vicino le borgate. Non poteva offrire un aiuto migliore, un colpo di telefono e tempo meno di un’ora mi sono arrivati gli amici di Daniele.

Così fra le nostre due motoseghe e i 14 colleghi, una squadra di operai forestali, qualche AIB e tanti ragazzi NO TAV volenterosi è stata fatta una pulizia di tutte le zone circostanti l’abitato fino a pochi minuti prima dell’arrivo delle fiamme, quando ormai era troppo pericoloso e vennero invitati ad abbandonare la zona.

Non saranno mai abbastanza i ringraziamenti per questi ragazzi e ragazze, che invece di perdere tempo a scattare foto col cellulare, si sono rimboccati le maniche e hanno fornito un aiuto indispensabile senza il quale molto probabilmente la frazione di Marzano non esisterebbe più.

Grazie da parte mia, di tutti i colleghi permanenti e volontari e da parte di tutti quanti hanno partecipato a qualsiasi titolo, anche solo portandoci qualcosa da bere hanno fatto un gran bel gesto di altruismo.

In 27 anni non mi sono mai tirato indietro davanti alle fiamme e non volevo farlo di certo oggi, grazie per avermi aiutato, e ricordate che l’unione fa la forza, loro ci vogliono divisi.

ALCUNE FOTO

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IL 1° COMUNICATO STAMPA : dall’UNIONE MONTANA, 26 ottobre 2017

Gli incendi dei boschi stanno devastando il versante nord della nostra Valle e i Vigili del Fuoco, i piloti dei Canadair e degli elicotteri, i Volontari AIB, la Protezione Civile, le Forze dell’Ordine e semplici cittadini si stanno impegnando al massimo per mettere al sicuro le persone, proteggere le abitazioni e spegnere le fiamme. Non si ricordano eventi di questa portata nella nostra storia recente. In questi casi, si deve dare la massima fiducia a chi conosce il territorio e le tecniche di intervento. Si dovrebbero accantonare le polemiche e aiutare, se richiesto, e per quanto possibile chi opera, senza dare consigli, proporre soluzioni o disquisire sui massimi sistemi di prevenzione, ricercare responsabilità. Tutto a tempo debito e a problema risolto.

Il Ministro Pinotti ha offerto l’appoggio dell’esercito, gesto apprezzabile e da utilizzare per le eventuali ricostruzioni. In questo frangente però può essere pericoloso l’impiego di militari non addestrati ad affrontare i problemi che crea una barriera di fuoco su un versante scosceso, nell’oscurità. Questo intervento deve essere richiesto e coordinato da chi a livello regionale sta gestendo l’emergenza.

Il Commissario Paolo Foietta ha proposto l’utilizzo delle compensazioni per il TAV in opere di prevenzione e risarcimento. Lo ringraziamo per il pensiero, ma non condividiamo questa impostazione. La prevenzione dagli incendi, come dalle alluvioni e dal dissesto geologico, devono essere affrontate in Valle di Susa, come in Val Soana, come al Sud con specifici capitoli di spesa, indipendenti dal discorso relativo alla nuova linea ferroviaria. Vale per lo sviluppo economico, le rotonde, i teatri, e tutto ciò che nel resto d’Italia è definito contributo pubblico e qui è definito compensazione.

La popolazione è preoccupata per la cappa di fumo che incombe sulle case e sulle vie. L’ARPA Piemonte sta monitorando l’atmosfera e dai primi rilievi non sembrano emergere valori preoccupanti o tali da richiedere provvedimenti di evacuazione dei centri abitati. Sino a diverso avviso possono consigliare provvedimenti minimali: ridurre l’attività all’aperto specie per bambini, anziani e persone con problemi respiratori.

Ringraziamo ancora tutti coloro che hanno dedicato il loro tempo e le loro energie a fronteggiare questa calamità.

Il Presidente – Sandro Plano


IL 2° COMUNICATO STAMPA : da Sandro Plano Sindaco di Susa e Piera Favro Sindaca di Mompantero, 1 novembre 2017

INCENDIO e INSULTI

Nell’ultima settimana di ottobre il fianco nord della Valle è stato devastato da un incendio boschivo di dimensioni mai viste che in poco tempo, spinto da un vento fortissimo, ha bruciato intere foreste.

