ERITREA: A BOTTA DI CHI ESEGUE, CONTROBOTTA DI CHI VEDE. I DIRITTI UMANI DEL “MANIFESTO” TAPPETO ROSSO PER I MISSILI DEL PENTAGONO

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/08/eritrea-botta-di-chi-esegue-controbotta.html

MONDOCANE

VENERDÌ 25 AGOSTO 2017

 

Commento a Piazza Indipendenza e sugli avvoltoi che vi calano  e mia intervista su Eritrea e dintorni imperialisti allo Studio Del Bianco:  https://youtu.be/3zGUdTFOSCA . E’ lunghetta, ma quando ce vo’ ce vo’.

La polpetta avvelenata confezionata da chi ha scatenato la baraonda di Piazza Indipendenza a Roma, con lo sgombero del palazzo abitato da immigrati del Corno d’Africa, etiopi, somali ed eritrei (ma per la stampa solo “eritrei”) e i successivi scontri alimentati da una polizia diretta da un energumeno provocatore e da lanciatori di bombole di gas, sassi e mazze, ha conseguito tutti i risultati ripromessi. Una polpetta-fava e un bello stormo di piccioni presi, come da piano preordinato (poi è a noi che danno del “complottista”). Ne cito i primi che mi vengono in mente. 

L’ordine di sgombero l’ha dato il prefetto passando sopra la testa del Comune, ma è la sindaca Raggi,  5Stelle, che viene crocefissa per “le donne e i bambini lasciati senza tetto, allo sbando, nelle aiuole, sotto gli idranti”. Ordine dunque del governo. Piuttosto di qualche manina del governo che già si era esibita a tirare palline d’inchiostro sulla lucida testa del “ministro-anti-Ong” e affogatore di rifugiati, Minniti. All’insaputa di un Comune preso alla sprovvista e che non ha potuto improvvisare che una soluzione rimediata per una parte degli sfrattati.

Dopo Raggi e Minniti , sullo sfondo a giganteggiare, le infami Procure che si sono azzardate a scoprire magagne nei traffici di esseri umani tra Lagos e Pozzallo, passando per la Grande Armada delle Ong finanziate dal golpista planetario George Soros. Magistrati a busta paga di Salvini che, con tali vergognose montature, hanno fornito a un ministro degli interni, chiaramente xenofobo, razzista e pure un po’ nazista, il pretesto per bloccare coloro i quali sopperiscono agli italiani che non vogliono più fare né figli, né certi lavori di merda.

E siamo a quattro fave e passa. Fava-effetto collaterale è indubbiamente quanto addirittura il vescovo di Rieti, poco tipicamente prete, ha proclamato nell’anniversario del primo terremoto del 2016: siete una manica di incapaci, ciarlatani, ritardatari, traffichini e trafficoni e con voi la ricostruzione non si farà mai. Ho un po’ parafrasato, ma il senso era quello. In ogni caso, le celebrazioni a reti ed edicole unificate sulla rinascita miracolosa di Amatrice, a forza di centri commerciali, palestre, ristoranti e dove un presunto ministro cosmopolita, quello a cui il segretario Renzi intima: “Vai avanti tu, chè a me viene da ridere”,  ha internazionalizzato il tema inaugurando “l’Area Food”, non hanno potuto azzerare lo spettacolo di un regime che, sul prima- e dopo-terremoto, ha dimostrato tutta la sua cialtroneria, inettitudine, protervia.

Altra fava-collaterale, l’oscuramento del fantasmagorico pasticcio spagnolo-catalano su attentati fatti o programmati  da un presunto Imam ,cultore meno dell’Islam quanto del narcotraffico, che, una volta ancora, fa apparire in tutta la sua spaventosa dimensione criminale la matrice vera del terrorismo e i suoi obiettivi di guerra a tutti e ognuno.

Ma  tutte queste favette scompaiono davanti al favone grosso che, poi,  dei cacciatori di piccioni di Piazza Indipendenza era l’esca principale. Dal momento che agli sponsor dello Stato Profondo Usa, quelllo che fa parlare il pappagallo Trump, il genocidio in Yemen, lo sterminio di civili in Iraq, Siria, Afghanistan,  da trasformare in cadaveri sul posto o in fuggitivi, la promessa di obliterazione a Venezuela e Nordcorea, la parata di marines, a bandiera Usa spiegata, a fianco dei nazisti ucraini del battaglione Azov, non danno sufficienti soddisfazioni, ecco che doveva trovarsi un altro paesuccolo impertinente da spiaccicare al muro.

Pensandosi il generale prussiano Bluecher a Waterloo che lancia la sua cavalleria a salvare Wellington dalla quasi sconfitta per mano di Napoleone, la caporale di giornata italica dello Stato Profondo, Norma Rangeri, apre le stalle del suo  “manifesto” e lancia un tiro a tre di somari (infinite scuse al nobilissimo animale) a depositare deiezioni che coprano quanto è opportuno coprire (a partire dalle macerie di terremoto e regime e a finire con i nazionicidi Pentagono e Cia) e che invece facciano emergere quanto conviene far emergere.

E così nell’ampio spazio informativo del “manifesto”, nulla si legge di terremoti, Venezuela, Nordcorea, mentre tantissimo si legge sui migranti all’addiaccio a causa della malvagità di Virginia Raggi  e su quanto il trattamento da loro subito si colleghi a quello scellerato inflitto da Minniti e PM vari  alle Ong  figlie di Soros (che, oltre a pagare quelle, ha versato 50 milioni di dollari nei tascapane del battaglione Azov e suoi camerati quando si trattò di rovesciare il governo legittimo filo-russo). L’asso calato sulle pagine così pregne di eroismo diritto manista è però un altro. Come da ordine di scuderia, l’Eritrea.

