Cercasi Rivoluzione Colorata

lukashenko

Scongiurata l’eventualità, desiderata in Occidente, di una nuova Maidan a Minsk; la palla passa a Belgrado, dove l’elezione di Aleksandr Vucic (colui che ha dichiarato: “mai con la NATO che ha ucciso i nostri bambini”) ha già scatenato le usuali proteste di piazza, dall’usuale carattere “eterogeneo” ed “apartitico”, al grido: “via il dittatore”.

Il 25 marzo, grazie ad efficaci misure preventive, gli organi di sicurezza bielorussi sono riusciti ad evitare quella che già ci si preparava a definire come “un’azione di massa contro il regime Lukashenko” e “la più grande manifestazione di piazza contro il regime da 23 anni a questa parte”. Nonostante l’altrettanto preventivo appoggio di USA e UE, i cosiddetti “bielorussi arrabbiati e indignati” scesi in piazza a Minsk, ovviamente privi di autorizzazione, sono stati meno di 1500, con l’aggiunta di qualche centinaia in più negli altri centri principali del Paese: Gomel, Grodno, Vitebesk e Brest. Il “Bat’ka” Aleksandr Grigorevic Lukashenko recentemente, anche per attirare ulteriormente l’attenzione di Mosca, non ha mai smesso di sottolineare il pericolo che “qualcuno” avrebbe potuto indirizzare le proteste verso progetti ben più radicali ed estremisti della mera indignazione di fronte alla cosiddetta “legge anti-parassiti”; ed ha accusato l’Ucraina (quella stessa Ucraina che solo poco tempo prima definiva come “fraterna” ed in lotta per l’indipendenza – sic!), Lituania e Polonia di addestrare sabotatori a tale scopo. E la data del 25 marzo, nelle menti degli oppositori al Presidente, si poneva come termine ideale per l’eventuale estremizzazione della conflittualità interna. La data del 25 marzo ha infatti una forte valenza simbolica nella storia della Bielorussia. Il 25 marzo di novantanove anni fa, nel contesto del Primo Conflitto Mondiale e della successiva Rivoluzione russa, un gruppo di presunti “democratici” diede vita ad una altrettanto presunta Repubblica Popolare di Bielorussia che si pose immediatamente sotto la protezione del Kaiser tedesco. Un atteggiamento ripetuto da quegli stessi presunti democratici durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, in aperta cooperazione col nazismo, trasformarono la terra bielorussa in un inferno. Una tragedia ben raccontata dal capolavoro di Elem Klimov Va e Vedi.
 
Le forze di sicurezza, nel contesto dell’arginamento preventivo della protesta, hanno scoperto dei veri e propri arsenali in alcune abitazioni di attivisti legati all’organizzazione illegale Legione Bianca: un gruppo sovversivo apertamente simpatizzante con le organizzazioni neo-naziste paramilitari che hanno fatto la fortuna del regime golpista ucraino, prima fra tutte il già tristemente famoso Battaglione Azov. Un breve excursus per meglio capire quale sarebbe dovuto essere il motivo scatenante le proteste si rende necessario. Il decreto presidenziale n.3 sulla prevenzione della dipendenza sociale (l’ormai celeberrima legge anti-parassiti), promulgato nel 2015, imporrebbe il pagamento di una tassa per tutti coloro che lavorano meno di 183 ore all’anno pur essendo abili. Tale imposta sarebbe imponibile anche su liberi professionisti e casalinghe (a meno che non siano madri di almeno tre figli). Il totale da pagare sarebbe di 460 rubli (230 euro più o meno); cifra abbastanza significativa in un Paese in cui lo stipendio medio si aggira intorno ai 300 euro mensili. Secondo il Ministero delle Finanze, dalla sua entrata in vigore, la suddetta tassa avrebbe dovuto far recuperare alla nazione 400 miliardi di rubli. Cifra che si presumeva di riutilizzare per finanziare progetti infrastrutturali e di modernizzazione. Tuttavia, dei 470.000 bielorussi, identificati come potenziali “parassiti”, al 20 febbraio, data termine per il pagamento, solo il 10% ha pagato. Ovviamente la tassa ha fatto scatenare le proteste dell’opposizione nelle persone dei suoi principali leader Nikolaij Statketic, il poeta Vladimir Nekliev (entrambi ex candidati alle presidenziali del 2010) e Anatolij Lebedko; leader del Partito Civile Unito. E già sul finire di febbraio ed in marzo alcune timide manifestazioni di protesta erano state inscenate nelle principali città bielorusse.
 Proteste anti-governative a Minsk nel febbraio di quest'anno
Proteste anti-governative a Minsk nel febbraio di quest’anno
 