Le fiamme hanno minacciato il centro abitato, le frazioni e le baite in montagna di Mompantero e si è temuto per l’incolumità degli ospiti della casa di riposo San Giacomo di Susa In questi giorni di tensione abbiamo conosciuto a fondo molte persone e le loro reazioni di fronte alla crisi.

Uomini e donne che hanno avuto paura per la loro casa, oppure hanno perso la baita o sono stati sfollati. A questi si deve perdonare tutto: la rabbia, l’insulto, il nervosimo, l’irrazionalità, ma la maggior parte ha collaborato e capito la gravità del momento, non si è abbandonata alla disperazione e ha reagito a fianco di chi è venuto a soccorrere.

Con i Vigili del Fuoco e gli AIB, moltissimi hanno svolto bene il loro lavoro, amministrato, consigliato, si sono messi a disposizione, fatto errori in buona fede, espresso la solidarietà o sono stati semplici spettatori. Questo sforzo collettivo e forte ha evitato vittime, ha salvato tutte le case abitate e molte baite. A questi va la nostra totale gratitudine.

Qualcuno ha cercato di approfittare della situazione, ostacolato, qualcuno ha scatenato l’incendio per disattenzione, qualcuno forse ha volontariamente dato fuoco al bosco. Questi, se individuati, vanno denunciati.

Poi ci sono gli “altri”: i curiosi che intralciano, quelli che hanno cercato visibilità, oppure criticato, deriso, insultato.

In questo periodo abbiamo ricevuto telefonate anonime in piena notte. “Plano devi morire”, “Favro devi bruciare” sono due tra i commenti circolati su Facebook.

Siamo certi di aver fatto, con i nostri limiti, tutto quello che dovevano fare come Sindaci e questi insulti hanno nome e cognome, screenshot, testimoni.

Non dimentichiamo e non siamo disposti a porgere l’altra guancia.

Abbiano perciò dato l’incarico a un nostro legale per valutare se sussistono gli estremi di un’azione legale per vilipendio e diffamazione a Pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni.


La solidarietà nata in anni di lotta contro la Tav aiuta i montanari. “C’è dolore, non si può accusare la natura. Adesso ricostruiremo”

di Domenico Quirico, 31 ottobre 2017

Seghino non è il nome di un paese. Qua e là una casa di pietra, un’abitazione ammodernata a puntino, un rudere di una stalla, un frutteto, un sentiero, una staccionata, una siepe, un ruscello.

Venti abitanti, qualcun altro che viene per il fine settimana ad aprire la baita dei padri e dei nonni. Quando ci siamo arrivati pareva di esser soli in tutta la valle, tanto c’era silenzio. Ed era uno stupore, un fragile incanto.

Questo è Seghino, un tratto qualsiasi della montagna della Val di Susa, accovacciato sotto un’ala del Rocciamelone, un tratto di mondo con un orizzonte chiuso da altre montagne, la città con l’autostrada i negozi la gente il treno è a un passo, pochi minuti di discesa impervia eppure remota; tiepido anche d’inverno perché il sole lo svela dall’alba al tramonto, una montagna che la vicinanza dell’Alpe rende solenne, di una misteriosa solennità come accade ovunque la natura rivela ancora una sua nuda forma antica, simile a quella delle origini del mondo.

Lungo tutta la fascia delle montagna piemontese sono infiniti i luoghi che somigliano a questo. Montagna senza sci e senza alberghi. L’avvenimento è una corsa a piedi in salita che sfiancherebbe un camoscio, e le battaglie contro l’Alta Velocità che qui hanno segnato l’emblematico inizio: la prima trivella il 31 ottobre del 2005 e la prima battaglia, che non è ancora finita. Un mesto ancoraggio di vita, faticoso campo di lavoro, dove tra un muretto a secco e un burrone, tra un castagneto e un focolare, le generazioni si susseguono strette, povera terra fatta cara dal ricordo dei vecchi, dal ricordo del lavoro, dal ricordo delle annate buone e di quelle cattive.«C’è gente che è scesa a valle per lavorare, sta dieci ore in fabbrica e poi risale qui. Ma non ha più forza e tempo per pulire il bosco, portar via le foglie e il secco ed ecco che gli incendi arrivano…».