Affidandosi alla penna di tale Alessandro Leogrande, che cito tanto per non far nomi di coloro a cui va riconosciuta integrità deontologica e competenza professionale, “il manifesto” infierisce sull’unico paese africano che non accetta né basi Usa, né ricatti FMI e BM, che è autosufficiente e si fida solo di sé, che ha per cardini della propria azione governativa l’ecologia e la giustizia sociale, che non conosce né macrocriminalità, né microcriminalità, che è laico fino all’osso e tiene insieme in fraternità le due grandi religioni, islamica e cristiana, che per liberarsi della dominazione coloniale dei dittatori etiopici sostenuti da Usa, prima, URSS, dopo USA e, infine, di nuovo Usa, che non si piega alle periodiche aggressioni del vicino da 100 milioni di abitanti e dall’armamentario Usa più ricco del continente e che, soprattutto, anti-neoliberisticamente, garantisce a tutti i suoi abitanti istruzione e sanità gratuite. Roba da far accapponare la pelle tanto a Goldman Sachs, quanto Luciana Castellina e Norma Rangeri.

Avendo Barack Obama, il presidente della sette guerre e della licenza di assassinio di massa  extragiudiziario mediante drone, formulato il giudizio definitivo sull’Eritrea, pronunciando questa sentenza: “Corea del Nord e Eritrea sono le due dittature più orribili del mondo”, come poteva esimersi “il manifesto” dal corroborare e rimpinguire il verdetto, come ha fatto con tutti quelli dello stesso presidente, lastricando di buone intenzioni umanitariste tutte le sue mattanze belliche?

Naturalmente un occhiuto analista come Leogrande non ha bisogno di documentarsi sul posto. Che gli è del tutto ignoto. A uno dalla perspicacia come la sua basta ascoltare un paio di rifugiati  e la segretaria (ex-Amnesty!!!) della Commissione d’inchiesta ONU. Una  che ha ascoltato gente solo nella nemica Etiopia e poi è stata sbugiardata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite che ha rigettato il suo cumulo di menzogne. E allora vai con lo scroscio di fandonie che i lustratori di scarponi del Pentagono rigurgitano ogni qual volta quelli sentono l’uzzolo di calpestare qualcosa e qualcuno: “una delle dittature più feroci del mondo… un regime cha  ha privato il suo popolo di ogni libertà civile e politica… che ha imposto il servizio militare obbligatorio e a tempo indeterminato per ogni eritreo uomo o donna che sia (è vero per Israele, non per l’Eritrea), un’immensa caserma-prigione da cui i giovani fuggono in massa… i gulag eritrei dove si praticano le torture imparate dagli italiani… almeno diecimila i prigionieri politici…”

E’ chiaro che al nostro arrivo ad Asmara, nel primo zighinì (l’ottimo piatto nazionale) offertoci ci devono aver siringato una notevole dose di acido lisergico per colmarci di tali traveggole da farci attraversare per due settimane un paese sereno, dove presidenti e ministri circolano tra la folla senza l’ombra di una guardia del corpo, dove non si vede un poliziotto se non quando passa la corsa ciclistica, dove le ragazze girano libere e con jeans incollati a mezzanotte, dove in ogni locale pubblico si può sghignazzare alle balle di CNN, BBC, e Euronews, dove i cafè internet traboccano di ragazzi, dove i soldati hanno tutti meno di vent’anni e dopo si fa anche un po’ di servizio civile per la comunità, dove peraltro si può essere richiamati a difendere la patria perché ogni due per tre gli Usa mandano gli etiopi ad attaccare, dove abbiamo potuto parlare liberamente con bimbetti e vecchietti, studenti e operaie. Dove abbiamo colto l’orgoglio di una nazione che si è liberata e libera intende rimanere.

Stesso trattamento dello zighinì al peyote deve essere capitato a tanti giornalisti che hanno visto, scritto e filmato quello che abbiamo visto, scritto e filmato noi (“Eritrea, una stella nella notte dell’Africa” è il documentario mio). E pure alle numerose delegazioni parlamentari, ricordo quella danese e quella svizzera, che hanno visitato il paese e se ne sono venuti via sbigottiti non da quello che avevano visto, ma da quanto Obama andava blaterando. Gente che di sicuro al ripetitore Leogrande suggerirebbe quello che gli suggerirei io, ma che la mia difettosa pronuncia del romanesco gli risparmia.

Comunque, bravo “il manifesto”, per aver assolto ancora una volta al meglio, con i generosi ragli della sua cavalleria, quanto da Wellington gli veniva chiesto.

P.S. E ancora una volta complimenti anche al comunista Manlio Dinucci  che si pregia di poter raccontare dallo sgabuzzino del “quotidiano comunista” qualche notiziola su dove gli USA manovrano e su dove mettono i loro missili. Fa bene. Vuoi forse dubitare che i suoi trafiletti non sappiano ripulire tutta una foliazione imbrattata come sopra?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:30

ERITREA: A BOTTA DI CHI ESEGUE, CONTROBOTTA DI CHI VEDE. I DIRITTI UMANI DEL “MANIFESTO” TAPPETO ROSSO PER I MISSILI DEL PENTAGONOultima modifica: 2017-08-27T08:27:15+00:00da davi-luciano
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