É un dato di fatto che la tassa inventata dal governo fosse solo un tentativo, quasi disperato, di recuperare liquidità in un momento di estrema difficoltà sul piano economico e politico. Alcune recenti dichiarazioni di Lukashenko, ed il suo tentativo di sviluppare una politica estera plurivettoriale, hanno palesemente infastidito il Cremlino che lamenta mancati introiti sulla fornitura di idrocarburi alla Bielorussia per 22 miliardi. Ma le scaramucce tra i due Paesi vicini non si sono limitate a questioni di natura economica. La posizione della Bielorussia rispetto alla questione ucraina, infatti, rimane ancora ambigua. Lukashenko intrattiene spesso lunghe conversazioni telefoniche con Petro Poroshenko e, al contrario della Russia, ha scelto di non riconoscere i documenti rilasciati dalle Repubbliche separatiste del Donbass. Inoltre, recentemente, erano stati ristabiliti i controlli doganali alla frontiera tra Russia e Bielorussia. Nonostante tutto, Lukashenko ha garantito che il suo paese non svolterà mai ad Occidente (anche perché non aspira a pagare il gas a prezzo maggiorato dai costi di reverse dei paesi occidentali che forniscono alla vicina Ucraina lo stesso gas russo). E la Bielorussia non entrerà mai nella NATO. Lukashenko ha dichiarato: “La Russia è sacra, ma l’indipendenza vale più di qualsiasi altra cosa”. Tuttavia, risulta quantomeno paradossale l’invito che proprio il Bat’ka, in spregio al segreto militare, ha rivolto agli osservatori nordatlantici di visionare le prossime esercitazioni congiunte Russia-Bielorussia di settembre.
 
Insomma, Lukashenko cerca di ottenere i massimi vantaggi possibili da una situazione alquanto controversa. Il rischio di un nuovo contagio “colorato” è ancora nell’aria. Il Ministro delle Difesa russo Sergeij Sojgu ha spesso indicato nella Bielorussia la prossima tappa delle rivoluzione colorate sorosiane. E la strategia del Bat’ka è abbastanza chiara: sfruttare i timori russi di un nuova Ucraina ai suoi confini per ottenere maggiori concessioni economiche. Concessioni che puntualmente sono arrivate durante il meeting di San Pietroburgo, svoltosi negli stessi giorni del vile attentato terroristico alla metropolitana dell’ex capitale dell’era pietrina. Lukashenko ha di fatto ottenuto il rifinanziamento del debito nei confronti della Russia, alcune agevolazioni in tema di tariffe energetiche a partire dal 2018 e, sempre a partire dal 2018, lo sviluppo di regole volte a favorire la creazione di un mercato comune per gas ed energia elettrica: obiettivo di assoluta priorità per la Bielorussia e previsto da tempo all’interno della progetto di rafforzamento istituzionale dell’Unione Eurasiatica.
 
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Lukashenko e Putin
 
Tali concessioni hanno permesso a Lukashenko di tirare un sospiro di sollievo. Soprattutto perché, almeno per ora, non sarà necessario rivolgersi al FMI per ottenere crediti utili a coprire il debito estero. Visto e considerato che proprio il FMI stava già preparando la sua ricetta di riforme strutturali neoliberiste (riforme di mercato, tagli alle garanzie sociali, congelamento di salari e pensioni) da imporre in cambio dell’eventuale concessione del credito. Se la Bielorussia, almeno per il momento, ha evitato il contagio sorosiano, da qualche giorno, in Serbia, una nuova protesta ad oltranza si è prefissata l’obiettivo di rovesciare l’esito delle recenti elezioni che hanno visto trionfare, sulla disgregata opposizione, l’ex Primo Ministro uscente Aleksandr Vucic con il 55% dei consensi. Aleksandr Vucic, leader del Partito Progressista Serbo, europeista ma in ottimi rapporti tanto con la Russia quanto con la Cina, ha spesso paventato la possibilità di uno “scenario macedone” durante la campagna elettorale. Tuttavia, lo spettro dell’ingovernabilità non si è palesato e l’esito delle elezioni gli ha garantito un vasto consenso popolare (nonostante il fatto che, in alcune circoscrizioni, sarà necessario ripetere il voto; cosa che comunque non potrà influire sul già determinato risultato). Cosa che i manifestanti non sembrano aver gradito accusandolo di dittatura e di possedere un capillare controllo sui media. Gli organizzatori della protesta, che si professano come estranei a logiche di partito, patriottici e liberi da qualsivoglia aggancio esterno al paese, hanno già smentito se stessi dichiarando che, alla pari di Vucic, anche Milosevic vinse le elezioni (sic!). Essere l’unico paese dell’area, insieme alla Macedonia (anche se nel caso macedone la cosa è dovuta alla diatriba sul nome con la vicina Grecia), a non aver aderito alla NATO ha un suo prezzo da pagare.
di Daniele Perra – 10 aprile 2017
Cercasi Rivoluzione Colorataultima modifica: 2017-05-03T14:53:56+00:00da davi-luciano
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