Questa è Seghino che per la sua gente è una piccola patria, la piccola patria. Tre giorni fa dal monte è sceso l’incendio, arrivava da lontano il fuoco, da Bussoleno che in linea d’aria sono sette otto chilometri. Ha scalato gole, salito erte di pietra, ingoiato boschi. Ed è arrivato qui. Ieri la montagna fumava ancora come un’immensa caldaia, i Canadair e gli elicotteri facevano staffetta per lanciare acqua sui focolai che infiocchettavano quello che chiamano «il bosco nero» di fronte a Venaus e al cristiano miracolo di Novalesa. Basterebbe un soffio gagliardo di vento e… Eppure la gente, i 400 sfollati, su 600 abitanti, saliva di nuovo alle case con le borse e i fagotti con cui sabato era fuggita nella furia del fuoco che avanzava. E incontravi chi già spazzava la cenere e chi già veniva alla chiesetta di san Pietro, a un tornante che domina la valle, dove sono rimasti le bottiglie d’acqua vuote e i rifiuti lasciati da chi ha combattuto per ore contro le fiamme: per pulire e far tornare, almeno qui, tutto lustro. E al tornante di sotto trovavi i volontari che combattevano con una «ripresa del fuoco», che sembra imbattibile ed eterno.

«Forse voi che venite da fuori non potete capire: per noi Mompantero e Seghino non ci sono più. Certo, le case sono state salvate dalla lotta di tutti, vigili del fuoco Croce rossa volontari, ma il bosco e gli alberi sono morti e quello è anche il nostro paese, la nostra casa…».

Sono salito qui, ieri, per scoprire una piccola patria che si batte contro una modernità sentita come inutile, estranea, aggressiva e che si è trovata a lottare proprio con quella natura che vuole difendere ed amare, contro il fuoco e il vento. E ha vinto la battaglia salvando almeno uomini e case.

Non trovi gente infanatichita dal pericolo corso e dai danni, che strepita e accusa, neppure quelli che sono in prima fila nei cortei No Tav; ma parlano dell’incendio come di un avvenimento doloroso della loro famiglia, non per cercare la nostra pietà ma per espandere la loro. E anche dei piromani, di cui tutti sono certi, dicono senza odio, come di qualcosa che bisognerà accertare, primo o poi.

Centinaia di loro sono volontari del servizio antincendio: spesso sono arrivati da lontano, dove lavorano, alla notizia che la loro valle e il loro monte bruciavano. Hanno difeso le case, portato l’acqua con i trattori, i pick up, le auto, tagliando la vegetazione intorno, guidando i vigili del fuoco su per la montagna.

«È la solidarietà che qui nella valle è rinata nella lotta contro un’opera che consideriamo inutile e dannosa, una cosa antica ricostruita per fili sottili, nell’aiutarci l’un l’altro, nel fare da soli, scoppia un guaio grosso come un incendio e ci rimbocchiamo le maniche senza aspettare che qualcuno venga ad aiutarci…».

I volontari: stanno costruendo da soli, senza fondi, la loro sede a Bussoleno, in una vecchia scuola professionale andata in rovina, il Comune paga solo i materiali…

Quando entriamo nella valle è tutta piena di sole dentro al suo grande letto di verde. I monti, così ridenti alle falde, si fanno terribili di forme innalzandosi. La radio dell’auto trasmette le previsioni del tempo: l’annunciatore con giuliva insipienza dà per certi tempo bello, anticicloni ferrei, temperature in aumento. E qui contano i danni del «bel tempo». Perché Dio, ogni volta che si mette a perseguitare gli uomini, non conosce misura. Da giugno non è caduta acqua e il cielo resta terso, indifferente, sordo al muto appello della terra che ha sete. Le giornate si sono susseguite alle giornate senza che apparissero nuvole. Di notte le stelle corruscano senza ombre, crudelmente belle. La montagna, i boschi, si sono screpolati sotto il sole, sono avvizziti in strati pericolosi di foglie secche ed erba gialla. Aguzzi lo sguardo e vedi grandi macchie scure, come una lebbra nera che ha roso la pelle della montagna. Sono i boschi bruciati su su fino ai larghi prati del rifugio a duemila metri, ora neri come pece. Lì il fuoco si è fermato: perché non poteva mordere la pietra.

«Quindici anni fa ci fu un altro incendio, grande, il bosco cominciava a ricrescere, lentamente certo, con i roveri giovani… adesso di nuovo tutto è bruciato come se il tempo non fosse passato…».

E poi è stato il vento, anzi i venti. Perché oggi è lieve e fresco ed è una delle ragioni per cui l’incendio è stato domato. Ma domenica e sabato era furente, teneva a terra gli aerei e recava un alito caldo che investiva e circondava le cose solide, vive e le attaccava simile a un acido. Ha avvolto Seghino dentro sciarpe di fuoco e i pini in fiamme scivolavano e rimbalzavano con i massi roventi, staccati dal calore verso il basso, incendiavano in dieci cento luoghi diversi la montagna.

«Il fuoco sembrava ritirarsi e poi tornava, il vento soffiava verso l’alto e invece lo vedevano scendere in basso, verso il paese. Perché? Due volte ci ha circondato e ci è venuto addosso… Era una guerra… una guerra …».


no comment

Sono sempre restio a commentare avvenimenti su fb. Un po’ per la mia ritrosia alla ribalta e poi per evitare che le mie frasi possano essere fraintese dai “leoni da tastiera”.

Non posso tacere, tuttavia, quello che sta accadendo in Valsusa. Una terra bellissima, che mi ha ospitato per sei anni aprendomi, pur tra mille difficoltà, alle sue tradizioni.

Ebbene, quella Valle meravigliosa da settimane è devastata da incendi distruttivi che stanno incenerendo i suoi boschi; senza che i media nazionali, incredibile, ne diano notizie diffuse.

Vi chiedo, pertanto, di poter condividere quanto sta accadendo, per rispetto di quelle persone che stanno vivendo questo dramma.

Persone dal carattere granitico come la roccia delle loro montagne e che sapranno risorgere anche in questo caso, a testa alta.

Vi abbraccio Tutti.

Stefano Mazzanti, Maggiore dei Carabinieri
Treviso, 29 ottobre 2017

Val Susa. Le fiamme e il silenzio

https://mavericknews.wordpress.com/2017/11/01/val-susa-le-fiamme-e-il-silenzio/

Il fuoco in Valle e i silenzi sul cantiere. L’insistenza sospetta dei media sulla ricerca di presunti piromani Il racconto di due volontari che rende giustizia ai valsusini.

di Fabrizio Salmoni

Di Tav non bisogna parlare, mai. C’è una specie di consegna del silenzio che i media locali, i giornaloni e i televisioni hanno acconsentito mutamente a seguire. Non è probabilmente un divieto esplicitato, è una consuetudine acquisita col servilismo maturato in anni di regime di partiti che rappresentano nelle istituzioni la lobby del Tav. Avevano deciso a un certo punto che di Tav non bisognava più parlare, bisognava farlo e basta: il confronto (?) c’era stato, la discussione nell’Osservatorio Tecnico (?) pure (che importa se 23 sindaci non c’erano), i riti della finta democrazia espletati (“Si discute…ma poi noi decidiamo) e quindi fine delle trasmissioni. Tutti nelle redazioni si sono adeguati.

Di Tav non bisogna parlare neanche quando bnrucia la Val Susa. Quel cantiere che ha devastato la Val Clarea è un’entità astratta, un dettaglio insignificante del paesaggio. Per farlo hanno tagliato 5000 castagni centenari, hanno distrutto un’area archeologica e ora si apprestano ad inquinare Valle e Torino con le decine di camion giornalieri che dovrebbero, secondo i progetti, trasportare lo scavato in sù e in giù nelle cave fino a Torrazza Piemonte, nei prossimi anni (se ci riusciranno).

Di Tav possono parlare solo gli sciacalli quando fiutano il sangue, cioè quando si annunciano manifestazioni che loro sperano violente, quando si tratta di diffamare o screditare i valsusini, o le sentinelle della lobby che non si lasciano scappare un refolo contrario. E’ cosi, quando capita che un’anima libera (probabilmente anche da vincoli editoriali) come  Domenico Quirico, che ha imparato suo malgrado a valutare nel bene e nel male la componente umana in situazioni conflittuali, racconta su La Stampa della solidarietà costruita in anni di lotta collettiva contro il Tav, delle “battaglie contro l’Alta Velocità” ecco il solito senatore Esposito che manda anche a lui un velenoso messaggio “Qualcuno ricordi a Quirico che la Val Susa non è la Siria“. Non si deve parlare (bene) dei No Tav.

Non si parlava di loro ma c’erano segnali inquietanti: a leggere tra le righe certi articoli si stava  diffondendo il sospetto che si premesse per attribuire ai No Tav le responsabilità degli inneschi. L’articolo di Quirico involontariamente rintuzzava la trama sottobanco e la reazione stizzita del senatore sembra dare corpo ai sospetti.

Tra i tanti deliri giornalistici, non possiamo fare a meno di registrare come degno di nota un articolo oltraggioso di tal Facci, cronista di quel capolavoro dell’informazione che è Libero, che si chiede: “Dove cazzo erano i No Tav…?” Glielo raccontiamo noi.

Abbiamo raccolto la testimonianza di due operatori dell’arboricultura di Valle, Monica e Beppe, che hanno passato la giornata di lunedi 30 a fermare le fiamme che minacciavano la frazione San Giuseppe di Mompantero. Ascoltiamoli. Ci raccontano che erano in cinquanta tra volontari Aib e No Tav, con una squadra di pompieri e quattro (!) carabinieri forestali. Monica e Beppe ci dicono che non hanno visto nè alpini nè esercito, che c’era un solo Canadair operativo, che nel frattempo la polizia presente in Valle in forze si teneva occupata identificando i residenti e chi accorreva a portare aiuto.

Una testimonianza che mette le cose a posto, per chi vuole sentirle. (F. S. 31.10.2017)

Qui link audio intervista (grazie a Luciano Davi) 

https://www.youtube.com/watch?v=764QEBCQ8-g

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Val Susa. Fare i conti con l’incendio

Per giorni abbiamo guardato con dolore e rabbia le immagini terribili degli incendi che devastavano la Valle di Susa. Ora, a fiamme infine domate, restano quelle dei danni che i roghi hanno causato: si parla di migliaia di ettari bruciati, cui si aggiungono quelli di vaste altre zone del Piemonte e della Lombardia colpite dagli incendi.

Per giorni all’oscuramento mediatico dei principali mezzi d’informazione ha fatto da contraltare il lavoro di diffusione e il tam-tam dal basso dei valsusini, che in anni di lotta contro l’alta velocità hanno sviluppato anticorpi forti contro un certo tipo di informazione mainstream, sempre pronta a portare in prima pagina la Valle di Susa quando si tratta di incensare gli interessi e le ragioni della grande opera inutile, molto meno nel raccontare quanto stava accadendo tra le fiamme.

Fiamme che erano ancora alte quando gli avvoltoi hanno iniziato a volteggiare sulla Valle di Susa. Il primo è stato il commissario per la Torino-Lione Paolo Foietta, che senza vergogna ha proposto ai comuni colpiti dagli incendi di destinare una parte dei fondi delle compensazioni del Tav agli interventi di ripristino e di prevenzione del territorio dopo i roghi. In altre parole, subordinare la messa in sicurezza della Valsusa alla costruzione di un’opera contro cui quella stessa valle si batte con fierezza da decenni. Le parole di Foietta suonano particolarmente odiose in un paese in cui la gestione disastrosa di ogni tragedia ambientale (dai terremoti, alle alluvioni, agli incendi) ci ricorda costantemente che l’unica grande opera di cui avremmo bisogno è la messa in sicurezza di tutto il territorio. Operazione che invece, secondo il commissario per la Torino-Lione (e non solo lui…), non merita risorse proprie, che tuttalpiù possono essere stornate dalle mancette elargite dal governo (e sempre rifiutate dal movimento No Tav) per “compensare” un’opera inutile e devastante, che non farebbe altro che aggravare ulteriormente lo stato di un territorio già messo duramente alla prova dalla cementificazione selvaggia e la sua capacità di resistere alle calamità ambientali.

La proposta di Foietta ha così aperto la strada per il corteo di sciacalli che nei giorni successivi abbiamo visto sfilare sulle ceneri ancora fumanti della Valle: ci sono stati i post dell’immancabile Esposito che invocava l’arrivo dell’esercito (come se in un territorio iper-militarizzato come la Valsusa fosse quello a mancare), le foto di gruppo di Chiamparino, Prefetto e ministro Minniti intenti a darsi grandi pacche sulle spalle mentre assicuravano di star facendo tutto il possibile e infine gli articoli di qualche pennivendolo che – con il sedere ben al caldo in redazione – non ha perso l’occasione per azionare la macchina del fango sui No Tav.

Mentre questo ignobile teatrino andava in scena, lontano dai riflettori vigili del fuoco, volontari dell’Aib e tanti valsusini hanno lottato per giorni contro le fiamme, ognuno mettendo a disposizione le proprie competenze e il proprio tempo per arginare il disastro. Mentre le istituzioni e i mezzi d’informazione indugiavano anche solo sul riconoscere la vastità del problema, l’attenzione al territorio e le reti di solidarietà sedimentati da decenni di lotta contro l’alta velocità hanno portato tanti e tante ad attivarsi immediatamente e con umiltà.

Gli eventi di queste settimane mettono al centro ancora una volta una questione tanto semplice quanto fondamentale: l’uso che viene fatto della ricchezza che produciamo e il modello di sviluppo che ne sta alla base. Non è retorico ricordare che mentre fiumi di denaro pubblico vengono versati nel bancomat del Tav, i vigili del fuoco sono stati costretti a operare con turni lunghissimi tra scarsità di mezzi e risorse. O che nel 2013 uno degli ultimi provvedimenti del governo Monti ha portato al dimezzamento della flotta anticendio di Canadair, mentre una voce di spesa che non conosce mai tagli sotto governi di ogni colore è quella per i caccia da guerra F35. O ancora che la più recente legge Madia ha riorganizzato (al ribasso) la gestione degli incendi, ripartendo il lavoro tradizionalmente affidato alla forestale tra vigili del fuoco e carabinieri (sic…). La lista sarebbe lunga e ognuna di queste scelte implica precise responsabilità politiche. Se oggi la Valsusa tira finalmente il fiato dopo dieci giorni di inferno, non lo deve certo ai signori del Tav o alle strette di mano tra Chiamparino e Minniti.

Ma non c’è solo questo. Quale che sia stata la dinamica dei roghi è innegabile che le condizioni climatiche hanno funzionato da funesto moltiplicatore delle fiamme: non si tratta, però, di una sfortunata combinazione di aspetti “eccezionali”, quanto piuttosto di situazioni con le quali saremo costretti sempre più spesso a fare i conti. Per anni – anche complice un dibattito sul tema dominato dai tecnicismi o piegato su toni moralizzanti – ci siamo adagiati sull’idea che gli effetti del cambiamento climatico avrebbero riguardato un futuro dai contorni sfumati e non la nostra quotidianità. Gli incendi degli ultimi giorni o il bollettino ormai costante sull’aria irrespirabile di molte città del nord Italia (per fare due esempi su tutti) mostrano tutta l’inconsistenza delle soluzioni tampone improntate all’emergenza adottate finora dalla politica e ci ricordano che questo tema ci interrogherà con crescente urgenza.

INCENDI, COSA RESTA DOPO IL DISASTRO: I COMMENTI DEGLI ABITANTI DEI BORGHI